Stories 93 / Random

Stories by washington irving

natale (italian)

Save as PDF
Nulla in Inghilterra esercita un fascino più piacevole sul mio immaginario del perdurare delle antiche usanze delle festività e dei giochi campestri di un tempo. Mi riportano alla mente scene che la mia fantasia si figurava all’alba del maggio della vita, quando conoscevo il mondo solo attraverso i libri e credevo fosse come lo dipingevano i poeti. Essi recano con loro l’aroma di quegli onesti tempi passati in cui, forse con pari fallacia, tendo a pensare che il mondo fosse più semplice, cordiale e gioioso di com’è oggi. Mi duole ammettere che queste tracce si attenuano di giorno in giorno, gradatamente cancellate dal tempo, ma ancor di più dal gusto moderno. Ricordano quelle pittoresche vestigia di architettura gotica che vediamo sgretolarsi in varie parti del Paese, in parte danneggiati dall’opera dei secoli, in parte perduti per le aggiunte e i cambiamenti apportati negli ultimi anni. La poesia, tuttavia, si aggrappa con affettuosa tenerezza ai giochi campestri e al baccano spensierato dei giorni di festa, da cui ha tratto molti dei suoi temi, come l’edera intreccia i suoi rami rigogliosi intorno all’arco gotico e alla torre cadente e li ripaga, grata dell’aiuto che le offrono, tenendo insieme i ruderi pericolanti e, per così dire, li cristallizza nel verde.
Di tutte le antiche festività è tuttavia il Natale a destare in noi i ricordi più vividi e intensi. In questo periodo dell’anno, un sentimento nobile e sacro si mescola alla nostra giovialità, ed eleva l’animo verso un sublime godimento mistico. In questa stagione, le funzioni religiose sono particolarmente commoventi e ispiratrici. Sono incentrate sulla splendida narrazione degli albori della nostra fede e sulle immagini pastorali che ne accompagnarono l’annuncio; durante l’Avvento aumentano a poco a poco di fervore e pathos fino a culminare in un’esplosione di giubilo il mattino che recò agli uomini la pace e la buona volontà. Non conosco musica che abbia effetto maggiore sui sentimenti morali di quella del coro al completo che, accompagnato dai profondi toni dell’organo, intona in una cattedrale un canto di Natale, inondando di trionfale armonia ogni parte del vasto edificio.
È una bellissima tradizione anche il fatto che questa festa, che commemora l’annuncio di una religione fondata sulla pace e sull’amore, sia divenuta la stagione in cui, anche se per breve tempo, si riuniscono tutti i parenti per riavvicinare i cuori dei numerosi congiunti che le inquietudini, i piaceri, i patimenti del mondo fanno di tutto per separare; si richiamano in famiglia i figli che si sono tuffati nella vita e si sono allontanati l’uno dall’altro e li si raduna ancora una volta intorno al focolare paterno, il luogo in cui si raccolgono gli affetti, e lì, tra i dolci ricordi dell’infanzia, essi tornano giovani e amorevoli.
Vi è qualcosa in questo periodo dell’anno che ammanta di fascino la festa del Natale. Nelle altre stagioni, la maggior parte dei piaceri sono procurati esclusivamente dalle bellezze della natura. I sentimenti prorompono e si disperdono per il paesaggio baciato dal sole, tanto da farci vivere «fuori e ovunque». Il canto di un uccellino, il mormorio del ruscello, l’odorosa brezza della primavera, la dolce sensualità dell’estate, il fasto dorato dell’autunno, la terra con il suo manto di un verde ristoratore, il cielo con la deliziosa profondità dell’azzurro e la maestosità delle sue nubi, tutto ci riempie di tacito ed estatico piacere, e noi ci crogioliamo nella voluttà della pura sensazione. Ma nel cuore dell’inverno, quando la natura è spoglia di ogni incanto ed è avvolta in un sudario di soffice neve, ci volgiamo alle sorgenti della morale per attingervi gratificazione. La monotonia e la desolazione del paesaggio, le giornate brevi e meste, le notti cupe, limitano le nostre uscite, impedendo così anche ai sentimenti di vagare, e dispongono il nostro animo a godere dei piaceri del consorzio umano. I nostri pensieri sono più concentrati, le amicizie nascono con più facilità; siamo più sensibili al fascino della compagnia e siamo portati a riunirci perché il nostro divertimento dipende dalla presenza degli altri. Cuore chiama cuore e noi attingiamo il nostro piacere dalle inesauribili fonti dell’affetto che giacciono nei tranquilli recessi del nostro essere e che, quando vi si fa ricorso, non mancano mai di dispensare il puro elemento della felicità familiare.
L’oscurità che regna all’esterno fa sì che il cuore si allarghi quando si entra nella stanza riscaldata dalla luce e dal tepore del fuoco serale. Sembra che il rosso intenso della fiamma diffonda nella stanza il solare splendore di un’estate apparente, illuminando ogni faccia con un’affabile espressione di benvenuto. Dove il sincero volto dell’ospitalità si dischiude in un sorriso più aperto e affettuoso, dove il timido sguardo d’amore è più teneramente eloquente, se non d’inverno, presso il focolare? E quando gli ululati del vento invernale irrompono nell’ingresso, fanno sbattere una porta lontana, sibilano intorno alla finestra e ruggiscono giù per il camino, cosa può essere più piacevole del senso di quiete e sicurezza con cui ammiriamo la stanza confortevole e la scena di spensieratezza domestica?
Gli inglesi, dato che la predilezione per le usanze campestri attraversa ogni classe sociale, hanno sempre amato questo tipo di festività e di celebrazioni, che interrompono gradevolmente la pace della vita rurale, e in altri tempi osservavano con una cura particolare le cerimonie religiose e civili del Natale. Anche solo i semplici particolari che alcuni studiosi di tradizioni antiche ci hanno lasciato sono illuminanti: le stravaganze, le parate burlesche, il completo abbandono alla gioia e alla buona compagnia con cui si celebrava questa festività. A quanto sembra, il Natale schiudeva ogni porta e apriva tutti i cuori. Avvicinava il contadino al Pari del regno e fondeva i ceti in un caldo e munifico profluvio di allegria e cordialità. Negli antichi saloni dei castelli e dei manieri risuonavano le melodie dell’arpa e dei canti natalizi e le grandi tavole imbandite scricchiolavano sotto il peso dell’ospitalità. Anche le casette più misere accoglievano il periodo di festa con verdi decorazioni di alloro e di agrifoglio: il fuoco scoppiettante proiettava il suo bagliore attraverso le inferriate delle finestre, invitando il passante ad aprire il chiavistello per unirsi alla cerchia che chiacchierava intorno al focolare e ingannava la lunga serata con i consueti racconti scherzosi e le fiabe natalizie già sentite tante volte.
Uno degli effetti meno piacevoli dell’odierno raffinarsi dei costumi è l’estinzione delle antiche e gioiose tradizioni dei giorni di festa. Ha completamente eliminato da questi momenti che arricchiscono la vita le emozioni intense e vivaci, e ha levigato la società fino a renderla una superficie omogenea e raffinata, ma di certo meno particolare. Molti dei giochi e degli usi che scandivano il Natale sono venuti meno del tutto o, come il vin secco di Spagna del vecchio Falstaff, sono diventati oggetto di speculazione o argomento di disputa tra i commentatori. Fiorirono in tempi pieni di spirito e di sensualità, nei quali ci si godeva la vita in modo semplice, ma di tutto cuore e con grande vitalità: tempi tumultuosi e pittoreschi che hanno provvisto la poesia del suo materiale più pregevole e il teatro della più avvincente varietà di personaggi e comportamenti. Il mondo si è fatto più mondano. Vi è più dissipazione e meno divertimento. Il piacere si è trasformato in una corrente più ampia, ma più superficiale, che si è prosciugata in molti di quei canali profondi e tranquilli in cui scorreva dolcemente nell’intima quiete della vita domestica. La società ha acquisito un tono brillante ed elegante, ma ha perso molte delle vivaci caratteristiche locali, dei sentimenti familiari, dei semplici passatempi accanto al fuoco. Le tradizioni del buon tempo antico, l’ospitalità feudale e le feste sontuose sono scomparse con i castelli baronali e gli sfarzosi manieri in cui venivano celebrate. Richiedevano un immenso salone semibuio, una lunga galleria di legno di quercia, i salotti adorni di arazzi e sono assolutamente inadatte alle sale piene di luce sfacciata e ai dissoluti salottini delle abitazioni moderne.
Pur spogliato degli antichi onori, tuttavia, in Inghilterra il Natale è ancora un periodo di deliziosa eccitazione. È un piacere constatare come il senso della famiglia sia risorto del tutto e quale ruolo importante ricopra nell’animo di ogni inglese. I preparativi che si fanno ovunque per il banchetto che vedrà di nuovo riuniti amici e parenti, lo scambio di ghiotti regali, attestazioni di rispetto che alimentano sentimenti gentili; i sempreverdi distribuiti nelle case e nelle chiese come simboli di pace e felicità: tutto ha il gradito effetto di dar vita ad affettuose amicizie e accendere benevole simpatie. Persino le note dei musici che cantano per le strade rompono all’improvviso il silenzio della notte invernale come una celestiale armonia, per quanto semplici possano essere i loro ritornelli. Quando sono stato destato da loro a quell’ora immobile e solenne «in cui il sonno profondo scende sull’uomo», li ho ascoltati con tacita gioia e, associandoli al carattere sacro e gioioso dell’evento, la mia fantasia li ha legati a un altro coro celestiale che annunciava agli esseri umani pace e amore.
Che delizia la solerzia con cui l’immaginazione muta ogni cosa in armonia e bellezza sotto l’azione di questi influssi morali! Persino il canto del gallo, che talvolta si ode nella profonda quiete delle campagne «e ne enumera le veglie notturne alle sue pennute compagne», era considerato dal popolo l’annuncio dell’avvicinarsi della sacra festività:
Qualcuno vuole che quando si approssima il tempo dell’anno in cui si festeggia la nascita del Salvatore l’uccello dell’alba canti tutta la notte; e allora, si dice, nessuno spirito osa mostrarsi, le notti sono salubri, nessun pianeta infierisce, né fata sortilegio né strega può fare fattura, tanto propizio e clemente è quel tempo.
Nel generale invito alla gioia e al rimescolarsi degli spiriti e al tumulto degli affetti che prevalgono in questo periodo, quale petto può restare impassibile? Questi sono davvero giorni di rinascita, giorni in cui accendere non solo il fuoco dell’ospitalità nella sala, ma anche la gentile fiamma della carità nel cuore.
Le immagini del primo amore rinverdiscono nella memoria elevandosi sulla sterile devastazione degli anni e l’idea della casa, ricca dei profumi delle gioie familiari, ravviva lo spirito malinconico, come la brezza proveniente dall’Arabia dona talvolta la freschezza dei campi lontani all’esausto pellegrino nel deserto.
Straniero e ospite di passaggio come sono nel Paese, sebbene alcun focolare amico possa ardere per me, alcun tetto ospitale mi dischiuda le sue porte, alcun caldo abbraccio mi venga incontro sulla soglia per darmi il benvenuto, sento tuttavia l’influenza di questo periodo diffondersi nel mio animo attraverso gli sguardi gioiosi di chi mi circonda. Di certo la serenità si irradia ovunque, come la luce del cielo, e ogni volto, splendente di sorrisi e di gioia innocente, è uno specchio che rimanda agli altri i raggi di una suprema e inestinguibile benevolenza. Chi è tanto intrattabile da rinunciare alla contemplazione della felicità del prossimo e siede grave e insoddisfatto nella sua solitudine, mentre tutto intorno è gaudio, avrà forse i suoi momenti di grande euforia e di appagamento egoistico, ma gli mancheranno la cerchia di affetti e amicizie che costituisce il fascino di un Natale felice.