la chiesa di campagna (italian)
Vi sono pochi luoghi tanto adatti allo studio dell’animo umano quanto una chiesa di campagna inglese. Una volta trascorsi alcune settimane nella dimora di un amico che abitava appunto nei pressi di una chiesa il cui aspetto colpì la mia fantasia in modo particolare. Era uno di quei magnifici esempi di antico estro che conferiscono un fascino caratteristico al paesaggio inglese. Sorgeva in mezzo a una regione dove abitavano antiche famiglie e accoglieva, nelle navate fredde e silenziose, la polvere di molte nobili generazioni. Le pareti, all’interno, erano adornate di monumenti di ogni tempo e di ogni stile. La luce entrava dalle finestre oscurate dagli stemmi raffigurati sui vetri istoriati. In vari punti vi erano tombe di dame e di cavalieri altolocati, esempi di arte sfarzosa, e statue in marmo colorato. Ovunque, lo sguardo coglieva un esempio dell’ambiziosa aspirazione dei mortali: alteri monumenti che l’orgoglio aveva innalzato sulle ceneri degli avi in quel tempio consacrato alla più umile di tutte le religioni.
La congregazione era composta di personaggi importanti dei dintorni che sedevano nei banchi elegantemente foderati e pieni di cuscini, forniti di messali lussuosamente dorati; i cancelletti erano decorati con le armi delle rispettive famiglie; c’erano poi gli abitanti del villaggio e del contado, che occupavano gli ultimi banchi e una piccola galleria accanto all’organo, e i poveri della parrocchia, disposti su alcune panche nelle navate.
La funzione veniva celebrata da un vicario dalla voce nasale e ben pasciuto che aveva un’accogliente casetta vicino alla chiesa. Era l’ospite favorito di tutti i deschi dei dintorni ed era stato il più abile cacciatore di volpi di tutta la zona finché là e la vita troppo facile non gli avevano concesso solo di recarsi a cavallo a vedere la muta dei cani e sedersi poi al pranzo dei cacciatori.
Scoprii che era impossibile mettermi nello stato d’animo che si conveniva al momento e al luogo seguendo il ministero di un simile pastore e, dopo esser venuto, come tanti altri tiepidi credenti, a un compromesso con la mia coscienza attribuendo a qualcun altro la colpa del mio peccato di omissione, mi dedicai a osservare i vicini.
In Inghilterra ero ancora straniero e m’incuriosiva conoscere i costumi delle classi eleganti. Mi accorsi che, come al solito, la presunzione era minore laddove c’era un titolo riconosciuto da rispettare. Fui particolarmente colpito, ad esempio, dalla famiglia di un nobile d’alto lignaggio, composta di parecchi figli, sia maschi che femmine. Non si poteva immaginare nulla di più semplice e più modesto del loro aspetto. Si recavano in chiesa con una carrozza senza pretese e spesso anche a piedi. Le signorine si fermavano a discorrere amichevolmente con i contadini, accarezzavano i bambini e ascoltavano i racconti degli abitanti delle casette più umili. Avevano bei volti aperti, un’espressione raffinata ma, nello stesso tempo, erano schiettamente allegri, simpatici e affabili. I fratelli erano alti e slanciati. Vestivano alla moda, ma con semplicità: un abbigliamento sobrio, ma privo di affettazioni e vanità. Si comportavano con disinvoltura e naturalezza, possedevano quella grazia altera e quella nobile sincerità che rivelano un’anima nata libera, il cui sviluppo non è mai stato ostacolato dal senso di inferiorità. Nella vera dignità, c’è una sana forza che non teme il contatto e il rapporto con il prossimo, per quanto umile possa essere. È il falso orgoglio a essere morbosamente suscettibile e a rifuggire da qualsiasi contatto. Mi faceva piacere vederli conversare con i contadini di faccende rurali e di quegli svaghi all’aperto che i gentiluomini di campagna gradiscono tanto. In quelle conversazioni non c’erano altezzosità né servilismo dall’una o dall’altra parte e si notava la differenza di rango solo per il consueto rispetto del contadino.
Ben diversa era la famiglia di un ricco cittadino che, dopo avere accumulato una grossa fortuna e aver comprato nei dintorni la tenuta e la signorile dimora di un nobile decaduto, si sforzava di assumere anche i modi e la dignità di un gran signore. La famiglia veniva sempre in chiesa en prince. Si facevano trasportare maestosamente da una carrozza stemmata con delle armi. Il cimiero brillava di argenteo splendore da qualunque parte della bardatura fosse possibile collocare un cimiero. Un grasso cocchiere con un tricorno splendidamente gallonato e una parrucca bianca arricciata intorno al volto rubizzo sedeva a cassetta e accanto a lui era accucciato un lucido cane di razza danese. Sul retro dondolavano due lacchè che recavano enormi mazzi di fiori e bastoni dal pomo dorato. La vettura si alzava e si abbassava sulle molle con un ritmo particolarmente maestoso. Persino i cavalli mordevano il freno, allungavano il collo e con gli occhi fiammeggianti esibivano un’espressione più orgogliosa di quella dei cavalli comuni, vuoi perché avevano preso un po’ del sentimento dominante in quella famiglia o perché le redini erano più corte del necessario.
Non potei fare a meno di ammirare lo stile con cui questa splendida carrozza si avvicinò al cancello del sagrato. Nel girare intorno a un muro produssero un grande effetto: la frusta che schioccava, i cavalli che tiravano e scalpitavano, i finimenti che luccicavano, le ruote che producevano scintille in mezzo alla ghiaia. Fu un momento di trionfo per il borioso cocchiere. I cavalli, spronati e trattenuti fino all’esasperazione, schiumavano, slanciavano le zampe in un trotto superbo e, a ogni passo, facevano schizzare intorno i sassolini. La folla degli abitanti del villaggio, che si recava in chiesa pian piano, si aprì precipitosamente erestarono tutti a bocca aperta per la meraviglia. Raggiunto il cancello, i cavalli vennero trattenuti con un gesto così fulmineo che li bloccò all’istante tanto che per poco non rincularono.
Con straordinaria sollecitudine i lacchè balzarono a terra, aprirono lo sportello, abbassarono il predellino e predisposero il necessario a far scendere a terra l’augusta famiglia. Il vecchio cittadino fu il primo a sporgere dalla vettura il faccione rotondo, guardandosi intorno con l’aria altezzosa dell’uomo abituato a regnare sulla Borsa e a far vacillare il mercato azionario con un semplice cenno. Lo seguiva la consorte, una bella dama corpulenta e pacifica. Debbo confessare che appariva nell’insieme un po’ boriosa: era il ritratto del compiacimento, più sfacciato, lampante e volgare. La vita le andava a gonfie vele e lei era più che contenta. Aveva dei bei vestiti, una bella casa, una bella carrozza, bei figli, tutto quello che le apparteneva era bello. La vita era un susseguirsi di gite in carrozza, visite e feste, una baldoria continua, un lungo “giorno del sindaco”.
La brava coppia era seguita da due figlie. Erano indubbiamente belle, ma avevano un’espressione di superiorità che raggelava l’ammirazione e suscitava le critiche. Erano vestite con grande eleganza, ma tanta ricchezza di ornamenti forse non era appropriata a una semplice chiesa di campagna. Scesero sdegnosamente dalla vettura e procedettero affiancando la fila dei contadini con dei passi che sembravano nauseati dal terreno che calpestavano. Si guardarono intorno con espressione vacua che sfiorò freddamente i volti paffuti dei contadini finché non incrociarono gli occhi della famiglia blasonata: al che i volti immediatamente si aprirono al sorriso e le ragazze fecero raffinate e profonde riverenze che vennero ricambiate in un modo che stava a indicare una conoscenza soltanto superficiale.
Non devo tralasciare i due figli maschi dell’ambizioso cittadino, che si recarono in chiesa con uno sfarzoso calessino personale con tanto di battistrada. Erano vestiti all’ultimo grido, con quella meticolosità per i particolari che denota discutibili pretese di eleganza. Stavano molto sulle loro e guardavano di traverso chiunque si avvicinasse, quasi per valutare se avessero il diritto di ottenere rispetto: ma non spiccicarono una parola se non per scambiare qualche frase convenzionale. Anche i movimenti erano artificiosi perché i corpi, secondo la moda del momento, erano stati addestrati a una totale assenza di naturalezza e di libertà. L’arte si era prodigata generosamente per farne due zerbinotti, ma la natura non aveva concesso loro quella grazia che non è possibile definire. Erano stati squadrati con l’accetta, come chi sia destinato a compiti grossolani e avevano quell’aria di boriosa superiorità che non si nota mai nel vero gentiluomo.
Mi sono soffermato con una certa minuzia nel disegnare il ritratto di queste due famiglie perché le consideravo tipiche delle categorie che s’incontrano spesso in questo paese: la grandezza senza pretese e l’arrogante meschinità. Io non do alcuna importanza ai titoli nobiliari, a meno che non siano affiancati dalla vera nobiltà d’animo; ma, in tutti i paesi dove esistono distinzioni convenzionali, ho notato che le classi più elevate sono sempre le più cortesi e le più semplici. Chi è veramente sicuro del proprio rango è meno propenso ad approfittare di quello degli altri, mentre nulla è così oltraggioso come le aspirazioni ambiziose della volgarità che crede di elevarsi umiliando il prossimo.
Dopo aver confrontato queste due famiglie, devo descrivere il loro comportamento in chiesa. Quello della famiglia del nobiluomo era tranquillo, serio e attento. Da loro non traspariva una fervida devozione, bensì quel rispetto per le cose e i luoghi sacri che è inscindibile dalla buona educazione. Gli altri, viceversa, non facevano che muoversi e bisbigliare; si vedeva che in ogni momento erano consapevoli della loro eleganza e avevano la meschina ambizione di essere il centro dell’attenzione di una congregazione di campagna.
L’unico veramente attento alla funzione era il vecchio gentiluomo. Si faceva interamente carico della devozione della famiglia; stava diritto come un palo e pronunciava le risposte con una voce che si udiva in tutta la chiesa. Era, evidentemente, uno di quegli uomini tutti “chiesa e re” che fanno corrispondere l’idea della devozione a Dio a quella della lealtà al principe; che tengono le divinità quasi nella stessa considerazione del partito al governo, e considerano la religione «qualcosa di veramente eccellente da incoraggiare e mantenere salda».
Quando partecipava udibilmente alle preghiere, sembrava che lo facesse, più che altro, per servire d’esempio agli inferiori, per dimostrare che, pur essendo grande e ricco, non dimenticava la religione: analogamente, ho visto un assessore nutrito a brodo di tartaruga ingollare in pubblico il piattone di minestra di un istituto di carità, schioccando le labbra a ogni boccone e affermando che era «un cibo eccellente per i poveri».
Quando la funzione finì, ero curioso di assistere all’uscita dei miei vari eroi. I giovani nobili e le loro sorelle scelsero, dato che era bel tempo, di tornare a casa attraverso i campi, chiacchierando nel frattempo con la gente del posto. Gli altri se ne andarono com’erano venuti, in grande pompa. Le carrozze furono fatte nuovamente avvicinare al cancello. Ci furono altri schiocchi di frusta, scalpitii di zoccoli, lampeggiare di finimenti. I cavalli partirono con un balzo; gli abitanti del villaggio si buttarono a destra e a sinistra; le ruote alzarono una nuvola di polvere e, in un vortice, l’ambiziosa famiglia sparì alla vista.