la diligenza (italian)
Nello scritto precedente ho fatto alcune considerazioni generali sulle festività natalizie in Inghilterra, e sono tentato di illustrarle con alcuni fatti successi durante un Natale trascorso in campagna. Prego vivamente il lettore di rinunciare, leggendoli, alla gravità della saggezza e di assumere il tipico atteggiamento vacanziero che ammette qualunque follia ed è desideroso solo di divertirsi.
La vigilia di Natale, nel corso di un viaggio da me effettuato nel mese di dicembre nello Yorkshire, percorsi un lungo tratto su una diligenza. La vettura, sia all’interno che all’esterno, era occupata da viaggiatori che, a giudicare dalle loro conversazioni, sembravano diretti quasi tutti a casa di parenti o di amici per il banchetto di Natale. Inoltre era carica di ceste piene di selvaggina, di cestini di frutta, di scatole di dolci. Parecchie lepri, donate in occasione della festa imminente da qualche amico lontano, erano appese intorno alla cassetta del cocchiere, con le lunghe orecchie che penzolavano. Erano compagni di viaggio tre vivaci scolaretti dalle guance rosee, ricchi della salute esuberante e della vitalità e spontaneità che di frequente si nota nei bambini di questo paese. Tornavano a casa per le vacanze, esultanti per la felicità, con la prospettiva di un mondo di divertimento. Era piacevole ascoltare i grandiosi progetti dei tre birbanti, le bravate irripetibili che si ripromettevano di mettere in pratica durante le sei settimane di momentanea libertà dall’odiata schiavitù dei libri, della bacchetta e dell’insegnante. Aspettavano con impazienza l’incontro con la famiglia e con tutti i domestici, fino all’ultimo cane e gatto, immaginavano la felicità che avrebbero suscitato nelle sorelline con i piccoli regali che riempivano le loro tasche; ma l’incontro atteso con ansia incontenibile sembrava fosse quello con Bantan: scoprii che si trattava di un pony, più virtuoso – sempre a sentire loro – di qualsiasi destriero da Bucefalo in poi. Come sapeva trottare! Come sapeva galoppare! E faceva certi salti, poi! Non esisteva siepe, in tutta la campagna, che non fosse in grado di superare.
Erano sotto la personale tutela del cocchiere e ogni volta che se ne presentava l’occasione, gli rivolgevano una sfilza di domande, affermando che era uno degli uomini più in gamba del mondo. In realtà in lui notai solamente la comunissima espressione di affaccendata importanza del cocchiere, che porta il suo cappello sulle ventitré e un mazzetto di sempreverde natalizio infilato all’occhiello della giacca. È sempre un personaggio preoccupato e affaccendato, ma in questo periodo lo è in modo particolare perché, a causa del grande scambio di doni, ha un’infinità di commissioni da portare a termine. Ora al mio lettore inesperto di viaggi non risulterà forse sgradito uno schizzo che possa servire da ritratto generico di questa numerosa e importante categoria di funzionari che adottano abiti, modi, un linguaggio e un aspetto molto particolari ed esclusivi della corporazione, così che ovunque vi capiti di incontrare un cocchiere inglese, non lo potrete mai scambiare con il rappresentante di un’altra professione o di un altro mestiere.
Di solito ha una faccia larga e pienotta, curiosamente chiazzata di rosso, come se il sangue fosse stato pompato a forza in ogni capillare della pelle dal troppo cibo ingurgitato; la corporatura è imponente e arrotondata dalle frequenti bevute e la mole risulta accresciuta dalle molte palandrane in cui si seppellisce come un cavolfiore tra le foglie e quella più esterna gli sfiora le caviglie. Porta in testa un basso cappello a falda larga e, intorno al collo, un fazzolettone colorato, abilmente annodato e aggiustato per bene sul petto; d’estate ha sempre infilato all’occhiello un mazzolino di fiori che, molto probabilmente, ha avuto in dono da una contadinella innamorata. Il panciotto, di solito, è di una tinta vivace, rigato, e la mantella scende molto sotto al ginocchio e va a lambire gli stivali da fantino che gli arrivano fino quasi a metà gamba.
L’abbigliamento è curato rigorosamente dal cocchiere: è un vanto per lui indossare abiti di ottima qualità e, nonostante l’apparente volgarità dell’aspetto, possiede quella meticolosità e quel decoro quasi innati negli inglesi. È oggetto di grande considerazione e rispetto lungo le strade che percorre; dialoga di frequente con le massaie dei paesini, che lo ritengono uomo affidabile e su cui poter contare; sembra inoltre conquistare i favori di tutte le contadinelle dagli occhi brillanti. Appena arriva alla locanda dove cambierà i cavalli, lascia le redini con una certa alterigia, affidando gli animali alle cure dello stalliere poiché il suo dovere consiste soltanto nel guidarle da una tappa all’altra. Quando non è a cassetta, tiene le mani affondate nelle tasche della mantella, e con aria da gran signore passeggia dinoccolato per il cortile della locanda. In genere è circondato da una folla di ammiratori composta da stallieri, garzoni, lustrascarpe e da tutti quei poveracci non meglio definiti che assediano locande e osterie, dove eseguono le commissioni più diverse e i lavori più strani per ottenere la possibilità di abbuffarsi con gli avanzi della cucina e i fondi di bottiglia della cantina. Tutti questi individui lo considerano un oracolo, fanno tesoro dei suoi detti in gergo professionale e riportano le sue idee in fatto di cavalli e su altri argomenti inerenti alla scienza equina e, soprattutto, fanno di tutto per imitarne le espressioni e il portamento. Ogni spiantato che indossi una giacca ficca le mani in tasca, cammina dinoccolato, parla con frasi gergali ed è un novello cocchiere.
Devo forse alla piacevole pacatezza che permeava il mio sentire se, durante quel tragitto, mi sembrò di scorgere la gioia dipinta su ogni viso. Comunque, una diligenza è portatrice di entusiasmo e, mentre avanza veloce, mette in moto il mondo. Il corno, suonato all’arrivo al villaggio, provoca una grande confusione. Qualcuno accorre a ricevere gli amici; qualcun altro, carico di pacchetti e di cappelliere, si affretta per assicurarsi un posto e, nella foga del momento, saluta a malapena tutti i suoi accompagnatori. Nel frattempo il cocchiere sbriga un’infinità di piccoli incarichi: consegna una lepre o un fagiano, lancia un minuscolo pacchetto o un giornale alla porta dell’osteria oppure, con uno sguardo carico di sottintesi e qualche frasetta maliziosa, mette nelle mani di una cameriera sorridente, che arrossisce vergognosa, una letterina dalla forma strana, mandata da un ammiratore campagnolo. Mentre la diligenza attraversa fragorosamente il villaggio, tutti si affacciano alla finestra e dappertutto è possibile vedere rubizzi visi campagnoli e floride fanciulle ridenti. Ai lati della strada si riuniscono gli sfaccendati e i saggi del villaggio: stanno lì con l’elevato scopo di veder passare un po’ di gente. Ma il gruppo più saggio, per il quale il transito della diligenza è un avvenimento degno di molte considerazioni, è quello che fa capo al maniscalco. Con lo zoccolo del cavallo sulle ginocchia, il fabbro resta immobile mentre la vettura gli sfreccia accanto; i giganti presso l’incudine smettono di far risuonare i martelli, lasciando che il ferro si raffreddi; e lo spettro annerito con un berretto di carta scura che opera al mantice si appoggia per un istante alla maniglia e concede alla macchina ansante di esalare un lunghissimo sospiro, mentre lui osserva attraverso la fuliggine e il bagliore sulfureo dell’officina.
Forse era la prossimità della festa a dare maggiore vivacità ai paesi, ma di certo mi sembrava di vedere solo gente di bell’aspetto e di ottimo umore. Cacciagione, pollame e altre ricercatezze circolavano in abbondanza nei villaggi, i negozi dei droghieri, dei macellai, e dei fruttivendoli erano affollati di acquirenti. Le massaie sfaccendavano leste per mettere in ordine le case e alle finestre cominciavano già a vedersi bellissimi rami di agrifoglio dalle bacche rosse e lucenti. La scena mi fece ripensare al resoconto di un antico scrittore sugli allestimenti natalizi: «Oggi capponi e galline, oltre ai tacchini, alle oche e alle anatre, al manzo e al montone, tutti devono morire perché non si può nutrire con poco una folla di persone, per dodici giorni interi. Adesso tra i pasticci e il brodo bisogna ben distribuire prugne e spezie, zucchero e miele. Ora o mai più, la musica deve essere adatta alla danza, perché la gioventù deve ballare e cantare fino allo sfinimento, mentre i vecchi siedono accanto al focolare. La servetta dimentica la metà degli acquisti al mercato e bisogna farcela tornare, se alla vigilia di Natale scorda il mazzo delle carte. Grande è la contesa tra agrifoglio ed edera, vedremo se è il padrone o la padrona a portare i pantaloni. Dadi e carte vanno a beneficio del maggiordomo e se il cuoco sa il fatto suo, ci leccheremo avidamente le dita».
Fui distratto dal mio stato di assorta meditazione da un urlo dei miei piccoli compagni di viaggio. Da parecchio tempo guardavano fuori dal finestrino, riconoscendo ogni albero e ogni casupola via via che si avvicinavano a casa e ora scoppiarono in un generale impeto di gioia. «Ecco John! E anche Carlo! E c’è anche Bantan!», gridavano felici i tre giovinetti, battendo le mani.
In fondo alla strada vidi un vecchio domestico in livrea dall’aspetto grave che era lì in attesa; lo accompagnavano un pointer decrepito e il famoso Bantan, una vecchia carcassa di pony con una criniera ispida e una lunga coda spelacchiata, che brucava placido l’erba ai bordi del sentiero, senza immaginare neanche lontanamente i giorni burrascosi che lo aspettavano.
Mi fece piacere notare con quanto affetto i ragazzi mossero incontro al vecchio e si strinsero al petto il cane che si dimenava tutto per la contentezza. Ma il principale oggetto d’interesse era Bantan: tutti volevano subito montarlo e, con una certa difficoltà, John riuscì a imporre che l’avrebbero cavalcato a turno, cominciando dal maggiore.
Finalmente presero il via; uno piazzato sul pony, con il cane che lo precedeva saltando e abbaiando, gli altri due per mano a John: gli parlavano tutti in coro, subissando il poveruomo di domande sulla casa e di aneddoti scolastici. Li guardai, con un duplice sentimento di piacere e nostalgia, perché ricordavo i tempi in cui anch’io, come loro, non conoscevo ancora angustie né dolori e una vacanza significava tutta la felicità del mondo. Qualche minuto dopo sostammo per abbeverare i cavalli; ripreso poi il viaggio, dopo una svolta vedemmo un’elegante casa rustica. Riuscii a malapena a distinguere, sotto il porticato, le silhouette di una signora e di due bimbe, vidi i miei piccoli compagni che, con Bantan, Carlo e John, sfilavano lungo la strada carrozzabile. Mi sporsi dal finestrino della diligenza, nella speranza di assistere all’atteso incontro, ma un gruppo di alberi mi celò la scena.
In serata giungemmo al villaggio dove avevo deciso di trascorrere la notte. Mentre la vettura varcava il grande ingresso della locanda, colsi, oltre i vetri della finestra, il bagliore di un accogliente focolare acceso in cucina. Entrai, ammirando per lvolta quell’immagine perfetta di comodità, di pulizia, di amichevole e onesto benessere che è, in Inghilterra, la cucina di una locanda. Questa era notevolmente spaziosa; tutto intorno erano appese alle pareti lucidissime pareti di rame e di stagno, adorne di ramoscelli di Natale. Dal soffitto pendevano prosciutti, lingue affumicate, pezzi di lardo e, dalla parte del fuoco, proveniva il costante tintinnio dello spiedo, al quale rispondeva da un angolo il tic-tac di un orologio. Un tavolo di abete ben levigato occupava un lato della cucina; sopra vi era adagiato un bel taglio di manzo freddo e appetitose pietanze alle quali sembravano fare da sentinelle due boccali di birra spumeggiante. Alcuni viaggiatori di condizione modesta erano pronti per lanciarsi su questo lauto pasto, mentre altri, seduti accanto al fuoco su due panche di quercia dall’alto schienale, sorseggiavano i loro boccali di birra fumando e chiacchierando. Graziose cameriere s’affaccendavano avanti e indietro, seguendo le indicazioni della padrona, una donna dal viso vivace e dall’aria indaffarata che, tuttavia, trovava anche il tempo per scambiare una battuta divertente con il gruppo accanto al fuoco e concedersi un’allegra risata. La scena rispondeva con esattezza all’umile idea del Povero Robin sui conforti dell’inverno:
Ora gli alberi si tolgono i loro cappelli di foglie
per rispetto verso l’argentea capigliatura dell’inverno.
Una bella ostessa, un allegro oste,
un boccale di birra e un brindisi,
tabacco e un bel fuoco di braci
è quanto necessita per la stagione.
Mi trovavo da poco nella locanda, quando un calesse si fermò davanti all’ingresso. Ne uscì un giovane gentiluomo e, alla luce delle lanterne, scorsi un profilo che mi parve familiare. Mi stavo avvicinando per osservarlo meglio, quando i nostri occhi si incontrarono. Non mi ero sbagliato; era Frank Bracebridge, un caro e allegro giovanotto che avevo conosciuto viaggiando nel continente. Il nostro incontro fu oltremodo cordiale perché il volto di un vecchio compagno di viaggio provoca sempre il ricordo di una gran quantità di aneddoti divertenti, di avventure stravaganti e di scherzi riusciti. Rimembrare tutto questo durante un breve incontro in una locanda era impossibile, così, dopo aver scoperto che non avevo alcuna fretta e che stavo semplicemente facendo un giro turistico, insistette perché accettassi di essere ospitato per uno o due giorni nella residenza di campagna del padre, a poche miglia da lì, dove stava tornando per trascorrervi le vacanze di Natale. «È di certo più piacevole che consumare in solitudine un pranzo di Natale in una locanda», mi disse, «e posso assicurarle un’amichevole accoglienza all’antica». La sua proposta mi convinse e debbo ammettere che i preparativi per le feste e i divertimenti in famiglia, che avevo visto ovunque, mi avevano provocato una certa afflizione per la mia solitudine. Perciò accettai subito il suo invito; il calesse venne a fermarsi alla porta e, pochi istanti dopo, ero in viaggio verso la dimora di famiglia dei Bracebridge.