Stories 93 / Random

Stories by washington irving

la beniamina del villaggio (italian)

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Durante una gita in una delle più sperdute contee d’Inghilterra, mi imbattei in uno di quei crocevia che conducono nelle zone più isolate del paese e trascorsi un pomeriggio in un piccolo villaggio che aveva un’ubicazione squisitamente pittoresca. Gli abitanti avevano quell’aria sincera e semplice che non si trova più nei centri agricoli lungo le grandi strade postali. Decisi di trascorrere lì la notte e, dopo aver cenato presto, uscii per ammirare il paesaggio.
Nel mio girovagare, come accade solitamente ai viaggiatori, mi ritrovai dopo poco alla chiesa che sorgeva nei pressi del villaggio. Si trattava, in effetti, di un edificio di un certo interesse: l’antico campanile era completamente rivestito di edera, e solo qua e là una balaustra sporgente, uno spicchio di muro grigio o un bassorilievo magnificamente scolpito si affacciavano dal verde manto delle foglie. Era una bella serata. Dopo una mattinata scura e uggiosa, nel pomeriggio il tempo era migliorato e, benché gravassero ancora nuvole imbronciate, tuttavia si scorgeva all’orizzonte un’ampia porzione di cielo dorato dalla quale al tramonto il sole riluceva sulle fronde gocciolanti e accendeva il paesaggio di un malinconico sorriso. Era paragonabile allora di un uomo devoto che, sorridendo dei peccati e dei dolori del mondo, assicura, con la serenità della sua fine, che risorgerà nella gloria.
Mi ero seduto su una tomba quasi nascosta dall’erba e riflettevo, come si è abituati a fare in quell’ora mesta e pacata, su eventi e amici del passato, su coloro che erano lontani e quelli che erano morti, abbandonandomi a quel genere di nostalgica fantasticheria che ha in sé qualcosa di più dolce persino del piacere. Di tanto in tanto un rintocco di campana dal vicino campanile mi giungeva all’orecchio; i suoi toni si armonizzavano con la scena e, invece di infastidirmi, si accordava perfettamente con il mio stato d’animo, e ci volle un po’ prima che mi rendessi conto che suonava a morto per un nuovo abitante dell’aldilà.
Fu allora che vidi un corteo funebre avanzare tra il verde del villaggio, snodarsi lentamente per un sentiero, perdersi e riapparire attraverso le aperture delle siepi, finché non giunse dinanzi al posto dov’ero seduto. Il drappo funebre era tenuto da giovinette vestite di bianco. Un’altra, di circa diciassette anni, avanzava in testa al corteo reggendo una ghirlanda di fiori bianchi, a significare che la defunta era giovane e nubile. Il feretro era seguito dai genitori. Era una coppia veneranda di contadini benestanti. Il padre sembrava dominare i propri sentimenti, ma lo sguardo assente, le sopracciglia corrugate e il volto profondamente solcato mostravano il suo interno tormento. Sua moglie, che si sorreggeva al suo braccio, piangeva forte con tutto l’abbandono della sofferenza di una madre.
Seguii il funerale in chiesa. La bara fu sistemata nella navata centrale e la ghirlanda di fiori bianchi, insieme a un paio di guanti anch’essi bianchi, fu appesa al sedile su cui la defunta era solita sedersi da viva.
Tutti conoscono la straziante commozione della celebrazione funebre: chi, infatti, è tanto fortunato da non aver mai dovuto accompagnare alla tomba una persona cara? Ma quando viene recitata sui resti dell’innocenza e della bellezza, recise nel fiore della giovinezza, che vi può essere di più toccante? Alle semplici e gravi parole che affidano il corpo al sepolcro – «Terra alla terra, cenere alla cenere, polvere alla polvere!» – le lacrime delle giovani amiche della defunta presero a scorrere irrefrenabilmente. Sembrava che il padre combattesse ancora con il dolore e si consolasse nella convinzione che beati sono coloro che muoiono nel Signore, ma la madre vedeva la sua creatura come un fiore di campo, strappato e appassito al culmine della sua bellezza: era come Rachele, che «piangeva i suoi figli e non voleva essere rincuorata».
Quando rientrai nella locanda, venni a sapere tutta la storia della defunta. Era una storia semplice, di quelle che capita sovente di ascoltare. Era stata la bella e l’orgoglio del villaggio. Il padre, un tempo ricco possidente, versava ora in condizioni economiche alquanto impoverite. Figlia unica, era cresciuta per lo più in casa, nella frugalità della vita rurale; scolara del pastore del villaggio, agnello prediletto del suo piccolo gregge. Il bravuomo si era occupato della sua istruzione con premura paterna: istruzione circoscritta, ma adatta all’ambiente in cui era destinata a vivere, perché egli aveva cercato di far sì che desse lustro alla sua condizione, senza innalzarla al di sopra dello stato che le competeva. L’affetto e la benevolenza dei genitori la sollevarono dalle incombenze della vita quotidiana e generarono in lei un temperamento leggiadro e soave che armonizzava con la delicata bellezza della figura e faceva pensare a un’esile piantina da giardino sbocciata per caso in mezzo alle più vigorose figlie dei campi.
La particolarità delle sue virtù era percepita e riconosciuta dalle compagne, senz’alcuna invidia, perché era vinta dalla istintiva gentilezza e dall’incantevole grazia dei suoi modi. A ragione si poteva dire di lei:
Questa è la più bella ragazza di bassa condizione che mai abbia corso sui prati: non c’è nulla in tutto ciò che fa o che dimostra che non dia sentore di qualcosa più grande di lei; è troppo nobile per essere qui.
Il villaggio era uno di quei posticini appartati che mantengono ancora intatta qualche traccia delle antiche usanze inglesi. Aveva le sue festività contadine e i divertimenti tipici dei campi e celebrava, sia pure in modo approssimativo, i riti di maggio un tempo così popolari. Questi, anzi, erano stati reintegrati dal parroco – uno di quei cristiani genuini che sono sicuri di svolgere il loro dovere promuovendo la felicità terrena e la buona volontà tra gli uomini – affezionato alle antiche usanze. Con la sua benedizione, il palo tradizionale ogni anno veniva innalzato al centro del villaggio; il primo giorno del mese di maggio lo decoravano con nastri e ghirlande e nominavano una regina o signora del mese, come nel passato, che presiedeva ai giochi e consegnava i premi e le ricompense. L’ubicazione pittoresca del villaggio e l’originalità di quelle feste d’altri tempi attiravano spesso l’attenzione di qualche viaggiatore di passaggio. Tra questi, una volta, capitò un giovane ufficiale il cui reggimento si era accampato da poco nei dintorni. Restò affascinato dalla naturale grazia che permeava quel corteo campestre, ma soprattutto dalla acerba bellezza della regina di maggio. Era proprio la beniamina del villaggio che, adorna di fiori, sorrideva imbarazzata nella deliziosa mescolanza della riservatezza e dell’allegria fanciullesca. La naturalezza delle usanze locali gli diede modo di presentarlesi subito. A poco a poco riuscì ad entrare in intimità con lei e a farle la corte adottando quella leggerezza con cui i giovani ufficiali usano scherzare con l’ingenuità delle belle contadine.
Nulla nei suoi approcci poteva suscitare sospetto o preoccupazione. Non parlava mai d’amore: si può tuttavia far parlare il silenzio più delle parole stesse e trasmettere attraverso vie segrete e irresistibili, l’idea dell’amore. La luce negli occhi, il tono della voce, la profonda dolcezza che sprigiona da ogni parola, da ogni sguardo, da ogni gesto… Ecco la vera forza espressiva del cuore, che può essere sempre intuita e accolta ma mai descritta. Non c’è da meravigliarsi se in breve tempo sia riuscito a conquistare un giovane cuore puro e sensibile. Quanto alla ragazza, lei amava inconsapevolmente; non si domandava neanche che cosa fosse la crescente passione che imbrigliava tutti i suoi pensieri e i suoi sentimenti, o quale sarebbe stato l’esito; anzi, non si curava affatto del futuro. Quando il giovane era presente, l’immagine e le parole di lui colmavano tutti i suoi pensieri; quando era lontano, erano assorbiti soltanto dal ricordo dell’ultimo incontro. Passeggiavano insieme per i verdi sentieri nei dintorni della campagna. Egli la iniziava a nuove bellezze nella natura, si rivolgeva a lei con parole colte e raffinate e sussurrava al suo orecchio ogni possibile incanto del sentimento e della poesia.
Forse al mondo non vi fu mai passione d’amore più pura di quella dell’innocente fanciulla. All’inizio erano state forse la galanteria del giovane ammiratore e l’eleganza della divisa ad aver rapito gli occhi dell’ingenua fanciulla: ma non era stato questo a conquistare il suo cuore. Il suo attaccamento aveva in sé qualche cosa dell’adorazione. Ella ammirava il suo nume dal basso, come un essere superiore. Accanto a lui provava tutto l’entusiasmo di uno spirito sensibile e romantico per natura che per la prima volta si risvegliava a un profondo intendimento della bellezza e della nobiltà. Non pensava mai alle volgari distinzioni del ceto e della ricchezza: erano l’intelligenza, il comportamento, i modi del giovanotto, così inusuali nell’ambiente rustico a cui era abituata, a innalzarlo ai suoi occhi. Lo ascoltava rapita, con gli occhi bassi, soggiogata da una muta felicità, e le gote arrossivano per l’entusiasmo; se mai arrischiava un pudico sguardo trepido d’incanto, subito lo distoglieva sospirando rossa di vergogna al pensiero della propria indegnità.
Nel suo innamorato non ardeva minore passione, ma in lui il trasporto si univa a sentimenti meno elevati. Aveva cominciato la relazione con superficialità, perché i commilitoni sbandieravano spesso le conquiste campagnole e considerava quindi indispensabile qualcuno di quei trofei per rafforzare la sua fama di uomo di spirito. Troppo, però, era il suo giovanile fervore. Un’esistenza vagabonda e dissoluta non aveva ancora raffreddato e indurito il suo cuore: si accese alla stessa fiamma che aveva cercato di far ardere e, prima di comprendere la vera natura della propria infatuazione, si era innamorato davvero.
Che fare? Le difficoltà erano le stesse che si presentano sempre in queste impulsive passioni. Il rango al quale apparteneva, l’opposizione dei parenti altolocati, l’obbedienza dovuta a un padre altero e inflessibile, tutto lo allontanava dal pensiero del matrimonio; ma quando guardava quella fanciulla innocente, così soave e speranzosa, la purezza dei suoi modi, la semplicità della sua esistenza e l’implorante umiltà dei suoi occhi gli ispiravano rispetto e dileguavano ogni pensiero immorale. Invano cercava di indurire il suo cuore con una miriade di esempi di cinismo offerti dagli uomini di mondo e di smorzare il sentimento schietto con l’ironica leggerezza con cui costoro disquisivano della virtù delle donne; ogni volta che si ritrovava accanto a lei, la fanciulla era sempre immersa in quell’impenetrabile ma entusiasmante incanto di purezza virginale nella cui sacra atmosfera non potevano nascere pensieri peccaminosi.
All’improvviso, giunse al reggimento l’ordine di trasferirsi all’estero e ciò aumentò la confusione del suo stato d’animo. Si adagiò per un poco in una condizione di angosciosa indecisione; fu restio a comunicare la notizia alla fanciulla, finché arrivò il momento di levare le tende, e infine gliela annunciò durante una passeggiata crepuscolare.
L’idea della separazione non l’aveva mai sfiorata. Travolse all’improvviso il suo sogno di felicità: colpita da quella inaspettata e insormontabile sventura, scoppiò a piangere con l’ingenua naturalezza di una bambina. Il giovane la strinse a sé e le asciugò con i baci le lacrime dalle morbide guance; non venne respinto perché i momenti in cui si mescolano il dolore e la tenerezza rendono sacre le effusioni amorose. Il giovane aveva un’indole impulsiva: di fronte a tanta bellezza che sembrava abbandonarsi al suo abbraccio, la sicurezza dell’influsso che esercitava su di lei, il timore di perderla per sempre, tutto intervenne a tacitare i sentimenti più nobili al punto che le propose di fuggire con lui e di seguirlo nella sua esistenza errabonda.
Era ancora un principiante della seduzione e la sua meschinità lo faceva balbettare e arrossire, ma la possibile vittima era a tal punto priva di malizia che non comprese subito il senso di quelle parole, né perché avrebbe dovuto abbandonare il villaggio natale e la modesta dimora dei genitori. Quando, finalmente, la sua anima candida intuì la natura della proposta, le conseguenze furono drammatiche. Non pianse, non lo rimproverò, non proferì una parola, ma si ritrasse, assalita dall’orrore come alla vista di un serpente; gli lanciò uno sguardo d’angoscia che lo trafisse fino in fondo al cuore e, torcendosi disperatamente le mani, fuggì e cercò riparo nella casa paterna.
L’ufficiale se ne andò confuso, avvilito e pentito. Non si sa quale sarebbe stato l’esito del tormento dei suoi sentimenti se non fosse stato sballottato dal caos della partenza. Nuove terre, nuovi piaceri e nuovi incontri non tardarono a tacitare la coscienza e ad affievolire la sua tenerezza. Tuttavia, anche nei giorni movimentati dell’accampamento, nei divertimenti della guarnigione, in mezzo allo spiegamento degli eserciti e persino nell’orrore della battaglia, talvolta il suo pensiero si rivolgeva a quel quadro di serenità campestre e di semplicità: la casetta bianca, il sentiero lungo il torrente d’argento, la siepe di biancospino e la beniamina del villaggio che passeggiava tenendosi al suo braccio, prestandogli ascolto con lo sguardo radioso di amore inconsapevole.
Che colpo, per la povera fanciulla! Il mondo che aveva vagheggiato era andato in frantumi. All’inizio, il fragile corpo fu scosso da svenimenti e convulsioni, poi fu colto da una malinconia incessante e distruttrice. Aveva guardato dalla finestra marciare le truppe in partenza; aveva visto l’innamorato infedele trascinato, quasi in trionfo, tra la musica dei tamburi e delle trombe, nel fasto della divisa. Con un ultimo e afflitto sguardo continuò a seguirlo mentre il sole del mattino scintillava intorno alla sua figura e la sua piuma tremolava al lieve vento; lo vide svanire come una visione luminosa, che la abbandonava nell’oscurità.
Non serve ora insistere sui dettagli del seguito della vicenda. Come per tante storie d’amore, restò soltanto la malinconia. Sfuggiva le amiche e passeggiava da sola per quelle strade dove più di frequente si era recata con l’innamorato. Come il cervo ferito, soffriva piangendo in silenzio e in solitudine, arrovellandosi sulla freccia uncinata che le dilaniava il cuore. Talvolta, nel crepuscolo, la si vedeva seduta sotto il portico della chiesa e le lattaie, al ritorno dai campi, la sentivano di tanto in tanto intonare un triste ritornello mentre percorreva il sentiero dei biancospini. Divenne più ardentemente devota e i vecchi, quando la vedevano arrivare così abbattuta, con le guance accese dal colore della consunzione e quell’espressione ascetica che è propria del dolore, si ritraevano per lasciarla passare, come se si fosse trattato di una essere spirituale e, seguendola con gli occhi, scuotevano la testa afflitti da cupi presentimenti.
La fanciulla era sicura che sarebbe scesa nella tomba, ma vi si avvicinava come a un luogo di riposo. Il prezioso legaccio che l’aveva tenuta avvinta alla vita si era spezzato e sembrava che a lei, sotto il sole, non fosse più concessa alcuna gioia. Se mai il suo tenero cuore aveva nutrito del rancore verso l’amato, ora quel sentimento era svanito. L’odio non albergava più in lei: in un momento di malinconico languore gli scrisse una lettera d’addio. Era uno scritto estremamente semplice e proprio per questo, era ancor più commovente. Gli diceva che stava morendo e non gli nascondeva che il suo comportamento ne era la causa. Gli parlava persino dei suoi patimenti, ma chiudeva dicendo che non sarebbe morta in pace se non dopo avergli inviato il suo perdono e la sua benedizione.
A poco a poco le mancarono le forze e non poté più uscire di casa. Riusciva solo a trascinarsi alla finestra dove, abbandonata su una poltrona, restava seduta tutto il giorno a contemplare la campagna; e questo era il suo unico sollievo. Non si lamentava mai, non rivelava a nessuno qual era il male che le consumava il cuore, non nominava mai l’amato, ma talvolta appoggiava il capo sul seno della madre e piangeva silenziosamente. I poveri genitori seguivano con muta afflizione il bocciolo delle loro speranze che appassiva e attendevano ancora che potesse recuperare le forze e rifiorire, e che l’innaturale rossore che talvolta le imporporava le guance fosse il segnale del ritorno della salute.
Stava seduta così, in mezzo al padre e alla madre, una domenica pomeriggio e teneva le loro mani tra le sue; la finestra era spalancata e un lieve vento portava il profumo del caprifoglio che lei stessa un giorno aveva piantato.
Il padre aveva appena finito di leggerle un passo della Bibbia che descriveva la vanità delle cose terrene e delle gioie del cielo e che pareva averle arrecato conforto e un senso di quiete. Teneva lo sguardo rivolto alla lontana chiesa del villaggio; la campana aveva richiamato con i suoi rintocchi i fedeli alla messa; l’ultimo abitante del villaggio sostava sotto il portico e quella scena possedeva nuovamente la limpida serenità propria del giorno del riposo. I genitori la osservavano con il cuore affranto. Il male e la sofferenza che a volte devastano un volto, avevano dato al suo un’espressione angelica. Una lacrima velava i suoi dolci occhi azzurri. Tornava con il pensiero all’innamorato infedele? Oppure guardava il cimitero laggiù, dove tra poco sarebbe stata accolta?
All’improvviso s’udì un fragore di zoccoli… Un cavaliere si avvicinò a briglia sciolta alla modesta dimora, scese davanti alla finestra: la povera fanciulla emise un fioco lamento e ricadde sulla poltrona. Era l’innamorato pentito! Egli irruppe in casa e si lanciò a stringersela al petto: ma la figura estenuata, il viso cereo – così emaciato eppure bello nella sua desolazione – lo commossero fino in fondo al cuore e lo spinsero a genuflettersi davanti a lei, disperato. La fanciulla era troppo spossata per alzarsi, tentò di allungare le mani tremanti, schiuse le labbra come per parlare ma non ne uscì alcun suono; lo guardò con un sorriso d’ineffabile tenerezza… e chiuse gli occhi per sempre.
Queste sono le notizie che ho raccolto su questa storia di campagna. Sono particolari semplici e so benissimo che non possiedono nemmeno il gusto della novità. Al giorno d’oggi abbiamo l’ossessione per i fatti insoliti e i racconti piccanti, e questi appariranno logori e sbiaditi, ma a quel tempo suscitarono in me un vivo interesse e, insieme alla toccante celebrazione funebre alla quale avevo assistito di persona, lasciarono nel mio cuore un solco più profondo di molti episodi certo più entusiasmanti. In seguito sono tornato in quel luogo e ho visitato ancora la chiesa, spinto da un sentimento più elevato della semplice curiosità. Era un pomeriggio d’inverno, gli alberi erano spogli, il cimitero freddo e tetro, l’erba secca frusciava sotto un vento gelido. Intorno al sepolcro della beniamina del villaggio erano stati però piantati numerosi sempreverdi e vi avevano fatto incurvare sopra alcuni rami per preservare le zolle.
Il portale della chiesa era aperto ed entrai. La ghirlanda di fiori e i guanti vi erano ancora esposti, come il giorno del funerale: i fiori erano appassiti, è vero, ma sembrava che qualcuno si fosse dato da fare perché la polvere non ne macchiasse il candore. Ho visto molti monumenti in cui l’arte sfruttava tutte le sue capacità per conquistarsi i favori dei visitatori: ma non ne ho mai visto nessuno che parlasse al mio cuore in modo più commovente di quella semplice e delicata reliquia dell’innocenza che si era estinta.