roscoe (italian)
A Liverpool, uno dei primi luoghi in cui viene accompagnato uno straniero è l’Athenaeum. Ideato secondo un progetto liberale e giudizioso, contiene una bella biblioteca, un’ampia sala di lettura ed è il più importante luogo di cenacoli letterari della città. Andateci a un’ora qualsiasi e lo troverete sicuramente pieno di persone dall’aspetto severo, profondamente assorte nella lettura dei giornali.
Una volta, mentre visitavo questo covo di savi, la mia attenzione fu attratta da un individuo appena entrato nella sala. Era di età avanzata, alto, con una figura che sarà stata anche imponente, ma che il tempo, e forse le preoccupazioni, avevano lievemente incurvato. Aveva un aspetto nobile, degno di un antico romano, una testa che sarebbe piaciuta a un pittore e benché la fronte leggermente segnata rivelasse il lavorio del pensiero che consuma, gli occhi ardevano ancora del fuoco di un’anima di poeta. Nel suo aspetto c’era qualcosa che indicava una creatura di un genere diverso dalla folla affaccendata intorno a lui.
Domandai il suo nome e fui informato che si trattava di Roscoe. Indietreggiai con involontario rispetto. Quello, dunque, era uno scrittore celebre; un uomo la cui voce si è spinta fino ai confini della terra; con il cui spirito mi ero sentito in comunione persino nelle solitudini dell’America. Abituati come siamo, nel mio paese, a conoscere gli scrittori europei solo attraverso le opere, non riusciamo a immaginarli impegnati, come tutti gli altri uomini, in attività banali o meschine, a sgomitare tra la folla nei polverosi sentieri della vita. Attraversano la nostra fantasia come esseri superiori, radiosi per la luce del loro genio e circondati dall’aureola della gloria letteraria.
Trovare, perciò, il raffinato storico dei Medici che si mescolava agli affaccendati figli del commercio fu, all’inizio, un grave colpo alle mie fantasie romantiche; ma è proprio dalle circostanze e dalla situazione in cui è stato posto che Roscoe deriva in sommo grado il diritto all’ammirazione. È interessante notare come certi intelletti si creino, per così dire, da soli, sbocciando a dispetto di ogni condizione sfavorevole e aprendosi una strada solitaria, ma irresistibile, attraverso migliaia di ostacoli. Sembra che la Natura si diverta a deludere la lenta fatica dell’artificio con cui vorrebbe portare a maturazione una decorosa mediocrità, per vantarsi del vigore e dello splendore dei prodotti del caso. Essa sparge al vento i semi del genio e anche se alcuni periscono nelle pietraie del mondo e altri vengono soffocati dalle spine e dai rovi delle prime avversità, certi tuttavia, di tanto in tanto, insinuano le loro radici persino nelle crepe delle rocce, lottano coraggiosamente per conquistare la luce del sole e diffondono nel deserto ove sono nati le bellezze della vegetazione.
Questo era il caso di Roscoe. Nato in un luogo apparentemente poco favorevole al fiorire del talento letterario – proprio in un grande centro mercantile – privo di agi, ricchezze, contatti o protezione, spronato e sostenuto unicamente dalle proprie forze, praticamente autodidatta, ha superato ogni avversità, ha raggiunto l’eccellenza e, divenuto uno degli ornamenti della nazione, ha applicato la forza del proprio talento e ogni sua influenza per far progredire e abbellire la città dov’era nato.
A dire la verità, è proprio quest’ultimo tratto del suo carattere a suscitare ai miei occhi il massimo interesse e che mi ha spinto a segnalarlo ai miei compatrioti. Per quanto siano eccellenti i suoi meriti letterari, non è che uno tra i numerosi scrittori illustri di questa nazione tanto ricca d’ingegni. Gli altri, però, vivono in genere solo per la fama o per il proprio piacere. La loro storia personale non impartisce al mondo alcun insegnamento o mostra, semmai, un esempio umiliante della debolezza e dell’incoerenza umana. Nel migliore dei casi, cercano di sottrarsi alla confusione e alla volgarità di un’esistenza indaffarata; si abbandonano all’egoismo degli agi letterari, si dilettano dei godimenti intellettuali, ma si tratta di un piacere esclusivo.
Roscoe, invece, non ha voluto per sé nessuno dei privilegi che si accordano al talento. Non si è rinchiuso nella torre d’avorio del pensiero e nemmeno nei campi elisi della fantasia, ma ha camminato per le strade maestre e per le affollate arterie della vita. Lungo la via, ha piantato pergole e piccoli boschi per il refrigerio del pellegrino e del viandante e ha fatto zampillare limpide fontane dove il lavoratore può sfuggire alla polvere e alla calura del giorno e attingere alle vitali sorgenti del sapere. C’è una «quotidiana bellezza nella vita» sulla quale gli uomini possono meditare per diventare migliori. Non impone alcun esempio di eccellenza sublime, pressoché inutile perché impossibile da seguire, offre piuttosto un panorama di virtù attive e tuttavia semplici e imitabili, alla portata di tutti, ma che purtroppo ben pochi praticano, perché altrimenti questo mondo sarebbe un paradiso.
Ma è la sua vita privata a essere soprattutto degna dell’attenzione dei cittadini del nostro paese giovane e industrioso, un paese nel quale la letteratura e le arti raffinate sono obbligate a crescere fianco a fianco con le erbacce delle necessità quotidiane; e, per essere coltivate, devono contare non su una dedizione esclusiva di tempo e ricchezza, non sui raggi vivificanti di un nobile mecenate, ma su ore e stagioni sottratte agli interessi terreni che individui intelligenti e dotati di patriottismo continuano a perseguire.
Egli ci ha mostrato che, nelle sue ore di riposo, uno spirito elevato può fare molto per un paese e lasciare la propria impronta su tutto ciò che lo circonda. Al pari del suo Lorenzo de’ Medici, sul quale sembra aver fissato l’attenzione reputandolo un modello perfetto dell’antichità, ha intrecciato la storia della sua vita alla storia della città in cui nacque e della gloria dell’una ha fatto il monumento alle virtù dell’altra. Ovunque vi rechiate a Liverpool, troverete le orme dei suoi passi in tutto quanto vi è di bello e di liberale. Ha scoperto che, prima di lui, la ricchezza scorreva esclusivamente nei canali del commercio, perciò ha fatto in modo che, deviandone il corso, si formassero ruscelli vivificanti per dissetare i giardini della letteratura. Con l’esempio, a prezzo di continui sforzi, ha realizzato quell’unione tra il commercio e gli interessi intellettuali proposta con tanta eloquenza in uno dei suoi scritti più recenti e ha dimostrato con la pratica come sia possibile che si armonizzino e traggano vantaggio reciprocamente. Le nobili istituzioni dedite a studi letterari e scientifici, che fanno onore a Liverpool e danno tanto nutrimento all’intelligenza della popolazione, sono state in gran parte fondate da Roscoe che si è occupato poi di promuoverle in modo efficace; e pensando alla rapida crescita della ricchezza e delle dimensioni di questa città che promette di competere con la metropoli per importanza commerciale, è facile capire come, risvegliando l’ambizione intellettuale degli abitanti, abbia procurato un grande vantaggio alla letteratura inglese in generale.
In America conosciamo Roscoe soltanto come autore: a Liverpool se ne parla come di un banchiere e mi è stato riferito che era stato sfortunato negli affari. Non ho potuto compatirlo per questo, come invece hanno fatto molte persone abbienti: lo ritenevo troppo al di sopra della mia pietà. Chi vive solo per il mondo è nel mondo che può essere rovesciato dall’avversità, ma un uomo come Roscoe non si fa sopraffare dall’avversa fortuna. Questa, anzi, non fa che spingerlo verso le possibilità della mente, verso la più alta compagnia dei propri pensieri che a volte anche i migliori trascurano per andare a cercare altrove conforto meno degno. Egli è indipendente dal mondo che lo circonda. Vive in compagnia degli antichi e dei posteri: gli antichi gli danno la dolce consuetudine del raccoglimento erudito e i posteri la generosa ambizione alla fama futura. Per una mente di tal genere, la solitudine è la condizione di eccelso godimento. È allora che si è visitati da quelle meditazioni sublimi che sono il vero nutrimento delle anime nobili e che sono mandate dal cielo, come la manna, nel deserto di questo mondo.
Mentre i miei sentimenti erano ancora sensibili a questo argomento sono stato così fortunato da imbattermi in altre tracce di Roscoe. Durante una passeggiata a cavallo in compagnia di un gentiluomo per visitare i dintorni di Liverpool, questi svoltò improvvisamente per varcare un cancello che conduceva in un terreno tenuto a parco. Giungemmo presto a una vasta dimora padronale in pietra, costruita in stile classico. Non si poteva dire che lo stile fosse purissimo, eppure l’insieme era armonico e la posizione incantevole. Davanti alla facciata digradava un bel prato, punteggiato di gruppi di alberi disposti in modo da creare una varietà di vedute su quel suolo fertile e ameno. In fondo a una verde piana di campagna prativa era possibile intravedere il Mersey serpeggiare ampio e lento e l’orizzonte era chiuso dalle montagne del Galles che si fondevano con le nuvole e svanivano in lontananza.
Era la residenza preferita di Roscoe ai tempi della prosperità economica. Era stata un luogo signorile e ospitale, un centro di studi letterari, adesso era silenziosa e deserta. Vidi le finestre dello studio che si affacciavano sul dolce paesaggio prima descritto. Erano chiuse; la biblioteca era scomparsa. Due o tre individui dall’aspetto sgradevole si aggiravano intorno alla casa e la fantasia mi indusse a pensare che fossero tutori della legge. Mi sembrava di essermi recato a visitare una classica fonte che un tempo versava le sue acque cristalline all’ombra di un bosco sacro e di averla trovata riarsa e polverosa, dimora di lucertole e di rospi insonnoliti tra i marmi spaccati.
M’informai del destino subito dalla biblioteca di Roscoe, che consisteva di libri rari e stranieri, da molti dei quali aveva attinto il materiale per le sue opere sulla storia d’Italia. Era passata sotto il martello del banditore d’asta ed era andata dispersa in tutto il paese. Gli abitanti dei dintorni erano accorsi come tanti saccheggiatori di relitti per assicurarsi qualche porzione del nobile vascello arenatosi sulla riva. Se un’immagine del genere lasciasse spazio a comiche associazioni di idee, potremmo anche considerare buffa questa incursione di estranei nel regno della cultura: pigmei indaffarati a dividersi l’arsenale di un gigante e che si azzuffano per il possesso di armi che non saranno mai capaci di utilizzare. Potremmo raffigurarci un gruppo di speculatori, infervorati a dibattere con la fronte aggrottata il valore di un’insolita rilegatura e di certi margini miniati di un autore caduto nell’oblio, oppure l’espressione molto sagace, ma sconcertata, di qualche fortunato acquirente mentre tenta di immergersi nei caratteri gotici del libro che si è procurato con tanta fatica.
È un episodio bellissimo nella storia delle sfortune di Roscoe, tale che non può non suscitare l’interesse di una mente dedita allo studio: l’atto di separarsi dai suoi libri ha, a quanto pare, toccato i suoi più teneri sentimenti ed è stato l’unico evento che sia riuscito a ridestare la sua musa. Solo lo studioso sa come diventino cari, nel momento dell’avversità, questi compagni silenziosi, eppure eloquenti, di riflessioni pure e di ore innocenti. Quando, intorno a noi, le cose terrene diventano insignificanti, solo i libri conservano tutto il loro valore. Quando le amicizie si allontanano e la conversazione con chi ci è stato intimo stenta, insipida e convenzionale, i libri soltanto si conservano immutabili come nei giorni lieti e ci rallegrano con quella amicizia sincera che non froda mai la speranza, né evita il dolore.
Non intendo essere critico: ma, se gli abitanti di Liverpool avessero saputo apprezzare nel modo giusto quanto era dovuto a Roscoe e a loro stessi, quella biblioteca non sarebbe mai stata venduta. Si possono senza dubbio avanzare ottime giustificazioni di carattere pratico, ragioni che certo sarebbe difficile rintuzzare con altre, all’apparenza fantasiose e bizzarre; mi sembra però che sarebbe stata una di quelle occasioni che è raro che si presentino: confortare, con un segnale di pubblica simpatia, delicato ma non per questo meno eloquente, una mente nobile che combatte con la cattiva sorte. Purtroppo si sa che è difficile giudicare correttamente un uomo di genio che abbiamo sempre davanti agli occhi! Finisce per mescolarsi alla massa diventando indistinguibile. Le sue grandi qualità perdono il fascino della novità; gli elementi alla base delle personalità più eccelse ci diventano fin troppo familiari. Alcuni concittadini di Roscoe lo considerano magari un semplice uomo d’affari; altri, un politico; tutti lo vedono impegnato nelle loro stesse attività quotidiane e si sentono addirittura superiori a lui nelle questioni pratiche. Persino quella semplicità di carattere amabile e modesta, che rende incantevole la reale superiorità, può fare in modo che sia sottovalutato da qualche mente ignobile che non sa che il valore autentico rifugge dallo sfoggio e dalla pretenziosità. Ma il letterato che parli di Liverpool, ne parlerà sempre come della patria di Roscoe. Il viaggiatore intelligente che la visiti, chiederà dove sia possibile incontrare Roscoe. In ambito letterario, è la pietra miliare che indica la città allo studioso venuto da lontano. Come la colonna di Pompeo ad Alessandria, si erge, solitario, pieno di classica dignità.
***
Al sonetto seguente, dedicato da Roscoe ai suoi libri quando se ne separò, si è accennato nell’articolo precedente. Se qualcosa può aumentare l’effetto dei sentimenti puri e degli elevati pensieri che qui si mostrano, è la consapevolezza che non è un prodotto della fantasia, bensì una puntuale trascrizione del più profondo sentire dell’autore:
Ai miei libri
Come chi, destinato a separarsi dagli amici
rimpiange la propria perdita, ma spera ancora tra un poco
di condividere la loro conversazione e godere del loro sorriso
e mitiga come può la freccia del dolore;
così, cari compagni, capolavori dell’arte più antica,
maestri di saggezza, che un tempo riuscivate a far passare
le ore di tedio e ad alleviare ogni fatica,
ecco, rinuncio a voi: ma non con cuore scoraggiato;
perché passati pochi, brevi anni, o giorni, o ore,
potranno albeggiare stagioni più felici
e riportare intera la vostra sacra compagnia;
quando, sciolta dalla terra, con poteri illimitati,
la mente comunicherà direttamente con la mente
e gli spiriti compagni s’incontreranno per non separarsi mai più.