la vedova e suo figlio (italian)
Chi è abituato a considerare queste cose, avrà sicuramente notato la tranquillità pensosa di un paesaggio inglese alla domenica. Il ticchettio del mulino, i colpi regolari del correggiato, il fragore del martello del fabbro, il fischio dell’aratore, lo sferragliare del carretto e tutti gli altri suoni dei lavori campestri non risuonano. Persino i cani delle fattorie abbaiano meno spesso perché sono meno disturbati dal passaggio delle persone. In questi momenti ho quasi immaginato che i venti sprofondassero nel silenzio e che il paesaggio soleggiato, con le sue fresche sfumature di verde che si mescolano nella nebbiolina azzurra godesse della calma consacrata.
Dolce giornata, pura, calma, luminosa,
matrimonio della terra con il cielo.
È stato giustamente sancito che il giorno della devozione dovesse essere un giorno di riposo. Il sacro riposo che regna sulla faccia della terra ha la sua influenza morale: tutte le inquiete passioni vengono aggiogate dall’incantesimo e sentiamo nascere dolcemente dentro di noi la spontanea religione dell’anima. In quanto a me, dentro una chiesa di campagna vengo colto dagli stessi sentimenti che mi suscita la bella serenità della natura e che non provo in nessun altro luogo; e benché non sia più religioso, credo – la domenica – di essere un uomo migliore che negli altri giorni della settimana.
Durante il mio recente soggiorno in quel paese, assistevo spesso alle funzioni nella vecchia chiesa del villaggio. Le buie navate, i monumenti consumati dal tempo, i pannelli di quercia, resi onorabili dalla malinconia degli anni trascorsi, sembravano renderla il luogo più adatto alle solenni meditazioni; trovandosi invece in una zona ricca e aristocratica, il luccichio dell’eleganza si infiltrava anche dentro il santuario e io mi sentivo continuamente riportato sulla terra dalla fredda pompa dei poveri vermi intorno a me. L’unica che sembrava sentire fino in fondo l’umile e rispettosa devozione di un’anima realmente cristiana, era una povera vecchia decrepita, curva sotto il peso degli anni e delle malattie. Questa donna esibiva i segni di una condizione alquanto superiore, i resti di una modesta dignità; gli abiti, benché poverissimi, erano scrupolosamente lindi. Veniva trattata anche con un certo rispetto, dato che non si sistemava in mezzo ai poveri del villaggio, ma prendeva posto da sola sui gradini dell’altare. Sembrava che fosse sopravvissuta all’amore, all’amicizia, alla compagnia, a tutto e che le restasse solo la speranza del cielo. Quando la vedevo alzarsi a fatica e piegare le vecchie membra nella preghiera, consultando di continuo il messale che le mani malferme e gli occhi indeboliti non le concedevano più di leggere ma che evidentemente conosceva a memoria, fui certo che la voce tremula di quella povera donna arrivava assai più in alto delle risposte del chierico, del suono dell’organo o dei canti del coro.
Mi piace girare per le chiese di campagna e questa si trovava in una posizione così deliziosa che ne ero attirato di frequente. Sorgeva su un poggio intorno al quale un fiumiciattolo formava una bellissima ansa per poi procedere serpeggiando per un vasto e dolce paesaggio di prati. Era circondata di alberi di tasso che sembravano antichi come lei. L’alto campanile gotico svettava leggero tra i rami e, intorno, volteggiavano generalmente corvi e cornacchie. Ero lì seduto una tranquilla mattina assolata a osservare due manovali che scavavano una fossa. Avevano scelto uno degli angoli del cimitero più lontani e negletti dove, si capiva dal numero di tombe senza nome, i poveri e i diseredati venivano ammucchiati sotto terra. Mi fu detto che la nuova fossa era destinata all’unico figlio di una povera vedova. Mentre andavo meditando sulle distinzioni di classe che si estendono fino alla polvere, il rintocco della campana annunciò l’arrivo del corteo funebre. Erano i funerali di un povero, con i quali l’orgoglio non aveva niente a che fare. Una bara rozza, priva di un drappo funebre e di qualsiasi ornamento, era portata a spalla da alcuni abitanti del villaggio. Il sacrestano la precedeva con espressione fredda e indifferente. Non vi erano quei soliti accompagnatori ammantati di un lutto non sentito, bensì un’unica persona davvero sofferente che si trascinava a fatica dietro il cadavere. Era l’anziana madre del morto: la povera vecchia che avevo visto seduta sui gradini dell’altare. La sorreggeva un’amica di umile condizione che si sforzava di confortarla. Qualche poveretto dei dintorni si era unito al corteo e alcuni fanciulli del villaggio correvano tenendosi per mano, ora urlando senza pensieri, ora fermandosi a osservare, con la curiosità dei bambini, il cordoglio della povera addolorata.
Mentre il corteo funebre si avvicinava alla tomba, il parroco uscì dal portico della chiesa indossando la cotta e tenendo in mano un libro di preghiere, seguito dal chierico. La funzione, però, fu un semplice atto di carità. Il defunto era un bisognoso e la madre che gli sopravviveva non aveva un soldo: venne recitata, perciò, alla lettera, ma con freddezza e distrattamente. Il prete ben in carne si allontanò solo di pochi passi dalla porta della chiesa; la voce arrivava a malapena fino alla fossa e non ho mai udito un servizio funebre, una cerimonia nobile e commovente, ridotto a una tale messinscena, distaccata e vuota.
Mi avvicinai alla fossa. La bara era stata deposta a terra. Vi erano scritti sopra il nome e l’età del defunto: «George Somers, di anni 26». La povera madre era stata aiutata a inginocchiarvisi accanto: giungeva le mani rugose come se pregasse, ma mi resi conto, da un debole ondeggiare del corpo e da un tremito irrefrenabile delle labbra, che fissava l’ultima reliquia del figlio con tutto lo strazio del cuore di una madre.
Al termine della cerimonia, furono fatti i preparativi per calare la cassa nella fossa: quell’affaccendato trambusto che si incide dolorosamente sui sentimenti del lutto e dell’affetto – ordini dati con tono freddamente professionale – il rumore delle vanghe sulla ghiaia e sulla sabbia, quel rumore che, sulla tomba delle persone che amiamo, è il più struggente. Sembrò che tutto quel tramestio avesse destato la madre da una fantasticheria dolorosa. Alzò gli occhi vitrei e si guardò intorno con un’espressione strana e assente. Quando gli uomini si avvicinarono con le corde per deporre la bara nella fossa, si torse le mani e proruppe in un empito di dolore. La povera donna che l’accompagnava la prese per un braccio, sforzandosi di farla alzare da terra e di bisbigliarle qualcosa che suonasse come una consolazione: «Suvvia… Suvvia… Non te la prendere così». La donna non poté che scuotere il capo e torcersi le mani, come chi non vuole e non può essere confortato.
Mentre calavano il corpo nella terra, sembrava che il cigolio delle corde la straziasse; quando, per un intoppo accidentale, la bara subì una scossa, l’angoscia della madre traboccò, sebbene nessun colpo potesse ormai ferire colui che era oltre ogni umana sofferenza.
Non guardai oltre: avevo il cuore in gola, gli occhi colmi di lacrime, mi sembrava di comportarmi male restando lì a guardare quella scena di dolore materno da ozioso spettatore. Me ne andai in un’altra zona del cimitero e vi restai finché il corteo funebre non si fu disciolto.
Quando scorsi la povera vecchia che, adagio e con fatica, si allontanava dalla tomba lasciandosi alle spalle i resti di quanto aveva di più caro sulla terra per tornare alla sua vita di solitudine e povertà, mi sentii stringere il cuore. Che sono, pensavo, i dolori dei ricchi? Loro hanno amici per farsi confortare, piaceri per distrarsi, un mondo intero per allontanarli e disperderli. Che sono i dolori dei giovani? La mente fresca sana presto le ferite, lo spirito elastico si risolleva presto dal peso dell’affanno, la fresca e duttile capacità d’amare s’adatta dopo breve tempo a un altro oggetto. Ma il dolore dei poveri, che non hanno altri strumenti esterni per darsi sollievo; i dolori dei vecchi, per i quali la vita non è, nel migliore dei casi, che un giorno d’inverno e che non possono aspettarsi un secondo raccolto di felicità; i dolori di una vedova, anziana, sola, povera, che piange l’unico figlio, l’estremo conforto dei suoi anni: sono questi i dolori che ci fanno percepire l’inutilità di ogni tentativo di conforto.
Passò qualche tempo prima che uscissi dal cimitero. Tornando a casa, incontrai la donna che aveva cercato di fare da consolatrice; tornava dopo aver accompagnato la madre alla sua solitaria dimora e ottenni da lei alcuni dettagli a proposito della scena commovente alla quale avevo assistito.
I genitori del morto risiedevano nel villaggio sin dalla fanciullezza. Erano andati a vivere nella più linda delle casette e, lavorando nei campi e con l’aiuto di un orticello, si erano mantenuti in un dignitoso benessere, conducendo una vita felice e onesta. Avevano un solo figlio che crescendo sarebbe diventato il sostegno e l’orgoglio della loro vecchiaia.
«Ah, signore!», disse la brava donna, «era un ragazzo così bello, con un carattere così mite, tanto gentile con tutti, così affezionato ai suoi genitori! Era una gioia vederlo, la domenica, vestito del suo abito più elegante, alto, diritto, sorridente, accompagnare la vecchia madre in chiesa perché costei amava appoggiarsi al braccio di George piuttosto che a quello del bravo marito e a buon diritto era orgogliosa di lui, povera anima, perché in tutto il paese non c’era giovane più bello».
Purtroppo, durante un anno di carestia e di scarso raccolto, il giovane si era lasciato tentare da un impiego su uno dei battelli che facevano servizio su e giù per un fiume lì vicino. Vi lavorava da poco quando venne accalappiato da una di quelle bande che imponevano l’arruolamento forzato, e fu condotto in mare. I genitori vennero a sapere della sua cattura, ma non riuscirono a ottenere altre informazioni. Persero la loro maggiore ricchezza. Il padre, che era già ammalato, si lasciò abbattere, divenne malinconico e, in breve, scese nella fossa. La madre, rimasta sola – anziana e bisognosa – non riuscì più a mantenersi e fu costretta ad affidarsi alla carità della parrocchia. In paese, però le volevano tutti bene e la rispettavano, dato che era una delle abitanti più anziane. Poiché nessuno avanzava pretese sulla casetta in cui aveva vissuto tanti giorni felici, le fu concesso di restarvi, sebbene fosse sola e senza sostentamento. I pochi frutti dell’orticello che di tanto in tanto i vicini coltivavano per lei bastavano alle sue scarse necessità. Pochi giorni prima del momento in cui mi furono narrati questi eventi, la donna stava raccogliendo un po’ di verdura per il suo desinare, quando udì spalancarsi d’un tratto la porta di casa che affacciava sul giardino. Ne sbucò uno sconosciuto che sembrò guardarsi intorno ansioso e smarrito. Indossava la divisa da marinaio, era smunto e funestamente pallido e aveva l’aspetto di chi è distrutto dalla malattia e dalla sofferenza. La vide e le andò incontro, ma era debole e barcollante; le cadde davanti in ginocchio, piangendo come un bambino. La povera donna lo guardò con occhi vitrei e incerti. «Mamma, mamma mia! Non riconosci tuo figlio? Non riconosci il tuo povero George?». Era in effetti il relitto del giovane un tempo bellissimo che, abbattuto dalle ferite, dalla malattia e dalla prigionia in paesi lontani, aveva infine trascinato il corpo straziato a riposare tra i ricordi della fanciullezza.
Non cercherò di descrivere nei dettagli un tale incontro in cui gioia e dolore erano così intimamente connessi. Dunque, George era vivo! Ed era di nuovo a casa! Avrebbe ripreso a confortare e proteggere la vecchia madre! Il fisico, tuttavia, era minato e se fosse stato necessario completare l’opera del destino, sarebbe stata sufficiente la desolazione della casetta natia. Si adagiò sul pagliericcio sul quale la madre vedova aveva trascorso tante notti insonni, e non si alzò più.
Quando seppero che George Somers era tornato, gli abitanti del villaggio accorsero in visita per offrirgli tutto il conforto e l’assistenza che i loro umili mezzi potevano procurargli. Egli però era troppo fiacco per parlare: poté soltanto ringraziarli con gli occhi. La madre lo assisteva ininterrottamente e sembrava che l’infermo non volesse l’aiuto di nessun altro.
C’è qualcosa, nella malattia, che spezza l’orgoglio virile, che addolcisce il cuore e lo riconduce ai sentimenti dell’infanzia. Chi ha languito malato e bisognoso, anche in tarda età, chi si è consumato su un giaciglio di sofferenza, solo e dimenticato in terra straniera, senza rivolgere il pensiero alla propria madre “che vegliava sulla sua infanzia”, che gli sprimacciava il cuscino e lo aiutava nei momenti di debolezza? C’è una tenerezza infinita nell’amore materno, che lo rende superiore a tutti gli affetti del cuore. Non è raggelato dall’egoismo, né reso pavido dal pericolo, né infiacchito dalla disonestà, né soffocato dall’ingratitudine. La madre sacrifica il proprio benessere per il figlio; rinuncia a ogni piacere per il suo godimento; gioisce della sua fama ed esulta per la sua ricchezza. Se sarà afflitto dalle sventure, le disgrazie glielo renderanno ancora più caro; se il suo nome sarà infangato, lo amerà di più e lo difenderà a dispetto di tutti; e se il mondo esterno lo rifiuterà, sarà per lui il mondo intero.
Il povero George Somers aveva sperimentato che cosa vuol dire essere malato senza il conforto di nessuno, essere solo e recluso senza che nessuno gli facesse visita. Non sopportava che la madre si allontanasse dal suo campo visivo e, quando ella si spostava, la seguiva con gli occhi. La donna restava seduta per ore e ore al suo capezzale, osservandolo mentre dormiva. Talvolta egli si agitava nel sonno febbrile e sollevava lo sguardo ansioso finché non la vedeva chinarsi su di lui; allora le prendeva la mano, se la stringeva al petto e si riaddormentava sereno come un bambino. Morì in questo modo.
Il mio primo impulso, udendo questa piccola storia dolorosa, fu di far visita alla poveretta nella sua casupola e offrirle un aiuto economico e, se possibile, qualche conforto. Seppi però, dopo aver chiesto informazioni, che i buoni paesani si erano affrettati a fare tutto il necessario e dato che i poveri conoscono la via migliore per confortarsi a vicenda, non volli intromettermi.
La domenica successiva mi trovavo nella chiesa del villaggio quando, con mio grande stupore, vidi la povera vecchia attraversare a passettini la navata fino al solito posto sui gradini dell’altare.
Si era impegnata a indossare qualcosa che assomigliasse a vesti da lutto per il figlio e il contrasto tra questo pio desiderio e la sua completa povertà era molto commovente: un nastro nero o qualcosa di simile, un fazzoletto scolorito e qualche altro modesto orpello per mostrare all’esterno un dolore che va al di là di ogni immaginazione. Quando osservai intorno a me i monumenti istoriati, gli stemmi solenni, la gelida maestosità dei marmi con cui la nobiltà piange sontuosamente un’eccellente dipartita e, subito dopo, mi soffermai su quella povera vedova, disfatta dall’età e dal dolore dinanzi all’altare del suo Dio al quale rivolgeva le preghiere e le lodi di un cuore devoto, seppure infranto, ebbi l’impressione che quel monumento vivente al vero dolore valesse quanto tutti gli altri.
Raccontai questa storia ad alcuni dei membri più abbienti della congregazione, che ne furono commossi. Si adoperarono per migliorare le condizioni della poveretta e alleviarne il cordoglio. Si trattava, comunque, di recare consolazione ai pochi passi che le mancavano per raggiungere la tomba. Una o due domeniche dopo non occupava il suo solito posto in chiesa e, prima di abbandonare il paese, venni a sapere con un senso di sollievo che era morta serenamente ed era andata a raggiungere i suoi in quel mondo dove non si è afflitti dal dolore e ove non si viene mai separati da coloro che si amano.