la mutevolezza della letteratura - colloquio nell’abbazia di westminster (italian)
Capita, a volte, di trovarsi in uno stato d’animo incline ai sogni e, istintivamente desiderosi di sottrarci ai rumori e alla luce troppo viva, andiamo in cerca di un cantuccio tranquillo in cui lasciarci andare alle fantasie ed edificare indisturbati i nostri castelli in aria. In questa disposizione spirituale, vagavo per il vecchio chiostro grigio dell’abbazia di Westminster, godendomi il lusso di pensieri senza approdo cui tendiamo a dare il dignitoso nome di riflessioni, quando d’improvviso un gruppo di rumorosi ragazzetti, usciti dalla scuola di Westminster, irruppe in quella serenità monastica, giocando a palla e facendo rimbombare delle loro grida festose i corridoi a volta e le tombe in rovina. Cercai rifugio da quel frastuono addentrandomi nei luoghi più solitari dell’edificio e chiesi a uno dei custodi il permesso di essere ammesso nella biblioteca. Egli mi guidò attraverso un portale, riccamente adorno di sculture dei secoli passati che si andavano sbriciolando, e che si immetteva in un tetro corridoio che conduceva alla sala capitolare e alla sala dove è custodito il Doomesday Book2. Proprio in quel corridoio si trova, sulla sinistra, una porticina. Il custode infilò una chiave nella serratura, che era a doppio giro e che si aprì con una certa difficoltà, come se venisse usata solo raramente. Salimmo per una scaletta stretta e buia e, superata un’altra porta, fummo nella biblioteca.
Mi trovai in una sala antica e solenne, con il soffitto sostenuto da solide travi di vecchio rovere inglese. Era scarsamente illuminata da una serie di finestre gotiche a considerevole altezza dal suolo e che, a quanto sembrava, affacciavano sui tetti del chiostro. Sopra il camino era appeso l’antico ritratto di un venerabile dignitario della chiesa, avvolto nella sua tonaca. Tutt’intorno alla sala e nella piccola galleria erano stipati i libri, dentro scaffali di quercia scolpita. Si trattava principalmente di antichi scritti polemici e sembravano consunti dal tempo più che dall’uso. Al centro della sala vi era un tavolo solitario con sopra due o tre libri, un calamaio vuoto e alcune penne d’oca raggrinzite dal lungo oblio. Il luogo sembrava ideale per lo studio tranquillo e per l’assorta meditazione, sprofondato com’era tra le mura massicce dell’abbazia e isolato dal mondo tumultuoso. Udivo solo di tanto in tanto salire dal chiostro le grida affievolite degli scolaretti e i rintocchi di una campana che chiamava alla preghiera, rimbombando gravemente sui tetti dell’abbazia. A poco a poco, le grida gioiose si fecero sempre più deboli, fino a smorzarsi del tutto. La campana cessò i suoi rintocchi e un profondo silenzio calò nella sala semibuia.
Dopo aver tirato giù un in-quarto piccolo e spesso, con un’insolita rilegatura di pergamena e fermagli d’ottone, sedetti al tavolo in una vetusta sedia a braccioli. Invece di favorire la lettura, la solenne atmosfera monastica e la pace immobile del luogo mi indussero a una serie di riflessioni. Mentre guardavo in giro i vecchi volumi nelle loro copertine ammuffite, sistemati negli scaffali e, a quanto pareva, mai disturbati nel loro riposo, non potei fare a meno di immaginare la biblioteca come una specie di catacomba delle lettere dove gli autori, come le mummie, vengono pietosamente deposti e lasciati ad annerire e ammuffire in una polverosa dimenticanza.
Pensai a tutto il lavoro che era costato a una mente affaticata ciascuno di questi volumi ora messi in disparte con tanta indifferenza! Quanti giorni operosi! Quante notti insonni! Per quanto tempo quegli scrittori si erano sepolti nell’isolamento delle celle e dei chiostri, avevano rinunciato allo spettacolo dell’uomo e dell’ancor più benedetta natura, per votarsi ad affannose ricerche e profonde riflessioni! E tutto questo perché? Per occupare pochi centimetri di scaffale polveroso; perché i titoli delle loro opere, in un secolo a venire, fossero letti di tanto in tanto da un cisposo ecclesiastico o da un visitatore capitato per caso, come me, e perché, dopo un altro secolo, ne andasse perduto persino il ricordo. Ecco la tanto vantata immortalità! Un semplice rumore transitorio, un suono limitato nello spazio, come gli accenti della campana che poco prima rintoccava tra quelle torri, riempiva l’udito per un momento, ritornava in un’eco passeggera per poi svanire come se non fosse mai esistita!
Mentre sedevo parlottando tra me e me, e meditando su quelle improduttive speculazioni, avevo appoggiato il capo su una mano mentre con l’altra tamburellavo sull’in-quarto finché, casualmente, non feci scattare i fermagli. Allora, con mia indescrivibile meraviglia, il volumetto sbadigliò due o tre volte, come chi si svegli da un sonno profondo, poi proferì un fioco «ehm, ehm» e infine cominciò a parlare. Dapprima la sua voce era spezzata e roca, rovinata da una ragnatela che vi aveva intessuto un ragno studioso e da un raffreddore contratto per la lunga esposizione al gelo e all’umidità dell’abbazia. Presto, però, si fece più distinta e non tardai ad accorgermi che si trattava di un piccolo tomo straordinariamente loquace e discorsivo. Usava una lingua, a dir la verità, insolita, con una pronuncia che, al giorno d’oggi, sarebbe considerata barbarica, ma per quanto mi è possibile mi sforzerò di tradurla in un linguaggio attuale.
Cominciò incolpando l’incuria del mondo che permette che il merito languisca nell’oscurità e con altri argomenti comuni ai piagnistei letterari e si lagnò amaramente di non essere stato sfogliato per più di due secoli e del fatto che il decano passava in biblioteca solo di rado, qualche volta tirava giù uno o due libri, con cui si baloccava per pochi minuti per poi riporli nello scaffale. «Che diamine credono di fare», proseguì il piccolo in-quarto che, mi rendevo conto, era di carattere piuttosto bilioso, «che diamine credono di fare, conservando migliaia e migliaia di volumi come me, rinchiusi qui dentro sotto il controllo di una schiera di canuti custodi, come tante bellezze in un harem, solo per farci dare di tanto in tanto un’occhiatina da un decano? I libri sono stati scritti per dar piacere ed essere apprezzati e io vorrei imporre per legge che il decano faccia almeno una visita all’anno a ognuno di noi; oppure, se non è in grado di svolgere questo compito, che ogni tanto venga sguinzagliata in mezzo a noi la scuola di Westminster così che almeno qualche volta si possa prendere una boccata d’aria».
«Piano, mio degno amico», ribattei, «non si accorge che state molto meglio voi che molti altri libri della vostra generazione. Conservati in questa antica biblioteca, siete come le preziose reliquie di quei santi o di quei re che giacciono nelle teche nelle cappelle qui accanto, mentre i resti dei comuni mortali loro contemporanei sono lasciati al normale corso della natura, e da lungo tempo sono tornati alla polvere».
«Signor mio», rispose il volumetto gonfiando le pagine e dandosi delle arie, «io sono stato scritto per il mondo, non per i topi di biblioteca di un’abbazia. La mia sorte era passare di mano in mano, come altre nobili opere del mio tempo, ma qui sono rimasto ingabbiato per più di due secoli e, nell’indifferenza generale, sarei caduto preda dei vermi che si stanno pascendo delle mie viscere se lei, per caso, non mi avesse concesso l’opportunità di pronunciare ancora due parole prima di finire in briciole».
«Mio caro amico», ribattei, «se fosse stato lasciato in circolazione, come diceva, non esisterebbe più da molto tempo. A giudicare dal suo aspetto, è molto in là con gli anni: certo ben pochi dei suoi contemporanei sono ancora integri e quei pochi devono la loro lunga vita all’essere stati murati come lei in una vecchia biblioteca che, mi permetta di aggiungere, invece di paragonare a un harem, avrebbe dovuto, con più precisione e maggiore gratitudine, assimilare a quegli ospedali interni agli istituti religiosi, che si curano dei vecchi e degli infermi e dove costoro, accuditi con cura e senza far nulla, vegetano spesso fino a una vecchiaia straordinariamente inutile. Parla dei suoi contemporanei come se ancora circolassero, ma dove crede di poter trovare le loro opere? Che ne dice di Roberto Grosteste di Lincoln? Nessuno si sarebbe adoperato più di lui per l’immortalità. Si dice che abbia scritto più di duecento volumi. Edificò, per così dire, una piramide di libri per rendere immortale il proprio nome, ma, ahimé, la piramide è crollata da un pezzo e solo qualche frammento è sparso in diverse biblioteche dov’è raro che persino gli antiquari vadano a recargli disturbo. Che sappiamo di Gyraldus Cambrensis, storico, archeologo, filosofo, teologo e poeta? Rifiutò due vescovadi per starsene rinchiuso a scrivere per le generazioni future, ma i posteri non si avvalgono mai delle sue fatiche. E di Henry di Huntingdon il quale, oltre a un’erudita storia dell’Inghilterra, scrisse un trattato sul disprezzo del mondo e del quale il mondo si è vendicato dimenticandolo? Che cosa si cita di Joseph di Exeter, definito il miracolo del suo tempo nella scrittura classica? Dei suoi tre grandi poemi eroici, uno, di cui resta solo un frammento insignificante, è andato perduto per sempre, gli altri sono conosciuti a malapena da pochi curiosi della letteratura e in quanto ai suoi versi d’amore e ai suoi epigrammi, sono completamente scomparsi. Che resta, nella cultura d’oggi, di John Wallis il francescano che si guadagnò il nome di “Albero della vita”? Di William di Malmsbury; di Simeon di Durham; di Benedict di Peterborough; di John Hanvil di St Albans; di…».
«Scusi, amico», gridò l’in-quarto, stizzito, «quanti anni crede che abbia? Parla di autori vissuti molto prima del mio tempo e che scrissero in latino o in francese e che quindi, in un certo senso, sono espatriati e si sono meritati l’oblio, ma io, signore, sono stato presentato al mondo dalla pressa del famoso Wynkyn de Worde. Sono stato scritto nella mia lingua d’origine, in un’epoca in cui l’idioma era ormai stabilito e, in verità, ero considerato un esempio dell’inglese puro ed elegante».
(Dovrei qui puntualizzare che queste affermazioni erano espresse con una terminologia così insopportabilmente antiquata che ho avuto enorme difficoltà a renderle in una lingua contemporanea).
«Chiedo venia», dissi, «se mi sono sbagliato sulla sua età, ma poco importa: quasi tutti gli scrittori del suo tempo sono ugualmente caduti nell’oblio e le edizioni di de Worde sono considerate, dai collezionisti, vere e proprie rarità bibliografiche. Per di più, la purezza e la stabilità della lingua su cui fonda le sue pretese di immortalità sono state l’erronea convinzione degli scrittori di ogni epoca, fin dai tempi del degno Robert di Gloucester che scrisse la sua storia in versi in un sassone bastardo. Ancora oggi, molti parlano della “fonte dell’inglese puro e senza macchia” di Spenser, come se il linguaggio zampillasse all’improvviso da un calco o da una sorgente e non fosse invece un confluire di lingue diverse, perennemente sottoposte a cambiamenti e mescolanze. È questo che ha reso la letteratura inglese estremamente mutevole e tanto effimera la fama fondata su di lei. Persino il pensiero, a meno che non sia affidato a qualcosa di più duraturo e più fisso di questo strumento, persino il pensiero deve condividere la sorte di ogni altra cosa e cadere nel disfacimento. Questo dovrebbe servire da monito alla vanteria e all’esaltazione dello scrittore popolare: si accorge che, per gradi, il linguaggio su cui ha impostato la propria fama si modifica, è soggetto alle aggressioni del tempo e alle volubilità della moda. Si guarda indietro e vede i primi autori del suo paese, un tempo i più amati dai contemporanei, scalzati dagli scrittori moderni. Il rapido passare di qualche secolo li ha fatti precipitare nell’oscurità e i loro meriti possono essere apprezzati soltanto dal gusto bizzarro dei topi di biblioteca. E prevede che questo sarà anche il destino della sua opera che, per quanto apprezzata ai suoi tempi e considerata un esempio di purezza, con il passare degli anni diventerà antiquata e obsoleta e finirà con l’essere quasi altrettanto incomprensibile nel suo paese quanto lo sono gli obelischi egiziani o quelle iscrizioni runiche che si dice esistano nei deserti della Tartaria. Dico la verità», aggiunsi, con una certa commozione, «quando osservo una biblioteca moderna, piena di opere nuove sfavillanti di ricche dorature e legature, mi viene da piangere, come il buon Serse quando passava in rivista i soldati in tutto lo sfarzo dello splendido equipaggiamento militare e pensava che cento anni dopo nemmeno uno sarebbe stato ancora vivo!».
«Ah», disse il piccolo in-quarto sospirando profondamente, «ora capisco: questi scrittorucoli di oggi hanno soppiantato tutti i bravi scrittori antichi. Credo che oggi si leggano soltanto l’Arcadia di Sir Philip Sidney, i sontuosi drammi di Sackville e il suo Mirror for Magistrates o i ben articolati eufuismi dell’impareggiabile John Lyly».
«Si sbaglia ancora», aggiunsi, «gli scrittori che crede di moda perché lo erano quando lei circolava, hanno fatto il loro tempo. L’Arcadia di Sir Philip Sidney, la cui immortalità era così affettuosamente predetta dagli ammiratori e che, in verità, è piena di nobili pensieri, immagini lievi e raffinatezze di stile, oggi non viene quasi mai ricordata. Sackville è solennemente disceso nell’oblio e persino di Lily, benché le sue opere fossero state un tempo la delizia di una corte e siano divenute proverbiali, adesso si conosce a malapena il nome. Un’intera folla di autori che, ai loro tempi, scrissero e litigarono, sono analogamente affondati nell’oblio con le loro opere e le loro controversie. Onda dopo onda, sono stati travolti dalla marea della letteratura successiva, fino a restare seppelliti a una tale profondità che, solo di tanto in tanto, qualche instancabile palombaro in cerca di testimonianze antiche ne porta alla superficie un esemplare, per il divertimento dei curiosi».
«Per quanto mi riguarda», proseguii, «ritengo che questa continua mutevolezza del linguaggio sia una saggia precauzione della Provvidenza a favore del mondo nel suo insieme e degli autori in particolare. Analogamente, vediamo tutti i giorni la ricca e meravigliosa famiglia dei vegetali che nascono, sbocciano, abbelliscono i prati per breve tempo, poi appassiscono nella polvere e lasciano il posto alle nuove fioriture. Se così non fosse, la fertilità della terra sarebbe un disastro anziché una benedizione. La terra soffrirebbe sotto una eccessiva e marcia vegetazione e diventerebbe un intricato deserto. Allo stesso modo, i frutti del genio e dell’erudizione perdono importanza e cedono il passo alle opere successive. Il linguaggio si modifica gradatamente e, con esso, perdono vigore e svaniscono gli scrittori che ebbero successo durante la loro epoca: se così non fosse i poteri creativi del genio invaderebbero il mondo intero e la mente si smarrirebbe, confusa e atterrita, negli innumerevoli meandri della letteratura. Un tempo, l’eccessiva proliferazione era frenata da precise condizioni: le opere dovevano essere copiate a mano, operazione lunga e laboriosa; erano vergate sulla pergamena – materiale così costoso che, talvolta, un’opera veniva cancellata per lasciare posto a un’altra – oppure su papiro, fragile ed estremamente effimero. Quello dello scrittore era un mestiere limitato e poco lucroso, perseguito soprattutto dai monaci, nella comodità e nella solitudine dei loro chiostri. Raccogliere i manoscritti era un’operazione lenta e costosa e limitata quasi esclusivamente ai monasteri. Si deve in parte a questi motivi se non siamo stati soffocati dalle produzioni delle menti del passato, se le sorgenti del pensiero non hanno tracimato e sommerso il genio moderno nel diluvio universale. Ma l’invenzione della carta e poi quella della stampa hanno eliminato tutte queste limitazioni. Ognuno ha la possibilità di diventare uno scrittore, qualsiasi intelletto ha la libertà di esprimersi per mezzo della stampa e diffondersi nel mondo. Le conseguenze sono preoccupanti. Il rivolo della letteratura si è gonfiato e si è trasformato in un torrente per poi ingrossarsi e diventare un fiume e allargarsi in un mare. Qualche secolo fa, cinque o seicento manoscritti formavano una grande biblioteca; ma che pensereste di biblioteche come quelle di oggi che contengono tre o quattrocentomila volumi; di eserciti di autori impegnati tutti allo stesso tempo e della stampa che lavora sempre di più e raddoppia e quadruplica quel numero? Tremo per i posteri, a meno che la discendenza della Musa, ormai così prolifica, non venga decimata da un’inattesa morìa. Temo che le sole variazioni del linguaggio non siano sufficienti. La critica ha molto potere. Procede di pari passo con la letteratura, alla stregua di quegli utili freni alla crescita della popolazione di cui parlano gli economisti. Bisognerebbe quindi incoraggiare in ogni modo la diffusione dei critici, buoni o cattivi che siano. Ma temo che sarà tutto inutile: la critica faccia il possibile, ma gli scrittori continueranno a scrivere, gli stampatori a stampare e il mondo sarà inevitabilmente saturo di buoni libri. Tra poco ci vorrà l’intera vita di un uomo solo per conoscerne i titoli. Al giorno d’oggi, sono molte le persone di media cultura che leggono quasi esclusivamente le riviste e non passerà molto che un erudito sarà soltanto un catalogo ambulante».
«Mio caro signore», rispose il piccolo in-quarto, sbadigliandomi malinconicamente in faccia, «scusi se la interrompo, ma mi sembra che vi occupiate un po’ troppo della prosa. Vorrei chiederle che fine ha fatto uno scrittore che faceva parlare di sé proprio quando ho lasciato questo mondo. La sua fama, però, era considerata del tutto effimera. I dotti scuotevano il capo quando sentivano il suo nome perché era un povero ceffo mezzo ignorante che conosceva ben poco il latino e per nulla il greco ed era dovuto fuggire dal paese per aver rubato un cervo. Credo che si chiamasse Shakespeare. Immagino che sia caduto presto nell’oblio».
«Al contrario!», esclamai. «È proprio grazie a lui se la letteratura della sua epoca ha avuto una durata superiore a quella normalmente accordata alla letteratura inglese. Di tanto in tanto nascono autori che sembrano impermeabili alla mutevolezza del linguaggio perché sono radicati negli immutabili fondamenti della natura umana. Assomigliano a quegli alberi giganteschi che talvolta vediamo sulle rive di un corso d’acqua e che, con radici lunghe e profonde che penetrano al di sotto della superficie, si avvinghiano alle fondamenta stesse della terra, salvaguardano il terreno intorno dall’erosione della corrente e sono un sostegno per molte piante vicine e magari anche per le erbacce e le tramandano ai posteri. È il caso di Shakespeare che vediamo sfidare l’aggressione del tempo, mantenere viva ancor oggi la lingua e la letteratura dei suoi tempi e favorire la continuità a più di un autore minore solo perché è fiorito nelle sue vicinanze. Anche lui, però – e mi dispiace dirlo – sta gradatamente assumendo l’aspetto di un vecchio e la sua figura è infestata da una miriade di commentatori che, come le viti rampicanti, rischiano di seppellire la nobile pianta che li sostiene».
A questo punto, il piccolo in-quarto cominciò a scuotere i fianchi in una risata contenta, fino a prorompere in un grasso accesso di risa che, data la sua a corpulenza, fu lì lì per soffocarlo. «Questa è proprio bella!», gridò, appena riprese fiato, «bellissima! E così vuole convincermi che la letteratura di un intero secolo è tramandata grazie a un vagabondo, a un bracconiere! Un uomo senza cultura! Un poeta, ohibò… un poeta!». E ansimò per un altro attacco di risa.
Ammetto che mi sentii punto nel vivo da quei modi grossolani, che comunque gli perdonavo perché era vissuto in un’epoca meno civile della nostra. Decisi, tuttavia, di non abbandonare la mia posizione.
«Sì», ripresi serio, «un poeta, perché – tra tutti gli scrittori – sono i poeti ad avere maggiori possibilità di divenire immortali. Gli altri possono scrivere con la testa, ma loro scriveranno sempre con il cuore e dal cuore saranno sempre compresi. È il fedele ritrattista della natura, che è sempre uguale ma sempre attraente. I prosatori sono prolissi e ingombranti, le loro pagine sono infarcite di luoghi comuni e i loro pensieri sfociano nella noia. Ma quando abbiamo un vero poeta, tutto è chiaro, commovente o brillante perché riporterà i pensieri migliori nella lingua migliore. Li illustra con quanto di più efficace trova nella natura e nell’arte. Li arricchisce di immagini della vita degli uomini così come si svolge davanti ai suoi occhi. I suoi scritti, perciò, restituiscono lo spirito, per così dire il profumo del secolo in cui vive. Sono scrigni che racchiudono in un piccolo spazio tutte le ricchezze della lingua: i gioielli di famiglia, tramandati alla posterità in questa forma maneggevole. Talvolta l’incastonatura può essere fuori moda e necessita di qualche rammodernamento, come nel caso di Chaucer, ma la bellezza e il valore intrinseco delle gemme restano invariati. Getti uno sguardo alla storia letteraria in tutta la sua estensione: ampie vallate di tedio, affollate di leggende di monaci e dispute accademiche! Paludi di elucubrazioni teologiche, spaventosi deserti della metafisica! Solo qui e là troviamo alcuni cantori ispirati dal cielo, che si elevano come luci guida sui loro picchi separati da vasti spazi, per tramandare da un secolo all’altro la pura luce della poesia».
Stavo per tessere le lodi dei poeti contemporanei quando il fulmineo aprirsi della porta mi fece girare. Era il custode e veniva ad avvertirmi che era ora di chiudere la biblioteca. Cercai di congedarmi dall’in-quarto, ma l’orgoglioso volumetto taceva, con i fermagli chiusi, e sembrava del tutto inconsapevole di quanto era successo. Sono poi tornato due o tre volte nella biblioteca e ho tentato di indurlo nuovamente a conversare, ma invano. E se questo insolito dialogo abbia davvero avuto luogo o sia stato un altro di quegli strani sogni a occhi aperti che mi capitano di frequente, a tutt’oggi non sono ancora riuscito a scoprirlo.