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Stories by washington irving

philip di pokanoket - storia di un indiano (italian)

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Ci rammarichiamo che i primi scrittori che parlarono della scoperta e della colonizzazione dell’America non ci abbiano offerto resoconti più dettagliati e più schietti delle rilevanti personalità fiorite in quella terra selvaggia. I pochi episodi giunti fino a noi sono particolarmente interessanti; ci danno l’occasione di guardare in profondità la natura umana e mostrano l’uomo nella sua condizione relativamente primitiva e ciò di cui è debitore alla civiltà. C’è tutto il fascino della scoperta quando gettiamo luce su quei sentieri selvaggi e sconosciuti dell’indole umana; quando, in un certo senso, assistiamo all’insorgere spontaneo del senso morale; quando vediamo germogliare con slancio sincero e rude generosità quelle virtù romantiche e magnifiche che la società promuove artificialmente.
Nella civiltà l’uomo, che è soggetto al giudizio dei suoi simili per la felicità e quasi per la stessa esistenza, interpreta sempre un ruolo studiato. I lati coraggiosi e insoliti della sua natura si assottigliano fino a scomparire, oppure vengono attenuati dall’influenza livellatrice di quella che si definisce buona educazione: pratica molti piccoli inganni e simula sentimenti generosi per diventare più popolare ed è arduo riconoscere la personalità reale da quella che ha deciso di costruirsi. L’indiano, invece, affrancato dai limiti e dagli obblighi della vita civile, solitario e massimamente autonomo, asseconda gli impulsi dell’attitudine personale o i precetti del proprio discernimento e, così facendo, le qualità intrinseche coltivate liberamente diventano grandi e magnifiche. La società assomiglia a un prato ben curato dove ogni sporgenza è appianata, ogni cespuglio spinoso sradicato e dove l’occhio può percorrere con piacere la superficie vellutata dell’erba; ma chi vuole conoscere la natura nella sua condizione originaria e nella sua ricchezza deve immergersi nella foresta, deve esplorare la valle, deve risalire il corso d’acqua e sfidare lo strapiombo.
Queste considerazioni mi sono state suscitate da una cronaca che risale ai primordi della vita coloniale, in cui vengono descritte con grande amarezza le violenze compiute dagli indiani e le loro guerre contro i coloni del New England. È doloroso dover ammettere, anche in base a questi racconti lacunosi, che il progresso della civiltà è funestato dal sangue degli indigeni; la facilità con cui i coloni sono stati condotti a diventare ostili dal desiderio di conquista e come siano stati feroci e sterminatori con le loro tecniche di combattimento. Il pensiero rifiuta l’idea che un numero così grande di esseri intelligenti siano stati cacciati da questa terra, che tanti cuori nobili e impavidi, che Madre Natura aveva forgiato dall’oro più puro, siano stati infranti, scaraventati nella polvere e calpestati!
Questa è stata anche la sorte di Philip di Pokanoket, un guerriero indiano il cui nome un tempo seminava il terrore in tutto il Massachusetts e il Connecticut. Era il più importante tra alcuni sachem che all’epoca dominavano sui Pequod, sui Narrhaganset, sui Wampanoag e su altre tribù orientali nel periodo dei primi insediamenti del New England; un gruppo di veri eroi che si impegnarono nella lotta più valorosa che la natura umana sia in grado di affrontare, battendosi fino all’ultimo respiro per difendere il loro paese, senz’alcuna illusione di vittoria né sogni di gloria. Degni di appartenere a un’epoca poetica e argomento adatto alla storia locale e al romanzo, non c’è quasi traccia di loro nelle pagine della storia, ma incedono fieramente come immense ombre nel confuso tramonto della tradizione.
Quando i Pellegrini, come furono chiamati dai loro discendenti i coloni di Plymouth, approdarono nel Nuovo Mondo, per sfuggire alle persecuzioni religiose di quello vecchio, la loro condizione era precaria e avvilente. Erano pochi e quei pochi vennero rapidamente decimati dalle malattie, dalle fatiche e dagli stenti; erano soli in una terra deserta infestata da fiere e tribù selvagge, esposti al gelo di inverni quasi polari e alle difficoltà di un clima mutevole, preda di presentimenti funesti: solo l’esaltazione dello slancio religioso li salvò dalla disperazione. In questa condizione miserevole ricevettero la visita di Massasoit, sagamore dei Wampanoag, un capo potente che dominava una vasta zona del paese. Egli, invece di approfittare della fragilità degli stranieri e cacciarli dalle terre dove si erano illegalmente insediati, parve nutrire per loro una spontanea e disinteressata amicizia e li accolse secondo i riti dell’ospitalità primitiva. Giunse all’inizio della primavera nell’insediamento di New Plymouth, scortato solo da un esiguo gruppo di fedeli; strinse un solenne accordo di pace e di concordia; acconsentì a vendere una parte del territorio e assicurò la disponibilità degli altri alleati, anche loro selvaggi. Per quanto si possa parlare della ferocia degli indiani, la correttezza e la parola di Massasoit non vennero mai meno. Continuò a dimostrarsi un amico affidabile e generoso per i bianchi; permise che ampliassero i loro possedimenti e che si rafforzassero, non mostrò invidia quando il loro potere e le loro ricchezze si moltiplicarono. Poco prima di morire, si presentò a New Plymouth insieme al figlio Alexander per rinnovare l’accordo di pace e consegnarlo ai suoi posteri.
Durante questi colloqui cercò di proteggere la religione dei suoi avi dall’invadente fervore missionario e stipulò un patto affinché non si cercasse ancora di allontanare la sua gente dall’antica fede; ma vedendo gli inglesi tenacemente avversi a qualsiasi proposta di questo genere, lasciò perdere la richiesta, dando prova di grande ragionevolezza. Si può dire che l’ultima impresa della sua esistenza sia stata quella di condurre i due figli, Alexander e Philip (com’erano chiamati dagli inglesi) a vivere presso un eminente colono, consigliando loro di mostrarsi gentili e amichevoli l’un l’altro e chiedendo che l’amore e l’affiatamento che si erano instaurati tra lui e i bianchi venissero perpetuati dai discendenti. Il vecchio e saggio sachem morì in pace, e il caso volle che si riunisse agli antenati prima che la sua tribù fosse colpita dalla disgrazia: i figli restarono sulla terra a fare esperienza dell’ingratitudine dei bianchi.
Gli succedette il primogenito, Alexander. Costui era di indole passionale e vivace ed era orgogliosamente legato ai diritti e ai titoli ereditari. La politica d’ingerenza e l’atteggiamento dittatoriale degli stranieri provocarono il suo sdegno; fu spettatore inquieto delle guerre devastanti contro le tribù vicine. Sarebbe ben presto incorso nella loro ostilità! Fu accusato infatti di essersi accordato con i Narrhaganset per poi ribellarsi contro gli inglesi e fugarli dal paese. Non è possibile dire se l’accusa fosse confermata da prove concrete o semplicemente fondata su dei sospetti; appare con chiarezza, però, dalle reazioni violente e offensive dei coloni, che nel frattempo questi fossero divenuti consapevoli della repentina crescita del loro potere e avessero cominciato a trattare gli indigeni in modo duro e spietato. Inviarono uomini armati per catturare subito Alexander e condurlo davanti al loro tribunale. Fu scovato nei boschi che frequentava abitualmente e sorpreso in un capanno di caccia dove si stava riposando insieme a un gruppo di fedeli compagni disarmati. L’improvviso arresto e l’offesa rivolta alla sua carica di sovrano esasperarono l’animo irascibile di questo altero selvaggio, tanto che fu colto da una violenta febbre: gli fu permesso di fare ritorno alla sua dimora, purché inviasse suo figlio come ostaggio, come garanzia del suo ritorno; ma l’affronto ricevuto risultò fatale e, prima di arrivare a destinazione, cadde ferito a morte dai colpi inflitti al suo spirito.
Il successore di Alexander fu Metamocet, o re Philip, com’era chiamato dai coloni per l’indole fiera e ambiziosa. Queste caratteristiche, insieme alla forza e all’intraprendenza, lo avevano fatto oggetto di numerosi sospetti e timori e fu incolpato di aver sempre covato un tenace e nascosto odio nei confronti dei bianchi. Era probabile – e anche naturale – che fosse proprio così. Fin dall’inizio li aveva considerati come degli intrusi che avevano abusato della benevolenza dei nativi per esercitare un influsso devastante per la natura selvaggia. Assisteva all’estinzione dell’intera sua stirpe, alla perdita dei territori che possedeva, all’indebolimento delle tribù, divise e assoggettate. Si potrebbe ribattere che i coloni avevano comprato quelle terre, ma sappiamo tutti di qual genere fossero le vendite dei terreni degli indiani nel primo periodo della colonizzazione. Grazie a una maggiore attitudine al commercio, gli europei realizzarono scambi estremamente favorevoli e acquisirono vasti territori approfittando di contrasti che provocavano con grande facilità. Un selvaggio ignorante non è capace di interpretare le sottigliezze del codice per mezzo delle quali è possibile arrecare legalmente un danno. Egli può valutare solo i fatti concreti e chiari: e a Philip era sufficiente la consapevolezza che prima dell’invasione degli europei i suoi compatrioti erano i signori del paese e che ora stavano diventando degli esiliati sulla terra dei loro avi.
Quali che fossero i suoi sentimenti di diffusa ostilità e di profondo risentimento per il trattamento ricevuto dai propri simili, riuscì tuttavia a controllarli; rinnovò il trattato con i coloni e visse per molti anni in pace a Pokanoket o, com’era chiamata dagli inglesi, Mount Hope, l’antica capitale della sua tribù. Tuttavia, intorno a lui cominciarono a concretizzarsi sospetti inizialmente vaghi e incerti, finché non fu accusato di aver tentato di convincere le varie tribù orientali a ribellarsi tutte insieme e, con un’azione comune, a spezzare le catene degli oppressori. Dopo tanto tempo, non è facile attribuire il giusto valore a queste accuse. Vi era, da parte dei bianchi, una tendenza al sospetto e agli atti di violenza che induceva a dare peso e importanza a ogni voce più o meno fondata. I delatori abbondano sempre dove chi reca una notizia viene accolto con incoraggiamenti e ricompense ed è facile sguainare la spada quando si è sicuri di ottenere per sé una bella porzione di territorio.
La sola evidenza positiva che sia documentata ai danni di Philip è l’accusa di un tale Sausaman, un indiano rinnegato, la cui innata furbizia era stata affinata da un minimo d’istruzione ricevuta dai coloni. Si era convertito e aveva mutato padrone due o tre volte, con una rapidità che dimostrava la superficialità delle sue convinzioni. Per un certo periodo, era stato segretario personale e consigliere di Philip, godendo della sua prodigalità e della protezione; quando però si rese conto che intorno al suo benefattore si addensavano nuvole ostili, lasciò il suo servizio e si accostò ai bianchi. Per ottenere la loro fiducia, accusò il precedente protettore di tramare contro la loro incolumità. Ci fu una rigorosa inchiesta. Philip e molti tra i suoi sudditi si sottoposero all’indagine, ma non si trovarono prove certe contro di loro. I coloni, del resto, si erano esposti troppo per poter recedere: avevano già decretato che Philip era un vicino pericoloso; avevano espresso apertamente la loro sfiducia e fatto abbastanza per motivare la sua avversione; secondo il consueto metro di giudizio utilizzato in queste occasioni, la sua morte era diventata indispensabile alla loro sicurezza. Dopo poco tempo, il cadavere del traditore Sausaman venne rinvenuto in uno stagno: era stato vittima della ritorsione della sua tribù. Vennero catturati tre indiani, uno dei quali amico e consigliere di Philip, processati, e in base alla testimonianza di un individuo poco credibile, vennero giudicati colpevoli e messi a morte come assassini.
Questa condanna inflitta ai suoi sudditi e l’infamante punizione riservata all’amico, ferirono l’orgoglio di Philip e ne esacerbarono l’indole ardimentosa. Il fulmine così caduto ai suoi piedi lo rese consapevole della tempesta che si appropinquava e si risolse a non affidarsi più al potere dei bianchi. Era ancora tormentato dal dolore per la sventura del fratello, oltraggiato e morto di crepacuore; un nuovo monito gli giunse dalla tragica sorte di Miantonimo, un fiero sachem dei Narrhaganset che, dopo aver coraggiosamente tenuto testa agli accusatori di fronte a un tribunale di coloni, difendendosi da un’accusa di complotto e ottenendo la certezza della loro amicizia, era stato poi crudelmente ucciso. Philip, dunque, riunì intorno a sé i suoi guerrieri; convinse il maggior numero possibile di uomini di altre tribù a unirsi alla sua causa, per sicurezza mandò le donne e i bambini dai Narrhaganset e, dovunque si recava, era sempre protetto da guerrieri armati.
Poiché le due parti versavano in questa condizione di sfiducia e risentimento, fu sufficiente una minuscola scintilla a scatenare le fiamme. Gli indiani, armati, si fecero importuni e portarono a termine alcune piccole incursioni. In questo frangente, un guerriero venne ucciso dal colpo di arma da fuoco di un colono. Fu il segnale che diede avvio alle ostilità: gli indiani serrarono le fila per vendicare la morte del compagno e l’allarme si diffuse in tutta la colonia di Plymouth.
Nelle antiche cronache di quel periodo tenebroso e malinconico ci imbattiamo di frequente in avvenimenti che dimostrano la faziosità dell’opinione pubblica. La cupa influenza dell’estremismo religioso e la difficoltà delle condizioni, in mezzo a foreste inaccessibili e a tribù selvagge, avevano suscitato nei coloni pensieri superstiziosi, che popolavano la loro mente di paurose fantasie, di streghe e fantasmi. Tutti erano inclini a dare credito anche ai presagi. Si dice che i combattimenti con Philip e gli indiani siano stati anticipati da un gran numero di quelle spaventose profezie che annunciano immani sciagure pubbliche. A New Plymouth apparve nel cielo il disegno perfetto di un arco indiano, che fu considerato da tutti gli abitanti un’«apparizione miracolosa». A Hadley, nel Northampton, e in altre città dei dintorni, «si udì il fragore di un colpo di cannone che fece tremare la terra e risuonò a grande distanza». Altri furono intimoriti, nella calma di una mattina soleggiata, da una scarica di fucili e di moschetti; ebbero l’impressione di sentire le pallottole sibilare intorno a loro e rimbombare nell’aria il rullo dei tamburi che poi svanì verso occidente; ad altri parve di percepire sulle loro teste un galoppo di cavalli; e la nascita di alcune creature deformi che si verificò in quel periodo fu motivo, per i superstiziosi, di previsioni funeste. Molte di questi apparizioni e suoni straordinari possono essere imputati a fenomeni naturali: alle aurore boreali che si verificano di frequente in quelle latitudini; alle meteore che esplodono in aria; al potente fragore di una raffica di vento in mezzo ai rami della foresta; allo schianto di un albero abbattuto o di rocce franate e a tutti quei suoni e insolite eco che risultano strani nel totale silenzio della solitudine boschiva. Forse accesero qualche mente esagitata e furono poi ingigantiti dall’amore per il meraviglioso e ascoltati con tutto lo slancio con cui si è soliti accogliere ciò che genera mistero e paura. Il dilagare di queste fantasticherie e il fatto che siano state riportate in assoluta buona fede da uno degli studiosi dell’epoca, sono una caratteristica di quei tempi.
Il genere di conflitto che ne seguì è stato tale da sancire per sempre la differenza tra la tattica degli uomini civili da quella dei selvaggi. I bianchi lo condussero con superiore capacità e con successo, ma con grande spargimento di sangue e senz’alcun rispetto per i diritti naturali dei nemici; questi lottarono con la disperazione di chi non ha paura di morire e non ha nulla da guadagnare dalla pace se non vessazioni, sottomissione e rovina.
Gli eventi della guerra ci sono stati tramandati da uno stimato pastore del tempo, il quale indugia con raccapriccio e sdegno su ogni azione ostile degli indiani, per quanto giustificabile, mentre esalta le più spietate e disumane reazioni dei bianchi. Philip è considerato alla stessa stregua di un assassino o di un traditore, senza tener conto che era un principe per nascita e che guidava coraggiosamente nella lotta i propri sudditi per fare giustizia dei torti subiti dalla sua famiglia, per rafforzare l’instabile potere della sua tribù e sciogliere il paese natio dalla sudditanza degli oppressori stranieri.
Il disegno di una rivolta generale e simultanea, se pure era stato davvero concepito, era degno di una mente abile e, se non fosse stato scoperto in anticipo, avrebbe potuto provocare irreparabili conseguenze. Di fatto, la guerra che si combatté non fu che una guerriglia, un susseguirsi di scontri casuali e di attacchi disorganizzati. Tutto ciò, comunque, esalta il genio militare e l’alto coraggio di Philip e ogni qualvolta, nelle relazioni prevenute e partigiane che sono giunte a noi, è possibile arrivare ai fatti puri e semplici, riscontriamo in lui una vivace intelligenza, abbondanza di espedienti, un disprezzo per i patimenti e le fatiche e una tenace fermezza che si guadagnano la nostra simpatia e la nostra approvazione.
Cacciato dai possedimenti paterni di Mount Hope, si addentrò nelle foreste sconfinate e impervie che circondavano gli insediamenti e che erano inaccessibili ai più, esclusi gli animali feroci e gli indiani. Lì radunò le forze, come la tempesta accentra la sua potenza devastatrice nel cuore della nuvola tonante, e ne usciva all’improvviso, all’ora e nei posti più impensabili, provocando rovina e desolazione nei villaggi. Di tanto in tanto segnali e presagi delle prossime irruzioni colmavano di profondo terrore lo spirito dei coloni. Si udiva giungere da una remota zona boscosa, dove si sapeva che non vi erano bianchi, un lontano sparo di fucile; le mandrie che vagavano per i boschi rientravano ferite nelle stalle; o si sorprendeva un indiano spiare dai margini della foresta e subito dileguarsi; come talvolta si scorge il lampo saettare silenzioso a fianco della nuvola che cova l’acquazzone.
Sebbene venisse spesso braccato e persino accerchiato dai coloni, Philip sfuggiva altrettanto di frequente ai loro agguati quasi per miracolo, e, addentrandosi nelle foreste, eludeva qualunque inseguimento per poi ricomparire in un luogo remoto, seminando intorno il terrore. I suoi rifugi più inaccessibili erano le vaste paludi che si stendono in alcune zone del New England: un susseguirsi di pantani di fanghiglia scura e profonda, celati da rovi, cespugli, tronchi sparsi e marci degli alberi caduti e tenuti in ombra da lugubri abeti. Il terreno pericoloso e gli intricati percorsi rendevano quelle terre selvagge quasi inagibili per l’uomo bianco, anche se l’indiano era in grado di attraversarle con l’agilità di un cervo. Una volta, nella grande palude di Pocasset Neck, Philip fu inseguito insieme a un gruppo di seguaci. Gli inglesi non osarono rincorrerlo, temendo di spingersi in quegli oscuri e orridi anfratti dove si corre il rischio di sprofondare nelle buche di fango o di essere uccisi dal nemico in agguato; perciò si insediarono all’imbocco di quella lingua di terra e iniziarono la costruzione di un forte nell’intento di prendere per fame il nemico; ma Philip e i suoi guerrieri, lasciandosi alle spalle donne e bambini, nel cuore della notte si fecero condurre da una zattera su un braccio di mare e proseguirono verso ovest per accendere lo spirito di rivolta fra le tribù del Massachusetts e del Nipmuck, e minacciare la colonia del Connecticut.
Dopo questi eventi Philip divenne oggetto di universale terrore. Il mistero che lo circondava moltiplicava la paura. Era un flagello che si faceva largo nell’oscurità: nessuno poteva aspettarsi il suo arrivo e nessuno era in grado di difendersi. L’intero paese era percorso da voci allarmanti. Sembrava che Philip possedesse il dono dell’ubiquità perché in qualsiasi parte dell’estesissima frontiera si verificasse un assalto, correva voce che fosse stato lui a guidarlo. Si erano diffuse sul suo conto molte dicerie superstiziose. Si ipotizzava che fosse esperto di negromanzia e che al suo seguito vi fosse sempre una vecchia indiana, strega o veggente, che consultava e che lo aiutava nei sortilegi e nelle fatture. Si trattava, in realtà, di una pratica comune presso i capi indiani, un po’ per la loro personale convinzione ma anche per influenzare efficacemente quella dei seguaci; l’ascendente del profeta e del sognatore sulle loro menti superstiziose è stata evidenziata in recenti casi di conflitti con gli indiani.
Quando Philip fuggì da Pocasset, le sue condizioni erano senza speranza. Le sue schiere erano state ridotte da numerosi combattimenti; aveva perso quasi tutte le sue risorse. In questo periodo sfavorevole trovò un amico fidato in Canonchet, un sachem capo di tutti i Narrhaganset. Era il figlio e l’erede di Miantonimo, il fiero sachem che – come si era detto – prosciolto senza macchia dall’accusa di cospirazione, era stato poi assassinato in seguito al malvagio incitamento dei coloni. «Era l’erede», riporta il vecchio cronista, «dell’alterigia e della sfrontatezza del padre, come pure della sua malvagità verso gli inglesi» e senza dubbio era anche l’erede di tutti gli insulti e gli oltraggi subiti e il legittimo vendicatore dell’omicidio del genitore. Sebbene si fosse rifiutato di partecipare in prima persona a quella guerra senza speranza, accolse Philip e le sue schiere mutile a braccia aperte, spronando tutti e offrendo il suo aiuto ad ognuno di loro. Questo attirò immediatamente su di lui il risentimento degli inglesi che decisero di attaccare duramente, in maniera definitiva, e di coinvolgere entrambi i sachem in una comune disfatta. Fu radunato perciò un grande esercito dal Massachusetts, da Plymouth e dal Connecticut e fu inviato nel territorio di Narrhaganset in pieno inverno, quando le paludi, ghiacciate e spoglie, potevano essere percorse con minori difficoltà e non offrivano più agli indiani nascondigli bui e inaccessibili.
Canonchet, prevedendo l’assalto, aveva trasferito gran parte degli approvvigionamenti, insieme agli anziani, ai malati, alle donne e ai bambini della tribù, in una fortezza dove sia lui che Philip avevano riunito il meglio dei loro uomini. Questa roccaforte, che gli indiani consideravano inespugnabile, si ergeva su una collinetta o isolotto di cinque o sei acri nel bel mezzo di una palude; era stata edificata con ingegno e capacità notevolmente superiori a quelle mostrate di solito dagli indiani nel costruire fortificazioni e rivelava il talento guerresco dei due comandanti.
Condotti da un indiano traditore, gli inglesi si fecero strada tra le nevi di dicembre e irruppero all’improvviso nella roccaforte. La battaglia fu feroce e turbolenta. Gli aggressori furono ricacciati al primo attacco e numerosi eroici ufficiali furono uccisi con la spada sguainata nell’atto di prendere d’assalto la fortezza. Il secondo tentativo ebbe maggior successo. Si creò una trincea. Gli indiani furono sospinti da un bastione all’altro. Essi difesero il loro territorio metro per metro, battendosi con la furia della disperazione. Molti dei loro veterani furono massacrati e, dopo un lungo e sanguinoso scontro, Philip e Canonchet, con uno sparuto gruppo di guerrieri sopravvissuti, si allontanarono dal forte per riparare nella vegetazione della foresta circostante.
I vincitori incendiarono i wigwam e il forte; in breve tutto fu avvolto dalle fiamme e molti vecchi, donne e bambini trovarono la morte. Quest’ultimo oltraggio fece cedere persino l’imperturbabilità dei selvaggi: i boschi vicini riecheggiavano delle urla di rabbia e di disperazione dei guerrieri in fuga che si trovarono di fronte alla devastazione delle loro abitazioni e udirono i lamenti di dolore delle mogli e dei figlioletti. «L’incendio dei wigwam», dice uno scrittore dell’epoca, «le urla e i pianti delle donne e dei fanciulli e gli ululati dei guerrieri davano corpo a una scena tanto orribile e penosa che alcuni dei soldati ne furono intimamente commossi». Lo stesso autore aggiunge con prudenza: «A quel tempo ebbero molti dubbi e in seguito ne discussero seriamente, se bruciare vivi i nemici fosse ammissibile alla luce dell’umanità e dei precetti del Vangelo».
Merita di essere ricordata la sorte dell’eroico e generoso Canonchet: l’ultima parte della sua vita tra i più alti esempi della magnanimità della sua gente.
Il suo potere e le sue risorse erano stati annientati da quella gravissima sconfitta, e tuttavia restò fedele al suo alleato e a quella causa comune senza speranza: rifiutò quindi tutte le proposte di pace che gli vennero offerte in cambio del tradimento di Philip e dei suoi e proclamò che «avrebbe combattuto fino all’ultimo uomo, piuttosto che asservirsi agli inglesi». Poiché la sua abitazione era stata distrutta, la terra depredata e devastata dagli attacchi dei conquistatori, fu costretto a spostarsi come un vagabondo sulle rive del Connecticut, dove poi creò un luogo di raccolta per gran parte degli indiani dell’ovest e distrusse un gran numero di insediamenti inglesi.
Si mise in cammino all’inizio della primavera, con solo trenta uomini fidati, per una spedizione pericolosa: penetrare a Seaconck, non lontano da Mount Hope, e procacciarsi semente di granoturco da piantare per dare da mangiare alla sua gente. Questo manipolo di coraggiosi aveva superato il territorio Pequod senza riportare perdite e si trovava al centro del Narrhaganset, per riposare in alcuni wigwam nei pressi del fiume Pautucket, quando fu segnalata la presenza dei nemici in avvicinamento. Canonchet, che in quel momento aveva a disposizione solo sette uomini, ne inviò due in avanscoperta sulla cima di un colle vicino.
Presi dal panico nello scorgere una truppa di inglesi e di indiani che procedevano rapidamente, i due scapparono terrorizzati e superarono i loro compagni senza nemmeno avvisarli del pericolo. Canonchet inviò un altro esploratore che agì allo stesso modo. Allora ne mandò altri due, uno dei quali, tornato al campo di corsa, confuso e impaurito, disse che l’intero esercito britannico si stava avvicinando. Canonchet si rese conto che l’unica possibilità era la fuga immediata. Cercò di salvarsi aggirando l, ma fu scoperto e braccato dagli indiani nemici e da alcuni degli inglesi più veloci. Sentendo gli inseguitori alle calcagna gettò via la coperta, poi la tunica ricamata d’argento e la cintura di peag, dalle quali i nemici lo riconobbero e presero ad inseguirlo con maggior foga. Alla fine, avanzando a balzi per superare il fiume, mise un piede in fallo e, cadendo, si immerse tanto che bagnò il fucile. L’incidente lo precipitò in un tale terrore che, come dichiarò in seguito, «il cuore e le viscere gli si rimescolarono dentro e si sentì come un tronco marcio, privato di ogni energia».
Era talmente sgomento che, bloccato da un indiano Pequod nei pressi del fiume, non si difese, nonostante fosse un uomo straordinariamente robusto e coraggioso. Ma, una volta prigioniero, il suo spirito fiero si riaccese e da allora, nei racconti riportati dai suoi nemici, non troviamo altro che ripetuti slanci di grande e nobile eroismo. Interrogato dall’inglese che per primo gli si parò di fronte e che non aveva ancora compiuto i ventidue anni, l’altero guerriero, guardando con regale disprezzo quel giovane volto, ribatté: «Tu sei un fanciullo, non puoi comprendere le cose della guerra, che si faccia avanti tuo fratello o il tuo comandante, risponderò a lui».
Nonostante più di una volta gli fosse stata offerta la salvezza, a patto che si sottomettesse agli inglesi con tutta la sua nazione, rigettò con sdegno tutte quelle proposte e si rifiutò di comunicarle alla propria gente, confidando nella certezza che nessuno di loro le avrebbe accolte. Accusato di aver tradito l’impegno assunto sotto giuramento con i bianchi, di essersi vantato di non voler consegnare non solo un Wampanoag, ma nemmeno la scheggia di un’unghia di un Wampanoag e di aver minacciato di bruciare vivi gli inglesi nelle loro case, rifiutò di discolparsi, rispondendo sdegnosamente che altri erano pronti a fare guerra come lui e che non intendeva ascoltare oltre.
Un animo tanto fiero e audace e un’adesione tanto schietta alla causa e all’amico avrebbero toccato i sentimenti di qualunque cuore munifico; ma Canonchet era un indiano, un individuo nei cui confronti la guerra non mostrava correttezza, l’umanità non aveva leggi, la religione non aveva pietà: era condannato a morire. Le sue ultime parole, degne della sua magnanimità, sono state documentate. Quando fu pronunciata la sua sentenza di morte, dichiarò che ne era felice, «perché così sarebbe morto prima che il suo cuore potesse indebolirsi o prima di poter dire una sola parola indegna di lui». I nemici gli concessero una morte da guerriero: venne fucilato a Stonington, da tre giovani sachem di pari rango.
La distruzione della roccaforte di Narrhaganset e la morte di Canonchet furono colpi durissimi per la sorte di re Philip. Egli tentò inutilmente di istituire un capitolato di guerra incitando i Mohawk a prendere le armi; ma pur essendo dotato naturalmente delle capacità di uno statista, il suo talento fu sgominato dalle qualità superiori dei suoi illuminati nemici e la paura per le loro strategie di guerra cominciò a influenzare le decisioni delle tribù confinanti. Di giorno in giorno lo sventurato sovrano si vedeva defraudato del potere, vedeva le sue schiere disperdersi rapidamente, istigate dai bianchi, o decimate dalla fame, dalle fatiche e dalle frequenti incursioni di cui erano vittime. Le sue scorte erano state tutte catturate; gli amici più fedeli annientati dinanzi ai suoi occhi; lo zio fu ucciso da colpo di fucile mentre era al suo fianco; la sorella fu fatta prigioniera e, nel corso di una delle sue fughe difficoltose, si era trovato costretto ad abbandonare la cara moglie e l’unico figlio nelle mani del nemico. «Il fatto che la rovina», scrive il suo biografo, «si verificò per gradi non alleviò i suoi patimenti, anzi li inasprì, facendogli conoscere e soffrire una per una la cattura dei figli, la perdita degli amici, l’annientamento della sua gente, la morte di tutti i parenti e privandolo di ogni benessere materiale prima che anche la vita gli venisse tolta».
A colmare la misura delle sue sventure, i suoi fedeli cominciarono a tramare contro la sua vita allo scopo di ottenere, sacrificandolo, un’infamante salvezza. Per mezzo di un tradimento, alcuni dei suoi fidi seguaci, i sudditi di Wetamoe, una principessa indiana di Pocasset parente e alleata di Philip, furono consegnati in mano al nemico. In quel momento Wetamoe era tra loro e cercò la salvezza attraversando un vicino fiume, ma stremata per la traversata a nuoto – o vinta dal freddo e dalla fame – fu trovata morta e nuda sulla sponda del fiume. Ma le persecuzioni non si fermarono nemmeno di fronte alla tomba. Nemmeno la morte, asilo dell’infelice, contro cui persino l’uomo più crudele cessa in genere di accanirsi, bastò a proteggere la fuggiasca la cui più grande colpa era stata di essere rimasta fedele al congiunto e all’amico. Sul suo corpo si scatenò una vendetta disumana e vile; la testa fu staccata dal busto e infilata su una lancia per essere esposta a Taunton davanti agli occhi dei sudditi prigionieri. Questi riconobbero subito i lineamenti della sventurata regina e furono tanto straziati da quello spettacolo raccapricciante che si racconta che si siano lasciati andare alle «più orribili e diaboliche lamentazioni».
Sebbene Philip avesse sopportato l’enorme quantità di drammi e di sciagure che lo avevano colpito, il tradimento dei suoi sembrò spezzargli il cuore e gettarlo nella disperazione. Si dice che, dopo di ciò, «non abbia mai più gioito, né avuto successo in alcuno dei suoi progetti». Ogni barlume di speranza era venuto meno, l’ardore e l’intraprendenza si erano spenti: si guardava intorno e tutto appariva pericoloso e oscuro; non c’era sguardo in cui riuscisse a scorgere comprensione, non un appiglio che potesse portare sollievo. Con un manipolo di fedeli che ancora non lo avevano abbandonato al suo infausto destino, l’infelice re tornò nei pressi di Mount Hope, l’antica dimora degli antenati. Lì si appostò come uno spettro, nei luoghi dell’antica potenza e ricchezza, spogliato ormai della casa, della famiglia, degli amici. Nessuna descrizione del suo stato pietoso e immiserito sarebbe potuta essere più efficace di quella offerta dalla modesta penna del cronista che puntualmente suscita nel lettore sentimenti compassionevoli nei confronti dello sventurato guerriero nel momento stesso in cui lo denigra. «Come una bestia feroce», dice, «dopo essere stato braccato dalle forze armate inglesi su e giù per i boschi per circa cento miglia, venne alla fine spinto nella sua tana di Mount Hope dove si rifugiò in una palude, insieme ad alcuni degli amici più fedeli; e quel luogo diventò per Philip una vera e propria prigione dove rimase finché non lo raggiunsero, con il permesso divino, i messaggeri della morte per vendicarsi di lui».
Persino in quell’estremo, disperato rifugio, una cupa magnificenza circonda la sua figura. Ci pare di vederlo seduto in mezzo ai suoi guerrieri demoralizzati, riflettere silenzioso sulla propria decadenza, nella sublime, seppur selvaggia solennità che gli era conferita dal lugubre e tetro nascondiglio. Sconfitto, ma fiero, costretto a prostrarsi, ma non umiliato, sembrava diventare più orgoglioso nella sventura e attingere dal fondo amaro del calice una specie di superbo appagamento. Gli esseri vili sono domati e sottomessi dalla cattiva sorte; ma le anime nobili si levano sempre al di sopra di essa. La sola idea dell’assoggettamento scatenava la rabbia di Philip; colpì a morte uno dei suoi che osò proporre un compromesso di pace. Il fratello dell’ucciso fuggì e, per vendicarsi, rivelò il nascondiglio del capo. Una piccola schiera di bianchi e di indiani venne immediatamente inviata alla palude dove Philip si appostava, logorato dalla furia e dalla disperazione, e prima che egli si accorgesse della loro presenza, si accinsero ad accerchiarlo. Poco dopo egli vide cinque dei suoi più fedeli compagni morti ai suoi piedi. Ogni resistenza sarebbe stata inutile: balzò fuori dal nascondiglio e tentò di darsi alla fuga, ma un indiano traditore, appartenente alla sua stessa nazione, lo colpì al cuore con un colpo di fucile.
Ecco la breve storia del valoroso ma sfortunato re Philip: perseguitato in vita, assassinato e poi disonorato da morto. Tuttavia, persino negli episodi riportati dai suoi nemici, pieni di pregiudizi, rinveniamo le tracce di un carattere nobile e fiero, tale da destare simpatia per la sua sorte e rispetto per la sua memoria. Scopriamo che, pur in mezzo alle angosce e alle feroci passioni di un continuo stato di guerra, nutriva i più dolci sentimenti dell’amore coniugale, dell’affetto paterno e dell’amicizia disinteressata. Si cita la reclusione «dell’adorata moglie e dell’unico figlio» e si dichiara con esultanza che fu per lui motivo di profondo dolore; la morte di tutti gli amici più cari è boriosamente menzionata come un ulteriore colpo inflitto alla sua sensibilità; ma si dice che il tradimento e l’abbandono di molti dei suoi uomini, nei quali aveva riposto la sua fiducia, lo abbiano gettato nella disperazione, privandolo di ogni conforto. Fu un patriota legato al suo paese d’origine, un regnante fedele ai propri sudditi, profondamente angustiato dalle ingiustizie che subivano, un guerriero intrepido in battaglia, forte nelle avversità, uso a sopportare le fatiche, il digiuno, e ogni genere di dolore fisico e disposto a morire per la causa che aveva abbracciato. Cuore fierissimo e acceso da un’irrefrenabile passione per la libertà, preferì essere indipendente in mezzo alle bestie feroci della foresta, o nei cupi e mefitici anfratti delle paludi e dei pantani, piuttosto che piegare lo spirito fiero e vivere, succubo e umiliato, nella comodità e nel benessere delle colonie. Dotato di qualità eroiche e protagonista di imprese ardite che avrebbero fatto onore a un guerriero europeo, ispirò lo storico e il poeta, visse nomade e fuggiasco nella sua terra e cadde, come una nave solitaria che affonda in una notte di burrasca, senza che un occhio compassionevole ne pianga la fine, o una mano amica ne testimoni la lotta.