l’arte di fabbricare libri (italian)
Mi sono spesso stupito dell’estrema produttività della stampa, domandandomi come mai tante menti alle quali sembra che la natura abbia inflitto la maledizione della sterilità, siano tuttavia generose di pubblicazioni in grande copia. A mano a mano che si procede lungo il percorso della vita, di giorno in giorno, però, le occasioni di stupore diminuiscono e si scoprono di continuo cause semplicissime che danno origine a profonde ragioni per meravigliarsi. Mi è capitato quindi, nei miei vagabondaggi per questa grande metropoli, di imbattermi in una scena che mi ha chiarito alcuni misteri dell’arte di pubblicare libri e ha decretato la fine del mio stupore.
Bighellonavo, in un giorno d’estate, per le grandi sale del British Museum, con quella indolenza che ci si può aspettare in chi visiti un museo nella stagione calda: ciondolavo intorno alle teche dei minerali, esaminavo distrattamente i geroglifici di una mummia egizia oppure tentavo, con quasi analogo successo, di interpretare le pitture allegoriche degli alti soffitti. Mentre mi guardavo pigramente intorno, la mia attenzione fu attirata da una porta lontana, in fondo a una serie di sale. Era chiusa, ma ogni tanto si apriva e un individuo dall’aspetto bizzarro, vestito per lo più di nero, ne sgusciava furtivo e attraversava rapido le stanze, senza nemmeno rivolgere un’occhiata agli oggetti esposti. C’era, in tutto ciò, un’aria misteriosa che pungolò la mia languida curiosità e decisi di oltrepassare lo stretto ed esplorare le regioni sconosciute che si stendevano al di là. La porta cedette al tocco della mia mano con la stessa immediatezza con cui i portali di un castello incantato cedevano al tocco della mano dell’impavido cavaliere errante, e mi ritrovai in una sala ampia, arredata con grandi scaffali pieni di libri vetusti. Al di sopra degli scaffali e proprio sotto la cornice, erano disposti una gran quantità di anneriti ritratti di antichi scrittori. Nella sala erano collocati lunghi tavoli, con leggii e l’occorrente per scrivere, dinanzi ai quali erano seduti numerosi individui, pallidi, diligentemente intenti nello studio di volumi polverosi, che frugavano in mezzo a manoscritti ammuffiti e prendevano un gran numero di appunti del loro contenuto. Quel locale misterioso era immerso in un silenzio profondissimo, rotto soltanto dal graffiare delle penne sui fogli di carta o, di tanto in tanto, dal profondo sospiro di uno di quei saggi che cambiava posizione per girare le pagine di un antico in-folio, sospiro che senza dubbio esalava dal vuoto e dall’aria viziata che si accompagnano alle dotte ricerche.
Di tanto in tanto qualcuno scriveva qualche riga su un pezzetto di carta e suonava un campanello; allora si presentava un inserviente, ritirava in silenzio il foglietto, si defilava in punta di piedi e tornava poco dopo nella stanza, carico di pesanti volumi sui quali l’altro affondava subito i denti e le unghie, con voracità famelica. Non ebbi più dubbi: ero capitato in mezzo a una confraternita di maghi assorti nello studio delle scienze occulte. Quello spettacolo mi rammentò un vecchio racconto arabo su un filosofo che era stato rinchiuso in una biblioteca incantata, nelle viscere di una montagna, che si schiudevano solo una volta l’anno e dove indusse gli spiriti del luogo a ubbidire ai suoi ordini e a rifornirlo di ogni genere di libri sulla magia nera. In questo modo, alla fine dell’anno, quando il magico portale girò ancora una volta sui cardini, ne uscì arricchito di una tale esperienza in fatto di scienze occulte da poter volare sulle teste della folla e dominare le forze della natura.
Poiché la mia curiosità si era ormai del tutto ridestata, chiamai con un bisbiglio uno degli inservienti che stava per abbandonare la sala e lo pregai di darmi informazioni sulla strana scena che mi si parava dinanzi agli occhi. Furono sufficienti poche parole. Scoprii che quei misteriosi personaggi che avevo scambiato per maghi erano per la maggior parte autori còlti appunto nell’atto di fabbricare libri. Mi trovavo, in realtà, nella sala di lettura della grande British Library, immensa collezione di volumi di tutte le epoche e in tutte le lingue, molti dei quali sono attualmente dimenticati o al più letti assai raramente: uno di quei depositi appartati di letteratura obsoleta ai quali gli scrittori moderni attingono copiosamente la sapienza classica o “l’inglese puro e senza macchia” con cui nutrire gli esigui rivoletti del proprio pensiero.
Appropriatomi dunque del segreto, sedetti appartato per assistere al famoso processo di fabbricazione dei libri. Notai un individuo magro, dall’aspetto bilioso, che cercava esclusivamente i volumi corrosi dalle tarme e stampati in caratteri gotici. Era evidente che costui stava componendo un’opera di profonda erudizione che sarebbe stata acquistata da chiunque volesse passare per dotto, il quale l’avrebbe poi collocata su uno scaffale bene in vista della biblioteca, o sul tavolo, aperta, ma non l’avrebbe mai letta. L’osservai tirare fuori di tanto in tanto dalla tasca un grosso biscotto e smangiucchiarlo: se quello fosse il suo pranzo, o se cercasse così di scongiurare quel languore allo stomaco provocato dalle lunghe meditazioni su opere aride, lascio che siano studiosi più agguerriti di me a deciderlo.
C’era poi un ometto azzimato, vestito di colori vivaci, che aveva sul viso un’espressione pettegola e maliziosa e l’atteggiamento dello scrittore in buoni rapporti con il proprio editore. Dopo averlo studiato con cura, riconobbi in lui un diligente redattore di quelle miscellanee che vanno a ruba sul mercato. Ero curioso di vedere come fabbricasse i propri prodotti. Si agitava ed era indaffarato più degli altri: si tuffava in diversi libri, svolazzava sulle pagine dei manoscritti, prendeva un assaggio da uno, un assaggio dall’altro, «ordine su ordine, regola su regola, un po’ di qua un po’ di là». Sembrava che il contenuto del suo libro fosse eterogeneo quanto il calderone delle streghe di Macbeth. Un dito qui, un pollice là, zampe di rana, il pungiglione di un verme cieco e tutte le sue chiacchiere rovesciate dentro al composto, come «sangue di babbuino», che avrebbe reso il tutto «denso e spumeggiante».
Dopo tutto, pensai, questa attitudine a rubacchiare è stata forse inculcata negli scrittori per un utile scopo: magari è la via individuata dalla Provvidenza per conservare nei secoli i semi della sapienza e della cultura, a dispetto dell’ineluttabile decadenza delle opere nelle quali erano originariamente comparsi. La natura ha provveduto in modo saggio, seppure volubile, a trasportare i semi da un clima all’altro nel gozzo di certi uccelli; cosicché gli animali, che in se stessi non sono che un gradino superiori alle carogne, e in particolare gli impudenti saccheggiatori degli orti e dei campi, sono i mezzi di cui la natura si serve per diffondere e perpetuare le sue benedizioni. Analogamente, le gemme dello stile e i nobili pensieri di autori antichi e dimenticati sono colti da questi stormi di scrittori predoni e portati a fiorire e dare frutti in tempi e luoghi diversi e distanti. Molte delle loro opere, inoltre, sono soggette a una specie di metempsicosi e rinascono sotto nuove vesti. Quella che un tempo era una storia corposa, rivive sotto forma di vicenda avventurosa, un’antica leggenda si trasforma in una moderna opera teatrale e un serio trattato filosofico fornisce la materia prima per una serie di saggi agili e brillanti. Avviene la stessa cosa nel disboscamento delle foreste americane: quando bruciamo una selva di vetusti pini, spunta al suo posto una progenie di querce nane e non capita mai di vedere il tronco di un albero abbattuto sgretolarsi e diventare terra, perché dà vita a un’intera tribù di funghi.
Non piangiamo, quindi, sulla decadenza e l’oblio nei quali cadono gli scrittori antichi: non fanno che assecondare alla grande la legge della natura, la quale impone che tutte le forme della materia sulla faccia della terra abbiano una durata limitata, ma stabilisce anche che gli elementi di cui sono composte non periscano mai. Generazione dopo generazione, la vita nel regno animale come in quello vegetale, passa e dilegua, ma il principio vitale è trasmesso ai posteri e le specie continuano a fiorire. Allo stesso modo, anche gli scrittori generano altri scrittori e, dopo aver partorito una numerosa progenie, discendono, carichi di anni, a riposare con i loro padri: con gli scrittori, cioè, che li hanno preceduti… E che hanno derubato.
Abbandonandomi a quelle vaghe fantasticherie, avevo appoggiato il capo sopra una pila di vetusti in-folio. Forse a causa delle esalazioni soporifere di quelle opere, del profondo silenzio della stanza, della stanchezza accumulata in tutto quel gironzolare, dell’infelice abitudine che purtroppo mi affligge, di appisolarmi nei momenti e nei luoghi meno adatti… Fatto sta che cominciai a sonnecchiare. La mia immaginazione, però, continuava a lavorare e, in realtà, davanti agli occhi della mente mi figuravo la stessa scena, cambiata solo in alcuni dettagli. Sognai che la sala era ancora ornata dai ritratti degli scrittori antichi, ma che il loro numero era notevolmente aumentato. I lunghi tavoli erano scomparsi e, al posto dei dotti maghi, vedevo una folla di individui laceri, come quelli che si vedono aggirarsi nei pressi di quel grande magazzino di abiti usati che è Monmouth Street. Tutte le volte che afferravano un libro, per una di quelle stranezze consuete nei sogni, mi sembrava che questo si trasformasse in un indumento di foggia straniera e fuori moda con il quale si apprestavano a bardarsi. Notai, però, che nessuno pretendeva di indossare un abito intero, ma prendeva una manica da uno, una mantellina da un altro, una falda da un terzo, rivestendosi così a spizzichi e bocconi, mentre qualcuno degli cenci originali spuntava sotto i bei fronzoli presi in prestito.
C’era un parroco imponente, roseo e paffuto che, lo vedevo bene, corteggiava da dietro l’occhialetto più di un ammuffito scrittore politico. Ben presto riuscì a indossare il voluminoso mantello di uno degli antichi padri e, arraffata la barba grigia di un altro, si sforzava di sembrare un grande saggio; ma la prosaicità del suo viso ridanciano vanificava tutte le bardature della saggezza. Un gentiluomo dall’aspetto malaticcio era tutto preso a rammendare un indumento assai consumato con il filo d’oro sfilato a molti antichi abiti di corte del regno della regina Elisabetta. Un altro si era abbigliato magnificamente con un manoscritto miniato, si era appuntato sul petto un mazzolino colto dal Paradise of Dainty Devices e, indossato il cappello di Sir Philip Sidney sulle ventitré, si pavoneggiava con un’aria di eleganza straordinariamente dozzinale. Un terzo, che era di costituzione gracile, si era coraggiosamente imbottito con i resti di oscuri trattati di filosofia e, di fronte, mostrava un aspetto molto imponente; ma, dietro, era pietosamente lacero e mi accorsi che aveva rattoppato i suoi calzoni con brandelli di pergamena di un autore latino.
C’erano, è vero, alcuni gentiluomini eleganti i quali prelevavano soltanto una o due gemme che occhieggiavano in mezzo ai loro paramenti, senza eclissarli. Sembrava inoltre che qualcuno studiasse gli usi degli scrittori antichi al solo fine di assimilare i princìpi del loro gusto e di coglierne il tono e lo spirito: ma devo purtroppo dire che molti erano impegnati ad abbigliarsi da capo a piedi nella maniera che ho detto, a pezze e toppe. Non tralascerò di parlare di un genio in brache e ghette, entrambe di tessuto grezzo, e con un cappello di foggia arcadica: aveva evidentemente una predilezione per lo stile pastorale, ma i suoi vagabondaggi rurali si erano limitati ai classici dintorni di Primrose Hill e alle zone isolate di Regent’s Park. Si era adornato con ghirlande e nastri sottratti ai vecchi poeti pastorali e, con la testa inclinata da un lato, andava in giro con un’aria fantasiosa e sentimentale, «blaterando di campi verdi». Ma il personaggio che più di tutti catturò la mia attenzione fu un vecchio gentiluomo dall’aria bigotta, in vesti clericali e con una gran testa squadrata, completamente calvo. Entrò nella stanza sbuffando e ansimando, si aprì la strada sgomitando tra la folla con fare risoluto e arrogante e, afferrato un grosso in-quarto greco, se lo piazzò sulla testa e si allontanò pomposamente con quella formidabile parrucca scompigliata.
Al culmine di quel carnevale letterario, risuonò a un tratto da ogni dove il grido: «Al ladro! Al ladro!». Mi guardai intorno, ed ecco che i ritratti sulle pareti si erano animati! Gli autori antichi sporsero dalle tele prima la testa, poi una spalla, guardando incuriositi verso il basso la folla variopinta; poi scesero, con espressione furibonda, a reclamare le loro proprietà saccheggiate. Il fuggi fuggi e lo scompiglio che seguirono sfuggono a qualsiasi descrizione. I poveri colpevoli cercavano invano di fuggire con il bottino. Da una parte, una mezza dozzina di monaci spogliavano un moderno professore; dall’altra era in corso una feroce devastazione tra le fila dei drammaturghi contemporanei. Beaumont e Fletcher, fianco a fianco, erano scatenati come Castore e Polluce e il vigoroso Ben Jonson compiva più miracoli di quando si era arruolato volontario nell’esercito nelle Fiandre. Quanto all’azzimato compilatore di zibaldoni, tante erano le pezze colorate di cui si era addobbato, come Arlecchino, che intorno a lui si era accesa una disputa accalorata come quella nata sul cadavere di Patroclo. Mi addolorava vedere tanti uomini che mi ero abituato a considerare con ammirazione e rispetto, felici di svignarsela indossando appena uno straccio per nascondere la loro nudità. Proprio in quel momento il mio sguardo fu attratto dal vecchio signore bigotto dalla grigia parrucca greca che se la dava a gambe, spaventato a morte, con una mezza dozzina di autori che lo inseguivano gridando a pieni polmoni. Già lo avevano affiancato; un lampo, e la parrucca volò via. A ogni istante gli veniva sottratta una parte del suo abbigliamento finché, in pochi secondi, dalla sua pompa altezzosa fu ridotto a un omuncolo pelato, ansimante e bolso, e uscì di scena con pochi stracci appena che gli svolazzavano sulla schiena.
C’era qualcosa di così ridicolo nella rovina di quel dotto tebano che scoppiai in una risata irrefrenabile e il sogno s’interruppe. Il tumulto e la zuffa erano finiti, la sala aveva ripreso il suo solito aspetto, i vecchi autori erano tornati nelle loro cornici ed erano appesi lungo le pareti, come ombre solenni. Mi ritrovai in breve completamente desto nel mio cantuccio, con tutti quei topi di biblioteca che mi guardavano attoniti. L’unico elemento reale del sogno era stato quello scoppio di risa, un fragore mai udito prima in quel solenne santuario, così odioso all’orecchio della sapienza quanto elettrizzante per quello dell’amicizia.
Il bibliotecario mi venne incontro per chiedermi se avessi la tessera d’ammissione. Dapprima non capii, ma presto mi fu chiaro che la biblioteca era una specie di “riserva di caccia” letteraria, soggetta alle leggi venatorie e che nessuno poteva pretendere di cacciarvi senza una speciale licenza o permesso. In poche parole, ero stato colto in flagrante come un vero e proprio bracconiere e fui ben lieto di darmi precipitosamente alla fuga per evitare che mi venisse sguinzagliata dietro un’intera muta di autori.