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Stories by washington irving

l’abbazia di westminster (italian)

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In uno di quei giorni quieti e malinconici, tipici dell’autunno inoltrato, quando le foschie del mattino e quelle della sera quasi si fondono, velando di tristezza la fine dell’anno, trascorsi parecchie ore a girare per l’abbazia di Westminster. Vi era qualcosa di congeniale alla stagione nella cupa magnificenza dell’antica cattedrale e, varcandone la soglia, ebbi l’illusione di addentrarmi a ritroso nelle regioni dell’antichità e di perdermi tra le ombre di epoche lontane.
Entrai dal cortile interno della scuola di Westminster, percorrendo un corridoio a volta, lungo e basso, che sembrava quasi un sotterraneo, debolmente illuminato da aperture circolari sulle pareti massicce. Attraverso questo buio passaggio vedevo in lontananza i chiostri, e la figura di un vecchio sagrestano in abito nero, che si spostava sotto le volte scure e sembrava un fantasma uscito da una delle tombe lì accanto. L’accesso all’abbazia attraverso queste tetre rovine monastiche prepara la mente a una contemplazione solenne. I chiostri conservano ancora qualcosa della calma e dell’isolamento di un tempo. I muri grigi sono scoloriti da macchie di umidità e rovinati dal tempo: una patina di muschio ricopre le iscrizioni e nasconde i teschi e gli altri simboli di morte.
I tocchi affilati del cesello sono ormai invisibili sulle splendide decorazioni degli archi, le rose che adornavano le chiavi di volta hanno perduto la loro frondosa bellezza: tutto reca il segno della graduale devastazione del tempo, pur mantenendo qualcosa di piacevole e di commovente in questo suo declino.
Un pallido raggio di sole autunnale raggiungeva proprio il centro dei chiostri, su un piccolo spazio erboso, illuminando un angolo del corridoio a volta di una sorta di triste splendore. Tra le arcate, si poteva cogliere un lembo di cielo blu o una nuvola di passaggio e vedere i pinnacoli della cattedrale, illuminati dal sole, torreggiare nei cieli azzurri.
Mentre attraversavo lentamente i chiostri, talora contemplando questa immagine di gloria e decadenza insieme, talora cercando di decifrare le iscrizioni funerarie che formavano il pavimento sotto i miei piedi, il mio sguardo fu attirato da tre figure rozzamente scolpite in rilievo, ma ormai quasi consumate dai passi di molte generazioni. Erano i ritratti di tre dei primi abati; gli epitaffi non si leggevano quasi più, a parte i nomi, senza dubbio restaurati in tempi più recenti: Vitaliano abate, 1082; Gisleberto Crispino abate, 1114; Lorenzo abate, 1176. Mi fermai qualche istante a meditare su quelle reliquie dell’antichità che, rimaste come relitti su questa lontana sponda del tempo, dicono solo che tali creature sono esistite e sono morte; e non insegnano altro se non la futilità di quell’orgoglio che, pur ridotto in cenere, spera ancora di estorcere omaggi e sopravvivere in un’iscrizione. Qualche tempo ancora e anche questi malridotti epitaffi si cancelleranno del tutto: e il monumento cesserà di essere commemorativo. Ancora impegnato a guardare queste lapidi, fui scosso dal rintocco dell’orologio dell’abbazia, che si riverberava da un pilastro all’altro, echeggiando attraverso i chiostri. Fa quasi trasalire, tra i sepolcri, il rintocco dell’ora che finisce e ci ricorda che il tempo trascorre e, come un’onda, ci ha portati un poco più vicini alla tomba.
Proseguii il mio cammino fino ad una porta ad arco che dava sull’interno dell’abbazia. Entrandovi, la sontuosità dell’edificio, contrapposta alle volte dei chiostri, colpisce la mente. Gli occhi si fermano meravigliati sui gruppi di colonne di gigantesche dimensioni sulle quali svettano arcate di incredibile altezza, e l’uomo che vi cammina sotto diventa insignificante a confronto dell’opera creata dalle sue stesse mani. La vastità e la cupezza dell’edificio suscitano una profonda e misteriosa soggezione. Si cammina quindi piano e in silenzio, come nel timore di turbare il sacro silenzio della tomba, mentre ogni passo fruscia lungo i muri e risuona tra i sepolcri, rendendoci più consapevoli della quiete che abbiamo interrotto.
È come se la natura austera di questo luogo premesse sull’anima inducendo il visitatore a un silenzioso rispetto. Sentiamo di essere circondati dai resti di grandi uomini del passato, che hanno riempito la storia con le loro gesta e la terra con la loro fama. Eppure, la vanità dell’ambizione umana ci strappa quasi un sorriso quando vediamo come costoro siano ammassati e stipati nella polvere e la parsimonia con cui si è concesso un modesto cantuccio, un angolo buio, un piccolo pezzo di terra a chi, da vivo, non si contentava di un regno intero; e quando vediamo quanti e quali modi, forme ed artifici si escogitano al fine di catturare la fuggevole attenzione del passante e salvare dall’oblio per pochi anni un nome che a suo tempo aspirava a conquistare per secoli a venire la considerazione e l’encomio del mondo.
Indugiai qualche minuto presso l’angolo dei poeti, che occupa l’estremità di uno dei transetti, o navate, dell’abbazia. I monumenti sono in genere semplici, poiché la vita dei letterati non offre allo scultore grandi ispirazioni. Shakespeare e Addison hanno delle statue erette in loro memoria, ma la maggior parte non ha che busti, medaglioni e a volte mere iscrizioni su cui, malgrado la loro semplicità, ho sempre notato che i visitatori dell’abbazia indugiano più a lungo che altrove. Un sentimento più tenero e bendisposto si sostituisce alla fredda curiosità o alla vaga ammirazione con cui osservano gli splendidi monumenti dei grandi e degli eroi. Vi indugiano come presso le tombe di amici e di compagni, poiché in effetti esiste una specie di amicizia tra l’autore e il suo lettore. Altri uomini sono noti ai posteri solo attraverso la storia, che diventa sempre più incerta e oscura, mentre il legame tra l’autore e i suoi lettori è sempre nuovo, attivo e immediato. Si può dire che egli sia vissuto più per loro che per se stesso, sacrificando ogni distrazione e rinunciando ai piaceri della vita mondana, per entrare in più intima comunione con spiriti di epoche lontane. È giusto che il mondo abbia a cuore la sua fama, perché non è stata conquistata attraverso la violenza e il sangue, bensì attraverso una diligente amministrazione del piacere. È giusto che i posteri lo ricordino con gratitudine, perché egli ha lasciato loro in eredità non semplici nomi o azioni altisonanti, bensì tesori di saggezza, preziose gemme di pensiero e dorate vene di stile.
Dall’angolo dei poeti continuai la mia visita verso quella parte dell’abbazia in cui si trovano i sepolcri dei re. Mi trattenni lì dove un tempo vi erano cappelle, spazio ora occupato dalle tombe e dai monumenti dei grandi. C’erano nomi illustri e stemmi di potenti e famose casate a ogni angolo. Lo sguardo che si ferma ad osservare queste lugubri celle della morte nota delle strane effigi. Alcune inginocchiate nelle nicchie, come in un atto di devozione; altre distese lungo la tomba, con le mani piamente giunte: guerrieri armati, come a riposo dopo la battaglia; prelati in mitra e pastorale; aristocratici in toga e corona nobiliare, distesi lì come se fossero ancora nel pieno delle loro facoltà. Nell’osservare questa scena così stranamente affollata, dove tuttavia ogni forma è così immobile e silenziosa, sembra quasi di trovarsi in un palazzo di quella città di fiaba, dove ogni creatura è stata d’improvviso tramutata in pietra.
Mi fermai davanti ad una tomba con l’effigie di un cavaliere nella sua armatura. Con un grande scudo sul braccio, teneva le mani giunte sul petto in preghiera, il viso quasi completamente nascosto dall’elmo e le gambe incrociate, segno che doveva aver partecipato alla Guerra Santa. Era quindi la tomba di un crociato, uno di quegli entusiasti militari capaci di mescolare religione ed epica, le cui gesta rappresentano il punto d’incontro tra realtà e finzione, tra storia e fiaba. Vi è qualcosa di estremamente pittoresco nelle tombe di questi avventurieri, decorate con rozzi stemmi araldici e piccole sculture gotiche. Ben si accordano con le antiquate cappelle in cui siamo soliti trovarle e, nell’osservarle, la mente è portata ad esaltarsi al pensiero di tutte le leggende, le romantiche storie, il fasto e lo sfarzo cavalleresco con cui i poeti hanno narrato le guerre per il sepolcro di Cristo. Sono reliquie di tempi ormai passati, di creature ormai dimenticate, di usi e costumi che non hanno alcuna affinità con i nostri. Sono come oggetti che provengono da una terra lontana, di cui non sappiamo nulla e su cui ogni nostra congettura è del tutto vaga e immaginaria. C’è qualcosa di molto solenne e inquietante nelle effigi di queste tombe gotiche, figure distese nel sonno della morte, o raccolte in preghiera come nell’ultima supplica dell’ora estrema. Suscitano in me un’emozione infinitamente più grande rispetto alle pose inverosimili, alle elaborate immagini e ai simboli che abbondano sui monumenti moderni. Anche la superiorità di certe antiche iscrizioni sepolcrali mi ha molto colpito. Vi era un modo nobile di dire le cose con semplicità, un tempo, pur senza rinunciare a una certa fierezza; e non conosco epitaffio che esprima, come in un soffio, una maggiore e devota coscienza del valore della famiglia e dell’onore del proprio lignaggio di quello che afferma, a proposito di una nobile casata, che «tutti i fratelli furono coraggiosi e tutte le sorelle virtuose».
Nel transetto di fronte all’angolo dei poeti, si trova un monumento che è una delle più famose creazioni dell’arte moderna, che ai miei occhi appare orribile, piuttosto che sublime. È la tomba di Mrs Nightingale, ad opera di Roubillac. La base della scultura è costituita da una marmorea porta spalancata da cui sbuca uno scheletro. Il sudario che lo avvolge sembra quasi scivolare su quel corpo senza carne, mentre egli scaglia un dardo contro la sua vittima. Questa è china tra le braccia del marito terrorizzato che, con un gesto disperato, cerca invano di deviare il colpo. Il tutto è stato eseguito con terribile realismo; si ha quasi l’impressione di sentire il grido di trionfo uscir fuori dalle ghignanti mascelle dello spettro. Ma perché rivestire la morte di terrori innecessari e ricoprire di orrore le tombe di coloro che amiamo? Attorno alle tombe dovrebbero esserci invece raffigurazioni in grado di suscitare tenerezza e rispetto per il morto, o indurre la virtù nei vivi. È luogo atto non al disgusto o al terrore, ma al dolore e alla meditazione.
Mentre camminavo tra queste volte oscure e le navate silenziose e studiavo le iscrizioni funebri, mi giungeva di tanto in tanto all’orecchio l’eco dei suoni provenienti dall’esterno: il rombo delle carrozze di passaggio, il mormorio della folla o, magari, qualche lieta risata. Il contrasto con quella funerea quiete è davvero notevole, e udire i rumori della vita premere e spingere contro le mura del sepolcro produce strani effetti sui sentimenti.
Continuai dunque a passare da una tomba all’altra, da una cappella a quella successiva. Il giorno andava lentamente spegnendosi, i passi distanti dei visitatori che ancora indugiavano nell’abbazia erano sempre meno, e meno frequenti; la dolce campana con i suoi rintocchi richiamava i fedeli alla preghiera della sera, e vidi da lontano i cantori, nella loro veste bianca, attraversare la navata ed entrare nel coro. Mi fermai dinanzi all’entrata della cappella di Enrico VII, cui si accede per una rampa di scale attraverso un arco cupo e buio, eppure bellissimo. Ampi cancelli di ottone, ornati da delicatissime decorazioni, girano pesantemente sui cardini, come a dimostrare una sorta di superba riluttanza ad ammettere il passo dei comuni mortali in questo lussuosissimo sepolcro.
Una volta guadagnato l’ingresso, lo sguardo del visitatore è colpito dalla sfarzosa architettura e dalla bellezza e cura dei particolari ivi scolpiti. Si nota infatti come le pareti siano state lavorate in modo da costituire in se stesse un unico ornamento: piene di bassorilievi, e con nicchie affollate da statue di santi e martiri. Sembra che il cesello dello scultore abbia qui sapientemente rubato alla pietra peso e densità, tanto da farla sembrare sospesa in aria come per magia, mentre il soffitto, intricata rete di nervature filiformi, sembra decorato con l’incantevole minuzia e aerea leggerezza di una ragnatela.
Ai lati della cappella sono posizionati gli alti stalli dei cavalieri dell’Ordine del Bagno, in quercia elegantemente intagliata seppure con le decorazioni di gusto grottesco tipiche dell’architettura gotica. Sempre alle pareti, fissati su pinnacoli, troviamo gli elmetti e i cimieri dei cavalieri, le sciarpe e le spade e, poco sopra, gli stemmi e le insegne; il fulgore dell’oro e della porpora è in netto contrasto con la freddezza e il grigiore del soffitto. Al centro di questo grandioso mausoleo si erge il sepolcro del fondatore: la sua figura, insieme a quella della regina, è distesa su una tomba sontuosa, protetta tutt’intorno da una ringhiera di bronzo, riccamente lavorata.
Si avverte una sorta di malinconica tristezza in questa magnificenza, in questa strana convivenza di tombe e di trofei, in questi simboli di vita e di orgogliosi ideali, messi in bella mostra accanto a simboli di cenere e di oblio a cui tutto, presto o tardi, è destinato a tornare. Nulla suscita un più profondo senso di solitudine nell’anima dell’immagine silenziosa e deserta della gloria e dei fasti del passato. Guardando gli stalli dei cavalieri e dei loro scudieri, ormai vuoti, e le file dei lussuosi ma polverosi vessilli che un tempo venivano issati in loro onore, riuscii ad immaginarmi come doveva apparire allora la cappella, animata dai rappresentanti del valore e della bellezza del paese e scintillante per lo sfarzo della nobiltà ingioiellata e delle uniformi militari, quando era ravvivata dal calpestio di molti piedi e dal mormorio di una folla piena di ammirazione. Tutto finito, ormai; il silenzio della morte avvolgeva quel luogo, interrotto solo, di tanto in tanto, dal cinguettio degli uccelli che avevano nidificato tra i fregi della cappella, inequivocabile segno di solitudine e abbandono.
Leggendo i nomi scritti sui vessilli, notai che appartenevano a uomini dispersi in ogni parte del mondo: alcuni in mezzo a mari lontani, altri in guerra in terre sperdute, altri ancora presi nelle maglie di intrighi di corte e di stato; e tutti desiderosi di guadagnarsi una qualche distinzione in questo edificio dagli umbratili onori, la malinconica ricompensa di un monumento.
Due piccole navate su ciascun lato della cappella offrono un notevole esempio di come le tombe riescano a rendere tutti gli uomini uguali, l’oppressore scende allo stesso livello dell’oppresso e le ceneri dei più acerrimi nemici sono mescolate insieme. In una di queste navate vi è il sepolcro della superba Elisabetta, nell’altra quello della sua vittima, la bella e sfortunata Maria. Non c’è ora del giorno in cui non venga sussurrata qualche esclamazione di pietà sul destino di quest’ultima, unita a espressioni d’indignazione nei confronti della sua tiranna. Le pareti del sepolcro di Elisabetta riecheggiano quindi di continuo dei sospiri di simpatia suscitati dalla tomba della sua rivale.
Nella navata in cui Maria giace sepolta regna una strana malinconia. Attraverso le finestre oscurate dalla polvere filtra una debole luce. Ogni cosa appare avvolta da una triste penombra; i muri sono scoloriti dalle macchie del tempo e dell’umidità. Un’effigie in marmo raffigurante Maria è distesa sul sepolcro, circondato da una ringhiera in ferro, molto corrosa, recante il suo stemma nazionale: il cardo. Stanco di camminare senza meta, sedetti a riposarmi presso questo monumento, ricordando la storia tormentata e infelice della povera Maria.
Nell’abbazia non si udiva più rumore di passi. Giungeva solo, di tanto in tanto, la voce lontana del sacerdote che intonava le preghiere della sera e le risposte del coro, come dei bisbigli; poi le voci si arrestarono e, per un istante, fu il silenzio. L’immobilità, la solitudine, l’oscurità che aumentava gradualmente, rendevano quel luogo sacro profondamente interessante e ancor più solenne.
Perché presso la tomba silenziosa non c’è conversazione,
non il passo gioioso degli amici, né la voce dell’ innamorato,
nessuno dei saggi consigli del padre… nulla si ode,
È tutto solo oblio,
polvere, e un’infinita oscurità.
Giunsero d’un tratto al mio orecchio le note profonde dell’organo, sempre più intense, gonfiandosi, proprio così, come imponenti ondate di suoni. E come sono appropriati questi accordi intensi e solenni in un edificio tanto grandioso! Con quale maestà risuonano nelle sue ampie volte diffondendo in queste funebri caverne la loro terribile armonia, sembrano quasi dar voce ai silenziosi sepolcri! Ora gli accordi s’innalzano in un crescendo trionfale, con note sempre più acute, come accumulando i suoni uno sopra l’altro; ed ecco, ora, una pausa, con le dolci voci del coro che prorompono festose, volteggiando nell’aria, risuonando lungo il soffitto, rincorrendosi tra le volte sublimi come purissime melodie celestiali. L’organo riprende a tuonare i suoi profondi accordi, condensando l’aria in musica, e facendola risuonare in fondo alla nostra anima. Che cadenze lunghe e prolungate! Che accordi solenni e impetuosi! Sempre più pieni e forti, riempiono tutto l’edificio, anche i muri sembrano esserne attraversati, l’orecchio ne è assordato, i sensi sopraffatti. Si avvitano in gioiose spirali, dalla terra al cielo, l’anima ne è rapita e s’invola, sempre più in alto, su quella crescente marea armonica.
Restai lì seduto, perso in quelle fantasticherie che la musica talvolta ispira: l’oscurità della sera si andava sempre più infittendo intorno a me; i monumenti cominciavano a proiettare ombre sempre più lunghe e, di nuovo, da lontano, l’orologio dell’abbazia segnò il lento finire del giorno.
Mi alzai e mi preparai a lasciare l’abbazia. Nel discendere i pochi gradini che mi riconducevano al centro dell’edificio, il mio sguardo fu attratto dal sacrario di Edoardo il Confessore e risalii la scaletta che vi conduce per godere di là una visione generale di quella selva di tombe. Il sacrario giace sopra una piattaforma, circondato da altri sepolcri di re e regine. Da questa prospettiva lo sguardo si perde, tra colonne e trofei funebri, verso le cappelle e le cripte affollate di tombe in cui riposano guerrieri, prelati, cortigiani e statisti, ridotti in polvere nei loro «letti di tenebre». Mi trovai accanto al grande seggio dell’incoronazione, grossolanamente intagliato in legno di quercia, secondo il barbaro gusto di una lontana epoca gotica. Sembrava che quella scena fosse stata creata, con artificio teatrale, per impressionare l’osservatore. Ecco un esempio perfetto del principio e della fine del fasto e della potenza umana: il trono e il sepolcro, letteralmente, a un solo passo di distanza. Come non pensare che questi due simboli così antitetici siano stati riuniti in quel luogo come monito alla vanagloria umana? Per mostrare come anche ogni massima esaltazione piomberà presto o tardi nell’oblio e nel disonore. Per ricordarle che la corona che oggi le cinge la fronte, presto cadrà nella polvere e nello sconforto della tomba perché i piedi dell’ultimo tra gli uomini nella folla possano calpestarla. Perché, strano a dirsi, neppure la tomba qui conserva una sacralità. C’è una inquietante leggerezza che caratterizza alcune creature umane, e le porta a divertirsi con cose strane e paurose; vi sono al mondo alcune menti ignobili che provano piacere nel vendicare sui morti illustri l’ignobile ossequio e lo strisciante servilismo che riservano ai vivi. La bara di Edoardo il Confessore è stata saccheggiata e le sue spoglie private del corredo funebre; hanno rubato lo scettro dalla mano dell’austera Elisabetta e l’effigie di Enrico V non ha più la testa. Non c’è monumento reale che non dimostri quanto sia ingannevole e caduco l’omaggio reso dall’uomo. Alcuni sono stati saccheggiati, altri mutilati, altri ancora coperti di parole licenziose e insulti: tutti, in un modo o nell’altro, oltraggiati e disonorati!
Gli ultimi bagliori del giorno filtravano appena attraverso i vetri colorati delle finestre nelle alte volte sopra di me; l’abbazia, più in basso, era già avvolta dal crepuscolo. Le cappelle e le navate diventavano sempre più buie. In quella luce incerta, le effigi dei re erano ormai nascoste nell’ombra: i monumenti assumevano forme bizzarre, la brezza serale s’insinuava nelle navate come il freddo respiro della tomba e persino i passi di un sagrestano che passava accanto all’angolo dei poeti avevano, in lontananza, un che di strano e triste. Ripercorsi lentamente il tragitto di quella mattina e, varcando l’ingresso del chiostro, il cigolio del portale che si richiudeva alle mie spalle riecheggiò per l’intero edificio.
Mi sforzai di dar nuovo assetto nella mente a tutte le cose che avevo visto quel giorno, ma realizzai come fossero già cadute preda di confusione e disordine. Nomi, iscrizioni, trofei, tutto si mescolava nel ricordo, malgrado avessi appena sollevato il piede dalla soglia. Che cos’è, pensai, questa imponente raccolta di sepolcri, se non una inesauribile fonte di umiliazioni; un insieme di reiterate omelie sulla vanità della fama e l’inevitabilità dell’oblio? È davvero il regno della morte, il grande palazzo oscuro di cui è sovrana, dove essa si burla di ciò che resta dell’umana gloria, spargendo polvere e oblio sui monumenti dei prìncipi. Che inutile millanteria è, dopo tutto, l’immortalità di un nome! Il tempo continua a voltare silenziosamente le sue pagine; siamo troppo presi dalla storia del nostro presente per pensare ai personaggi e alle vicende del nostro passato, e ciascuna epoca non è che un volume messo da parte per essere poi velocemente dimenticato. L’idolo di oggi subentra all’eroe di ieri e sarà a sua volta soppiantato dal successore di domani. «I nostri padri», dice Sir Thomas Brown, «trovano una tomba nella nostra breve memoria e ci dicono come tristemente finiremo anche noi, sepolti nel fuggevole ricordo di chi ci sopravviverà». La storia si dissolve nella leggenda; la realtà è offuscata dal dubbio e dalle supposizioni; l’iscrizione ammuffisce sulla targa; la statua cade dal suo piedestallo. Colonne, archi, piramidi: cosa sono se non cumuli di sabbia? E i loro epitaffi, non sono forse caratteri incisi nella polvere? Che cosa è la sicurezza di una tomba o l’eternità di un corpo imbalsamato? Le ceneri di Alessandro il Grande sono state disperse al vento e oggi il suo sarcofago vuoto non è che un semplice oggetto esposto in un museo. «Le mummie egizie, che Cambise o il tempo hanno risparmiato, le distrugge ora l’avarizia: Mizraim serve a curare le ferite e Faraone viene venduto per acquistare balsami».
Che cosa, dunque, preserverà questo edificio, che ora torreggia sopra di me, dal condividere il destino di altri più grandiosi mausolei? Verrà il giorno in cui le volte dorate che ora svettano orgogliose finiranno a terra in rovina; quando, al posto delle melodie e degli inni che ora vi risuonano, sarà il vento a fischiare attraverso ciò che resterà delle sue arcate e il gufo bubolerà dalla torre diroccata quando il sole abbagliante illuminerà queste cupe dimore di morte; l’edera si arrampicherà sulla colonna abbattuta e i fiori della campanula penderanno sulla tomba ormai senza nome, come a farsi beffe dei morti. Questa è la fine dell’uomo; il suo nome scompare dalle iscrizioni e dalla memoria, la storia della sua vita è un racconto che è stato narrato e il monumento eretto in suo onore cade in rovina.
Note riguardanti l’abbazia di Westminster
Verso la fine del VI secolo, quando la Britannia era sotto il dominio dei sassoni e versava in uno stato di barbarie e idolatria, papa Gregorio Magno, colpito dalla bellezza di alcuni giovani anglosassoni in vendita nella piazza del mercato di Roma, nutrì subito una simpatia per questa razza e decise di inviare alcuni missionari a predicare il Vangelo tra quegli isolani così belli e ignoranti. Fu incoraggiato quando venne a sapere che Ethelbert, re del Kent, il più potente tra i principi anglosassoni, aveva sposato Berta, una principessa cristiana, unica figlia del re di Parigi, la quale aveva, secondo gli accordi, piena libertà di praticare la sua religione.
Lo scaltro pontefice non ignorava però l’influenza del sesso in materia di religione. Spedì quindi alla corte di Ethelberg a Canterbury, Agostino, un monaco romano, e quaranta compagni, con l’obiettivo di far convertire il re e, per mezzo suo, guadagnare una forte influenza sull’isola.
Ethelbert li ricevette con un certo sospetto e optò per una riunione all’aperto, perché si fidava poco di quei preti stranieri e temeva che potessero ingannarlo con qualche incantesimo o qualche magia. I missionari riuscirono infine a far di lui un buon cristiano come sua moglie, e la conversione del re comportò la naturale conversione dei sudditi fedeli. L’impegno e il successo di Agostino furono ricompensati con una nomina ad arcivescovo di Canterbury, che gli conferiva autorità su tutte le chiese britanniche.
Tra i convertiti più illustri ci fu Segebert, o Sebert, re della Sassonia orientale, nipote di Ethelbert, che regnava a Londra, dove era stato nominato vescovo Melito, uno dei monaci romani arrivati con Agostino.
Nel 606 Sebert, ispirato da un notevole zelo religioso, fondò un monastero sulla riva del fiume a ovest della città, sulle rovine del tempio di Apollo; e tale infatti è l’origine dell’attuale edificio dell’abbazia di Westminster. Furono organizzati grandi preparativi per la consacrazione della chiesa, che sarebbe stata dedicata a San Pietro. La mattina del giorno stabilito, il vescovo Melito si dispose in pompa magna e con grande solennità a compiere la cerimonia. Mentre si avvicinava all’edificio, gli andò incontro un pescatore e lo informò che non era necessario che proseguisse poiché la cerimonia era già finita. Il vescovo lo guardò stupito, e il pescatore gli raccontò che la sera prima, mentre si trovava con la sua barca sul Tamigi, gli era apparso San Pietro per dirgli che intendeva consacrare personalmente la chiesa e che l’avrebbe fatto quella notte. L’apostolo aveva poi raggiunto la chiesa, che si era d’improvviso illuminata. La cerimonia si era svolta con gran fasto, accompagnata da musiche celestiali, tra nuvole d’incenso profumato. Subito dopo, l’apostolo era salito sulla barca e aveva ordinato al pescatore di gettare le reti. Questi aveva ubbidito e aveva tratto una rete miracolosamente piena di pesci. San Pietro gli aveva ordinato di offrirne uno al vescovo e di informarlo che egli l’aveva sollevato dalla necessità di consacrare la chiesa.
Melito, che era un uomo cauto e non facile alla persuasione, volle una riprova della storia che gli aveva raccontato il pescatore. Aprendo le porte della chiesa vi trovò ceri, croci, acquasanta, spruzzi di olio e altri indizi di una grande cerimonia. Il pescatore pensò a fugare ogni eventuale altro dubbio, offrendogli il pesce che l’apostolo gli aveva ordinato di portare al vescovo. Rifiutarlo avrebbe significato contestare una testimonianza oculare. Il vescovo si convinse dunque che la chiesa fosse già stata consacrata da San Pietro e si astenne, per deferenza, da ogni ulteriore celebrazione.
La tradizione vuole che questa sia la ragione per cui Edoardo il Confessore scelse proprio questo luogo come sede dell’ordine religioso che voleva fondare. Nel 1045 fece abbattere la vecchia chiesa e ne costruì un’altra, dove le sue spoglie sono conservate in un magnifico reliquiario.
Nel 1220 il tempio subì nuove modifiche, se non addirittura una vera e propria ricostruzione da parte di Enrico III, e cominciò ad assumere l’aspetto attuale.
Sotto Enrico VIII, che mandò via i monaci e confiscandone le rendite private, perse il suo carattere conventuale.
Reliquie di Edoardo il Confessore
Un bizzarro racconto venne pubblicato nel 1688 da uno dei coristi della Cattedrale che sembra fosse il Paul Pry del sacro edificio: in esso racconta come abbia frugato tra le ossa di Edoardo il Confessore, che riposavano tranquillamente nel loro sepolcro da più di seicento anni, e abbia tirato fuori il crocifisso e la catena d’oro del defunto monarca. Egli afferma che, nei diciotto anni durante i quali aveva officiato nel coro, tra i fratelli coristi e i canuti servitori dell’abbazia circolava la notizia secondo cui il corpo di Re Edoardo era deposto in una sorta di cofano o cassa da morto che si scorgeva vagamente nella parte superiore del reliquiario eretto alla sua memoria. Nessuno di loro, però, si era azzardato a fare un esame più ravvicinato, finché il degno narratore, per soddisfare la propria curiosità, salì fino alla cassa con l’aiuto di una scala e scoprì che era fatta di legno ed era apparentemente robusta e salda, sigillata com’era da bande di ferro.
In seguito, nel 1685, rimuovendo l’impalcatura usata per l’incoronazione di Giacomo II, si trovò che la cassa era rotta e sul coperchio comparve un buco, fatto probabilmente per sbaglio dagli operai. Nessuno però si azzardò ad avere a che fare con quel sacro deposito di resti regali finché, diverse settimane dopo, la circostanza giunse a conoscenza del suddetto corista. Egli si recò immediatamente nell’abbazia in compagnia di due amici dai gusti simili, desiderosi di ispezionare le tombe. Procuratosi una scala, montò di nuovo fino alla bara e scoprì, come gli era stato detto, un buco sul coperchio, lungo circa dodici centimetri e largo otto, proprio di fronte alla parte sinistra del petto. Infilandovi dentro la mano e tastando tra le ossa, tirò fuori da sotto la spalla un crocifisso riccamente decorato e smaltato, appeso a una catena dlunga quarantotto centimetri. La mostrò agli amici curiosi che furono sorpresi quanto lui.
«Quando», dice, «presi la croce e la catena dalla bara, gli avvicinai la testa fino al buco per guardarla: era in ottime condizioni, con le mascelle intere e con tutti i denti, e con una banda d’oro larga due centimetri buoni, che gli circondava le tempie a mo’ di coroncina. Nella bara c’erano anche del lino bianco e della seta fiorata color oro, che sembrava perfettamente conservata, ma che al primo tocco si rivelò quasi del tutto rovinata. C’erano tutte le ossa e anche parecchia polvere e lasciai tutto nella stessa posizione in cui le avevo trovate». È difficile trovare una lezione altrettanto grottesca per l’orgoglio umano di questo cranio di Edoardo il Confessore che veniva spostato dentro la bara con grande irriverenza da un corista curioso e trascinato a sogghignargli in faccia attraverso un buco nel coperchio!
Dopo aver soddisfatto la propria curiosità, il corista rimise il crocifisso e la catena d’oro nella bara e andò a cercare il decano, per metterlo al corrente della scoperta. In quel momento costui non era disponibile e temendo che il “sacro tesoro” potesse essere sottratto da altre mani, ottenne di essere accompagnato al sacrario da un altro corista più o meno due o tre ore dopo e, in sua presenza, tirò nuovamente fuori le reliquie. In seguito le consegnò in ginocchio a Re Giacomo. Il re in un secondo tempo fece racchiudere la vecchia cassa dentro una nuova, assai resistente: «Ogni tavola era spessa quattro centimetri e fissata insieme con grandi cunei, dove oggi (1688) resta a testimonianza della sua cura devota perché nessuna offesa possa venire arrecata alle sacre ceneri lì deposte».
Dato che la storia è piena di morale, aggiungo una descrizione delle sue condizioni in tempi moderni. «Il sacrario solitario e abbandonato», dice uno scrittore britannico, «ora è solo lo scheletro di quello che era. Qualche debole traccia delle scintillanti decorazioni intarsiate sulla malta compatta catturano i raggi del sole, perennemente fissato sul suo splendore […] Restano solo due delle colonne a spirale. Il capitello ionico è assai smozzicato e coperto di polvere. Il mosaico è stato divelto ovunque fosse possibile raggiungerlo e restano solo le tessere di una superficie di trenta centimetri quadri circa e cinque pezzi circolari del marmo sontuoso». (Malcolm, Lond. Rediv.)
Epigrafe su un monumento al quale si allude nell’articolo:
Qui giace il leale duca di Newcastle e la duchessa, sua seconda moglie, dalla quale non ebbe figli. Si chiamava Margaret Lucas, sorella minore di Lord Lucas di Colchester, una nobile famiglia nella quale tutti i fratelli furono coraggiosi e tutte le sorelle virtuose. Questa duchessa fu una donna saggia, brillante e colta, come dimostrano i suoi numerosi libri. Fu moglie molto virtuosa, affettuosa e premurosa e restò accanto al suo signore per tutto il tempo dell’esilio e delle traversie e, quando egli tornò in patria, non si staccò mai da lui e dal suo solitario ritiro.
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D’inverno, quando le giornate sono brevi, la messa del pomeriggio si svolge alla luce dei ceri. L’effetto che produce, con il coro solo in parte illuminato e il centro dell’abbazia e i transetti immersi nella più profonda oscurità, è bellissimo. Le vesti bianche dei cantori spiccano sullo sfondo scuro dei pannelli di quercia e delle volte; questa particolare illuminazione fa sì che le colonne e i transetti proiettino lunghe ombre, mentre la luce si fa strada nell’ombra per riflettersi ora sulla decorazione di un sepolcro, ora sulla figura di un monumento, e le intense note dell’organo ben si accordano con la scena.
Alla fine della messa, i cantori, con le loro vesti bianche e i ceri accesi, accompagnano il decano alla sua abitazione, in quella parte dell’edificio dove un tempo sorgeva l’antico convento; la processione attraversa l’abbazia e i chiostri bui, illuminando debolmente al suo passaggio angoli, arcate e tetri monumenti funebri, e lasciandosi alle spalle il resto, immerso nell’oscurità.
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Se si visitano i chiostri di sera, entrando dalla parte del cosiddetto Cortile del Decano, si intravede in lontananza, attraverso un buio passaggio a volta, una bianca figura di marmo china su una tomba, su cui il vivido riflesso proiettato da una lampada a gas produce un effetto veramente spettrale. Si tratta del monumento funebre di uno dei Pultneys.
Vale davvero la pena visitare i chiostri di sera, quando c’è la luna piena.