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Stories by washington irving

la taverna «alla testa di cinghiale», a eastcheap studio shakespeariano (italian)

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In certi paesi cattolici è una devota abitudine onorare le memoria dei santi con lumi votivi accesi dinanzi alle loro immagini. La fama di un santo, perciò, si può misurare dalla quantità di queste offerte. C’è, forse, chi viene lasciato ad ammuffire nell’oscurità della sua piccola cappella; un altro avrà magari un solo lumicino che proietta raggi tremolanti sulla sua effigie, mentre al santuario di un beato di chiara fama viene concessa un’ardente venerazione. Il ricco devoto porta la sua grande luminaria di cera; il fanatico, un candelabro a sette bracci, e nemmeno il pellegrino più indigente è soddisfatto della quantità di luce riversata sul defunto se non vi appende anche lui la sua fumosa lanternina a olio. Nella smania di illuminare, spesso di conseguenza si finisce con l’oscurare e mi è successo di vedere qualche santo sfortunato reso quasi irriconoscibile dal fumo per la sollecitudine dei suoi fedeli.
Così è accaduto con l’immortale Shakespeare. Ogni scrittore è convinto che sia suo dovere far conoscere un dettaglio della personalità o delle opere di quel grande e riscattare dall’oblio un suo merito particolare. Il commentatore eloquente scrive grossi volumi di dissertazioni; la folla di tutti quelli che hanno curato una nuova edizione solleva coltri oscure dalle note a piè di ogni pagina e qualsiasi scribacchino improvvisato ingrossa la nuvola dell’incenso e del fumo con la propria debole luce di elogio o di ricerca.
Rispettoso come sono di tutti gli usi istituzionali della congrega della penna, ho ritenuto che fosse semplicemente mio dovere contribuire con un minuscolo omaggio alla memoria del celebre cantore. Per qualche tempo, però, sono stato tormentato da un dubbio: in che modo avrei potuto svolgere il mio compito? Scoprii di essere già stato preceduto in ogni tentativo di nuova interpretazione: ogni verso oscuro era stato spiegato in una dozzina di modi diversi e reso complesso al di sopra di qualsiasi possibilità di chiarimento. E, in quanto ai brani più belli, erano già stati largamente lodati da precedenti ammiratori. Anzi, ultimamente il poeta era stato a tal punto sovraccaricato di lodi da un noto critico tedesco che ormai era quasi impossibile individuare anche una sola pecca che, a forza di lodi, non fosse stata trasformata in una perla.
In una simile condizione di perplessità, stavo sfogliando, una mattina, le pagine della sua opera quando mi fermai casualmente sulle scene comiche dell’Enrico IV e, in un batter d’occhio, mi smarrii nella folle baldoria che si svolge nella taverna «Alla testa di cinghiale». Queste scene sono descritte con tale vivacità e naturalezza, i personaggi sono messi in scena con tanta forza e coerenza, che finiscono con il mescolarsi nel pensiero agli avvenimenti e ai personaggi della vita reale. A ben pochi lettori avviene di immaginare che siano creazioni fantasiose del genio di un poeta e che, a ben pensare, giammai una simile truppa di bontemponi ha rallegrato il noioso quartiere di Eastcheap.
Per quanto mi riguarda, mi piace abbandonarmi alle illusioni della poesia. Un eroe di romanzo che non sia mai esistito ha, per me, la stessa importanza di un eroe della storia che è esistito un migliaio di anni fa e – mi sia perdonata l’insensibilità per le convinzioni comunemente accettate – non rinuncerei al panciuto Jack per la metà dei grandi personaggi delle cronache antiche. Cosa hanno fatto gli eroi di un tempo per me o per gli uomini come me? Hanno conquistato paesi dei quali non godo nemmeno una piccola parte, oppure si sono meritati allori di cui non ho avuto in eredità nemmeno una foglia, o magari hanno offerto esempi di coraggio scellerato che non ho né l’occasione né il desiderio di imitare. Ma il vecchio Jack Falstaff! Il caro Jack Falstaff! L’ineffabile Jack Falstaff! Ha allargato i confini dell’umano godimento, ha conquistato vaste aree di spirito e di buon umore di cui anche il più povero tra gli uomini può beneficiare e ha lasciato un’eredità immortale di allegre risate per rendere più lieta e più buona l’umanità fino ai posteri più lontani.
A un tratto mi colpì un pensiero. “Andrò in pellegrinaggio a Eastcheap”, mi dissi, chiudendo il libro, “per verificare se esiste ancora la taverna ‘Alla testa di cinghiale’. Magari potrei imbattermi in una leggendaria traccia della comare Quickly e dei suoi clienti. Nel percorrere le stanze che echeggiarono della loro allegria proverò comunque un piacere simile a quello del bevitore nell’odorare il barile vuoto che un tempo era pieno di vino generoso”.
Detto fatto. Mi astengo dal riferire le varie avventure e le meraviglie incontrate nel mio viaggio: le regioni stregate di Cock Lane, le antiche glorie di Little Britain e delle strade circostanti, i pericoli affrontati a Cateaton Street e nel vecchio ghetto, il famoso palazzo municipale con i suoi due giganti, orgoglio e splendore della città e terrore di tutti gli sfortunati monelli; e di come visitai la Pietra di Londra e vi battei sopra il bastone, a imitazione di quel famoso ultra ribelle, Jack Cade.
Basti dire che, alla fine, arrivai nell’allegro quartiere di Eastcheap, quell’antica contrada sede dello spirito della bisboccia, dove i nomi stessi delle strade hanno il profumo di ghiotte cibarie, come testimonia ancor oggi Pudding Lane. Perché «Eastcheap», dice il vecchio Stow, «è stata sempre celebre per le sue imprese gastronomiche. I cuochi raccomandavano a gran voce costolette di manzo fumanti, pasticci dorati e altre pietanze; non si udiva che il rumoreggiare di boccali di peltro, arpe, zufoli, zampogne e cetre». Ahimé, com’è cambiata la scena dai roboanti giorni di Falstaff e del vecchio Stow! L’allegro sciocco ha ceduto il posto al mercante faticatore; l’acciottolio dei boccali e il suono «dell’arpa e della cetra», al fragore dei carretti e al maledetto rintocco del campanaccio dello spazzino; e non si odono più canti, se non forse le grida di una sirena di Billingsgate che tesse le lodi del defunto maccarello.
Cercai invano l’antica abitazione di comare Quickly. Quello che ne resta è una testa di cinghiale, scolpita a rilievo su una pietra che una volta fungeva da insegna, ma che adesso è murata nella congiunzione tra due case costruite sul luogo della vecchia e celebre taverna.
Per la storia del piccolo impero dei coraggiosi compari fui indirizzato alla bottega di fronte che apparteneva a una commerciante di candele di sego nata e cresciuta lì e che era considerata l’indiscussa cronista del quartiere. La trovai seduta in una saletta interna la cui finestra si affacciava su un cortile di nemmeno tre metri quadrati, sistemato a giardino, mentre una porta a vetri di fronte permetteva di dare un’occhiata – da lontano – fino in strada, attraverso un panorama di sapone e di candele di sego che, con ogni probabilità, conteneva tutti gli interessi della sua vita e il piccolo mondo in cui era nata e vissuta per quasi un secolo.
Essere esperti nella storia di Eastcheap, grande e minuta, dalla Pietra di Londra fino al Monumento significava, secondo lei, conoscere la storia dell’intero universo. Ciononostante, ella possedeva la semplicità della vera saggezza e quell’atteggiamento generoso e comunicativo che ho spesso rilevato nelle vecchie signore intraprendenti, sempre al corrente dei fatti dei loro vicini.
Le sue conoscenze, tuttavia, non arrivavano molto lontano: non era in grado di illuminarmi sulla storia della taverna «Alla testa di cinghiale», dall’epoca in cui comare Quickly andò in sposa al prode Pistola, fino al grande incendio di Londra, quando purtroppo la taverna andò a fuoco. Subito ricostruita, continuò a prosperare con il vecchio nome e la vecchia insegna, finché un gestore, in punto di morte, in preda al rimorso per aver fatto la cresta sui conti, per le dosi scarse e altre ingiustizie in cui incappa la razza peccatrice dei pubblicani, tentò di rappacificarsi col cielo lasciando la taverna alla chiesa di St Michael a Crooked Lane per contribuire al sostentamento del cappellano. Per qualche tempo vi si tennero regolarmente le riunioni parrocchiali, ma è chiaro che, sotto il regime della chiesa, il vecchio cinghiale non tenne mai la testa alta. A poco a poco era caduto in disgrazia e infine, una trentina d’anni dopo, aveva tirato le cuoia. La taverna fu trasformata in bottega, ma la donna mi disse che, alla chiesa di St Michael, proprio lì dietro, se ne conservava ancora una raffigurazione. A quel punto avevo deciso di dare un’occhiata a quel quadro; perciò, dopo aver chiesto dove abitasse il sacrestano, salutai la venerabile cronista di Eastcheap, alla quale la mia visita fu utile senza dubbio per accrescere la consapevolezza del proprio sapere e che sicuramente rappresentò un avvenimento importante nella storia della sua vita.
Impiegai molta fatica e molte domande indagatrici e richieste per stanare quell’umile parassita della chiesa. Dovetti esplorare Crooked Lane e diverse stradine, angoletti e passaggi oscuri che traforano quest’antica città come un formaggio vecchio o una cassapanca corrosa dai tarli, e finalmente lo individuai nell’angolo di un cortiletto circondato da alti edifici, dove gli abitanti si deliziavano della vista del cielo quanto una comunità di rospi nel fondo di un pozzo. Il sacrestano era un ometto mite e rispettoso, tutto modestia e riverenze; aveva però un simpatico luccichio negli occhi e, se incoraggiato, si lanciava di tanto in tanto in qualche piccola facezia, di quelle che un uomo nella sua umile condizione si azzarda a pronunciare in compagnia dei grandi amministratori della chiesa e di altri potenti della terra. Lo trovai insieme al vice organista, seduti in disparte tutti e due come gli angeli di Milton e occupati, certamente, a discutere di elevate questioni dottrinali e a mettere ordine negli affari della chiesa davanti a un amichevole boccale di birra perché è raro che in Inghilterra le classi inferiori risolvano una questione di una certa importanza senza l’aiuto di una bella bevuta per schiarirsi le idee. Giunsi proprio nel momento in cui, terminate birra e discussione, stavano per ritirarsi in chiesa per metterla in ordine e quindi, dopo aver reso noto il mio desiderio, ottenni il grazioso permesso di accompagnarli.
La chiesa di St Michael a Crooked Lane, situata nelle vicinanze di Billingsgate, è adorna delle tombe di molti pescivendoli di chiara fama, e poiché ogni mestiere ha la sua aureola di gloria e la sua costellazione di celebrità, sono convinto che il monumento di un grande pescivendolo dei tempi antichi venga contemplato dalle successive generazioni di colleghi con lo stesso rispetto dei poeti davanti alla tomba di Virgilio o del soldato di fronte al monumento di un Malborough o di un Turenne.
Parlando di grandi uomini, non posso non menzionare che St Michael a Crooked Lane conserva anche le ceneri del cavaliere William Walworth, il coraggioso campione che abbatté in modo tanto virile quell’energumeno, Wat Tyler, a Smithfield: un eroe degno di un onorevole titolo in quanto pare che sia stato l’unico Lord Mayor della storia famoso per fatti d’arme, dato che i sovrani del Cockney erano generalmente rinomati per essere i più pacifici di tutti i potentati.
In un piccolo cimitero presso la chiesa, proprio sotto le finestre sul retro di quella che una volta era «Alla testa di cinghiale», si trova la pietra tombale di Robert Preston, un tempo mescitore presso la taverna. È trascorso ormai quasi un secolo da quando questo degno mescitore di buon liquore concluse l’operosa attività e fu colà seppellito in pace, a portata di voce dei clienti. Mentre ripulivo la sua lapide dalle erbacce, il piccolo sacrestano mi prese in disparte con un’aria misteriosa e mi raccontò a bassa voce che una volta, in una buia notte invernale, in cui il vento furioso ululava e fischiava, facendo sbattere porte e finestre e roteare le bandieruole (tanto che i viventi balzarono fuori dai letti per lo spavento e nemmeno i morti potevano riposare in pace nelle tombe) il fantasma del bravo Preston, che casualmente stava prendendo una boccata d’aria nel cimitero, fu attratto dal grido a lui noto di «Cameriere!», proveniente dalla taverna «Alla testa di cinghiale» e si materializzò all’improvviso nel bel mezzo di un circolo schiamazzante, proprio mentre il chierico della parrocchia cantava una strofetta dall’Allegra corona di madama Morte: come conseguenza, parecchi capitani della milizia cittadina restarono esterrefatti e un avvocato ateo si trasformò su due piedi in un cristiano osservante, al punto che da allora in poi non si sentì più dire che avesse addomesticato la verità, se non per questioni d’affari.
Vi prego di tenere a mente che io non mi faccio garante della veridicità di questo aneddoto: quantunque sia noto a tutti che i camposanti e gli angoletti nascosti di questa vecchia metropoli sono quanto mai infestati di anime in pena e tutti abbiano sicuramente avuto notizia del fantasma di Cock Lane e dell’apparizione che sta a guardia delle insegne reali nella Torre e che ha fatto quasi perdere la testa per la paura a tante valorose sentinelle.
Comunque sia, sembra che questo Robert Preston fosse un degno erede di quel Francis dalla lingua lunga che accompagnava le gozzoviglie del principe Hal; sempre pronto a dire: «Subito, subito, signore», e che in fatto di onestà abbia superato il suo predecessore perché Falstaff – del cui giudizio nessuno si permetterà di dubitare – accusa a viso aperto Francis di mettere la calce nel suo vino bianco secco, mentre l’epitaffio loda il bravo Preston per la sua sobrietà, la schiettezza del suo vino e l’onestà delle sue misure. I due dignitari della chiesa, però, non sembravano del tutto certi delle virtù dell’astemio oste: il vice organista, che aveva occhietti umidi e brillanti, fece alcuni commenti sarcastici sulla ipotesi che un uomo cresciuto in mezzo alle botti piene fosse astemio e il piccolo sacrestano rafforzò quel parere con un significativo ammiccare e un incredulo dondolio della testa.
Fin qui le mie ricerche, sebbene avessero gettato molta luce sulla storia dei garzoni di osteria, dei pescivendoli e dei Lord Mayor, mi avevano però deluso riguardo all’obiettivo fondamentale della mia impresa, la raffigurazione della taverna «Alla testa di cinghiale». Nella chiesa di St Michael non fu possibile rintracciare nessun dipinto di tal genere. “Pazienza e così sia!”, pensai. “La mia ricerca finisce qui!”. Rinunciavo quindi all’affare con l’aria di un archeologo sconfitto, quando il mio amico sacrestano, accorgendosi che volevo sapere tutto quello che riguardava la vecchia taverna, si offrì di mostrarmi gli arredi della sacrestia, tramandati dai tempi lontani, in cui le riunioni degli amministratori della parrocchia si tenevano alla taverna «Alla testa di cinghiale». Erano conservati nel circolo parrocchiale che, dopo il declino del vecchio esercizio, era stato trasferito in una taverna dei pressi.
Qualche altro passo ci portò alla casa che si trova al numero 12 di Miles Lane e che si chiama «Le Braccia del Muratore», tenuta dall’allegro mastro Edward Honeyball, la “valida roccia” dell’azienda. È una di quelle tavernette di cui è ricco il cuore della città e che costituiscono il centro di tutti i pettegolezzi e di tutte le chiacchiere del quartiere.
Ci affacciammo nel locale che era piccolo e abbastanza buio perché, in quei vicoli angusti, sono pochi i raggi di luce riflessa ai quali è concesso di arrivare a fatica fino agli abitanti per i quali il giorno pieno è, nel migliore dei casi, solo un mediocre crepuscolo. L’ambiente era diviso in salette e ciascuna conteneva una tavola apparecchiata con una tovaglia candida, pronta per il pranzo. Questo stava a dimostrare che i clienti erano di vecchio stampo e dividevano equamente la loro giornata quando rintoccava il mezzodì. In fondo alla sala, scoppiettava un bel fuoco di braci, sul quale arrostiva una spalla di agnello. Una schiera di lucidi candelabri di ottone e di boccali di peltro brillava sulla mensola del caminetto e, in un angolo, ticchettava un vecchio orologio. In quel tutt’uno di cucina, salotto e ingresso, c’era qualcosa di atavico che mi riportava alle tradizioni passate e che mi piaceva assai. Il locale, a dire il vero, era modesto, ma tutto aveva quell’aria linda e ordinata che fa capire che a capo di tutto c’è un’accorta massaia inglese. In uno dei salottini, un gruppo di creature dall’aspetto anfibio – potevano essere pescatori o marinai – consumava un buon pasto. Dato che ero un avventore di pretese piuttosto superiori, venni fatto entrare in una sbilenca stanzetta interna che aveva almeno nove angoli, illuminata da un lucernario, ammobiliata con antiquate sedie di cuoio e decorata con il ritratto di un grasso maiale. Era evidentemente destinata ai clienti speciali; infatti vi incontrai un malandato gentiluomo dal naso rosso e dal cappello di tela cerata, accomodato in un angolo a meditare su un boccale semivuoto di birra scura.
Il vecchio sacrestano aveva chiamato in disparte la locandiera e, con aria solenne, la stava informando della mia missione. Madama Honeyball era una donna minuta e simpatica, formosetta e accorta: un sostituto assai valido della perla delle ostesse, comare Quickly. Sembrò felice dell’opportunità di rendersi utile e, dopo essere salita di corsa per le scale negli archivi della sua attività, dov’erano conservati i preziosi arredi del circolo della parrocchia, ridiscese, tutta sorrisi e inchini, tenendoli in mano.
Come prima cosa mi mostrò una scatola da tabacco di ferro laccato, di dimensioni enormi, dalla quale, come ho detto, da tempo immemorabile l’assemblea della parrocchia attingeva per fumare durante le serie riunioni. Mai era stata profanata da mani volgari, né usata in occasioni diverse. La presi in mano con il dovuto ossequio, ma quale non fu la mia gioia nel vedere, sul coperchio, proprio l’immagine che stavo cercando! Vi era nitidamente rappresentata lo spazio antistante alla taverna «Alla testa di cinghiale» e, davanti alla porta, si vedeva tutto il gruppo dei commensali, intenti a gozzovigliare, dipinto con quella meravigliosa rispondenza e nitidezza con cui sono raffigurati sulle scatole di tabacco i ritratti di uomini d’armi e di ammiragli famosi, a beneficio dei posteri. Comunque, perché non ci fossero errori, l’astuto pittore aveva prudentemente scritto i nomi del principe Hal e di Falstaff ai piedi delle loro sedie.
All’interno del coperchio un’iscrizione quasi illegibile ricordava che quella scatola era stata donata da Sir Richard Gore, per essere usata durante le riunioni parrocchiali della taverna «Alla testa di cinghiale» e che era stata «restaurata e abbellita dal suo successore, Mr John Packard, 1767». Questa è la fedele descrizione di quella preziosa e venerabile reliquia, e nutro molti dubbi sul fatto che il dotto Scriblerius contemplasse il suo scudo romano, oppure i cavalieri della Tavola Rotonda il tanto desiderato san-greal, con maggiore entusiasmo.
Mentre vi meditavo sopra estasiato, madama Honeyball, molto lusingata dell’interesse suscitato dall’oggetto, mi mise tra le mani una tazza o meglio una coppa, anch’essa di proprietà della parrocchia, e che era stata ereditata dalla vecchia taverna «Alla testa di cinghiale». Un’iscrizione chiariva che era dono del cavaliere Francis Wythers, e che si stimava – mi disse l’ostessa – di grande valore perché si pensava che fosse «molto antichissima». Questa opinione fu confermata dal malandato gentiluomo con il naso rosso e il cappello di tela cerata, che – ne ho quasi la certezza – doveva essere un discendente diretto del valoroso Bardolfo. Egli si riscosse a un tratto dalle sue riflessioni sul boccale di birra e osservando la coppa con occhio da intenditore esclamò: «Eh, eh! La testa che ideò quel coso lì non ha più l’emicrania, adesso!».
All’inizio fui stupito da tutta l’importanza che i moderni parrocchiani attibuivano a quel cimelio di antiche baldorie; ma niente affina l’ingegno come le ricerche archeologiche, e infatti capii immediatamente che quella non poteva essere che l’originale «coppa dorata a metà» sulla quale Falstaff pronunciò l’appassionata, ma non onorata, promessa solenne a comare Quickly e che naturalmente meritava di essere conservata come un tesoro tra le memorie del suo regno, a testimonianza di quella solenne promessa.
La mia ospite, in verità, mi riferì una storia dettagliata su come il calice fosse stato tramandato di generazione in generazione. Mi intrattenne anche con molti particolari sui degni membri dell’assemblea parrocchiale che si erano accomodati tranquillamente sugli sgabelli degli antichi compagnoni di Eastcheap e che, come tanti commentatori, avevano alzato nuvole di fumo in onore di Shakespeare. Non mi soffermo su tutte le sue informazioni, temendo che i miei lettori non siano curiosi di queste cose, come invece lo sono io. È sufficiente ricordare che tutti, a Eastcheap, dal primo all’ultimo, erano convinti che Falstaff e la sua allegra brigata fossero veramente esistiti e che proprio lì avessero fatto bisboccia. Anzi, molti aneddoti leggendari su di lui circolano ancora tra i più anziani frequentatori di «Le Braccia del Muratore», che li considerano tracce di quel passato tramandate dai loro antenati. E Mr McKash, un parrucchiere irlandese il cui locale sorge proprio sul luogo della taverna «Alla testa di cinghiale», ha un repertorio di mordaci battute di Jack il grassone, non riportate nei libri, con le quali rischia di far morire dal ridere i suoi clienti.
A questo punto mi rivolsi all’amico sacrestano per ottenere qualche altra informazione, ma lo vidi assorto in una profonda meditazione. Aveva inclinato la testa su una spalla, un profondo sospiro gli saliva dallo stomaco e, benché non vedessi sgorgare alcuna lacrima dai suoi occhi, da un angolo della bocca colava visibilmente una certa acquolina. Seguii la direzione del suo sguardo rivolto in direzione della porta spalancata e mi accorsi che fissava tristemente l’appetitosa spalla di agnello che arrostiva davanti al fuoco, dorata e succulenta.
Mi passò allora per la mente il pensiero che, nella concitazione delle mie difficili indagini, impedivo a quel povero diavolo di andarsene a pranzo. Mi sentii commosso fino in fondo alle viscere e, messogli in mano un piccolo segno della mia gratitudine e della mia buona volontà, mi congedai con una benedizione amichevole che comprendeva lui, madama Honeyball e la congrega della parrocchia di Crooked Lane, senza dimenticare il mio malandato, ma sentenzioso amico dal cappello di tela cerata e dal naso rosso.
Ho dato così un «breve ma tedioso» resoconto delle mie interessanti ricerche: se si sono dimostrate troppo frettolose e insufficienti, posso addurre a mia giustificazione l’inesperienza in questo ramo della letteratura, tanto giustamente popolare al giorno d’oggi. So benissimo che un commentatore più esperto dell’immortale poeta avrebbe saputo dilatare il materiale che io ho solo sfiorato, fino a fargli raggiungere una mole ben commerciabile, includendovi le biografie di William Walworth, di Jack Straw e di Robert Preston, qualche nuova sui valorosi pescivendoli di St Michael, la storia pubblica e privata di Eastcheap, gli aneddoti familiari di madama Honeyball e della sua bella figlia che non ho nemmeno menzionato, per non parlare di una fanciulla che si occupava dell’arrosto d’agnello (e che, tra parentesi, mi sembrò assai avvenente, con un piedino e una caviglia ben modellati), il tutto reso più attraente dalle rivolte di Wat Tyler e illuminato dal grande incendio di Londra.
Lascio tutto questo ai futuri commentatori perché lo sfruttino come una ricca miniera, e non dispero di vedere che la scatola per il tabacco e la «coppa dorata a metà» che ho riportato alla luce divengano soggetti di future incisioni e voluminose dissertazioni e dispute, quasi quanto lo scudo di Achille o il famigerato vaso di Portland.
1 Commedia di John Lyly che risale all’incirca al 1590. (n.d.t.)
2 Irving si riferisce qui ad August Wilhelm von Schlegel. Il Corso di Letteratura drammatica apparve in traduzione inglese nel 1815. (n.d.t.)
3 Sir John Falstaff, eroe shakespeariano che compare nell’Enrico IV ed è protagonista delle Allegre comari di Windsor. “Jack” è il consueto diminutivo del nome John, ma viene anche usato come appellativo nel senso di “amico”. (n.d.t.)
4 Nell’Enrico IV è un’ostessa e ricompare nelle Allegre comari di Windsor. (n.d.t.)
5 Gigantesche raffigurazioni di Gog e Magog. La leggenda vuole che siano i tradizionali guardiani della City di Londra e le loro effigi vengono trasportate ed esposte nel Lord Mayor’s Show fin dai tempi di Enrico V. Secondo la leggenda, l’imperatore Diocleziano aveva trentatré figlie malvage per le quali trovò altrettanti mariti, destinati a correggere la loro cattiveria, ma le fanciulle si ribellarono e li uccisero. Vennero per questo esiliate su un’isola deserta e ventosa. Su quell’isola si accoppiarono con alcuni demoni e partorirono una stirpe di giganti, tra cui Gog e Magog. (n.d.t.)
6 Probabile frammento della grande pietra miliare centrale dei romani, dalla quale venivano misurate tutte le distanze. (n.d.t.)
7 Capeggiò una ribellione nel 1450, durante il regno di Enrico VI. (n.d.t.)
8 John Stow (1525-1605), storico e archeologo londinese. (n.d.t.)
9 Billingsgate è, da sempre, il grande mercato del pesce di Londra. (n.d.t.)
10 Colonna di pietra costruita da Sir Christopher Wren per commemorare il grande incendio di Londra del 1666. (n.d.t.)
11 Servo e compare di Falstaff. (n.d.t.)
12 John Churchill, duca di Marlborough (1650-1722) fu un celebre militare e uomo politico che si schierò con gli Orange e riportò numerose vittorie contro i francesi. Henry de la Tour d’Auvergne, visconte di Turenne (1611-1675) fu un militare francese al servizio di Luigi XIV. (n.d.t.)
13 Qui Irving usa il termine per indicare genericamente Londra. In realtà con il termine si denotano gli abitanti di una zona intorno alla chiesa di St Mary-le-Bow fin dove è udibile il suono delle “campane di Bow”. (n.d.t.)
14 Quanto segue era l’antica iscrizione che si trovava sul monumento di questo degno personaggio e che purtroppo è andata distrutta durante il grande incendio:
Qui sotto giace un uomo di fama
di nome si chiamava William Walworth:
fece qui il pescivendolo quando era in vita
e fu due volte Lord Mayor, come si dice nei libri;
con grande coraggio e virile possanza,
uccise Jack Straw alla presenza di re Riccardo II.
Per questo atto e la fedele impresa
il re lo fece cavaliere immantinente;
e gli diede le armi che qui vedete,
per render nota la sua impresa cavalleresca.
Lasciò la vita l’anno di nostro signore
Milletrecento e ottantatré.
Un errore nella precedente iscrizione è stato corretto dal venerabile Stow. «Sebbene», afferma, «sia stato ampiamente divulgato dall’opinione pubblica che il ribelle abbattuto in modo tanto valoroso da Sir William Walworth, l’allora degno Lord Mayor, si chiamasse Jack Straw e non Wat Tyler, ho ritenuto opportuno correggere l’errore con la seguente testimonianza che ho trovato in documenti antichi e degni di fede. I principali condottieri o capitani del popolo erano Wat Tyler, in primo luogo, e al secondo posto Jack Straw» ecc. Stow, London. (n.d.a.)
15 Dato che questa iscrizione è permeata di un’eccellente morale, la trascrivo affinché serva da ammonimento ai garzoni poco onesti. È indubbiamente opera di qualche sommo spirito che frequentava la taverna «Alla testa di cinghiale»:
Bacco, per fare una sorpresa al mondo beone
tirò fuori un figlio astemio e qui lui giace.
Per quanto cresciuto tra botti piene sfidò
gli incanti del vino e di quant’altro mai.
Tu che leggi se sei incline alla giustizia
tieni quotidianamente a mente l’onesto Preston.
Spillò buon vino, badò a riempir bene i boccali
ebbe numerose virtù che ne scusarono le colpe.
Voi che da Bacco similmente dipendete,
vi prego, copiate Bob per onestà e solerzia.
(n.d.a.)