Stories 93 / Random

Stories by washington irving

stratford-on-avon (italian)

Save as PDF
Chi non ha una casa, o un luogo in questo vasto mondo che possa dire veramente suo, prova tuttavia un sentimento simile alla libertà e alla dignità del proprietario terriero quando, stanco per una lunga giornata di viaggio, si toglie gli stivali, calza un paio di pantofole e si accomoda dinanzi al fuoco di una locanda. Che il mondo vada come vuole; che i regni sorgano o cadano: fintanto che potrà permettersi di pagare il conto, egli sarà, per quel momento, il monarca assoluto di tutto ciò che lo circonda. La poltrona è il suo trono, l’attizzatoio il suo scettro e quel piccolo salotto di quattro metri quadrati il suo incontestato reame. È una briciola di certezza rubata tra le nebbie d’incertezza della vita; un raggio di sole che splende timido in un giorno nuvoloso, e chi è già un po’ avanti nel pellegrinaggio dell’esistenza, ben conosce l’importanza di godere di ogni briciola e di ogni istante di piacere. “‘Non farò dunque il comodo mio nella mia locanda?’”, pensai dopo aver attizzato il fuoco, mentre tornavo ad accomodarmi sulla poltrona guardandomi intorno soddisfatto nel piccolo salotto del Cavallo Rosso a Stratford-on-Avon.
Le parole del dolce Shakespeare mi avevano appena attraversato la mente quando l’orologio sulla torre della chiesa in cui è sepolto suonò la mezzanotte. Si udì bussare leggermente alla porta e una graziosa cameriera fece capolino con il viso sorridente chiedendomi, con una certa esitazione, se avessi suonato. Era, lo capii, un modo educato per farmi intendere che era giunta l’ora di ritirarsi. Il mio sogno di dominio assoluto era giunto al termine, quindi, abdicando al trono come un accorto sovrano che evita così di essere deposto, con la guida di Stratford sotto il braccio perché mi tenesse compagnia sul comodino, me ne andai a letto e sognai tutta la notte Shakespeare, il giubileo e David Garrick.
La mattina successiva era una di quelle eccitanti mattine che talvolta abbiamo all’inizio della primavera, eravamo infatti quasi alla metà di marzo. Il freddo di un lungo inverno aveva repentinamente ceduto il passo; il vento del nord aveva esalato il suo ultimo respiro e un’aria dolce soffiava lieve da occidente, diffondendo un alito di vita nella natura e facendo la corte a ogni germoglio e a ogni fiore per far sì che sbocciassero in tutta la loro fragranza e bellezza.
Mi trovavo a Stratford-on-Avon per un pellegrinaggio poetico. Visitai innanzitutto la casa dove Shakespeare nacque e dove, come vuole la tradizione, imparò il mestiere di suo padre che era un cardatore di lana. È una misera casupola di legno e stucco: il nido ideale del genio, che sembra divertirsi a covare le sue figliolanze negli angoli più infelici. Le pareti di quelle squallide stanze sono coperte di nomi e di scritte in tutte le lingue, ad opera di pellegrini di ogni nazione, appartenenti a ogni rango e condizione sociale, dal principe al contadino, che offrono un esempio semplice e al tempo stesso emozionante dell’omaggio spontaneo e universale che l’umanità rende al grande poeta della natura.
La custode della casa è una garrula anziana signora con il viso come arrossato dal gelo, illuminato da due occhi blu freddi e nervosi e incorniciato da boccoli posticci, di un biondo chiarissimo, che spuntano da sotto una cuffia terribilmente sporca. Si premurò di mostrarmi le reliquie di cui, come tutti i più celebri santuari, anche questo abbonda. C’era il calcio scassato del fucile a miccia con cui Shakespeare uccise il cervo, in quella memorabile caccia di frodo; c’era la sua scatola da tabacco, che dimostra come egli fosse un fumatore degno di rivaleggiare con Sir Walter Raleigh; la spada con cui recitava l’Amleto e persino la lanterna con cui frate Lorenzo scopriva Giulietta e Romeo nella tomba! E non mancava una generosa provvista di legna del celebre gelso che, come il legno della Vera Croce, pare abbia lo straordinario potere di moltiplicarsi, e ce n’è abbastanza da costruire una nave da combattimento.
L’oggetto che suscita maggior curiosità è, però, la sedia di Shakespeare. Si trova accanto al camino in una piccola stanza buia, proprio dietro a quella che era la bottega del padre. Chissà quante volte si sarà seduto lì, da bambino, a osservare con la smania tipica dei ragazzini il lento girare dello spiedo; o anche la sera, ad ascoltare le vecchie e le comari di Stratford, che raccontavano storie di fantasmi o aneddoti leggendari dei periodi più turbolenti dell’Inghilterra. È consuetudine che chiunque si rechi in visista alla casa si sieda su questa sedia: se sia per la speranza di assorbire qualcuna delle ispirazioni del bardo, non saprei, mi limito a menzionare il fatto; la mia guida mi ha assicurato in confidenza che, benché sia costruita in solida quercia, tale è lo zelo dei devoti, che occorre rinforzarne la seduta almeno una volta ogni tre anni. Vale inoltre la pena notare che questa sedia straordinaria pare condivida la natura volatile della Santa Casa di Loreto o del tappeto volante del mago arabo perché, pur essendo stata venduta qualche anno fa a una principessa del nord, ha stranamente ritrovato la strada per tornare nel suo vecchio angolo, accanto al camino.
Sono sempre facile alla persuasione su certe questioni, sempre disposto a lasciarmi ingannare quando l’inganno è piacevole e non costa nulla. Credo quindi fermamente alle reliquie, alle leggende e agli aneddoti sugli spiriti maligni e sui grandi uomini e consiglio a tutti coloro che viaggiano per piacere, di fare altrettanto. Che importa se quelle storie sono vere o false quando riusciamo a persuaderci e a godere della loro verosimiglianza? In simili casi, non vi è nulla come una bonaria credulità e in quell’occasione mi ero spinto al punto di esser pronto a credere alle pretese della mia ospite di essere una discendente in linea diretta del poeta, quando, sfortunatamente, mi mise in mano un dramma di sua composizione che metteva a dura prova qualsiasi ostentazione di consanguineità.
Dalla casa natale di Shakespeare, raggiunsi con pochi passi la sua tomba. È sepolto nel coro della chiesa parrocchiale, un grande e rispettabile edificio, ammuffito dal tempo, ma riccamente decorato. Sorge sulle rive dell’Avon, in un angolo verde, separato da alcuni giardini dai sobborghi della cittadina. È una posizione calma e raccolta: il fiume scorre mormorando ai piedi del cimitero e gli olmi che crescono sulle rive immergono i rami nelle sue limpide acque. Un viale di tigli, con rami stranamente intrecciati, quasi a formare una volta di fronde, conduce dal cancello al portico della chiesa. Le tombe sono sommerse dall’erba; le grigie lapidi di pietra – alcune ormai quasi affondate nella terra – sono coperte di muschio, che ha rivestito anche l’antico e venerabile edificio. Alcuni uccellini hanno nidificato sotto le cornici o nelle fessure delle pareti e non fanno che svolazzare e cinguettare, mentre le cornacchie volteggiano gracchiando intorno alla solenne guglia grigia della chiesa.
Mentre girovagavo, incontrai il vecchio e canuto sagrestano e lo accompagnai a casa a prendere la chiave della chiesa. Cresciuto e vissuto a Stratford fin da bambino, da ottant’anni, si considerava ancora nel pieno delle sue forze, con la trascurabile eccezione che da qualche anno a quella parte aveva quasi perduto l’uso delle gambe. La sua abitazione era un cottage affacciato sull’Avon e sui suoi prati, ed incarnava l’immagine di pulizia, ordine e accoglienza tipici, in questo paese, anche della più umile dimora. Un’unica stanza bassa imbiancata a calce, con i pavimenti in pietra meticolosamente puliti, serviva da ingresso, da cucina e salotto. File di piatti in peltro e terracotta luccicavano sulla credenza; su un vecchio tavolo di quercia ben pulito e lucidato era posata la Bibbia e il libro delle preghiere, e un cassettone conteneva la biblioteca di famiglia: una decina di libri consumati per l’uso. Un vecchio orologio, importante elemento di arredo di ogni casa, ticchettava nell’angolo opposto della stanza: da una parte era appeso un lucido scaldaletto e, dall’altra, il bastone da passeggio con il pomo di corno che il sagrestano sfoggiava la domenica. Il camino era, come sempre, ampio e profondo abbastanza da poter tranquillamente scaldare un’affollata riunione di chiacchiere. In un angolo sedeva a cucire la nipote del vecchio, una ragazza carina con gli occhi azzurri, e, nell’angolo opposto, un anziano amico che il sagrestano chiamò John Ange e che, come mi disse poi, era suo compagno sin dall’infanzia. Avevano giocato insieme da bambini; avevano lavorato insieme da adulti e ora attraversavano insieme la sera della vita con passo malfermo, tra un pettegolezzo e l’altro; di lì a poco, probabilmente, sarebbero stati sepolti insieme nel vicino cimitero. Non è certo cosa di tutti i giorni vedere due esistenze scorrere così, tranquille, una di fianco all’altra; solo in un angolo di mondo intimo come questo può capitare di incontrarne.
Avevo sperato di raccogliere da questi due anziani cronisti qualche ulteriore aneddoto sul bardo, ma non avevano nulla di nuovo da raccontarmi. Il lungo periodo in cui le opere di Shakespeare sono rimaste in relativa oscurità ha gettato un’ombra sulla storia della sua vita; e fortunatamente o sfortunatamente ai biografi non resta che una manciata di congetture.
Il sagrestano e il suo amico avevano lavorato come carpentieri durante l’allestimento per il famoso giubileo di Stratford e ricordavano Garrick, principale promotore della festa, che supervisionava i preparativi e che, secondo quanto racconta il sagrestano, era «un uomo piccolo, grasso, vivace e indaffarato». John Ange aveva partecipato anche all’abbattimento del gelso di Shakespeare, e ne conservava in tasca un pezzetto, con l’intenzione di venderlo: senza dubbio uno straordinario acceleratore per l’ispirazione poetica.
Fu con un certo dispiacere che sentii queste due degne persone parlar male dell’eloquente signora incaricata di accompagnare i visitatori nella casa di Shakespeare. John Ange scosse il capo quando menzionai la sua preziosa e inesauribile collezione di reliquie, soprattutto i resti del gelso che conservava; e il vecchio sagrestano si mostrò persino dubbioso sul fatto che Shakespeare fosse realmente nato in quella casa. Scoprii presto che tale animosità nasceva dalla competizione con la tomba del poeta che aveva, in proporzione, relativamente pochi visitatori. Ma è proprio questa la ragione per cui gli storici si trovano in disaccordo, per via dei tanti piccoli sassolini che fanno deviare il corso della verità in direzioni diverse, fin dalla sua sorgente.
Ci avviammo alla chiesa percorrendo il viale di tigli e vi entrammo per un portale gotico, riccamente decorato, dalle massicce porte di quercia scolpite. L’interno è ampio, l’architettura e gli ornamenti sono decisamente più ricchi rispetto alla maggior parte delle chiese di campagna. Vi sono parecchi monumenti dell’antica aristocrazia e della piccola nobiltà locale, su alcuni dei quali pendono insegne funebri e logori vessilli. La tomba di Shakespeare si trova nel coro. Il luogo è solenne e sepolcrale. Dalle finestre ogivali della chiesa si vedono ondeggiare alti olmi, mentre il fiume Avon scorre lì accanto, con il suo mormorio basso e continuo. Una pietra piatta segna il punto in cui è sepolto il bardo. L’iscrizione funeraria è di quattro versi, si dice che sia opera sua e reca in sé qualcosa di sinistro. Se questi versi sono effettivamente suoi, rivelano un interesse per la quiete della tomba del tutto naturale nelle menti sensibili e riflessive:
Mio buon amico, per amor del cielo, astieniti
dallo sterrare la polvere qui racchiusa.
Benedetto colui che risparmierà queste pietre,
e maledetto chi violerà i miei resti.
In una nicchia della parete sopra la tomba vi è un busto di Shakespeare, che vi fu collocato poco dopo la sua morte e che si ritiene sia molto somigliante. L’aspetto è gradevole e sereno, la fronte è spaziosa ed ebbi l’impressione di cogliervi chiari segni di quella disposizione allegra e socievole che lo distinse tra i contemporanei non meno della grandezza del suo genio. L’iscrizione del busto indica l’età che aveva quando morì, cinquantatré anni: una morte precoce per il mondo. Quali frutti ci avrebbe infatti potuto regalare il dorato autunno di una mente simile, una volta al riparo dalle tormentate vicissitudini della vita e libera di fiorire sotto il caldo sole del favore reale e popolare!
L’iscrizione presente sulla pietra tombale ha senza dubbio prodotto l’effetto voluto. Ha impedito, cioè, che i resti di Shakespeare fossero trasferiti dal paese natio all’abbazia di Westminster, eventualità che, una volta, venne anche presa in considerazione. Pochi anni fa, inoltre, mentre alcuni operai scavavano lì vicino per costuire una volta supplementare, il suolo sprofondò lasciando uno spazio vuoto simile a un arco, attraverso il quale si sarebbe potuta raggiungere la sua tomba. Nessuno, però, ebbe l’ardire di accostarsi a quei resti così ben difesi da una maledizione tanto terribile e, per timore che i perditempo, i curiosi o i collezionisti di reliquie cedessero alla tentazione di saccheggiare la tomba, il vecchio sagrestano restò di guardia sul posto per due giorni, finché i lavori non furono completati e l’apertura richiusa. Mi confidò che più di una volta aveva osato gettare un’occhiata nella buca, ma che non aveva visto né bara né ossa: c’era soltanto polvere. Era pur qualcosa, pensai, aver visto la polvere di Shakespeare.
Vicino a questa tomba vi sono quelle della moglie, della figlia prediletta, la signora Hall, e di altri familiari. Accanto a un’altra tomba non lontana da lì, c’è l’effigie a grandezza naturale del vecchio amico John Combe, un usuraio, per il quale si dice che il bardo abbia scritto un comico epitaffio. Per quanto vi siano intorno altri monumenti, la mente si rifiuta di indugiare su qualsiasi cosa che non abbia una qualche attinenza con Shakespeare. La sua presenza si percepisce ovunque, l’edificio stesso sembra il suo mausoleo. I sentimenti, non più trattenuti o disturbati dal dubbio, sono liberi di abbandonarsi, qui: sebbene altrove le tracce possano essere magari false o ambigue, qui l’evidenza è tangibile e la certezza assoluta. Mentre i miei passi riecheggiavano sul pavimento, fui preso da un’intensa esaltazione al pensiero che i resti di Shakespeare si trovassero proprio sotto i miei piedi. Passò molto tempo prima che mi decidessi a lasciare quel luogo; nell’attraversare il cimitero presi un ramo da uno dei tassi: l’unica reliquia che ho portato da Stratford.
Avevo ormai esaurito le tappe che la tradizione impone al devoto pellegrino, ma desideravo visitare anche l’antica dimora dei Lucy a Charlecot e vagabondare nel parco dove Shakespeare, in compagnia di alcuni giovani spacconi di Stratford, andò a cacciare di frodo quel cervo. Si dice che, dopo questa audace impresa, fu preso e portato nella casetta del custode, dove rimase una intera notte tristemente prigioniero. Quando fu condotto alla presenza di Sir Thomas Lucy fu con tutta probabilità trattato in modo duro e umiliante, e il suo spirito ne risentì al punto che egli fu indotto a produrre una rozza pasquinata, che fu in seguito affissa al cancello del parco, a Charlecot.
Questo atroce attacco alla sua dignità fece talmente arrabbiare il cavaliere che decise di rivolgersi a un avvocato di Warwick perché applicasse la severità delle leggi contro quel rimatore ladro di cervi. Shakespeare non osò sfidare le forze congiunte di un cavaliere e di un avvocato. Si decise ad abbandonare le dolci rive dell’Avon e il mestiere paterno; arrivò a Londra, dove fu un parassita dei teatri, poi attore e infine scrittore per il palcoscenico; e fu così che, grazie alla persecuzione di Sir Thomas Lucy, Stratford perse un mediocre cardatore e il mondo acquisì un poeta immortale. Conservò a lungo, tuttavia, il ricordo del trattamento che il signore di Charlecot gli aveva riservato, e se ne vendicò nelle sue opere; sebbene con la leggerezza propria di un’indole generosa. Si dice che Sir Thomas sia stato d’ispirazione per il personaggio del giudice Shallow, come è attestato anche dallo stemma del giudice che, proprio come quello del cavaliere, raffigura alcuni lucci d’argento negli inquartamenti.
I biografi hanno spesso tentato di sdrammatizzare e mettere a tacere con opportune giustificazioni questa trasgressione giovanile del poeta; io la considero invece un’impresa azzardata coerente con la sua situazione e il suo stato d’animo. Da ragazzo, Shakespeare, doveva sicuramente avere la disposizione e l’entusiasmo di un ardente e indisciplinato genio, ancora disorientato. Il temperamento poetico ha in sé qualcosa del vagabondo. Quando è lasciato a se stesso, si scatena libero e sregolato e gode di tutto ciò che è eccentrico e licenzioso. È spesso il lancio di un dado, nel gioco d’azzardo del destino, a determinare se una natura geniale sarà un furfante o un grande poeta, e se la mente di Shakespeare non avesse, per fortuna, intrapreso un percorso letterario, è possibile che egli avrebbe finito per infrangere audacemente ogni legge civile, così come infranse ogni legge dell’arte drammatica.
Non dubito che quando da giovane faceva scorribande in giro per Stratford come un indomito puledro, si trovasse sempre in compagnia di ogni sorta di anomali e strani individui, che si trovasse bene con le teste calde e fosse uno di quei giovani sregolati al cui passaggio i vecchi scuotono la testa profetizzando che prima o poi finiranno sulla forca! La caccia di frodo nel parco di Sir Thomas Lucy deve essere stata per lui alla stregua di una scorreria per un cavaliere scozzese, e avrà senza dubbio colpito la sua vivace e ancora indomita immaginazione come un’impresa deliziosamente avventurosa.
L’antica dimora di Charlecot e il parco circostante sono ancora di proprietà della famiglia Lucy, e il collegamento con questo singolare ma importante episodio nella vita del bardo, peraltro ancora in gran parte avvolta dal mistero, li rende particolarmente interessanti. Poiché la casa dista da Stratford poco più di tre miglia, decisi di andare a visitarla a piedi, così da ripercorrere in tutta calma i luoghi da cui Shakespeare deve aver tratto la prima ispirazione per i paesaggi rurali della sua poesia.
La campagna era ancora nuda e spoglia, ma il paesaggio inglese è sempre verde e il benefico effetto che l’improvviso mutare della temperatura aveva su quella natura era sorprendente. È sempre suggestivo ed eccitante assistere al risveglio della primavera, sentirne il tiepido respiro, veder spuntare dalla terra umida un verde germoglio, un tenero filo d’erba, alberi e cespugli che con nuovi colori e giovani boccioli promettono il ritorno dei fiori e delle foglie. Il bucaneve, che fiorisce sul finire della stagione invernale, sfoggiava la sua bianca corolla nel giardino di tutti i piccoli cottage e dai campi giungeva debole il belato degli agnelli appena nati. Il passero cinguettava dalle grondaie sotto i tetti di paglia e sulle siepi piene di germogli, il pettirosso cantava inserendo nel suo querulo verso invernale qualche nota più vivace, e l’allodola si librava melodiosa dagli umidi campi tra le soffici nuvole luminose. Nel seguire quel piccolo musicante che saliva sempre più su, fino a diventare un puntino sullo sfondo bianco di una nuvola, con il suo dolce suono ancora nelle orecchie, mi tornò alla mente la deliziosa canzone del Cimbelino di Shakespeare:
Odi? Canta l’allodola
alla porta del cielo,
e Febo già si leva:
bevera i suoi cavalli alle sorgive
che in fondo ai fiori nascono.
Già gli occhi d’oro incerti
comincian le calendole ad aprire.
Con ogni cosa bella
levati, dolce mia
signora, levati!
Tutta la campagna da queste parti ha qualcosa di poetico, e tutto si associa al ricordo di Shakespeare. Pensai che ognuno di quei vecchi cottage fosse stato a lui familiare, che proprio lì avesse potuto assorbire la profonda conoscenza della natura e degli usi rurali, e avesse ascoltato quelle storie, quelle superstiziose leggende che ha poi intrecciato nei suoi drammi come un filo magico. È noto infatti che nelle sere d’inverno, a quel tempo, si fosse soliti «sedere intorno al fuoco e raccontare divertenti aneddoti di cavalieri erranti, regine innamorate, prìncipi, dame, giganti, nani, ladroni, imbroglioni, streghe, fate, spiriti maligni e frati».
Il sentiero che stavo percorrendo dava per un certo tratto sull’Avon, che attraversava un’ampia e fertile valle in una serie di morbide curve; a volte scintillava tra i salici che crescevano lungo i suoi argini, a volte era nascosto da piccoli boschi o dalle alte sponde verdi, altre volte invece ricompariva e sembrava cingere come un nastro azzurro il versante di un grande prato. Questo bellissimo luogo si chiama valle del Cavallo Rosso. Una fila di colline azzurre che si vede in lontanza sembra esserne il confine, e il restante dolce paesaggio che arriva fin lì è inanellato dalle argentee anse dell’Avon.
Dopo aver seguito la strada per circa tre miglia, presi un sentiero che passava lungo i campi e in mezzo a file di siepi e conduceva a uno degli ingressi privati del parco; c’era, però, un cancello di legno riservato ai pedoni, che godono del diritto di passaggio in quelle terre. Mi procurano grande delizia queste tenute ospitali, nelle quali tutti si sentono un poco i padroni – per lo meno finché restano lungo il sentiero. Trovo che questo aiuti il pover’uomo a rinconciliarsi con la propria sorte e, cosa ancora più importante, con la miglior sorte toccata a un suo simile, che gli consente di avere a disposizione parchi e giardini per rincuorarsi quando ne ha bisogno. È libero di respirare l’aria pulita e di sdraiarsi all’ombra come se fosse il signore di quei luoghi, e se non ha il privilegio di poter dire suo tutto ciò che vede, non ha tuttavia nemmeno il fastidio della manutenzione e l’onere delle spese.
Mi trovavo a percorrere nobili viali di querce e olmi, le cui dimensioni lasciavano intendere la loro età secolare. Il vento soffiava solenne tra i rami e le cornacchie crocidavano dai loro nidi ereditari sulla cima degli alberi. Lo sguardo spaziava libero su un paesaggio digradante, senza che nulla interrompesse la vista eccetto una statua in lontananza, o il balzo di un cervo che passava veloce come un’ombra.
C’è qualcosa in questi viali nobili e antichi che ricorda l’architettura gotica, non solo per la pretesa somiglianza delle linee, quanto piuttosto perché vantano una venerabile età e la loro origine risale a un’epoca che siamo portati ad associare a idee di romantica grandiosità. Testimoniano anche il duraturo orgoglio e la fiera nobiltà di un’antica famiglia; mi è capitato di udire un mio vecchio amico aristocratico, una bravissima persona, osservare a proposito dei lussuosi palazzi dei nuovi ricchi che «i soldi possono certamente fare miracoli con la pietra e il cemento, ma grazie al Cielo non è possibile costruire dal giorno alla notte un viale di querce».
Ed è proprio alle passeggiate giovanili di Shakespeare in questo magnifico paesaggio, e alla romantica solitudine del vicino parco di Fulbroke, a quel tempo di proprietà dei Lucy, che alcuni studiosi ritengono che egli si sia ispirato per le nobili meditazioni di Jacques nella foresta e le incantevoli scene silvestri del Come vi piace. Attraversando a piedi e in solitudine simili paesaggi la mente si nutre di un’ispirazione profonda, e al tempo stesso serena, e diventa così più consapevole della bellezza e della maestà della natura. La fantasia indugia tra il sogno e l’esaltazione, colpita senza posa da pensieri e immagini sfuggevoli ma deliziose; siamo preda di una silenziosa e quasi inenarrabile lascivia intellettuale. E fu in uno stato d’animo analogo, forse proprio sotto gli alberi che avevo davanti e che proiettavano la loro lunga ombra sulle rive erbose e sulle acque ondeggianti dell’Avon, che l’estro del poeta trovò ispirazione per quella breve canzone, frutto dello spirito di un raffinato cultore della vita campestre.
Chi con me vuole giacere
Sotto l’albero del bosco verde,
O allegramente unirsi
Al canto dei dolci uccelli,
Venga qui, venga qui, venga qui:
Qui non vedrà nemico
Tranne l’inverno e il cattivo tempo.
Ero giunto in vista della casa. Si tratta di un grande edificio in mattoni con gli angoli di pietra, nello stile gotico tipico dell’epoca della regina Elisabetta, essendo stato costruito nel primo anno del suo regno. L’esterno si è in gran parte conservato, e rappresenta un valido esempio di come dovevano apparire le dimore dei ricchi gentiluomini di campagna a quei tempi. Un grande cancello separa il parco dal cortile davanti alla casa, dove non mancano un piccolo prato, cespugli e aiuole. Il cancello è l’imitazione di un’antica fortezza, si presenta infatti come una specie di avamposto fiancheggiato da due torri, sebbene lo scopo fosse decorativo piuttosto che difensivo. La facciata è tutta nel vecchio stile, le finestre a battenti con le colonnine di pietra, un grande bovindo anch’esso in pietra riccamente lavorata e il portone che reca scolpiti gli stemmi di famiglia. A ogni angolo dell’edificio vi è una torre ottagonale con sopra una palla dorata e un segnavento.
L’Avon, che si snoda attraverso il parco, fa una curva proprio dietro la casa, lungo un prato che va dolcemente digradando. Grandi branchi di cervi brucavano o si riposavano lungo le sue rive, mentre i cigni veleggiavano eleganti. Mentre contemplavo l’antica e solenne dimora, rammentai l’elogio di Falstaff all’abitazione del giudice Shallow e l’ostentata indifferenza di quest’ultimo, impegnato a dissimulare il proprio orgoglio:
FALSTAFF: Perdio, avete davvero una bella casa, e anche assai ricca.
SHALLOW: Povera, povera, povera; tutti accattoni, Sir Giovanni, tutti accattoni; aria buona però, per la Madonna, aria eccellente: questo sì.
Quale che fosse il fasto di questa dimora al tempo di Shakespeare, ora la vecchia casa appariva come un luogo di pace e solitudine. Il grande cancello che si apriva sul cortile era chiuso a chiave, e non si vedevano in giro servitori affaccendati; i cervi salutarono il mio passaggio con tranquillità, ormai salvi dal pericolo dei predoni di Stratford. L’unico segno di vita domestica che incontrai fu un gatto bianco che camminava verso le scuderie con aria astuta e passo felpato, come se stesse meditando un proposito criminale. E non posso non accennare alla carcassa di una cornacchia che vidi appesa al muro di cinta, come monito ai bracconieri, nei confronti dei quali i Lucy avevano ereditato lo stesso disprezzo che li aveva spinti a esercitare il loro potere territoriale con tanta durezza nell’episodio che vide protagonista il bardo.
Dopo essermi aggirato per un po’ intorno alla casa, trovai finalmente una porta laterale che serviva da ingresso di servizio. Una sollecita e vecchia governante mi ricevette con tutti gli onori e mi accompagnò a visitare la casa con la compostezza e la verbosità consoni al suo incarico. Erano state fatte molte modifiche per adattare gli interni ai gusti e alle necessità della vita moderna; c’era un’elegante e antica scala di quercia e la grande sala comune, quell’elemento nobile e importante in tutte le antiche dimore, conservava ancora molto dell’aspetto che probabilmente aveva ai tempi di Shakespeare. Il soffitto a volta era alto e maestoso, e c’era una galleria in fondo alla quale era stato messo un organo. Le armi e i trofei di caccia che un tempo ornavano la sala comune del gentiluomo di campagna avevano lasciato il posto ai ritratti di famiglia. C’era un ampio e confortevole camino, costruito per ospitare i grandi ceppi di un tempo, luogo deputato per le riunioni di famiglia durante le festività invernali. Dal lato opposto, il grande bovindo gotico con le colonnine di pietra si affacciava sul cortile. Qui sono raffigurati su vetro gli stemmi della famiglia Lucy attraverso varie generazioni, alcuni recano la data del 1558. Notai con piacere che negli inquartamenti non mancavano i tre lucci d’argento, a partire dai quali Sir Thomas fu identificato con il personaggio del giudice Shallow. Sono menzionati nella prima scena delle Allegre comari di Windsor, nel punto in cui il giudice è furibondo con Falstaff perché ha «picchiato i suoi uomini, ucciso il suo cervo e fatto irruzione nella casa del portiere». Il poeta, a quel tempo, aveva di sicuro in mente i reati commessi insieme ai suoi compagni e possiamo supporre che l’orgoglio di famiglia e le vendicative minacce del potente Shallow siano una caricatura della pomposa indignazione di Sir Thomas.
SHALLOW: È inutile, reverendo. Non cercate di persuadermi. Ne farò un caso da Camera Stellata. Non uno, ma venti Giovanni Falstaff, non riuscirebbero a raggirare il cavaliere Roberto Shallow.
SLENDER: Roberto Shallow, giudice di pace della contea di Gloucester, uno dei quorum.
SHALLOW: Già, nipote Slender, e Custalorum.
SLENDER: Già, e Rotulorum eziandio; un gentiluomo nato, messer parroco, che firma col titolo di «Armigero» ogni polizza, mandato, quietanza e obbligazione: «Armigero»!
SHALLOW: È quello che facciamo. E lo facciamo senza interruzione, da trecento anni a questa parte.
SLENDER: Così fecero tutti i suoi successori, che lo precedettero; e così faranno tutti i suoi antenati, che lo seguiranno. E per questo, hanno come blasone i dodici lucci d’argento. […]
SHALLOW: È il Consiglio che deve giudicare. C’è reato di sedizione!
EVANS: Il Consiglio! Ma il Sacro Consiglio non giutica ti ropa setiziosa. Nelle setizioni il timor t’Ittio non c’entra. E il Sacro Consiglio, patate, preferisce sentir parlare ti timor ti Tio; non ti setizioni. Mettetefelo pene in mente.
SHALLOW: Fossi ancora giovane, la risolverei con la spada!
Vicino a tale finestra blasonata, era appeso un ritratto, ad opera di Sir Peter Lely, di un membro della famiglia Lucy, una bellissima donna vissuta ai tempi di Carlo II; la vecchia governante scosse il capo e m’informò che purtroppo quella signora era stata un’accanita giocatrice di carte e aveva perso proprio in quel modo gran parte dei beni di famiglia, tra cui la porzione di parco nella quale Shakespeare e i suoi amici avevano ucciso il cervo. A tutt’oggi, quelle terre non erano state ancora del tutto recuperate dalla famiglia. Per onestà bisogna riconoscere che quella dama volubile aveva un braccio e una mano di straordinaria bellezza.
Il quadro che più di tutti attirò la mia attenzione era un grande dipinto appeso sopra il camino, raffigurante un certo Sir Thomas Lucy e alcuni suoi familiari che abitarono in quella casa nel corso degli ultimi anni di vita di Shakespeare. Sulle prime pensai che si trattasse proprio di quel vendicativo cavaliere, ma la governante mi disse che si trattava del figlio: l’unico ritratto esistente del primo era l’immagine sulla sua tomba, nella chiesa del vicino villaggio di Charlecot. Il dipinto in questione dà una chiara idea della moda e delle abitudini del tempo. Sir Thomas indossa un collare inamidato e il farsetto; porta scarpe bianche ornate da piccole rose; ha una barbetta a punta gialla o, come direbbe il cugino Slender, «color della faina». La sua signora è seduta al lato opposto del quadro, con un gran collare e un lungo corsetto, i bambini sono rigidi nella loro pomposa eleganza. Fanno parte del gruppo familiare anche segugi e spaniel; sullo sfondo si vede un falcone appollaiato sul suo posatoio e uno dei fanciulli tiene in mano un arco: tutti elementi atti ad indicare l’abilità del cavaliere nella caccia, nella falconeria e nel tiro con l’arco, requisiti indispensabili per un gentiluomo del tempo.
Appresi con dispiacere che tutti i mobili antichi non c’erano più, perché avevo sperato di poter vedere il solenne seggiolone di quercia intagliata in cui lo Squire si accomodava per brandire lo scettro del potere sui possedimenti rurali e dove, probabilmente, era seduto come su un trono il temuto Sir Thomas, terribilmente infuriato, quando gli portarono Shakespeare il delinquente. Poiché trovo un certo piacere e divertimento nel raffigurarmi le cose, mi convinsi che proprio in quella sala si fosse svolto lo sgradevole interrogatorio del bardo, la mattina dopo essere rimasto prigioniero nella casa del portiere. Immaginai quel signore di campagna circondato dalle sue guardie del corpo – il maggiordomo, i paggi e i servi in giacca azzurra con lo stemma di famiglia – mentre lo sfortunato colpevole veniva introdotto a capo chino, piantonato dai guardaboschi, dai cacciatori e dai loro inservienti e seguito da una baraonda di villani. Immaginai i volti delle cameriere illuminati dalla curiosità, che facevano capolino dalle porte socchiuse; mentre dalla galleria si sporgevano discretamente le belle figlie del cavaliere, guardando di sottecchi il giovane prigioniero con quella compassione che «è propria della donna». Chi avrebbe mai pensato che quel povero diavolo tutto tremante dinanzi all’alterigia di uno Squire e allo schiamazzo dei villani, sarebbe diventato di lì a poco la delizia dei principi, argomento di conversazione in tutti i tempi, dittatore della mente umana, e che avrebbe regalato al suo oppressore l’immortalità con una satira e una caricatura!
A quel punto il maggiordomo mi invitò a passeggiare in giardino e avrei voluto visitare anche l’orto e la pergola dove il giudice Shallow regalò a Sir John Falstaff e al cugino Silence «una mela ranetta di quelle che innestai l’anno passato, proprio con le mie mani; e poi un buon piatto di semi d’anice»; ma avevo speso già molte ore a vagabondare, e fui costretto a rinunciare a ulteriori indagini. Proprio quando stavo per andarmente, fui obbligato dalle educate insistenze del maggiordomo e della governante a fare uno spuntino: un bell’esempio di ospitalità all’antica che – mi spiace dirlo – per noi che andiamo a caccia di castelli è diventato assai raro incontrare. E senza dubbio deve trattarsi di una virtù che l’attuale rappresentante dei Lucy ha ereditato dai suoi antenati perché Shakespeare, pur nella caricatura, fa insistere molto il giudice Shallow su questo punto, come testimoniano i suoi pressanti inviti a Falstaff:
Ah! No, cospetto, no signor mio, questa sera non ve ne andrete […] Non vi voglio scusare, manco per ombra; non sarete scusato, non sarete; non si ammettono scuse; non v’è nessuna che valga; non sarete scusato […] Ma ci voglion piccioni, Davy, e un par di gallinelle dalle gambe corte, ed un cosciotto di montone, ed ancora qualche altra piccola ghiottoneria… Va’, va’ a dirlo al cuoco Guglielmo.
Mi congedai a malincuore dalla vecchia sala. La mia mente era ebbra di tutte le scene e dei personaggi che avevo immaginato, tanto che mi sembrava di esser davvero vissuto in mezzo a loro. Tutto me li riportava, per così dire, davanti agli occhi e quando si aprì la porta della sala da pranzo, mi aspettavo quasi di udire la debole voce di Mastro Silence canticchiare tremula la sua canzonetta preferita:
Gaia è la sala ove ogni barba balla;
Or salutiamo il carneval novello.
Sulla via del ritorno alla locanda, non potei fare a meno di riflettere sull’incredibile talento del poeta: riuscire a infondere nella natura la magia della propria mente, dare alle cose e ai luoghi un fascino e un carattere che in realtà non hanno e trasformare questo «noioso mondo quotidiano» in un perfetto mondo incantato. È un vero mago, i cui incantesimi non ingannano i sensi, ma l’immaginazione e il cuore. Sotto la magica influenza di Shakespeare avevo trascorso un’intera giornata come avvolto in un bellissimo sogno. Avevo ammirato il paesaggio attraverso il prisma della poesia che tinge ogni cosa con i colori dell’arcobaleno; mi avevano circondato creature fantastiche, evocate dall’arte poetica ma inesistenti, che, per me, erano però vive e reali. Avevo udito i soliloqui di Jacques sotto la sua quercia; avevo visto la bella Rosalinda e la sua amica avventurarsi nei boschi e, soprattutto, ero stato, anche se solo con lo spirito, insieme al grasso Falstaff e ai suoi contemporanei, dal solenne giudice Shallow al gentile Master Slender e alla dolce Anne Page. Sia sempre onorato e benedetto il bardo che ha indorato di innocenti illusioni le noiose realtà della vita; che ha riempito di gratuiti e squisiti piaceri il mio sentiero accidentato e, in più di un’ora solitaria, ha distratto il mio spirito con tutta la cordialità e la vivace partecipazione di una bella compagnia!
Nell’attraversare il ponte sull’Avon sulla via del ritorno, mi fermai a guardare da lontano la chiesa in cui è sepolto il poeta e non potei fare a meno di rallegrarmi al pensiero di quella maledizione grazie alla quale le sue ceneri sono rimaste indisturbate sotto le volte sacre e tranquille. Quale onore avrebbe infatti guadagnato, confuso nella polverosa compagnia di epitaffi, stemmi e interessati elogi di una titolata moltitudine? Che cos’era un angolo affollato dell’abbazia di Westminster, a paragone di questo solenne e solitario edificio che sembra il suo mausoleo! Forse la venerazione dei sepolcri non è che il frutto di una sensibilità eccessiva, ma la natura umana è fatta di debolezze e pregiudizi, e i suoi migliori e più teneri affetti si mescolano con questi sentimenti artificiosi. Chiunque abbia perseguito la fama, e goduto dei favori del mondo, si accorgerà che non vi sono amore, ammirazione, o plauso altrettanto dolci per l’anima come quelli del proprio paese natale. Ed è lì che egli desidera raccogliersi in pace, accanto ai familiari e agli amici d’infanzia. E quando il cuore stanco e la mente ormai debole sentono avvicinarsi la sera della vita, si volge al luogo della sua fanciullezza con lo stesso slancio di un bambino che si volge alle braccia della madre per addormentarsi sul suo seno.
Come si sarebbe rallegrato lo spirito del giovane bardo se, mentre si avventurava timoroso lontano in cerca di fortuna, gettando un triste sguardo sulla casa paterna, avesse previsto che dopo non molti anni vi avrebbe fatto ritorno accompagnato da una grande fama; che il suo nome sarebbe stato il vanto e la gloria del suo paese natale; che le sue ceneri sarebbero state religiosamente conservate come il tesoro più prezioso e che la guglia che allora andava rimpicciolendosi ai suoi occhi pieni di lacrime, sarebbe stata un faro che torreggiava in quel dolce paesaggio per guidare alla sua tomba i pellegrini letterari di tutte le nazioni del mondo.