un cuore infranto (italian)
È pratica comune tra coloro che hanno superato con gli anni la delicatezza dei primi sentimenti o sono cresciuti nell’ilare cinismo di una vita dissipata, prendersi gioco di tutte le storie d’amore e considerare la passione romantica come se fosse la semplice invenzione di romanzieri e poeti. Le mie osservazioni sulla natura umana mi hanno indotto a pensarla diversamente. Mi hanno convinto cioè che per quanto il carattere possa essere superficialmente raggelato dalle preoccupazioni del mondo o istruito dalle arti della mondanità a sorridere artificiosamente, esistono ancora fuochi sopiti nascosti nelle profondità del più gelido cuore e che, una volta ridestati, divampano impetuosi e hanno a volte effetti devastanti. Anzi, sono un fervente seguace della divinità bendata e accetto in pieno le sue dottrine. Posso confessarlo?… Credo nei cuori infranti e nella possibilità di morire per un amore non ricambiato! Non la considero, però, una malattia fatale per il mio sesso, ma sono fermamente convinto che abbia condotto anzi tempo alla tomba più di una donna incantevole.
L’uomo è la creatura degli interessi e delle ambizioni. La sua natura lo spinge nel trambusto e tra le battaglie del mondo. Per lui, l’amore è soltanto l’ornamento della giovinezza, oppure una canzone intonata negli intervalli dell’attività. Egli cerca la fama, la ricchezza, l’ammirazione del mondo, il potere sui propri simili. La storia della donna è fatta solo dalla storia dei suoi affetti. Il cuore è il suo mondo: è lì che la sua ambizione lotta per regnare; è lì che la sua cupidigia cerca tesori nascosti. Essa sguinzaglia alla ventura le proprie simpatie: investe tutta l’anima nello scambio affettivo e, se naufraga, il suo caso è speranza, perché è la bancarotta del cuore.
Nell’uomo, la delusione amorosa può suscitare grandi pene: ferisce teneri sentimenti, distrugge alcune prospettive di felicità… Ma l’uomo è una creatura attiva, può annegare le proprie preoccupazioni nel vortice delle più varie attività, tuffarsi nella corrente del piacere o, se la scena della sua delusione è ricolma di ricordi troppo penosi, può spostare a piacimento la propria residenza e, prendendo, per così dire, le ali dell’alba «volare fino ai confini della terra e trovare la pace».
Relativamente parlando, l’esistenza femminile trascorre stabile, appartata, riflessiva. Rispetto all’uomo, ella è compagna dei propri pensieri e dei propri sentimenti e se sono questi a dispensare dolore, dove cercherà conforto? Il suo destino è di essere corteggiata e conquistata, e se infelice in amore, il suo cuore è come una fortezza che, dopo l’assedio e il saccheggio, resta abbandonata alla desolazione.
Quanti occhi lucenti si offuscano, quante morbide guance impallidiscono, quante forme aggraziate finiscono nella tomba e nessuno sa dire la ragione che ha consumato il loro splendore! Come la colomba stringe le ali contro i fianchi per coprire e nascondere la freccia che le dilania le viscere, così la donna, per istinto, cela al mondo gli spasimi di un amore ferito. Il sentimento amoroso di una creatura delicata è sempre timido e taciturno. Se la fortuna lo assiste, lei lo confida appena a se stessa; se no, lo sprofonda negli anfratti del proprio seno e lo lascia lì acquattato, a riflettere sulle rovine della pace perduta. Per lei, i desideri del cuore sono stati un fallimento. La grande meraviglia dell’esistenza è finita. Trascura l’esercizio fisico che risolleva lo spirito, ravviva il polso e fa circolare nelle vene con ritmo salutare la corrente della vita. Il riposo è agitato; il dolce sollievo del sonno, guastato da malinconici sogni; «questa cruda pena si beve il suo sangue», finché il fisico indebolito cede al minimo attacco esterno. Cercatela, dopo qualche tempo, e troverete le amiche piangere su una tomba prematura, meravigliandosi che colei che poco prima splendeva di beltà e di salute sia stata affidata in così breve tempo alla «tenebra e al verme». Vi diranno che la causa fu il freddo di un giorno d’inverno, una qualche indisposizione del tutto accidentale; ma nessuno conosce la malattia dell’anima che aveva già minato le sue forze, facendo sì che diventasse facile preda della grande distruttrice.
Assomiglia a un albero delicato, orgoglio e ornamento del bosco: ha forma aggraziata, fogliame brillante, ma è insidiato da un verme che gli divora il cuore. Lo vediamo seccarsi d’improvviso, quando dovrebbe essere più vitale e più lussureggiante. Lo vediamo curvare le fronde fino a terra e perdere le foglie a una a una, finché, spoglio e distrutto, si abbatte nel silenzio della foresta; chini sul bel relitto, cerchiamo invano di rammentare la raffica o il fulmine che potrebbero averlo colpito.
Ho visto molti esempi di donne che languivano e si lasciavano andare per poi sparire dalla faccia della terra, quasi fossero evaporate in cielo e ho pensato più volte che sarei riuscito a ricostruire il loro decesso risalendo i vari stadi: la consunzione, il freddo, la debolezza, il languore, la malinconia fino a raggiungere i primi sintomi di una delusione amorosa. Recentemente mi è stato narrato un esempio analogo: le circostanze sono ben note nel paese dove si svolsero gli eventi e mi limiterò a ripeterle come mi sono state riferite.
Tutti ricordano certamente la tragica storia del giovane E., il patriota irlandese; è troppo commovente per essere presto dimenticata. Durante i tumulti irlandesi fu processato per tradimento, condannato e giustiziato. La sua fine colpì profondamente l’opinione pubblica. Era giovane, intelligente, prodigo e valoroso: aveva tutte le qualità che siamo soliti apprezzare in un uomo. Anche il suo atteggiamento durante il processo era stato intrepido e altero. La nobile indignazione con cui aveva rigettato l’accusa di tradimento verso il proprio paese, l’eloquente rivendicazione dell’integrità del proprio nome e la commovente dichiarazione ai posteri nell’ora senza speranza della condanna: tutto si era inciso profondamente in ogni cuore generoso e persino i nemici avevano lamentato la severità della politica che aveva avallato l’esecuzione.
Ma c’era un cuore la cui angoscia è impossibile descrivere. In giorni più fortunati e più lieti, il giovane si era conquistato l’affetto di una fanciulla bella e interessante, figlia di un celebre avvocato irlandese, da poco deceduto. Ella lo amava con l’ardore appassionato del primo amore. Quando l’opinione del mondo si schierò contro di lui; quando il suo patrimonio andò disperso, quando il disonore e il pericolo si arroccarono intorno al suo nome lo amò con passione ancora maggiore proprio per quelle avversità. Se la sorte che gli era toccata suscitava persino la simpatia dei nemici, quale dovette essere lo strazio di colei la cui anima era ricolma della sua immagine! Lo dica chi ha visto i cancelli della tomba chiudersi all’improvviso separandoli dalla creatura che più amavano sulla terra… Parli chi è rimasto seduto sulla soglia, chiuso fuori in un mondo gelido e deserto dal quale è sparito per sempre tutto quello che aveva di più caro e amato.
E poi, l’orrore di quella tomba! Così crudele! Così disonorata! Non vi era nulla su cui il ricordo potesse soffermarsi per lenire lo strazio della separazione, nessuna di quelle tenere circostanze che, pur essendo laceranti, rendono più caro il ricordo dell’ultima separazione: non c’era nulla che potesse sciogliere il dolore in lacrime benedette, inviate come rugiada dal cielo a dare sollievo al cuore nell’ora angosciosa del distacco.
A rendere più desolata la sua condizione, per quel disgraziato affetto la ragazza era incorsa nell’ira del padre ed era stata esiliata. Se la simpatia e le tenere cure degli amici avessero potuto avvicinare uno spirito così prostrato e sconvolto dall’orrore, le consolazioni non le sarebbero mancate perché gli irlandesi sono un popolo dalla sensibilità pronta e generosa. Alcune famiglie ricche e distinte le rivolsero affettuose e delicate attenzioni. La condussero in società, cercarono di distrarla dal suo dolore con ogni genere di occupazioni e di svaghi per farle dimenticare la sua tragica storia: ma tutto fu invano. Vi sono drammi che feriscono e prosciugano l’anima, penetrano nel cuore stesso della felicità e la disseccano, tanto che non riuscirà più a dare né foglie né fiori. La ragazza non si opponeva a quelle frequentazioni, ma non facevano che rendere più profondo il pozzo della sua solitudine. Si aggirava immersa in una mesta fantasticheria, apparentemente inconsapevole della realtà che la circondava. Portava dentro di sé un profondo dolore che vanificava le consolazioni dell’amicizia e nemmeno ascoltava «la voce di chi l’incanta e invano moltiplica i suoi artifizi».
La persona che mi raccontò la sua storia l’aveva incontrata a una festa in maschera. A incrociarlo in un ambiente di questo genere, un dolore estremo offre di sé uno spettacolo straziante e doloroso, perché lo vediamo aggirarsi come uno spettro, solitario e smorto, mentre tutto intorno è allegria, lo vediamo cereo e abbattuto anche se bardato dalle vesti dell’allegria, come se avesse tentato inutilmente di illudere il povero cuore a godere di un istante d’oblio. Dopo aver vagato con aria svagata per le splendide sale nel turbine della folla spensierata, si era seduta sui gradini dell’orchestra e, dopo essersi guardata intorno per un po’ con occhi vuoti che mostravano una totale indifferenza per quello smagliante spettacolo, aveva cominciato – tenero capriccio di un cuore afflitto – a intonare un’aria malinconica. Aveva una bella voce, ma, in quell’occasione, suonò particolarmente semplice e commovente: ne esalava una tale tristezza che attirò una folla intenta e silenziosa, intenerita fino alle lacrime.
La storia di una creatura così fedele e dolce non poteva che suscitare vivo interesse in una nazione celebre per l’entusiasmo. Conquistò il cuore di un coraggioso ufficiale che la corteggiò, pensando che una fanciulla così fedele a un morto non avrebbe potuto che dimostrarsi affettuosa nei confronti di un vivo. Ella però declinò quelle attenzioni, dato che i suoi pensieri erano fatalmente assorbiti dal ricordo del primo amore. Egli tuttavia perseverò nel corteggiamento, aspirando alla sua stima piuttosto che alla tenerezza. Lo confortava il pensiero che la donna conoscesse il suo valore e che non ignorasse di trovarsi in una situazione di indigenza e dipendenza, poiché viveva della generosità dei suoi amici. In breve, riuscì a conquistarne la mano, inchinandosi alla solenne dichiarazione che il suo cuore apparteneva definitivamente a un altro.
La condusse con sé in Sicilia, sperando che un cambiamento d’ambiente potesse seppellire il ricordo degli antichi dolori. Ella fu una moglie amabile ed esemplare e compì ogni sforzo per essere anche felice; ma nulla riuscì a guarire la silenziosa e divorante malinconia che le aveva ghermito l’anima. Si consumò in un declino lento ma inesorabile e scese infine nella tomba, vittima del suo cuore infranto.
Fu per lei che Moore, il noto poeta irlandese, compose i seguenti versi:
Lontana è dalla terra dove dorme il suo giovane eroe
e gli amanti intorno a lei sospirano;
ma freddamente si allontana dal loro sguardo e piange,
perché il suo cuore giace nella tomba con lui.
Canta le canzoni appassionate delle sue care pianure natie
ripetendo ogni nota che lui amava:
ah, ben poco sa chi si bea dei suoi accenti,
che il cuore del menestrello è spezzato!
Egli era vissuto per questo amore, per la patria era morto,
l’uno e l’altra erano ciò che lo teneva avvinto alla vita:
non si asciugheranno tanto presto le lacrime del suo paese
né il suo amore resterà a lungo indietro!
Oh, fatele una tomba dove si posino i raggi del sole
quando promettono un fulgido domani;
illumineranno il suo sonno come un sorriso dall’occidente,
dalla sua amata isola di dolore!