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Stories by washington irving

little britain (italian)

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Al centro della grande City di Londra c’è un piccolo quartiere, che consiste di un gruppetto di vicoli, piccoli cortili e case molto antiche e decadute, che va sotto il nome di Little Britain. La scuola Christ Church e l’ospedale St Bartholomew lo delimitano a ovest; Smithfield e Long Lane a nord; Aldersgate Street, come un braccio di mare, lo separa dalla parte orientale della città, mentre il golfo di Bull-and-Mouth Street si apre dividendolo da Butcher Lane e dalla zona di Newgate. Su questa piccola area così delimitata, si affaccia con un’aria di protezione materna la grande cupola di St Paul, che sovrasta le vie interposte di Paternoster Row, Amen Corner e Ave Maria Lane.
Questo quartiere deriva il proprio nome dall’essere stato, nei tempi antichi, la residenza dei duchi di Britannia. Con l’espandersi di Londra, però, la sede della nobiltà e della raffinatezza si è spostata verso ovest e il commercio, seguendole da presso, ha preso possesso delle loro dimore abbandonate. Per qualche tempo Little Britain è stato il grande emporio della cultura, popolato dalla solerte e prolifica razza dei librai; a poco a poco anche costoro l’hanno abbandonato per migrare al di là del grande stretto di Newgate Street e stabilirsi a Paternoster Row e a St Paul’s Churchyard, dove hanno continuato a crescere e a moltiplicarsi fino ad oggi.
E tuttavia, benché caduto in declino, Little Britain conserva ancora le tracce del suo antico splendore. Vi si trovano molte abitazioni sul punto di crollare, le cui facciate sono splendidamente adorne di antiche sculture di quercia che mostrano volti spaventevoli, uccelli ignoti, animali e pesci, ma anche frutti e fiori che metterebbero in difficoltà un naturalista chiamato a classificarli. Ad Aldersgate Street ci sono anche i resti di quelle che un tempo erano le spaziose e signorili dimore delle famiglie, in tempi più recenti suddivise in vari appartamenti in affitto. Spesso vi si può trovare la famiglia di un piccolo commerciante, rintanata con la sua misera e vistosa mobilia tra le vestigia di un’antiquata eleganza, in grandi e irregolari appartamenti consumati dal tempo, con soffitti intagliati, cornici dorate ed enormi camini di marmo. Nei vicoli e nelle piazzette compaiono anche altre case più piccole e meno maestose, ma che – come le piccole e antiche famiglie di elevata condizione – si tengono ostinatamente attaccate alle loro pretese di antichità. Tutte hanno i loro abbaini che guardano la strada, grandi bovindo dai vetri legati in piombo, grottesche sculture e bassi ingressi a volta.
In questo nido così antico e raccolto, ho trascorso diversi anni di vita serena, in un confortevole alloggio al secondo piano di una delle abitazioni meno spaziose, ma più antiche. Il mio salotto è una stanza antica rivestita da piccoli pannelli e con una collezione di mobili di tutti i generi. Ho un riguardo particolare per tre o quattro poltrone – con le spalliere alte e le zampe artigliate e un broccato consunto per rivestimento – che hanno evidentemente conosciuto tempi migliori ed erano senz’altro esposte in bella mostra in uno dei vecchi palazzi di Little Britain. Sembra quasi che se ne stiano appartate e che guardino con supremo sdegno le loro vicine con il fondo di cuoio: allo stesso modo ho visto la nobiltà decaduta tenere alta la testa in mezzo alla società con cui era costretta a mischiarsi. La parete principale del mio salotto è occupata da un bovindo sui cui stipiti sono registrati i nomi di numerose generazioni di inquilini, mescolati a versi di certe inutili poesie del genere più caro ai gentiluomini, scritti in caratteri che a stento riesco a decifrare e che magnificano le virtù di varie bellezze di Little Britain da tempo immemore sfiorite, appassite e scomparse. Dal momento che sono un uomo assai ozioso, apparentemente senz’alcuna occupazione, e pago l’affitto tutte le settimane con regolarità, vengo considerato l’unico gentiluomo che viva di rendita di tutto il quartiere e poiché ero curioso di conoscere dall’interno una comunità così ripiegata su se stessa, sono riuscito a intrufolarmi in tutte le questioni e gli interessi locali.
Little Britain può essere definita a buon diritto il nocciolo del cuore della città, la roccaforte del vero “johnbullismo”. È un frammento della Londra dei tempi migliori, con la sua gente e le sue antiche usanze. Qui continuano a vivere, perfettamente conservati, molti dei divertimenti e delle abitudini di un tempo. Gli abitanti più devoti mangiano frittelle il martedì grasso, panini con una croce segnata sopra il Venerdì Santo e oca arrosto a San Michele; spediscono lettere d’amore il giorno di San Valentino, bruciano il papa il cinque novembre, e a Natale baciano tutte le ragazze sotto il vischio. Roast-beef e plum pudding sono tenuti in superstiziosa venerazione e il porto e lo sherry sono considerati gli autentici vini inglesi, mentre tutti gli altri non sono che ignobili bevande straniere.
Little Britain ha il suo lungo catalogo di meraviglie cittadine che secondo gli abitanti sono le meraviglie del mondo: come la possente campana di St Paul, che quando rintocca fa inacidire la birra; le figure che battono le ore sull’orologio di St Dunstan; il Monumento; i leoni della Torre, i giganti di legno di Guildhall. Chi vive qui crede ancora ai sogni e alle fattucchiere e una vecchia che abita a Bull-and-Mouth Street si guadagna di che vivere rintracciando beni rubati e promettendo alle ragazze un buon marito. Le comete e le eclissi destano sempre una certa inquietudine e se di notte un cane ulula, lo si considera un segno certo di una morte in casa. Sono assai diffuse anche le storie di fantasmi, ambientate per lo più nelle vecchie case signorili, in molte delle quali si dice che talvolta accadano strani eventi. Lord e dame – i primi con la parrucca e il codino, i polsini di trina e la spada, le seconde in corsetto, crinolina e broccato – sono stati visti nelle notti di luna piena mentre si aggiravano per le grandi stanze abbandonate e si pensa che siano le ombre degli antichi proprietari, abbigliati secondo la moda di corte.
Little Britain ha anche i suoi savi e i suoi grandi uomini. Tra i primi, uno dei più importanti è un anziano signore alto e asciutto di nome Skryme, proprietario di una farmacia. Ha un volto cadaverico, pieno di cavità e di sporgenze, con due cerchi lividi intorno agli occhi che sembrano un paio di occhiali di corno. È molto stimato dalle vecchie che lo considerano una specie di stregone perché conserva nella bottega due o tre alligatori impagliati appesi al soffitto e numerosi serpenti in bottiglia. È un avido lettore di almanacchi e giornali ed è sempre impegnato a studiare meticolosamente allarmanti notizie di complotti, cospirazioni, incendi, terremoti ed eruzioni vulcaniche: tutti fenomeni che considera un segno dei tempi. Non è mai sprovvisto di qualche lugubre notizia del genere da vendere ai clienti insieme ai suoi preparati e, in questo modo, mette in subbuglio nello stesso tempo l’anima e il corpo. Crede nei presagi e nelle premonizioni e conosce a memoria le profezie di Robert Nixon e di Mamma Shipton. Nessun altro al mondo riesce a trarre tanti indizi da un’eclissi o anche da un giorno più buio del normale; agita la coda dell’ultima cometa in faccia ai suoi clienti e ai suoi discepoli fino a terrorizzarli a morte. Ultimamente ha fatto sua una leggenda o predizione popolare sulla quale è più verboso che mai. Si dice, in special modo tra le antiche sibille che custodiscono gelosamente simili presagi, che quando la cavalletta in cima all’Exchange stringerà la mano al dragone sul campanile di Bow Church, avranno luogo incredibili prodigi. Sembra che questa strana congiunzione si sia verificata in modo non meno bizzarro. Per i restauri della cupola dell’Exchange e del campanile di Bow Church è stato chiamato lo stesso architetto e, spaventoso a dirsi, il dragone e la cavalletta stanno effettivamente gomito a gomito nel cortile del suo laboratorio!
«Che vadano, gli altri», è solito proclamare Mr Skryme, «che vadano a guardare le stelle, a studiare le congiunzioni astrali; ma qui sulla terra, vicino a casa nostra, c’è una congiunzione che supera tutti i segni e i calcoli degli astrologi». Da quando queste funeste banderuole hanno posato il capo l’una accanto all’altra, infatti, si sono già verificati vari eventi prodigiosi. Il buon vecchio re ha reso immediatamente l’anima a Dio (benché avesse ottantadue anni); un altro sovrano è salito al trono; un duca di sangue reale è morto all'improvviso; un altro, in Francia, è stato assassinato; ci sono state riunioni di radicali in tutte le regioni del regno; le scene sanguinose di Manchester; il grande complotto di Cato Street; e, quel che è peggio, la regina è tornata in Inghilterra! Mr Skryme passa in rassegna tutti questi sinistri eventi con espressione sibillina e un lugubre dondolio del capo; e poiché vengono acquisiti insieme ai preparati e, nell’immaginario degli ascoltatori, sono associati ai mostri marini impagliati, ai rettili sotto spirito e al suo volto – che è il frontespizio della tribolazione – hanno diffuso un gran malumore tra gli abitanti di Little Britain. Essi si stringono nelle spalle ogni volta che passano davanti a Bow Church e fanno notare che non ci si può aspettar niente di buono dall’aver smontato il campanile che in passato annunciava solo belle notizie, come dimostra la storia di Whittington e del suo gatto.
L’oracolo rivale di Little Britain è un ricco venditore di formaggi che risiede in una sezione di una delle antiche case nobiliari e vi è magnificamente alloggiato, come un pasciuto topolino in una delle sue forme di Cheshire. In effetti è uomo di non poca importanza e gode di una discreta reputazione, tanto che il suo nome è noto per Muggin Lane, Land Lane, fino ad Aldermanbury. I suoi giudizi in fatto di affari di stato sono tenuti in gran conto dato che sono almeno cinque decenni che si dedica alla lettura dei giornali domenicali insieme al «Gentleman’s Magazine», alla History of England di Rapin e al «Naval Chronicle». La sua testa è ben affollata di sentenze che resistono alla prova del tempo e dell’uso da secoli. È sua convinzione che sia «moralmente impossibile», finché l’Inghilterra resterà fedele a se stessa, che esista al mondo qualcosa in grado di farla vacillare; e avanza molti argomenti a proposito del debito nazionale, con i quali riesce a dimostrare, in un modo o nell’altro, che è un baluardo nazionale e una vera benedizione. Ha trascorso quasi tutta la vita entro i confini di Little Britain finché negli ultimi anni, dopo essere diventato ricco e aver acquisito la dignità di un bastone da passeggio domenicale, ha iniziato a godersi la vita e a vedere un po’ di mondo. E così ha fatto parecchie gite ad Hampstead, Highgate e in altre città vicine, dove ha passato interi pomeriggi a guardare Londra con un cannocchiale, cercando di individuare il campanile di St Bartholomew. Non c’è vetturino di Bull-and-Mouth Street che non si tocchi il cappello al suo passaggio e, alla stazione di posta de «L’Oca e la Graticola» – a St Paul’s Churchyard – è considerato un vero e proprio benefattore. I suoi familiari lo hanno incalzato perché si recasse in spedizione a Margate, ma lui nutre seri dubbi circa quei nuovi marchingegni, i battelli a vapore, e in realtà ritiene di essere troppo in là con gli anni per intraprendere dei viaggi per mare.
Little Britain ha di tanto in tanto le sue fazioni e divisioni interne, e una volta, allorché nella zona sorsero due società funebri rivali, infuriò lo spirito di parte. Una teneva le sue riunioni presso «Il Cigno e il Ferro di cavallo», ed era patrocinata dal venditore di formaggi; l’altra nei locali di «Il Gallo e la Corona», sotto gli auspici dello speziale: inutile dire come fosse quest’ultima ad essere la più florida. Ho avuto modo di assistere per un paio di sere ad entrambe le riunioni e ho acquisito numerose informazioni circa il modo migliore di essere interrati; sui pregi inerenti ai vari cimiteri, oltre a diverse idee a proposito di feretri in ferro brevettati. Ho sentito sviscerare la questione in tutti i suoi aspetti e persino valutare la possibilità di proibirle – qualora la legge lo avesse permesso – in considerazione della loro durata. Negli ultimi tempi, le faide generate da queste due società si sono, fortunatamente, concluse; ma per lungo tempo sono state oggetto di lunghe controversie poiché gli abitanti di Little Britain sono oltremodo meticolosi nel rendere gli onori funebri e un comodo riposo nella tomba.
Oltre a queste due società funebri, ne esiste una terza di genere ben diverso, che tende a diffondere il buonumore in tutto il quartiere. Si riunisce una volta alla settimana all’interno di un locale antiquato che appartiene a un allegro locandiere di nome Wagstaff e fa sfoggio di un’insegna che raffigura una scintillante mezza luna e un grappolo d’uva assai seducente. L’intero edificio è tappezzato di iscrizioni volte ad attrarre l’attenzione del viandante assetato, tra cui: «Birra Truman, Hanbyry & Co.»; «Cantine del vino, del rum e del brandy»; «Old Tom, rum e bevande varie»… In effetti, questa locanda è stata tempio di Bacco e di Momo fin da tempi immemori. Dal momento che è sempre stato tenuto dalla famiglia Wagstaff, la sua storia si è preservata abbastanza bene fino all’attuale proprietario. Era assai frequentato dagli uomini di mondo e dai cavalieros del regno di Elisabetta e visitato di tanto in tanto dagli spiriti arguti del tempo di Carlo II. Ma ciò di cui Wagstaff va più fiero è che Enrico VIII, nel corso di una delle sue abituali passeggiate notturne, abbia rotto la testa a uno dei suoi avi con il suo ben noto bastone da passeggio. Questa, tuttavia, è ritenuta da tutti una fandonia frutto dell’esagerata vanteria del locandiere.
Il club che ora vi tiene le sue riunioni settimanali è noto con il nome di «La Compagnia urlante di Little Britain». Hanno un repertorio inesauribile di vecchie ariette e canzoncine ed eccellenti storielle di tradizione locale e impossibili da trovare in qualsiasi altra zona della città. C’è un bel tipo, proprietario di una società di pompe funebri, che è inimitabile quando si esibisce in una vecchia ballata; ma l’anima del club e, in effetti, il miglior mattacchione di Little Britain, è il corpulento Wagstaff in persona. I suoi avi erano già dei burloni ed egli ha ricevuto in eredità, insieme alla locanda, un gran numero di canzoni e di barzellette che si tramandano di generazione in generazione, come cimeli di famiglia. Egli è un ometto azzimato e vivace, con le gambe ad arco e la pancia rotonda, il viso rubizzo, l’occhio lucido e smaliziato e una piccola coda di capelli grigi le gambe arcuate e la pancia rotonda, il viso color sulla nuca. All’inizio di ogni riunione serale viene chiamato a intonare il suo Atto di fede, che è l’antica e ben nota canzone dei bevitori tratta dal Gammer Gurton’s Needle. A dir la verità, egli la esegue con molte variazioni, così come l’ha appresa dalle labbra del padre, perché era il pezzo forte della «Mezzaluna e il Grappolo d’uva» sin da quando venne composta. Anzi, egli sostiene che i suoi antenati avevano avuto spesso l’onore di cantarla dinanzi alla grande e piccola nobiltà, alle mascherate di Natale, quando Little Britain era al culmine del suo splendore.
Spalanca ogni cuore, e chiunque sarebbe d’accordo, sentire le esclamazioni festose, i brani di canzoni e, ogni tanto, una mezza dozzina di voci stonate che prorompono in coro da quel luogo giulivo in una sera di riunione. In quei frangenti la strada è affollata di ascoltatori che godono al pari di chi ammira la vetrina di un pasticcere o fiuta gli aromi di una rosticceria.
Vi sono due eventi annuali che suscitano grande sensazione e una notevole baraonda a Little Britain: ovvero la fiera di San Bartolomeo e il giorno del Lord Mayor. Nel periodo della fiera, allestita nelle zone adiacenti di Smithfield, non si fa che parlottare e bighellonare. Le strade solitamente pacifiche di Little Britain sono assaltate da una folla di volti e personaggi sconosciuti; ogni locanda è teatro di scompiglio e divertimento sfrenato. Mattina, pomeriggio e sera escono dalla taverna suoni di violini e canzoni, e a ogni finestra si vede un gruppo di compagni di bagordi che, con gli occhi socchiusi, il cappello inclinato da una parte, la pipa in bocca e il boccale in mano, fanno mille moine e intonano canzoni oltremodo lacrimose. Neanche il morigerato contegno delle famiglie – il quale, devo ammettere, è sempre strettamente osservato dai miei vicini – è immune da questi baccanali. Non c’è modo di tenere in casa le domestiche. Non pensano ad altro che a Punch e al teatrino dei burattini, ai cavalli volanti, al Signior Polito, al mangiatore di fuoco, al celeberrimo nano Simon Paap e al gigante d’Irlanda. Anche i bambini scialacquano in balocchi e in dorato pan di zenzero tutte le monete avute in dono per le feste e ogni casa risuona del clangore lillipuziano delle trombette, dei tamburi, e dei fischietti da un penny.
Ma la più importante ricorrenza dell’anno è il giorno del Lord Mayor. Il Lord Mayor è considerato dagli abitanti di Little Britain il più grande potentato del mondo; la sua carrozza dorata, tirata da sei cavalli, è l’apice dell’umano splendore e il suo corteo, con tutti gli assessori e gli sceriffi al seguito, la più grandiosa di tutte le parate. Come gioiscono al pensiero che persino Sua Maestà non osi fare il suo ingresso nella City senza prima bussare alla porta di Temple Bar e ricevere l’autorizzazione del Lord Mayor! E se non se ne preoccupasse – Dio ce ne scampi! – non è dato sapere quali potrebbero essere le conseguenze. L’uomo in armatura che precede a cavallo il Lord Mayor è il paladino della città, colui che ha ricevuto l’ordine di abbattere chiunque offenda la dignità cittadina. Ed ecco l’ometto con in testa una calotta di velluto, che siede al finestrino della carrozza di gala e stringe la spada della città, lunga come l’asta di legno di una lancia. Santi numi! Se la brandisse, una simile spada, neanche il re in persona avrebbe scampo!
Sotto l’ala protettrice di questo sommo dignitario, gli onesti abitanti di Little Britain dormono sonni tranquilli. Temple Bar è una solida barriera contro tutti i nemici interni e in caso di un attacco esterno, il Lord Mayor non deve far altro che serrarsi in tutta fretta nella Torre, chiamare i Trainband e disporre la milizia permanente dei Beefeaters in assetto di guerra: a quel punto può lanciare sfide al mondo intero!
E così, tutta avvoltolata nelle sue preoccupazioni, nelle sue consuetudini e nei suoi giudizi, Little Britain ha prosperato a lungo come un cuore sano in questa grande metropoli che si accresce come un fungo. Ho sempre amato considerare questo angolo come un luogo eletto, in cui i princìpi del più indefesso johnbullismo sono depositati, come granturco da semina, per rinnovare il carattere nazionale qualora dovesse logorarsi e degenerare. Ho constatato poi con gioia quale generale spirito di armonia imperasse in tutto il quartiere; anche quando capitava che sorgessero dei conflitti di opinioni tra i sostenitori del venditore di formaggi e quelli dello speziale e un’occasionale faida tra le società funebri, non si trattava che di nuvole di passaggio, che presto svanivano. Quando i vicini si incontravano erano sempre ben disposti, si separavano con una stretta di mano e non s’insultavano mai se non dietro le spalle.
Potrei rendere preziosi resoconti di feste pacate cui ho avuto modo di prendere parte, nel corso delle quali abbiamo giocato ai quattro cantoni, alla Papessa Giovanna, a Tom-vieni-a-pizzicarmi e altri vecchi giochi, e talvolta ci siamo divertiti con una bella danza campestre inglese di antica tradizione sulle note di Sir Roger de Coverley. I vicini si davano inoltre appuntamento, una volta all’anno, per andare a fare una gita nella foresta di Epping. Faceva bene al cuore vedere con quanta spensieratezza si banchettasse sull’erba all’ombra degli alberi, e come il bosco risuonasse dell’ilarità generata dalle canzoni del piccolo Wagstaff e dell’allegro impresario di pompe funebri! Dopo pranzo, poi, i ragazzi si inseguivano giocando a mosca cieca e nascondino, ed era uno spettacolo divertente vederli impigliarsi tra i cespugli e sentire ogni tanto i gridolini di una fanciulla bella e irrequieta avvinta dai rovi. Chi era più in là con gli anni si avvicinava al venditore di formaggi e al farmacista per ascoltare quanto avevano da dire sulla situazione politica, dal momento che di solito non mancavano di portare un giornale per ammazzare il tempo. Talvolta, ad essere sinceri, gli animi si surriscaldavano un poco nel corso della discussione, ma ogni contrasto si dirimeva sempre ricorrendo a un anziano e rispettabile ombrellaio con la pappagorgia, il quale, nonostante non capisse mai nulla dell’argomento in questione, riusciva ogni volta, in un modo o nell'altro, a deliberare in favore di entrambe le parti.
E tuttavia ogni impero – come dice un filosofo o uno storico, non ricordo – è destinato a mutamenti e rivoluzioni. Il lusso e le innovazioni prendono piede, sorgono delle fazioni e, a volte, delle famiglie il cui arrivismo e i cui intrighi scaraventano l’intero sistema nella confusione. La serenità di Little Britain, infatti, è stata gravemente turbata, in questi ultimi tempi, e la nobile e preziosa semplicità dei suoi modi ha rischiato di essere del tutto sconvolta dall’ambizione della famiglia di un macellaio in pensione.
Quella dei Lamb era stata per molto tempo una delle famiglie più floride e popolari della zona; le signorine Lamb erano le reginette di Little Britain e furono tutti contenti quando il vecchio Lamb riuscì a guadagnare e mettere da parte quanto gli serviva per chiudere bottega e affiggere sulla porta una lucente targa di ottone con il suo nome. Giunse però il disgraziato giorno in cui una delle figlie ebbe l’onore di essere una delle damigelle al seguito della Lady Mayoress al grande ballo annuale, evento per cui si adornò il capo con tre enormi e vistose piume di struzzo. La famiglia non fu mai in grado di riaversi da quel colpo: tutti furono immediatamente contagiati dalla passione per la bella vita, si munirono di una carrozza a un tiro, appuntarono un nastro di seta d’oro al cappello del ragazzo delle commissioni, e da quel momento furono il bersaglio di tutti i pettegolezzi e gli strali del vicinato. Non c’era più nulla che li potesse convincere a giocare alla Papessa Giovanna o a mosca cieca; detestavano ogni danza che non fosse la quadriglia, un ballo che nessuno nel circondario aveva mai sentito nominare; e si erano messi a leggere romanzi, a storpiare il francese e a strimpellare il piano. Anche il fratello, che era stato collocato come apprendista presso uno studio legale, amava impersonare la parte del dandy e del critico – figure fino a quel momento sconosciute a Little Britain – e lasciava attoniti i rispettabili abitanti del luogo disquisendo di Kean, dell'Opera e della «Edimbro’ Review».
Ma l’occasione peggiore di tutte si verificò quando i Lamb organizzarono un gran ballo, cui tralasciarono di invitare i loro vicini di sempre, per radunare invece un gran numero di manierose famiglie giunte da Theobald’s Road, Red Lion Square e altri quartieri più a ovest. C’erano parecchi zerbinotti amici del fratello, venuti da Gray’s Inn Lane e da Hatton Garden e almeno tre mogli di assessori con le rispettive figlie. Impossibile dimenticare o perdonare una simile offesa. Non c’era angolo di Little Britain che non fosse in subbuglio per lo schioccare delle fruste che incitavano i poveri cavalli, per il trambusto e il tintinnio delle carrozze a nolo. I pettegoli del quartiere facevano capolino a ogni finestra con i loro berretti da notte, intenti a veder sfrecciare fragorosamente quelle folli vetture; e ci fu un gruppo di vecchi amici risentiti che si sistemò in una casa dirimpetto a quella del macellaio in pensione per avere un punto d’osservazione che permettesse loro di scrutare e denigrare tutti coloro che bussavano alla porta.
Quell’evento mondano rischiò di scatenare una guerra aperta e tutto il vicinato dichiarò solennemente che non avrebbe avuto più niente a che fare con i Lamb. È vero che Mrs Lamb, quando non aveva altri impegni con le conoscenze d’alto rango, invitava a casa le vecchie amiche per prendere un noiosissimo tè, «una cosettina alla buona», diceva; ed è anche vero che i suoi inviti erano sempre accettati, nonostante tutti i giuramenti che professavano il contrario. Non solo, a quelle care gentildonne piaceva la musica delle signorine Lamb, che acconsentivano a pestare sul piano un motivetto irlandese; e prestavano orecchio e straordinaria attenzione agli aneddoti di Mrs Lamb a proposito della famiglia dell’assessore Plunket di Portsoken Ward e delle signorine Timberlake, le danarose ereditiere di Crutched Friars, salvo poi alleviare la propria coscienza ed evitare i rimproveri delle loro complici passando al vaglio, appena si incontravano per spettegolare, tutto ciò che era accaduto e riducendo in brandelli i Lamb e tutta la loro combriccola.
L’unico della famiglia che non si riusciva a rendere più aggraziato ed elegante, era lo stesso macellaio in pensione. L’onesto Lamb, a dispetto della pacatezza suggerita dal suo nome era un omone grezzo con una voce da leone, una chioma di capelli neri ispidi come le setole di una spazzola da scarpe e un faccione dall’incarnato pieno di chiazze come i manzi che aveva smerciato. Senz’alcun frutto le figlie parlavano di lui definendolo “vetusto gentiluomo”, invano lo chiamavano “papà” con tono infinitamente dolce e si sforzavano di convincerlo ad utilizzare veste da camera, babbucce e altre consuetudini da gran signore. Facevano tutto ciò che era in loro potere, ma non c’era verso di piegare il macellaio. La sua indole granitica sgominava tutte le loro moine. La sua gaiezza affabile e plebea era del tutto indomabile. Le barzellette che era solito raccontare facevano inorridire le sue sensibili figlie; si ostinava a indossare una blusa di cotone celeste, a pranzare alle due e a mangiarsi «un bel pezzetto di salsiccia insieme al tè».
Nonostante tutto, fu destinato a condividere l’avversione di cui era oggetto la sua famiglia. Constatò come i modi dei suoi amici di sempre fossero diventati pian piano più freddi e formali, non ridevano più delle sue battute, e ogni tanto, alludevano con delle frecciatine a “certa gente” e alle “frequentazioni altolocate”. Un simile comportamento innervosiva e insieme confondeva il rustico macellaio; e la moglie e le figlie, impiegando le consumate arti diplomatiche proprie del sesso più astuto, approfittarono delle circostanze e riuscirono a ottenere che egli abbandonasse l’abituale fumata e bevuta pomeridiana presso la taverna di Wagstaff e che dopo pranzo se ne stesse solo soletto, con una pinta di porto – liquore che detestava – al posto della birra, e dalla poltrona ciondolasse mansueto la testa immerso nella tetra solitudine della sua nobiltà.
Finalmente si potevano vedere le signorine Lamb passeggiare tronfie per strada – con cappellini francesi a incorniciare i loro volti e sconosciuti damerini al fianco – che parlavano e scoppiavano in risate così acute da scuotere i nervi di tutte le care comari a portata d’orecchio. Arrivarono persino a improvvisarsi mecenati e convinsero un insegnante di ballo francese a trasferirsi nel quartiere; ma a questa nuova pensata gli animi dei rispettabili abitanti di Little Britain si accesero e lo sfortunato discendente dei Galli fu perseguitato al punto da essere costretto a impacchettare violino e scarpette da ballo e a levare le tende in fretta e furia, tanto che dimenticò persino di saldare l’affitto.
In principio mi compiacqui di quella reazione, al pensiero che tutto quel fiero sdegno da parte della comunità fosse frutto di un mero eccesso di zelo per le care vecchie tradizioni inglesi e il disgusto che ogni innovazione generava in loro, e approvavo la diffusa indignazione che sentivo manifestare con tanto ardore contro l’ostentazione dei parvenu, le mode francesi e le signorine Lamb. Purtroppo, però, mi duole ammettere che ben presto mi accorsi che l’infezione aveva attecchito e che i miei vicini, dopo aver aspramente condannato, presero a seguire il loro esempio. Una volta mi capitò di sentire la mia padrona di casa tormentare il marito perché le loro figlie studiassero un po’ di francese e di musica, e magari prendessero anche lezioni di quadriglia. Nel giro di qualche domenica, ho persino visto sfilare per Little Britain non meno di cinque cappellini francesi, in tutto e per tutto uguali a quelli delle signorine Lamb.
Nutrivo ancora la speranza che pian piano tutta questa follia venisse meno, che le signorine Lamb cambiassero quartiere, che morissero o fuggissero con qualche apprendista avvocato e che i modi pacati e tranquilli del vicinato ritornassero a prosperare. Ma sfortunatamente fece la sua comparsa un rivale. Il ricco proprietario di un oleificio morì e lasciò alla propria vedova un’ingente fortuna e una schiera di floride figlie. Queste signorine si erano lungamente e segretamente lamentate per la parsimonia del prudente padre, che teneva a freno tutte le loro ansie di raffinatezza. Le loro aspirazioni, non più frustrate, divamparono e le damigelle scesero apertamente in campo contro la famiglia del macellaio. Certo, le Lamb, avendo iniziato per prime, erano avvantaggiate nella carriera mondana: balbettavano un po’ di cattivo francese, pestavano il pianoforte, ballavano la quadriglia e avevano intessuto relazioni altolocate. Ma le Trotter non si lasciavano certo distaccare di molto. Se le Lamb comparivano con due piume sul cappello, le Trotter ne ostentavano il doppio e di colori doppiamente sgargianti. Se le Lamb indivano un ballo, era sicuro che le Trotter avrebbero fatto lo stesso e per quanto non potessero vantare degli invitati altrettanto raffinati, la loro compagnia di ospiti era due volte più grande e si divertivano il doppio.
Alla lunga l’intera comunità si è divisa in due fazioni mondane sotto i vessilli di queste due famiglie. I vecchi giochi della Papessa Giovanna e di Tom-vieni-a-pizzicarmi sono caduti nell’oblio; non c’è modo di organizzare una genuina festa campestre e quando lo scorso Natale ho tentato di baciare una signorina sotto il vischio, sono stato respinto con disprezzo, dato che le signorine Lamb avevano proclamato che si trattava di un’usanza «scandalosamente plebea». È sorto anche un aspro contenzioso per decidere quale sia la zona di Little Britain più raffinata: le Lamb parteggiavano per l’onorabilità di Cross Keys Square, mentre le Trotter per quella dei dintorni di St Bartholomew.
E così come questo piccolo territorio, come il grande impero di cui porta il nome, è ormai dilaniato da partiti e lotte intestine; e quale sarà l’esito di simili contrasti è una questione che getta nello sgomento persino lo speziale, nonostante sia tanto portato per le previsioni, ma io temo che tutto terminerà con la fine del più autentico johnbullismo.
Intanto, gli effetti immediati sono per me oltremodo spiacevoli. Dal momento che sono scapolo e, come ho già avuto modo di osservare, un uomo piuttosto indolente e inetto, sono considerato come l’unico vero gentiluomo di professione del luogo. Godo perciò della stima di entrambi i salotti, e sono costretto ad assistere a tutti i consigli di gabinetto e i vicendevoli insulti. E poiché le mie buone maniere mi impediscono di contraddire le signore in qualsivoglia occasione, ho finito col compromettermi con entrambe le parti nel modo peggiore, ovvero sparlando delle rispettive rivali. Potrei riuscire a mettere a tacere la mia coscienza, che è per sua natura molto arrendevole, ma di certo non i miei timori: se mai le Lamb e le Trotter dovessero rappacificarsi e confrontare i commenti, sarei finito!
È per questo che ho deciso di battere la ritirata finché sono ancora in tempo, e così sono alla ricerca, in questa metropoli, di un altro nido in cui continuino a sopravvivere le antiche tradizioni inglesi, in cui non si parli, non si danzi, non si mangi e non si beva in francese, e in cui non ci siano famiglie mondane di commercianti in pensione. Una volta trovato vi accorrerò come un vecchio topo accorto, prima che la casa mi crolli sulla testa; darò un lungo e sofferto addio alle mie attuali mura e lascerò che le fazioni rivali dei Lamb e dei Trotter si dividano l’impero in preda alla confusione di Little Britain.