un re poeta (italian)
In un mattino dolce e soleggiato del mite mese di maggio, feci una gita al castello di Windsor, un luogo associato a ricordi storici e poetici. L’aspetto esterno dell’antico edificio, imponente e orgoglioso, è sufficiente a ispirare pensieri elevati. Le sue mura irregolari e le torri massicce simili a una corona di pietra si levano intorno alla cima di un alto colle; issa tra le nubi la bandiera reale e guarda dall’alto, con aria altezzosa, il mondo circostante.
Quella mattina, il tempo aveva quella avvolgente soavità primaverile che risveglia il romanticismo latente nel temperamento di un uomo, colmandogli la mente di musica, spronandolo a citare poeti e a sognare cose piacevoli. Vagando per le splendide sale e le lunghe, riecheggianti gallerie del castello, oltrepassai distrattamente file intere di ritratti di soldati e di statisti, ma indugiai nella saletta dove erano affisse le immagini delle bellezze che avevano decorato l’allegra corte di Carlo II e, mentre le contemplavo, raffigurate con morbide trecce disfatte e occhi illanguiditi dall’amore, benedissi il pennello di Sir Peter Lely che mi aveva concesso di scaldarmi al riflesso di quelle luminose bellezze. Attraversando poi gli ampi cortili verdi, con il sole che batteva sulle mura grigie, e volgendo gli occhi sui vellutati prati, avevo la mente colma dell’immagine del tenero, valoroso ma infelice Surrey che vagava adolescente per quei lidi, innamorato di Lady Geraldine.
Con gli occhi rivolti alla torre della fanciulla,
Con facili sospiri come quelli degli uomini innamorati.
In questa condizione di estrema sensibilità puramente poetica, visitai l’antica prigione del castello dove Giacomo I di Scozia, vanto ed eroe dei poeti e degli storici scozzesi, fu rinchiuso per molti anni in gioventù come prigioniero del regno. È un’imponente torre grigia che ha sopportato l’assalto dei secoli e versa ancora in buone condizioni. Sorge su un’altura che l’innalza al di sopra delle altre parti del castello e vi si accede da un’ampia scalinata. Nell’armeria, che è un salone gotico in cui sono custodite armi di vario genere e di epoche diverse, mi venne indicata un’armatura appesa alla parete, che un tempo era appartenuta a Giacomo. Da lì fui accompagnato su per una scala, verso appartamenti di decaduta magnificenza, tappezzati di arazzi istoriati, che furono la sua prigione e palcoscenico di quell’amore ardente e quasi irreale che ha intrecciato nella rete della sua storia i fili magici della poesia e del romanzo.
Tutta la vicenda di questo principe amabile e sfortunato è profondamente romantica. Alla tenera età di undici anni, il padre Roberto III lo allontanò da casa e lo destinò alla corte di Francia perché vi crescesse sotto la tutela del monarca francese, al sicuro dai tradimenti e dai pericoli che infestavano la casa reale di Scozia. Durante il viaggio, ebbe la sfortuna di cadere nelle mani degli inglesi e fu tenuto prigioniero da Enrico IV, benché tra le due nazioni fosse in atto una tregua.
La notizia della sua cattura, giungendo a coronamento di una lunga serie di dolori e di sciagure, riuscì fatale al povero padre. «Gli fu riferita», ci viene narrato, «mentre era a cena, e fu sopraffatto da un tale dolore che sembrò sul punto di rendere l’anima tra le braccia dei domestici che lo assistevano. Trasportato nella sua camera da letto, non toccò cibo e, tre giorni dopo, morì di inedia e di dolore, a Rothesay».
Giacomo restò prigioniero per più di diciotto anni ma – nonostante fosse stato privato della libertà personale – venne trattato con il rispetto dovuto al suo rango. Si preoccuparono di fornirgli un’istruzione in tutti i rami del sapere praticato a quei tempi e di fargli acquisire tutte quelle doti, della mente e del corpo, ritenute consone a un principe. Sotto questo aspetto, forse la prigionia rappresentò un vantaggio in quanto gli permise di dedicarsi in modo esclusivo al proprio miglioramento e di assimilare con calma quel ricco patrimonio di conoscenze oltre a coltivare tutte quelle finezze del gusto che hanno dato tanto lustro al suo ricordo. Il quadro degli anni della sua gioventù che ci presentano gli storici scozzesi è altamente interessante e sembra quello del protagonista di un romanzo, piuttosto che di un personaggio storico. Venne addestrato, ci dicono, «a combattere con la spada, a partecipare a giostre e tornei, a fare la lotta, a cantare e a danzare; era un esperto di medicina, abilissimo a suonare sia il liuto che l’arpa e vari altri strumenti musicali, ed era portato per la grammatica, l’oratoria e la poesia».
Con una tale combinazione di doti maschili e raffinate, destinate a farlo spiccare sia nella vita attiva che in quella galante e che dovevano dargli il gusto per la vita mondana, dev’essere stata per lui una prova ardua, in un’epoca di cavalieri e battaglie, trascorrere la primavera della vita in monotona prigionia. Giacomo ebbe però la fortuna di essere dotato di una vivida fantasia poetica e, nel corso della prigionia, venne visitato dalla musa ispiratrice. Perdendo la libertà personale, alcune menti si logorano e impigriscono; altre diventano ombrose e irritabili; il poeta, invece, nella solitudine della cattività si fa più che mai delicato e immaginativo. Banchetta con il miele dei suoi pensieri e, come l’uccello in gabbia, mette l’anima nelle sue melodie.
Non hai visto l’usignolo,
un pellegrino rinchiuso in una gabbia,
come canta il suo racconto consueto,
in quel l’eremo solitario!
Persino lì, la sua melodia incantatrice dimostra
che tutti i suoi rami sono alberi e la gabbia un boschetto.
L’immaginazione ha infatti il divino attributo di non poter essere né frenata né imprigionata. E quando il mondo reale resta chiuso fuori, può crearsi un mondo tutto suo e, con poteri divinatori, evocare immagini e figure gloriose, brillanti visioni, popolare la solitudine e accendere di luce le tenebre della segreta. Tale era il mondo fastoso che circondava il Tasso nella sua tetra cella di Ferrara, quando creò le splendide scene della sua Gerusalemme; e possiamo considerare il King’s Quair, composto da Giacomo durante la sua prigionia a Windsor, un’altra di quelle bellissime fughe dell’anima dalle limitazioni e dallo squallore del carcere.
L’argomento del poema è l’amore per Lady Jane Beaufort, figlia del conte di Somerset, principessa inglese di sangue reale, di cui si era innamorato durante la prigionia. Quello che dà all’opera un valore particolare è che può essere letta come una confessione dei reali sentimenti del bardo regale e la veridica storia dei suoi amori e delle sue fortune. Non accade spesso che i sovrani scrivano poesie o che i poeti si occupino della realtà. È gratificante per l’orgoglio dell’uomo comune, trovare un monarca che chieda, per così dire, di entrare nel suo studiolo e cerchi di conquistarsene i favori contribuendo ai suoi piaceri. È prova, questa, della fondamentale lealtà della competizione intellettuale che si spoglia di tutti gli orpelli della falsa dignità, pone il candidato allo stesso livello dei suoi simili e lo obbliga per eccellere a dipendere dai propri talenti naturali. È curioso, anche, riuscire a penetrare la storia del cuore di un monarca e trovare i semplici affetti della natura umana che palpitano sotto l’ermellino. Ma Giacomo era poeta prima che re; si era forgiato alla scuola dell’avversità, in compagnia dei propri pensieri. È raro che i sovrani abbiano l’occasione di colloquiare con il proprio cuore o di fare delle loro riflessioni argomento di poesia; se Giacomo fosse cresciuto in mezzo alle false lodi e alle frivolezze di una corte, con ogni probabilità non avremmo mai avuto un poema come il Quair.
M’interessano specialmente le parti che esprimono senza remore i sentimenti del re a proposito della sua situazione o che sono collegate alle stanze della torre. Hanno un fascino che derivano dalla personalità e dal luogo e vengono proposte con particolari così realistici che al lettore sembra di essere dentro la prigione insieme al prigioniero, compagno delle sue meditazioni.
Di questo genere è il racconto della tristezza del suo spirito e dell’incidente che per primo gli ispirò l’idea di scrivere il poema. Era una notte di luna chiara e serena, durante il primo turno di guardia; le stelle, dice, scintillavano come fiammelle nell’alta volta celeste e «Cinzia sciacquava nell’Acquario i suoi riccioli d’oro». Egli giace a letto, insonne e agitato, e aveva preso un libro per ingannare quelle ore di noia. Si tratta del De Consolatione Philosophiae di Boezio, opera molto nota tra gli scrittori del tempo e che era stata tradotta dal suo grande maestro, Chaucer. Dall’elogio in cui si dilunga nel presentarla è palese che si trattava di uno dei libri che più amò durante la prigionia e, in effetti è un pregevole testo per la meditazione in periodi avversi. È l’eredità di un animo nobile e paziente, purificato dal dolore e dalla sofferenza, che tramanda a coloro che gli succederanno nella disgrazia sereni precetti morali e una serie di riflessioni semplici, ma eloquenti, grazie alle quali egli stesso fu in grado di sopportare tutti i mali della vita. È un talismano che l’infelice può custodire sul cuore o, come il buon re Giacomo, posare ogni sera accanto al cuscino.
Dopo aver chiuso il volume, egli riflette sul contenuto e, a poco a poco, si abbandona a una meditazione sull’incertezza del destino, sulle vicissitudini della propria vita e sulle sventure che aveva sopportato fin dalla più tenera età. A un tratto, ode le campane che annunciano il mattutino; ma quel suono si intona con le sue fantasie malinconiche, gli sembra una voce che lo esorti a scrivere la propria storia. Animato da uno spirito poetico vagabondo, decide di ubbidire all’invito; prende quindi la penna in mano, fa con essa un segno della croce per implorare la benedizione celeste e inizia la scorribanda nel paese incantato della poesia. In tutto questo c’è qualcosa di estremamente fantasioso ed è interessante perché ci dà un esempio notevole e bellissimo della semplicità con cui talvolta scaturisce il pensiero poetico e le opere letterarie si presentano alla mente.
Nel corso del poema, l’autore lamenta più di una volta la bizzarra drammaticità del suo destino: è costretto a una vita solitaria e inattiva, è escluso dalla libertà e da quei piaceri del mondo dei quali anche la più umile tra le creature può godere a suo piacimento. Anche in queste lamentazioni è tuttavia presente una certa dolcezza; sono la protesta di uno spirito amabile e socievole cui è negato indulgere alle propensioni gentili e generose. Non vi è nulla di ostile o di eccessivo; fluiscono con un pathos naturale e commovente e sono forse rese ancora più toccanti dalla loro brevità. Rappresentano un efficace contrasto con gli eterni rimpianti che spesso riecheggiano nelle poesie: sfoghi di anime afflitte che languono sotto il fardello di sventure immaginarie, dando voce alla loro amarezza contro un mondo che non ha colpe nei loro confronti. Giacomo parla delle sue privazioni con viva sensibilità, ma, dopo averle nominate, prosegue come se la sua mente virile disdegnasse rimuginare sulle sciagure inevitabili. Quando un animo di tal fatta prorompe in lamenti, per quanto brevi, si può comprendere fino a che punto sia acuta la sofferenza che ha strappato quel mormorio. Simpatizziamo con Giacomo, principe romantico, attivo, dotato di splendide qualità, escluso, nel fiore della vita, da ogni impresa, dai nobili costumi, dai piaceri virili della vita. Allo stesso modo simpatizziamo con Milton quando, conscio di tutte le bellezze della natura e di tutte le glorie dell’arte, emette brevi ma sentiti lamenti sulla sua inguaribile cecità.
Se la poesia di Giacomo non presentasse una totale mancanza di artificio, potremmo quasi sospettare che la triste cupezza delle riflessioni fosse da considerare una cornice alla scena più brillante di tutta la vicenda e fungere da contrasto a quell’esplosione di luce e di bellezza, all’emozionante accompagnamento di uccelli e di canti, di foglie e di fiori e di tutto il giubilo della stagione con cui introduce la donna amata. È soprattutto questa scena a gettare una luce romantica sul vecchio carcere del castello. Egli si era alzato all’alba, ci dice, come d’abitudine, per sfuggire alle tristi meditazioni di un cuscino che non accoglie il sonno. «Gemendo nella sua stanza così solo», senza alcuna speranza di trovare gioia o sollievo, «stanco di riflettere e prostrato dal dolore», si era avvicinato alla finestra per godere il meschino conforto del prigioniero: osservare tristemente il mondo dal quale è estromesso. La finestra si affacciava su un giardinetto ai piedi della torre. Era un luogo tranquillo e appartato, adorno di pergolati e di viali verdeggianti, celato allo sguardo del viandante da alberi e da siepi di biancospino.
V’era là, accanto alle mura della torre
un bel giardino e nell’angolo sorgeva
un pergolato verde di rami lunghi e snelli
intrecciati tutto intorno e sì assediato dalle foglie
era tutto il luogo e di siepi di biancospino aggrovigliato,
che nessuno camminando lì per caso
poteva gettare all’interno nemmeno un’occhiata.
Fitti fitti i rami e le foglie verdi
ombreggiavano tutti i sentieri
e in mezzo a ogni pergola si vedeva
l’aguzzo, verde e dolce ginepro,
che cresceva così bello con i rami qua e là,
che visto da fuori
sembrava che la pergola si allargasse tutto intorno.
E sui verdi rametti
i dolci e piccoli usignoli cantavano
così forte e chiaro l’inno
consacrato all’amore, ora piano, ora forte a gara
che tutto il giardino e le mura riecheggiavano
del loro canto…
Era il mese di maggio, quando è tutto fiorito ed egli interpreta il canto dell’usignolo secondo il linguaggio del suo sentimento d’amore:
Adorate questo maggio, tutti voi che amanti siete,
iniziate sono le calende della vostra felicità,
e cantate con noi: va’ via, inverno,
vieni, estate, vengano la dolce stagione e il sole.
Mentre contempla la scena e ascolta le melodie degli uccelli, scivola a poco a poco in una di quelle soavi e indefinibili fantasticherie che colmano il cuore dei giovani in questa deliziosa stagione. Si chiede che cosa sarà mai questo amore del quale ha tanto spesso letto e che sembra esprimersi nel vivo respiro del mese di maggio e immergere tutta la natura nell’estasi e nei canti. Se è davvero una felicità tanto grande e se è un dono offerto anche alle creature più insignificanti, perché a lui solo non è dato di goderne?
Spesso penso, oh Signore, come può essere
che l’amore sia di sì nobile potere e natura?
Amare il simile ed essere felici
dipende da lui, com’è scritto nei libri:
egli può i nostri cuori piegare e sciogliere:
ha davvero su loro tale potestà?
O questo non è che una fantasia?
Poiché se ha tanta eccellenza
D’aver cura e custodia di ogni creatura,
in che cosa ho peccato verso di lui, quale offesa gli ho recato?
Perch’io son prigioniero e gli uccelli vanno liberi.
Nel bel mezzo di queste meditazioni, abbassa lo sguardo e scorge «il giovane fiore più bello e più fresco» che abbia mai visto. È l’incantevole Lady Jane che passeggia nel giardino per godere la bellezza di quel «fresco mattino di maggio». Mostrandosi così all’improvviso al suo sguardo in un momento di solitudine e di acuta sensibilità, ella cattura immediatamente la fantasia del romantico principe e diventa l’oggetto dei suoi estatici desideri, la regina del suo mondo ideale.
C’è, in questa scena deliziosa, un’evidente analogia con la prima parte del Knight’s Tale di Chaucer nel quale Palamone e Arcite s’innamorano di Emilia che vedono passeggiare nel giardino della loro prigione. Forse l’analogia tra l’evento reale e l’episodio letto in Chaucer può aver indotto Giacomo a utilizzarlo per una poesia. La descrizione di Lady Jane calca lo stile pittoresco e dettagliato del maestro ed essendo senza dubbio un ritratto dal vero è una riproduzione perfetta della bellezza in voga a quel tempo. Egli indugia con l’affezione di un innamorato su ogni particolare del suo abbigliamento: dalla rete di perle, scintillante di smeraldi e di zaffiri, che raccoglie i capelli dorati, fino alla «nobile collana d’oro cesellato» intorno al collo, dalla quale pende un rubino a forma di cuore che sembra, a suo dire, una lingua di fuoco che arde su quel candido seno. Il vestito di stoffa bianca era appuntato per consentirle di camminare più liberamente. Era accompagnata da due dame e intorno a lei gironzolava un cagnolino ornato di campanellini: forse un levriero italiano dalla linea elegante che era così in voga nei salotti e il prediletto delle dame dei tempi antichi. Giacomo chiude la descrizione prorompendo in un panegirico generale:
Ella aveva gioventù e bellezza, un portamento modesto,
magnificenza, ricchezza e garbo femmineo;
Dio lo sa meglio di come possa riferire la penna,
saggezza, liberalità, dignità e prudenza, sì,
guidavano in ogni punto la sua condotta,
nelle parole, negli atti, nell’aspetto, nell’espressione;
la natura non avrebbe potuto fare di meglio per la sua creatura.
Quando Lady Jane lascia il giardino, termina anche questa momentanea estasi del cuore. Con lei svanisce l’amorosa illusione che aveva acceso un momentaneo incanto sulla scena della prigionia ed egli ripiomba nella sua solitudine, resa ora dieci volte più intollerabile da questo fuggevole raggio di bellezza inafferrabile. Per tutto il lungo e triste giorno, lamenta il suo sfortunato destino e quando giunge la sera e Febo, come descrive con tanta leggiadria, «dice addio a ogni foglia e ogni fiore», egli si sofferma ancora alla finestra e, abbandonato il capo sulla fredda pietra, dà libero sfogo a un impeto di amore e di dolore finché a poco a poco, cullato dalla muta malinconia del crepuscolo, cade «tra sonno e deliquio» in una visione che compone il resto del poema e nella quale è accennata allegoricamente la storia della sua passione.
Quando si ridesta da questo sonno ipnotico, si alza da quel guanciale di pietra e, percorrendo la stanza avanti e indietro, in preda ad angosciate riflessioni, chiede all’animo suo dove abbia vagabondato: se tutto quello che è apparso alla sua sognante fantasia sia stato il frutto delle circostanze precedenti, o se sia stata invece una visione utile a confortarlo e a rassicurarlo nella sua desolazione. In quest’ultimo caso, prega che gli venga mandato nel sonno un segno che confermi la speranza di giorni più lieti. A un tratto, una candida colomba entra in volo dalla finestra e gli si posa sulla mano, portando nel becco un ramo di violaciocche rosse sulle cui foglie sono impresse a lettere d’oro, le seguenti parole:
Destati! Destati! Io reco,
oh amante, recola lieta novella, gioiosa e certa
della tua consolazione: ridi, scherza e canta
perché in cielo han decretato la tua guarigione.
Egli accoglie il fiore con un misto di speranza e preoccupazione; lo legge rapito. Questo, dice, è stato il primo segno della futura felicità. Resta da decidere, secondo la fede o l’immaginazione del lettore, se si tratti di un’immagine poetica o se Lady Jane gli abbia davvero inviato, con quel romantico dono, un segno della sua condiscendenza. Egli chiude il poema dichiarando che la promessa giunta a lui attraverso la visione e i fiori si è realizzata: la libertà gli è stata restituita ed è felice nel possedere la regina del suo cuore.
Questo è il poetico racconto che Giacomo ci offre delle sue esperienze amorose nel castello di Windsor. È inutile congetturare quale sia la realtà e quale l’ordito della fantasia. Non respingiamo sempre ogni evento romantico come se fosse incompatibile con la vita quotidiana. Prendiamo qualche volta un poeta alla lettera. Ho citato soltanto le parti del poema direttamente collegate alla torre e ne ho tralasciato una larga parte, scritto nello stile allegorico molto in voga a quei tempi. La lingua, naturalmente, è strana e antiquata, al punto che sarebbe difficile cogliere oggi la bellezza di molti dei suoi versi, ma è impossibile non lasciarsi incantare dalla sincerità del sentimento, dalla piacevole semplicità e raffinatezza che dominano in ogni sua parte. Anche le descrizioni della natura che lo impreziosiscono sono composte con una verosimiglianza, una precisione e una freschezza degne dei più alti momenti dell’arte.
Considerandolo un poema d’amore, in questi tempi di pensieri volgari, ci rincuora notare la sincerità e la squisita delicatezza che lo pervadono: è bandito ogni pensiero ignobile, ogni espressione immodesta e la bellezza femminile è presentata adorna di tutti quegli attributi cavallereschi di una purezza e di una grazia quasi divini.
La produzione di Giacomo fiorì all’incirca al tempo di Chaucer e di Gower ed è evidente che il sovrano ammirò e studiò le loro opere. Anzi, in una delle stanze del poema, li cita come maestri e in alcune altre parti troviamo tracce di analogie con la loro opera letteraria, soprattutto di Chaucer. Esistono però sempre generiche somiglianze tra le opere di scrittori contemporanei, prestiti non tanto tra gli uni e gli altri, quanto dai tempi in cui vivono. Gli scrittori, come le api, suggono le loro dolcezze dal vasto mondo, incorporano alle proprie riflessioni aneddoti e pensieri contemporanei e, in questo modo, ogni generazione ha qualche caratteristica in comune, tipica del secolo in cui vive.
Giacomo appartiene a una delle epoche più splendide della nostra storia letteraria e ha dato al suo paese il diritto di partecipare a tanto onore. Se anche un piccolo gruppo di scrittori inglesi vengono continuamente ricordati come i padri della nostra poesia, c’è la tendenza a passare sotto silenzio il nome del grande collega scozzese: è invece indubbiamente degno di appartenere a quella piccola costellazione di astri lontani, ma intramontabili che brillano alla sommità del firmamento letterario e che, simili alle stelle del mattino, cantano insieme nell’aurora luminosa della poesia britannica.
Quelli tra i miei lettori che forse non hanno familiarità con la storia scozzese (anche se negli ultimi anni è stata oggetto della trama di avvincenti romanzi che l’hanno resa argomento di studio universale) saranno forse curiosi di sapere qualche cosa della successiva storia di Giacomo e della sorte del suo amore. La passione per Lady Jane non gli fu di conforto solo durante la prigionia, ma favorì anche la sua liberazione, poiché la corte ritenne che uncon il sangue reale inglese avrebbe favorito un legame con quella nazione. Venne finalmente restituito alla libertà e alla corona dopo aver sposato Lady Jane che lo seguì in Scozia e fu per lui una moglie affettuosa e devota.
Trovò il regno in una condizione di grande confusione perché i grandi feudatari avevano approfittato dei tumulti e dell’assenza di regole di un lungo interregno per rafforzare i loro possedimenti e mettersi al di sopra della legge. Giacomo cercò di fondare il proprio potere sull’amore del popolo. Conquistò le classi inferiori grazie alla repressione degli abusi, a un’amministrazione equilibrata e prudente della giustizia, al sostegno delle arti della pace e alla promozione di tutto quello che poteva diffondere il benessere, l’agiatezza e gli svaghi innocenti nelle classi più umili della società. Di tanto in tanto, travestito, si mescolava al popolo, entrava nelle loro case, partecipava ai loro problemi, ai loro progetti, ai loro svaghi; s’interessò delle arti e dei mestieri per salvaguardarli e renderli migliori; diventò una specie di genio onnipresente che osservava con occhio benevolo anche il più umile dei sudditi. Dopo aver rinsaldato la propria posizione nel cuore del popolo con questo modo di fare generoso, si dedicò a svilire il potere della nobiltà faziosa, a privarla delle pericolose immunità usurpate, a condannare coloro che si erano resi palesemente colpevoli di torti e a ricondurre tutti alla doverosa obbedienza alla corona. Per qualche tempo i nobili mostrarono un’apparente sottomissione, ma covavano in segreto impazienza e minaccioso malcontento. Infine ci fu un complotto ai suoi danni, capeggiato dallo zio di Giacomo, Robert Stewart conte di Athol che, essendo troppo vecchio per l’esecuzione materiale dell’assassinio, convinse il nipote Sir Robert Stewart, insieme a Sir Robert Graham e ad altri personaggi meno importanti, a commettere l’omicidio. Essi irruppero nella camera da letto del re nel convento dei Domenicani nei pressi di Perth dove risiedeva, e lo uccisero barbaramente, infliggendogli ripetute ferite. La fedele regina, che si era lanciata a frapporre il suo corpo fragile tra lui e la spada, fu colpita due volte nell’inutile tentativo di proteggerlo dagli assassini e solo quando fu strappata a forza dalla persona del re il delitto venne perpetrato.
Il ricordo di questo romantico evento del passato e dell’aureo poemetto che era nato all’interno della torre, mi incoraggiò a visitare il vetusto e imponente edificio con particolare interesse. Le armi esposte nell’ingresso, riccamente dorate e cesellate, simili ad armi da torneo, mi ripresentarono davanti agli occhi della mente la vivida immagine del principe valoroso e romantico. Attraversai le sale deserte dove aveva creato il suo poema; mi appoggiai alla finestra, tentando di convincermi che fosse proprio quella dove era stato visitato dalla sua visione; guardai il punto dove per la prima volta gli era apparsa Lady Jane. Era lo stesso mese splendente e gioioso; gli uccelli gareggiavano ancora l’uno con l’altro in liquide scie melodiose; tutto prorompeva in foglie e fiori, mantenendo la tenera promessa dell’anno. Sembra che il tempo, che si compiace di cancellare i più importanti monumenti dell’orgoglio umano, sia passato con delicatezza su quella piccola scena d’amore e di poesia, imbrigliando la potenza distruttrice. Sono passati parecchi secoli, eppure quel giardino fiorisce ancora ai piedi della torre. Occupa quello che una volta era il fossato del carcere e nonostante alcune parti siano state separate da muri divisori, altre hanno ancora le loro pergole e i sentieri ombreggiati, come ai tempi di Giacomo, e tutto è protetto, fiorito e raccolto. C’è un incanto particolare intorno a un luogo segnato dalle orme della bellezza scomparsa e consacrato dall’ispirazione poetica, ravvivato anziché compromesso dal passare dei secoli. La poesia, anzi, ha il dono di consacrare ogni luogo che tocca; diffondere nella natura un odore più squisito del profumo della rosa e accenderla di una sfumatura più magica del roseo colore del mattino.
Altri forse si soffermeranno sulle illustri imprese di Giacomo come soldato e legislatore: io mi sono divertito a considerarlo il compagno dei suoi simili, il benefattore del cuore umano, che si abbassa a seminare i soavi fiori della poesia e del canto nei sentieri della vita quotidiana. Egli fu il primo a coltivare la vigorosa e tenace pianta del genio scozzese che, da allora, è diventata prodiga di splendidi frutti. Portò con sé nelle severe regioni settentrionali tutte le fertili arti della raffinatezza meridionale. Fece tutto quello che era in suo potere perché i suoi concittadini apprezzassero le arti gaie, eleganti e nobili che ingentiliscono e perfezionano il carattere di un popolo e circondano di grazia l’altera austerità di uno spirito orgoglioso e guerriero. Scrisse molte liriche che, disgraziatamente per la completezza della sua fama, sono andate perdute; una che è giunta fino a noi con il titolo Christ’s Kirk of the Green, dimostra con quanta cura si fosse informato dei giochi rustici e dei passatempi che sono fonte di contentezza e di socievolezza per i contadini scozzesi e con quale animo semplice e bonario partecipasse ai loro divertimenti. Contribuì molto a migliorare la musica nazionale e si dice che tracce del suo delicato sentimento e del suo gusto elegante permangano in quelle melodie incantevoli che ancora oggi vengono suonate tra le montagne selvagge e le valli solitarie della Scozia. Ha legato la sua immagine a quanto c’è di più grazioso e accattivante nel carattere nazionale; ha cristallizzato il ricordo di sé nel canto e il suo nome a ha continuato a viaggiare nei secoli nel flusso delle melodie scozzesi. Questi ricordi mi infiammavano il cuore mentre percorrevo la scena silenziosa della sua prigionia. Ho visitato Vaucluse con l’entusiasmo con cui un pellegrino visiterebbe il santuario di Loreto, ma non ho mai provato tanta commozione poetica come quando ho contemplato la vecchia torre e il giardinetto di Windsor e ho volato con la fantasia sui romantici amori di Lady Jane e del re poeta di Scozia.