Stories 93 / Random

Stories by washington irving

la cucina della locanda (italian)

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Nel corso di un viaggio che mi capitò di fare nei Paesi Bassi, arrivai una sera a La Pomme d’Or, la principale locanda di un piccolo villaggio fiammingo. Era già trascorsa l’ora della table d’hôte, cosicché fui costretto a una cena solitaria con i resti di una tavola più copiosa. Faceva piuttosto freddo: me ne stavo seduto solo soletto all’estremità di una grande e cupa sala da pranzo e, al termine del pasto, mi si prospettava una serata lunga e noiosa e non vedevo modo di rallegrarla. Chiamai il locandiere e gli chiesi qualcosa da leggere; mi portò l’intera biblioteca di casa: una Bibbia di famiglia in olandese, un almanacco nella stessa lingua e una pila di vecchie riviste francesi. Me ne stavo seduto, sonnecchiando sopra una di queste, leggendo notizie datate e critiche ammuffite, di tanto in tanto il mio udito era colpito da scoppi di risa che sembravano provenire dalla cucina. Chiunque abbia percorso in viaggio il continente sa per certo come la cucina di una locanda di campagna sia il luogo di ritrovo preferito dai viaggiatori senza pretese, soprattutto in caso di tempo incerto quando, verso sera, un bel fuoco è quanto mai confortevole. Gettai da una parte la rivista e mi avventurai nel suddetto locale per dare un’occhiata a quel gruppo che sembrava tanto spensierato. Si presentava composto in parte da viaggiatori giunti in diligenza alcune ore prima e in parte dai soliti avventori e parassiti che animano le locande. Erano tutti seduti intorno a una grande stufa annerita che si sarebbe potuta prendere per un altare, oggetto della loro venerazione. Era coperta di vari recipienti lucidi e splendenti, in mezzo ai quali sbuffava e sibilava un enorme bollitore di rame. Una grande lampada illuminava il gruppo con vivida luce, facendo spiccare, come in un altorilievo, certi strani lineamenti. I suoi raggi dorati rischiaravano parte della spaziosa cucina per poi sfumare negli angoli più remoti, fatta eccezione per i punti in cui si posavano con voluttuoso splendore sull’ampia superficie di un trancio di pancetta, oppure venivano riflessi dai lucenti utensili che brillavano nell’oscurità. Una corpulenta ragazza fiamminga, con lunghi orecchini d’oro e un cuore d’oro che le pendeva dalla collana, era la sacerdotessa che presiedeva la cerimonia.
Nella comitiva, parecchi erano dotati di pipe e quasi tutti avevano una qualche bevanda serale. Presto mi resi conto che la loro ilarità scaturiva dai racconti che un piccolo francese dalla carnagione scura, il volto asciutto e smagrito e con due folti mustacchi, faceva delle sue avventure amorose: al termine di ognuno scoppiava in una di quelle fragorose risate sincere e genuine cui ci si abbandona con tanta facilità in quel tempio della autentica libertà che è la locanda.
Dal momento che non potevo trovare modo migliore per trascorrere una noiosa serata di burrasca, mi sedetti accanto alla stufa ad ascoltare i racconti dei diversi avventori, spesso assai bizzarri e quasi sempre molto tediosi. Sono comunque svaniti tutti dalla mia infida memoria tranne quello che tenterò di riferire. Temo, però, che attingesse la sua vivacità dal modo in cui era narrato e dall’aspetto e dalle maniere alquanto singolari del narratore. Era costui un vecchio svizzero ben piazzato che sembrava un vero e proprio veterano dei viaggi. Indossava una giacca di panno verde un po’ consunta, una vistosa cintura intorno alla vita e un paio di ghette allacciate lungo le caviglie. Aveva il volto paffuto e rubizzo, un generoso doppiomento, il naso aquilino e lo sguardo illuminato da un guizzo divertito. I capelli chiari e sottili si arricciavano sotto un vecchio cappello da viaggio di velluto verde, inclinato da una parte. Fu interrotto più volte dall’arrivo di altri clienti o dai commenti del suo piccolo pubblico; ogni tanto si interrompeva per ricolmare la pipa, operazione della quale solitamente approfittava per rivolgere alla sguattera fiorente un sorriso smaliziato e una battuta bonaria.
Vorrei che i miei lettori cercassero di figurarsi quel bel tipo, pigramente adagiato in un’enorme poltrona, con una mano appoggiata su un fianco e, nell’altra, una pipa curiosamente ritorta fatta di pura écûme de mer e decorata da una catenella d’argento e una nappina di seta, la testa piegata da una parte e, ogni tanto, un’eccentrica strizzatina d’occhi mentre riferiva la seguente storia.