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Stories by washington irving

la vigilia di natale (italian)

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Era una chiara notte di luna, ma estremamente rigida; il nostro calesse percorreva il terreno ghiacciato più veloce di un turbine; il cocchiere schioccava la frusta senza tregua spingendo i cavalli quasi di continuo al galoppo.
«Sa dove va», disse il mio compagno ridendo, «ed è ansioso di arrivare in tempo per prendere parte all’allegra mensa della servitù. Deve sapere che mio padre è un fanatico sostenitore delle antiche usanze ed è un vanto per lui mantenere vitale, per quanto è possibile, la vecchia ospitalità inglese. È un buon esempio di quello che al giorno d’oggi è raro incontrare allo stato genuino, il vecchio gentiluomo inglese di campagna, perché ormai i proprietari trascorrono gran parte della loro esistenza in città e i costumi urbani sono talmente diffusi ovunque che le vere usanze signorili dell’antica vita di campagna sono state quasi completamente spazzate via. Mio padre però, fin da giovane, ha sempre adottato come libro di testo l’ottimo Peacham invece del Chesterfield, e deliberò che non vi fosse condizione più onorevole e invidiabile di quella del gentiluomo di campagna nelle tenute di famiglia che quindi trascorre tutto il tempo nelle sue proprietà. È uno strenuo sostenitore del ritorno degli antichi giochi campestri e si batte per il rispetto delle festività: a questo proposito legge con passione gli scrittori antichi e moderni che hanno trattato questo argomento. Anzi, le sue letture preferite sono gli autori vissuti almeno due secoli fa e insiste nell’affermare che ragionavano e scrivevano da veri inglesi, più di chiunque altro venuto dopo. Talvolta si rammarica persino di non essere nato qualche secolo prima, quando l’Inghilterra possedeva una sua propria fisionomia e aveva usi e costumi tutti particolari. Poiché abita in una zona romita della campagna, piuttosto distante dalla strada maestra, usufruisce di quella che per un inglese è la più desiderabile di tutte le fortune: la possibilità di assecondare, senza interferenze esterne, le proprie inclinazioni. Poiché rappresenta la più antica famiglia del circondario e dato che la maggior parte dei contadini sono suoi affittuari, è tenuto in grande considerazione e tutti lo conoscono semplicemente come lo “Squire”, titolo attribuito da tempi immemori al capo della casata. Credo che sia opportuno darle queste notizie sul conto del mio degno padre per introdurla a certe piccole eccentricità che, altrimenti, le potrebbero sembrare assurde».
Da qualche tempo procedevamo lungo il muro di cinta di un parco e finalmente la carrozza si fermò davanti a un elegante cancello in stile antico, massiccio, realizzzato con inferriate di ferro dalla punta finemente lavorata a fiori e arabeschi. I solidi pilastri quadrati che lo sorreggevano erano sormontati dallo stemma di famiglia. Lì accanto sorgeva la casa del portiere, riparata da ombrosi abeti, seminascosta dagli arbusti.
Il cocchiere tirò la grossa campana dell’ingresso, che risuonò nell’aria rigida e silenziosa e cui rispose da lontano l’abbaiare del manipolo di cani che facevano la guardia alla casa padronale. Subito, una donna si affrettò al cancello. Dato che la luce della luna la illuminava con chiarezza, potei distinguere un’anziana donnetta all’antica, vestita seconda la foggia delle nostre nonne, con un lindo fazzoletto e una pettorina, e i capelli d’argento che sbucavano da una cuffia bianca come la neve. Ci venne incontro sorridento, facendo inchini ed esprimendo l’ingenuo piacere di rivedere il giovane padrone. A quanto pareva, il marito era al castello per trascorrere la vigilia di Natale nella stanza da pranzo dei domestici, che non potevano rinunciare a lui perché era il più esperto di tutti a intonare una canzone o raccontare una storia.
Il mio amico mi invitò a scendere e a percorrere il parco a piedi fino alla villa che si trovava non molto distante, e ordinò poi che la carrozza proseguisse. La nostra strada si affacciava su un sontuoso viale alberato. La luna, veleggiando nella volta profonda di un cielo terso, brillava sui rami spogli. I prati erano ricoperti da un sottile velo di neve che scintillava qua e là sotto ai raggi lunari e, in lontananza, una lieve nebbiolina si alzava furtiva dalla valle, minacciando di insinuarsi pian piano in tutto il paesaggio.
Il mio compagno si guardò intorno con emozione. «Quante volte», mi disse, «mi sono lanciato di corsa per questo viale, quando tornavo a casa per le vacanze delle scuole! Quante volte, da ragazzo, ho giocato sotto questi alberi! Provo per loro una sorta di attaccamento filiale, come per tutti quelli che si sono presi cura di noi durante l’infanzia. Mio padre era sempre molto attento a ciò che riguardava le nostre vacanze e, nelle feste familiari, ci voleva tutti attorno a sé. Era solito sovrintendere ai nostri giochi con lo stesso zelo con cui certi genitori si dedicano a dirigere gli studi dei loro figlioli. Era suo intimo desiderio che praticassimo i giochi inglesi tradizionali, nella loro forma originale, e per ogni “allegro passatempo” consultava vecchi volumi che ne assicurassero l’autenticità. Ma mi creda, non vi fu mai pedanteria più gradita. Lo scopo del bravuomo era che i figli pensassero alla loro casa come al posto più felice del mondo e sono dell’idea che questo sincero amore per il focolare domestico sia una delle attenzioni più preziose che un genitore possa riservarci».
Fummo interrotti dal fragore di una muta di cani di ogni razza e dimensione, «bastardi, cuccioli, segugi e cagnolini di nessun pregio» che, infastiditi dal suono della campana e dal rumore della carrozza, si avvicinavano a balzi attraverso il prato, abbaiando tutti insieme.
Guardate, tutti i cani, piccoli e grandi, Bianco, Scodella e Dolcecuore, mi abbaiano contro.
gridò Bracebridge ridendo. Al suono della sua voce l’abbaiare dei cani si trasformò in un guaito di gioia e, nel giro di pochi istanti, fu circondato e quasi soggiogato dalle dimostrazioni d’affetto dei fedeli animali.
Intanto eravamo giunti vicino all’antica casa padronale, in parte oscurata dalle tenebre, in parte illuminata dai gelidi raggi della luna. Era un edificio asimmetrico, piuttosto imponente, e dava l’impressione che la sua architettura appartenesse a epoche diverse. Un’ala era, evidentemente, molto antica, con bovindo aggettanti, dotati di solidi pilastri di pietra e ammantati di edera: tra le sue foglia i vetri sfaccettati delle finestre scintillavano alla luce lunare. L’altra parte dell’edificio era in stile francese dell’epoca di Carlo II, poiché era stato restaurato e modificato, come mi spiegò il mio amico, da un loro avo che era tornato in patria con quel re al tempo della Restaurazione. I giardini attorno alla casa erano sistemati nella maniera tradizionale, con aiuole fiorite, siepi ben potate, terrazze sopraelevate e massicci parapetti di pietra, ornati di urne, da una o due statue di piombo e da un getto d’acqua. Venni a sapere che il padrone di casa dedicava un’attenzione puntuale nel mantenere in tutto il suo aspetto originario questo genere di eleganza superata. Tale disposizione dei giardini gli piaceva molto perché conferiva un’aria di sontuosità, era solenne e grandiosa, rappresentava in modo adeguato un’antica e nobile casata. Nel giardino di oggi infatti, diceva, la tanto decantata imitazione della natura era nata insieme alle nuove idee repubblicane, ma non era consona a un governo monarchico: faceva pensare a un piano livellatore. Non potei trattenermi dal sorridere di fronte a questa combinazione di politica e giardinaggio e dichiarai una certa preoccupazione per la rigida professione di fede del veccho gentiluomo. Tuttavia Frank mi garantì che quello era stato uno dei pochissimi casi in cui aveva sentito suo padre parlare di politica ed era più che sicuro che avesse ripreso quelle idee da un membro del Parlamento che in passato aveva trascorso alcune settimane in sua compagnia. Lo Squire, insomma, ricorreva a qualunque argomento per difendere le sue siepi di tasso e le sue sontuose terrazze, che di tanto in tanto erano criticate dai giardinieri moderni, dediti di oggi.
Avvicinandoci al maniero, udimmo giungere da una delle ali esterne dell’edificio una suono di melodia interrotta di tanto in tanto da scoppi di risa. Bracebridge disse che proveniva sicuramente dalla sala da pranzo della servitù dove, durante tutti i dodici giorni del Natale, lo Squire concedeva e persino incoraggiava, una buona dose di baldoria, purché tutto fosse conforme agli usi tradizionali. Qui erano in voga i vecchi passatempi, il ceppo di Yule e le candele di Natale ardevano regolarmente e il vischio dalle bacche bianche veniva appeso alla porta, mettendo subito in pericolo tutte le graziose cameriere.
La servitù era così immersa nei suoi giochi che dovemmo suonare parecchie volte prima che ci udissero. All’annuncio del nostro arrivo, lo Squire uscì ad accoglierci, accompagnato dagli altri due figli: un giovane ufficiale dell’esercito, a casa in licenza, e uno studente di Oxford, di ritorno dall’Università. Lo Squire era un vecchio gentiluomo dall’aspetto sano e forte; i capelli d’argento si arricciavano intorno a un viso notevolmente florido sul quale un fisionomista che, come me, avesse ricevuto qualche imbeccata, avrebbe potuto leggere una particolare mescolanza di originalità e benevolenza.
L’incontro fu caldo e affettuoso. Poiché eravamo a sera già inoltrata, il padrone di casa non ci permise di cambiare gli abiti da viaggio, ma ci presentò subito alla comitiva riunita in un’ampia sala arredata in stile antico. Al gruppo appartenevano i differenti rami di una nutrita parentela, con la solita equa presenza di vecchi zii e zie, signore maritate dall’espressione soddisfatta, zitellone fuori corso per limiti di età, prospere cugine di campagna, giovinetti ancora imberbi e scolaretti dagli occhi vivaci. Tutti erano intenti in varie occupazioni: alcuni giocavano a carte; altri conversavano intorno al caminetto; a un’estremità della stanza vi era un gruppo di giovani – alcuni quasi adulti, altri poco più che adolescenti – assorti in un gioco che sembrava molto spassoso, e cavallucci di legno, trombette da un soldo, bambole malridotte sparse per terra erano le tracce abbandonate da una tribù di deliziose creaturine che, dopo aver giocato spensieratamente tutto il giorno, erano state accompagnate a dormire pacificamente per tutta la notte.
Mentre il giovane Bracebridge e i suoi parenti si scambiavano saluti e convenevoli, ebbi il tempo di guardarmi intorno. L’ho chiamato salone perché tale era stato di certo nel passato ed era chiaro che lo Squire, nel restaurarlo, aveva compiuto ogni sforzo per rendergli l’aspetto originario. Sopra un imponente caminetto era appeso il ritratto di un guerriero in armi, in piedi accanto al suo bianco destriero e, sulla parete di fronte, erano attaccati un elmo, uno scudo e una lancia. A un’estremità, un enorme paio di corna di cervo erano state fissate al muro e le sue diramazioni si usavano per appendere cappelli, frustini e speroni. Negli angoli della sala erano accatastati fucili da caccia, canne da pesca e altri attrezzi sportivi. I mobili erano massicci pezzi di artigianato del passato, anche se erano stati sistemati diversi oggetti per le comodità moderne e sul pavimento di quercia era steso un tappeto così che, nell’insieme, la sala appariva come un bizzarro accostamento tra un salotto e un vestibolo.
La grata dell’enorme caminetto era stata tolta per lasciare spazio a un fuoco di legna, in mezzo al quale troneggiava un grandioso ceppo acceso e scoppiettante che diffondeva una notevole quantità di luce e calore; compresi che si trattava del ceppo di Yule, che lo Squire amava tanto accendere la vigilia di Natale, secondo l’antica usanza.
Era un vero piacere osservare il vecchio padrone di casa che, seduto nella poltrona di famiglia, accanto all’ospitale camino degli antenati, si guardava attorno e, come il sole in un sistema di pianeti, riscaldava e infondeva felicità in ogni cuore. Persino il cane accucciato pigramente ai suoi piedi, quando di tanto in tanto cambiava posizione e sbadigliava, rivolgeva uno sguardo affettuoso al vecchio padrone, dimenava la coda sul pavimento e si rimetteva a dormire, sicuro che anche per lui ci fossero benevolenza e protezione. L’ospitalità sincera proviene direttamente dal cuore: è impossibile definirla, ma si percepisce all’istante e il nuovo arrivato si sente subito a suo agio. Da quando mi ero accomodato accanto al caminetto del vecchio gentiluomo erano trascorsi solo pochi minuti e già mi sentivo di casa come se fossi uno della famiglia.
Poco dopo il nostro arrivo fu annunciata la cena e fu servita in un’ampia sala le cui pareti, rivestite di legno di quercia diligentemente lucidato a cera, erano costellate da ritratti di antenati decorati con edera di agrifoglio. Oltre alle consuete lampade, su una credenza tirata a specchio, in mezzo al vasellame di famiglia, erano stati collocati due grandi ceri detti “candele di Natale”, anch’essi contornati con ramoscelli verdi. La tavola era colma di cibi sostanziosi, ma lo Squire si limitò ad attingere da un piatto di focacce di grano bollite nel latte e abbondantemente speziate, poiché si trattava di un antico piatto tradizionale della vigilia di Natale. Andando avanti con le portate, fui lieto di ritrovare una mia vecchia ma sempre apprezzata conoscenza, la torta di frutta e, avendo saputo che era un dolce tipico della vigilia e che non avevo alcun motivo di vergognarmi per questa mia predilezione, l’accolsi con tutto il calore con cui salutiamo un vecchio e caro amico.
La spensieratezza della compagnia era per lo più suscitata dalle battute di un eccentrico personaggio, al quale Mr Bracebridge si rivolgeva sempre con l’insolito appellativo di “Signorino Simon”. Era questi un ometto vispo, abbigliato con cura, con l’atteggiamento del vecchio scapolo impenitente. Aveva il naso a becco di pappagallo, il viso lievemente segnato dal vaiolo e dall’incarnato così vivo da sembrare una foglia d’autunno arrossata dal gelo, lo sguardo arguto e vivace, nel quale era in agguato un’espressione talmente comica e furba da risultare irresistibile. Era evidente che in famiglia aveva il ruolo del bello spirito: assillava le signore con allusioni e commenti smaliziati e, pizzicando sempre la stessa corda, provocava un’infinità di risate: la mia ignoranza delle vicende della casata non mi permise purtroppo di apprezzarne l’arguzia. Durante la cena parve deliziarsi a far morire dal ridere una giovinetta che gli sedeva accanto, malgrado il timore suscitato in lei dagli sguardi di rimprovero della madre, proprio di fronte a lei. Era veramente l’idolo dei più giovani della compagnia, che ridevano per ogni suo lazzo e per ogni sua buffa espressione. E non c’era di che meravigliarsi perché, ai loro occhi, doveva apparire come un pozzo di sapienza. Sapeva imitare Punch e Judy, con l’ausilio di un fazzoletto e di un tappo di sughero annerito riusciva a trasformare la propria mano in una vecchietta, sapeva intagliare un’arancia costruendo una caricatura talmente ridicola che i ragazzi erano lì lì per morire dalle risate.
Frank Bracebridge mi raccontò brevemente la sua storia. Era un vecchio scapolo con un piccolo vitalizio che, amministrato con parsimonia, soddisfaceva tutte le sue necessità. Nella costellazione familiare, ruotava come una cometa vagabonda nella propria orbita; recandosi ora in visita a un ramo della famiglia, ora ad un altro, molto più lontano, come sono soliti fare in Inghilterra, i gentiluomini che posseggono molti parenti e pochi denari. Era di indole vivace e bonaria, ed era sempre pronto a godere del momento presente; i continui cambiamenti di luogo e di compagnia gli impedivano di consolidare quei vizi insopportabili che, con scarsa benevolenza, si attribuiscono agli scapoloni. Era il gazzettino vivente della famiglia e conosceva a fondo l’albero genealogico, la storia e tutti i matrimoni contratti tra i diversi membri dell’intera casata dei Bracebridge, cosa che ne faceva il beniamino dei più anziani. Era il cavalier servente delle signore in età e delle zitelle in pensione, le quali per lo più lo trattavano come un giovanotto, e maestro di festeggiamenti tra i bambini; quindi, nella cerchia in cui si aggirava, non vi era creatura più popolare di Mr Simon Bracebridge. Negli ultimi anni era vissuto quasi sempre con lo Squire di cui era diventato il factotum, disposto ad assecondarlo in ogni occasione, a battersi in favore dei vecchi tempi e a rispolverare il ritornello di una vecchia canzone per ogni circostanza. Di lì a poco avemmo una prova di questa sua particolare predisposizione perché, non appena si concluse la cena e furono serviti i vini aromatici e le altre bevande tipiche della stagione, tutti si rivolsero al signorino Simon per un bel canto di Natale all’antica. Egli si concentrò per qualche istante e poi, con un luccichio negli occhi e una voce piuttosto gradevole, ma che, di tanto in tanto, saliva in falsetto, come le note di una zampogna stonata, attaccò una buffa canzonetta:
È venuto Natale:
battiamo sul tamburo
e raduniamo i vicini.
E quando arrivano,
facciamo loro un’accoglienza,
che tenga fuori il vento e il maltempo.
La cena aveva predisposto tutti all’allegria: fu chiamato dalla sala della servitù un vecchio suonatore di arpa che per tutta la sera aveva già pizzicato il suo strumento e che, a giudicare dalle apparenze, si era rincuorato con la birra di produzione personale dello Squire. Seppi che era una specie di parassita di casa e che, per quanto facesse mostra di abitare al villaggio, era più probabile trovarlo nella cucina dei Bracebridge che nella sua dimora, poiché al vecchio gentiluomo piaceva moltissimo il suono «dell’arpa nel salone».
Il ballo, come tutti quelli dopo cena, fu festoso; vi parteciparono anche alcuni degli anziani e lo stesso Squire fece coppia più volte con una dama che, come disse lui stesso, da circa mezzo secolo, a Natale era sua compagna nelle danze. Il signorino Simon, che sembrava essere l’anello di congiunzione tra i tempi antichi e quelli moderni ed era un tantino antiquato nelle maniere compite, si vantava evidentemente di eseguire le danze alla perfezione e cercava di darsi un tono lavorando di punta e di tacco, ballando il rigadoon e altre coreografie di antica scuola; sfortunatamente, la sua compagna era una collegiale birbantella che, con la sua incontenibile vivacità, lo teneva sempre in tensione, rendendo vani i suoi rigorosi tentativi di eleganza: questo è il destino delle coppie male assortite che i vecchi gentiluomini sono erroneamente favorevoli a formare!
Il giovane studente di Oxford, invece, si accompagnava a una zia nubile alla quale il furfante giocava impunemente mille piccole birichinate: possedeva un vasto repertorio di scherzi e tormentare zie e cugine era il suo spasso. Ma, come ogni giovane scapestrato, era il beniamino di tutte le signore. La coppia più affascinante era quella costituita dal giovane ufficiale e da una protetta dello Squire, una bellissima e timida fanciulla di diciassette anni. Da molti sguardi furtivi che avevo notato nel corso della serata, già intuivo che tra i due vi fosse del tenero e, ad essere sincero, il giovane militare era proprio l’eroe ideale per conquistare il cuore di una romantica fanciulla. Era un bel giovane, alto e longilineo e, come molti giovani ufficiali inglesi, aveva imparato sul Continente molte piccole raffinatezze: parlava francese e italiano, disegnava paesaggi, sapeva cantare, danzava magnificamente, ma, soprattutto, era rimasto ferito nella battaglia di Waterloo. Quale diciassettenne, infervorata lettrice di poesie e di romanzi, saprebbe resistere a un simile esemplare di cavalleria e di perfezione?
Allorché si chiusero le danze, egli prese una chitarra e, appoggiandosi al marmo del vecchio camino in una posa che sono piuttosto propenso a ritenere affettata, iniziò a cantare l’arietta di un trovatore francese. Lo Squire, tuttavia, si lamentò perché alla vigilia di Natale non dovevano intonarsi altro che le vecchie e belle canzoni inglesi; allora il giovane cantore, alzando gli occhi al cielo come per frugare nella memoria, trasse un altro accordo e, con un’espressione gentile e affascinante, cantò la Night Piece to Julia di Herrick.
La lucciola ti presti gli occhi,
le stelle cadenti ti favoriscano,
e i folletti,
con i piccoli occhi scintillanti
come faville del fuoco, ti siano propizi.
Nessun fuoco fatuo ti abbagli,
né ti mordano serpenti od orbettini:
va’ per la tua strada
senza esitazione,
non ci sono spettri a spaventarti.
Non lasciare che l’oscurità ti sia d’impedimento,
perché, se la luna sonnecchia,
le stelle notturne
ti presteranno la luce,
chiara come una miriade di candele.
Allora, Giulia, lasciati amare,
e unisciti a me;
e quando incontrerò
i tuoi piedi d’argento,
in te riverserò la mia anima.
La canzone poteva essere intesa o meno come un complimento alla bella Giulia perché – come venni a sapere – quello era il nome della sua compagna; tuttavia essa era certamente ignara dell’interpretazione ipotizzata, perché non guardò mai l’esecutore, ma tenne gli occhi ininterrottamente fissi a terra. È vero che sul suo volto era comparso un dolce rossore e che il seno le ansava leggermente, ma questo era sicuramente provocato dallo sforzo del ballo. Anzi, era talmente distratta che si divertiva a sfogliare un bel mazzolino di fiori di serra e, quando la canzone fu terminata, il mazzolino giaceva sparso sul pavimento.
La comitiva infine si separò per andare a dormire, con l’antica e amichevole abitudine di una stretta di mano. Quando riattraversai il salone, diretto alla mia stanza, i tizzoni quasi spenti del ceppo di Yule diffondevano ancora un fioco bagliore e, se non fosse stato il periodo in cui «nessuno spirito osa mostrarsi», avrei ceduto al desiderio di uscire alla chetichella dalla mia camera, a mezzanotte, per scoprire se le fate stessero festeggiando intorno al focolare.
La mia camera era nell’ala vecchia della casa padronale e i suoi mobili poderosi sembravano esser stati costruiti ai tempi dei giganti. I muri della stanza erano tappezzati di pannelli dalle cornici cesellate a mano, dove fiori e visi grotteschi si alternavano in modo bizzarro. Una serie di ritratti dall’espressione cupa mi scrutavano con sguardi cupi dalle pareti. Il letto, dal maestoso baldacchino, ricco damasco appena stinto, era sistemato in una rientranza di fronte a un bovindo. Mi ero appena coricato che un motivo musicale sembrò levarsi proprio sotto la mia finestra. Mi misi in ascolto e scoprii che proveniva da un’orchestrina e dedussi che doveva trattarsi di musici girovaghi giunti da un villaggio dei dintorni. Fecero il giro del maniero, suonando sotto tutte le finestre. Scostai le tende per ascoltare meglio. I raggi della luna penetravano attraverso la parte superiore della finestra, illuminando parzialmente l’antica camera. Man mano che i musicanti si allontanavano, la melodia diventava più dolce e più lieve e sembrava armonizzare con la calma e il chiarore della luna. Restai in ascolto finché non si fece sempre più tenue e lontana e, mentre a poco a poco si spegneva, la testa affondò nel cuscino e mi addormentai.