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Stories by washington irving

john bull (italian)

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Non esiste al mondo genere umoristico in cui gli inglesi riescano meglio di quello che si fonda sull’esasperare i caratteri delle persone e sull’attribuire appellativi ridicoli o soprannomi. E in questo hanno designato in modo bizzarro non solo singoli individui, ma intere nazioni, e data la loro passione per la battuta, non hanno risparmiato neanche loro stessi. Si potrebbe pensare che nel dare una rappresentazione simbolica della propria patria, si sia inclini a scegliere qualcosa di imponente, eroico e grandioso; è invece in perfetto accordo con il particolare humour anglosassone – e con il suo amore per tutto ciò che è diretto, comico e familiare – che gli inglesi abbiano personificato le proprie bizzarrie nazionali nella figura vecchio diavolo robusto e panciuto con un cappello a tre punte, il panciotto scarlatto, le corte brache di pelle e un solido bastone di legno di quercia. E così hanno tratto un singolare godimento nel presentare con un buffo punto di vista le loro più intime eccentricità, e sono stati così efficaci nella descrizione che è quasi impossibile rintracciare l’esistenza di un’altra creatura in carne ed ossa che sia altrettanto presente nell’immaginario di tutti come questo bizzarro personaggio, John Bull.
Molto probabilmente la prolungata contemplazione di tale figura così tratteggiata ha contribuito a fissarla alla nazione, e così ha reso reale ciò che in un primo momento era stato frutto per lo più dell’immaginazione. L’uomo è incline a fare proprie le peculiarità che gli vengono continuamente attribuite. Le classi popolari inglesi sembrano oltremodo ammaliate dal beau ideal con cui si è dato vita al personaggio di John Bull, e si sforzano di conformarsi alla marcata caricatura con cui si ritrovano perennemente faccia a faccia. Sfortunatamente, tali classi fanno a volte del loro celebrato johnbullismo una giustificazione per i comportamenti più prevenuti e volgari; e questo è quanto ho avuto modo di constatare soprattutto tra quegli spontanei figli della nazione che non si sono mai allontanati dal suono delle campane di St Mary-le-Bow. Se uno di essi si esprime in modo rozzo ed è solito pronunciare scomode verità, si affretta a confessare di essere un autentico John Bull e di manifestare sempre le proprie opinioni. Se talvolta va su tutte le furie per delle sciocchezze, egli osserva che John Bull è un vecchio bilioso, ma non cova rancore e il suo scoppio d’ira si dissolve in un attimo. Se i suoi gusti tradiscono una certa grossolanità e si mostrano insensibili alle raffinatezze straniere, egli ringrazia il cielo per la propria ignoranza: è un John Bull in tutto e per tutto, i ninnoli e le cianfrusaglie non hanno alcuna attrattiva su di lui. Persino la sua propensione a farsi gabbare dagli estranei e a sborsare esagerate somme di denaro per delle assurdità viene giustificata facendo appello alla generosità, dato che John è più prodigo che assennato.
In questo modo riuscirà a risolvere ogni difetto in un pregio, nel nome di John Bull, e si dichiarerà apertamente colpevole di essere l’uomo più onesto al mondo.
E così, per quanto all’inizio si intonasse poco con la nazione, pian piano quel personaggio le si è adattato alla perfezione, o piuttosto le due parti si sono adattate l’una all’altra, e lo straniero che desidera studiare gli aspetti caratteristici degli inglesi può raccogliere un gran numero di informazioni utili esaminando gli innumerevoli ritratti di John Bull esposti nei negozi di caricature. Eppure, egli è uno di quegli umoristi la cui vena creativa dà continuamente vita a nuovi ritratti e che presenta aspetti sempre diversi a seconda dei punti di vista; quindi, anche se è stato descritto tante volte, non posso resistere alla tentazione di tracciarne un rapido schizzo secondo l’impressione ricevuta.
Da quanto si può vedere, John Bull è un individuo spontaneo, sincero e pratico, tanto povero di poesia quanto ricco, al contrario, di prosa. La sua indole ha ben poco fascino romantico, ma abbonda invece di sentimenti intensi e spontanei. Il suo forte è più il senso dell’umorismo che l’arguzia; è più vivace che gaio; più malinconico che cupo; lo si può facilmente vedere commosso fino alle lacrime o animato da una chiassosa risata, ma egli è disgustato dal facile sentimentalismo e per nulla incline alle facezie superficiali. È un ottimo compagno di bagordi, sempre che si assecondino le sue inclinazioni e lo si lasci parlare di sé, e resta sempre al fianco degli amici, anche a costo di rimetterci la borsa o la vita – o di prendersi sonore bastonate.
In quest’ultimo aspetto, a dire il vero, ha una naturale propensione ad essere fin troppo solerte. La sua mente è affollata da preoccupazioni, poiché egli non pensa solo a se stesso o alla sua famiglia, ma alla patria intera ed è tanto generoso da farsi paladino di tutti. È sempre il primo ad offrirsi volontario per risolvere i problemi altrui ed è sempre preso da profonda stizza se qualcuno dei suoi vicini si impegna in un affare importante senza prima consultarlo, anche se raramente si imbarca in simili imprese amichevoli senza poi accapigliarsi con tutte le parti in causa e inveire amaramente contro la loro ingratitudine. Sfortunatamente negli anni della sua gioventù egli ha studiato le nobili arti della difesa, e dal momento che è assai abile nel menare le mani e nell’utilizzare le proprie armi e che nel tirare pugni e bastonate è diventato un vero campione, ha sempre avuto una vita problematica. Appena viene a sapere di una disputa tra i suoi anche più distanti vicini, subito comincia ad armeggiare con l’impugnatura del suo bastone e a valutare se per interesse o per onore non sia il caso di intervenire. E ovviamente egli ha ormai esteso le proprie onorevoli relazioni politiche quasi all’intera regione, tanto che è impossibile che qualsiasi evento abbia luogo senza violare le dignità e i diritti acquisiti e tanto finemente coltivati. Accucciato nel suo piccolo dominio, con questa sua trama che si distende in ogni direzione, egli è come un vecchio e collerico ragno panciuto che ha intessuto la sua tela in tutta la stanza, così che non c’è mosca o leggera brezza che non lo destino dal suo riposo o non lo inducano a precipitarsi indignato fuori dal suo nido.
Per quanto in fin dei conti egli sia davvero un vecchio diavolo bonaccione e di buon cuore, tuttavia nutre sempre il singolare desiderio di ritrovarsi nel bel mezzo delle dispute. Il fatto poi che egli ami con particolare intensità solo l’inizio delle risse, è un’altro dei suoi tratti peculiari; si getta sempre nella mischia con solerzia, ma se ne tira fuori mugugnando, anche se trionfante; e sebbene nessuno si batta con più caparbietà per aggiudicarsi il punto della vittoria, quando però la controversia giunge al termine e al momento della riconciliazione, si lascia così prendere dalla stretta di mano con il proprio antagonista che finisce col dimenticare nelle sue tasche tutto l’oggetto del contendere. E così non dovrebbe tanto stare alla larga dallbrighe, quanto dal farsi degli amici. A stento si riesce a carpirgli un quarto di penny, neanche con sonore bastonate; ma mettetelo di buon umore e in un attimo gli vuoterete le tasche. Egli è come quei solidi velieri che sopravvivono illesi alle burrasche più violente e che nella quiete che segue la tempesta vedono rivoltarsi fuori bordo l’intera alberatura.
Quando è all’estero, si diverte parecchio a fare il magnifico, a estrarre un borsellino provvisto a dovere, sperperando noncurante i suoi soldi agli incontri di pugilato, alle corse dei cavalli e ai combattimenti tra galli, per vantarsi di essere un «gentiluomo appassionato dello sport»: ma ecco che subito dopo uno di questi momenti di dispendio compulsivo verrà colto da violenti e improvvisi attacchi di parsimonia; si asterrà anche dalle spese più umili; si lamenterà, in preda alla disperazione, di essere sul lastrico e costretto a vivere della pietà parrocchiale; e con un simile stato d’animo si rifiuterà persino di pagare il più misero conto di bottega anche a costo di venire alle mani. Di solito invece egli è il più puntuale e insoddisfatto pagatore del mondo, si cava i soldi di tasca con indescrivibile disappunto e paga fino all’ultimo quarto di penny, ma accompagna ogni singola ghinea con un grugnito.
Nonostante tutte queste pretese di oculatezza, egli è comunque un uomo liberale, che non fa mancare niente alla propria famiglia, e un ospite munifico. La sua parsimonia è alquanto eccentrica, dal momento che il suo obiettivo principale è riuscire ad escogitare un sistema con cui comprendere per quanto ancora potrà permettersi di spendere in modo sconsiderato; ed infatti un giorno si negherà una bistecca di manzo e una pinta di porto, ma così l’indomani potrà arrostire un bue intero, aprire un fusto di birra e invitare alla sua mensa tutto il vicinato.
La sua economia familiare è sottoposta ad enormi spese, e ciò si deve non tanto allo sfoggio di sé, quanto al gran consumo di manzo e di sformati, al vasto numero di domestici che abbiglia e nutre, e alla tendenza tutta particolare a compensare con cifre esagerate piccoli servigi. È il più gentile e indulgente dei padroni e i suoi servitori possono fare di lui ciò che vogliono – a patto che soddisfino i suoi capricci, blandiscano di tanto in tanto la sua vanità e non si macchino di grossolane appropriazioni proprio davanti ai suoi occhi. Sotto il suo tetto non c’è creatura che non sembri florida e pingue ogni giorno di più. I suoi domestici sono ben pagati e viziati, e hanno poco da fare. I suoi cavalli eleganti trottano pigri davanti alla solenne carrozza di famiglia e i suoi cani da guardia sonnecchiano pacifici davanti alla porta e a stento abbaierebbero a un ladro.
La sua dimora avita, un’antica e turrita residenza signorile, è ingrigita dal tempo e presenta un aspetto venerando e insieme logorato dalle intemperie. È stata costruita senza seguire un progetto specifico, ed è un vasto agglomerato di parti diverse tra loro, edificate in stili e periodi differenti. Il corpo centrale presenta chiari elementi di architettura sassone e tutta la solidità che possono conferirgli la pietra massiccia e l’antico legno di quercia inglese. Come tutte le vestigia di questo stile, è piena di passaggi nascosti e intricati dedali di stanze buie, e sebbene in tempi recenti siano stati in parte illuminati, tuttavia esistono ancora molti angoli in cui si cammina a tastoni nella totale oscurità. Col passare degli anni sono state aggiunte altre parti all’edificio originale, operando anche numerose modifiche: torri e bastioni sono stati eretti in periodi di guerre e tumulti, nuove ali sono sorte in tempo di pace; e in più dependance, casotti di caccia e stanze di servizio improvvisati sono stati costruiti assecondando le voglie e i bisogni delle diverse generazioni, finché l’intera tenuta non è diventata una delle più estese e irregolari possibili e immaginabili. Vi è un’intera ala del fabbricato totalmente occupata dalla cappella di famiglia, un edificio venerando che dev’essere stato estremamente sontuoso e che ovviamente, a dispetto delle semplificazioni e dei mutamenti subiti con il passare delle epoche, mantiene ancora tutto il suo solenne sfarzo religioso. Le pareti di questo ambiente sono ornate dalle statue degli progenitori di John e da confortevoli sedie imbottite con morbidi cuscini su cui i membri della famiglia che vogliono assistere alle funzioni religiose possono comodamente appisolarsi e allo stesso tempo adempiere ai loro doveri morali.
John è costretto a sborsare molti quattrini per mantenere questa cappella, ma la sua fede è incrollabile e il suo ardore religioso ostinato, soprattutto da quando diverse chiese dissidenti sono sorte nei dintorni e molti dei suoi vicini, con cui ha litigato, si dichiarano strenui papisti.
A celebrare le funzioni è un cappellano di famiglia devoto e grassottello che viene mantenuto a caro prezzo. Costui è un cristiano erudito, decoroso e ben educato, che asseconda sempre il vecchio gentiluomo nelle sue convinzioni, soprassiede con discrezione ai suoi piccoli peccatucci, rimprovera i figli se si rifiutano di obbedire e si rivela di grande aiuto quando esorta i locatari a pregare, a leggere la Bibbia, ma soprattutto a pagare puntualmente l’affitto senza mugugnare.
Le stanze padronali presentano uno stile antiquato, alquanto opprimente e spesso scomodo, ma abbondano dello sfarzo solenne tipico del tempi antichi, tappezzate come sono di arazzi pregiati anche se sbiaditi, mobili ingombranti, e un numero esagerato di antichi e sontuosi piatti d’argento massiccio. Ampi camini, spaziose cucine, vaste cantine, fastose sale da pranzo: tutto ricorda l’esuberante ospitalità dei giorni passati, che fa impallidire i banchetti che si tengono ora nel maniero. In esso si susseguono però anche interi gruppi di camere deserte e logorate dal tempo, a giudicare dall’aspetto, e torri e torrette che sembrano sempre sul punto di crollare, tanto da far temere che, nei giorni di vento sferzante, precipitino sulla testa di tutta la famiglia.
Più di una volta John ha ricevuto lo spassionato consiglio di rinnovare l’antico edificio fin dalle fondamenta, di abbattere alcune parti ormai in disuso e, con i materiali così ottenuti, rafforzarne altre, ma il vecchio gentiluomo è molto suscettibile su questo argomento: egli giura che la sua casa è un’eccellente dimora, solida, resistente alle intemperie e ben lontana dal vacillare nelle tempeste; che se è stata in piedi per diverse centinaia di anni, è inverosimile che venga giù proprio ora; per quanto riguarda le scomodità, la sua famiglia vi è ormai abituata, e non si sentirebbe a proprio agio senza di esse; le dimensioni spropositate dell’edificio, poi, insieme alla sua struttura irregolare, sono frutto dei secoli di ampliamenti e delle migliorie apportate dalla sapienza di ogni generazione. Una famiglia di lunga tradizione come la sua non può fare a meno di una casa grande in cui dimorare: le nuove famiglie di parvenu vivano pure tra quattro comode mura e in villette di campagna, ma a un’antica famiglia inglese si addice un antico maniero inglese. Se gli fate notare che parte dell’edificio è inutilizzata, insiste nel sostenere che essa è funzionale alla solidità e alla bellezza delle altre e all’armonia dell’insieme, e giura che ogni parte è talmente collegata alle altre che buttandone giù una si correrebbe il rischio di far crollare ogni cosa.
Ma in realtà il segreto di tutto ciò sta nel fatto che John è per sua natura protettivo e benefattore. Egli ritiene che la dignità di un’antica e onorata famiglia risieda nell’essere liberale nei compensi e nel farsi mangiare vivo dai servitori, e così, in parte per orgoglio e in parte per bontà d’animo, fa della protezione e del mantenimento dei suoi domestici in pensione un dovere morale.
Di conseguenza, come diverse altre venerabili istituzioni familiari, la sua casa padronale è soffocata dalla presenza di vecchi servitori che non può scacciare e di uno stile di vita sorpassato che è costretto a mantenere. La sua dimora è come un enorme ricovero per infermi e, data la sua mole, non è certo troppo grande per i suoi abitanti. Non c’è angolo o cantuccio che non torni utile per ricevere in casa qualche inutile individuo. Veterani inglesi, pensionati gottosi e paladini della dispensa e della cucina ciondolano a torme per i corridoi, si trascinano sui prati, si appisolano sotto gli alberi o si crogiolano al sole sulle panchine davanti al portone d’ingresso. Non c’è stanza di servizio e dependance che non sia occupato da soprannumerari e dalle loro famiglie; e così, dal momento che sono eccezionalmente prolifici, si può star certi che quando moriranno lasceranno in eredità a John uno stuolo di bocche affamate a cui provvedere. Non si fa in tempo a menare un colpo di piccone contro la più pericolante e fatiscente torre dell’edificio, che subito, da un pertugio o da una feritoia, spunta il testone ingrigito di qualche parassita in pensione che è campato per una vita a spese di John e adesso strepita afflitto che stanno facendo crollare il tetto sulla testa di un misero servo della famiglia. E questa è una supplica cui il buon cuore di John non sa opporre resistenza; tanto che un uomo che per tutta la sua vita abbia mangiato arrosto e sformato alla sua mensa sa per certo che in vecchiaia verrà ricompensato con una pipa e un boccale di peltro.
Gran parte del parco si è ormai trasformata in un recinto in cui i destrieri malconci pascolano indisturbati per tutto il tempo che gli resta da vivere – un meritevole esempio di riconoscenza che, se qualcuno dei suoi vicini seguisse, non arrecherebbe loro alcun discredito. Ed infatti è un vero piacere per John indicare ai suoi ospiti quei vecchi corsieri, dilungarsi sui loro pregi, magnificare i passati servizi e gloriarsi, con un pizzico di vanagloria, dei perigli e delle imprese ardite in cui l’hanno accompagnato.
Egli tende però ad indulgere in quest’ossequio per le abitudini e i gravami familiari fino a sfiorare il grottesco. La sua proprietà è infestata da combriccole di zingari, ma non permetterà mai che vengano allontanati perché ormai infestano quel luogo da tempo immemore e hanno cacciato di frodo sulle spalle di tutte le generazioni della famiglia. A stento concederà che si taglino i rami secchi dei maestosi alberi che circondano il maniero, nel timore che si possano importunare le cornacchie che vi nidificano da secoli e secoli. I gufi hanno preso pieno possesso della piccionaia, ma sono gufi ereditari e non possono essere disturbati. Le rondini hanno ostruito quasi tutti i comignoli, con i loro nidi; i balestrucci si insediano su ogni fregio e cornicione; i corvi svolazzano intorno alle torrette e se ne stanno appollaiati su ogni banderuola; e in ogni angolo della casa c’è un gran viavai di vecchi topi grigi che in pieno giorno entrano ed escono imperterriti dalle loro tane. In breve, John tiene in così alta considerazione tutto ciò che fa parte della tradizione familiare, che non vorrà sentir parlare nemmeno di smentire le ingiurie, perché anche quelle sono le care vecchie ingiurie che hanno sempre accompagnato la sua famiglia.
Tutte queste bizzarre consuetudini hanno tristemente contribuito a prosciugare il borsellino del vecchio gentiluomo e – dal momento che egli fa un vanto personale della sua puntualità nelle questioni finanziarie e desidera mantenere il proprio credito presso i vicini – gli hanno arrecato un enorme imbarazzo nell’onorare gli impegni, accresciuto anche dagli alterchi e dai rancori che di continuo si accendono nella sua famiglia. I suoi figli sono stati allevati per dedicarsi a mestieri diversi e hanno un diverso modo di vedere le cose, così, dal momento che è sempre stato concesso loro di esprimere liberamente le proprie opinioni, non si astengono mai dall’esercitare rumorosamente tale diritto acquisito a proposito della sua corrente situazione economica. Alcuni sostengono strenuamente l’onore della casata e sono del parere che l’antico sistema debba essere preservato in tutta la sua magnificenza, qualunque sia il suo prezzo; altri invece, più prudenti e misurati, chiedono insistentemente al nobile padre di ridimensionare le spese e governare la casa con maggiore moderatezza. A dir la verità John è sembrato più volte incline a prestare ascolto a queste esortazioni, ma i loro consigli sono stati sempre sbaragliati dal comportamento turbolento di uno dei suoi figli. Costui è un chiassoso scriteriato, dai costumi piuttosto volgari, che trascura gli affari per dedicarsi alle osterie: egli è l’anima dei circoli del villaggio e i più spiantati affittuari del padre pendono dalle sue labbra. Non fa in tempo a sentir parlare di riforme e riduzione delle spese, che subito balza in piedi, toglie la parola a tutti e urla furiosamente che è ora di cambiare. Quando comincia a parlare non c’è niente lo possa trattenere: strepita parole sconnesse in giro per la stanza, strapazza l’anziano padre per la sua condotta da sprecone, mette in ridicolo i suoi gusti e le sue occupazioni, sostiene con insistenza che dovrebbe cacciare i vecchi servitori, gettare i cavalli malconci in pasto ai cani, dare il benservito al grasso cappellano e rimpiazzarlo con un predicatore girovago; anzi, avrebbe dovuto radere al suolo l’intera tenuta di famiglia per costruire una semplice casa di cemento e mattoni. Inveisce contro ogni passatempo e ricorrenza familiare e ogni volta che una carrozza si avvicina alla porta di casa corre ad imboscarsi in osteria tra mille borbottii. Per quanto non faccia che lagnarsi di continuo della scarsezza delle sue finanze, tuttavia non esita a sperperare ogni centesimo nei suoi convegni in taverna né a contrarre debiti per comprare quell’alcol del cui prodigo consumo ammonisce il padre.
Non dev’essere difficile immaginare quanto simili contrasti si accordino poco all’impetuoso temperamento del vetusto cavaliere. Le frequenti dispute lo hanno reso così irritabile che il minimo accenno alle riforme e alla riduzione delle spese segna con certezza l’inizio di una rissa tra lui e l’oracolo della taverna. E poiché quest’ultimo è ostinatamente indocile alla disciplina paterna – dal momento che si è ormai emancipato dal timore del bastone – tra i due intercorrono frequenti episodi di guerra verbale, che a volte sono così accesi che John è costretto a chiamare al suo fianco il figlio Tom, un ufficiale che ha prestato servizio all’estero e che adesso però vive a casa con stipendio ridotto. Costui non farà certo mancare all’anziano signore il suo appoggio, nel bene o nel male, poiché niente lo appassiona di più di una vita ricca di fragorosi litigi e gli basta un cenno del capo o un’occhiata per sguainare prontamente la sciabola e a rotearla sulla testa dell’oratore che osa schierarsi contro là paterna.
Come prevedibile, la notizia di simili contrasti familiari è trapelata ai vicini di John alimentando i loro pettegolezzi. Ogni volta che si nominano tali questioni, la gente comincia ad assumere l’espressione di chi la sa lunga e a scuotere la testa. Sperano tutti «che le cose non gli vadano tanto male come sembra; ma quando i figli di un uomo cominciano a inveire contro il suo dispendio eccessivo di denaro, gli affari devono essere male amministrati. Si è venuto a sapere che è ipotecato fino al collo e prende di continuo soldi a credito. È senz’altro un gentiluomo generoso, ma c’è da temere che si sia dedicato troppo ai piaceri della vita, e di certo la passione per la caccia, le corse di cavalli e gli incontri di pugilato non hanno mai portato niente di buono. In breve, sarà anche vero che la tenuta di Mr Bull è incantevole e appartiene da tempo immemore alla famiglia, ma se ne sono viste di tenute – anche più incantevoli – vendute all’asta».
La cosa peggiore di tutte è l’effetto che le difficoltà pecuniarie e le faide familiari hanno sortito sul povero diavolo. L’uomo grassoccio e corpulento con il volto rubicondo e compiaciuto si è trasformato con il tempo in un individuo emaciato e raggrinzito come una mela morsa dal gelo. Il suo panciotto rosso ricamato d’oro che nei giorni di prosperità – quando navigava a vele spiegate – sporgeva audacemente, ora gli va largo e pende come una vela maestra nella calma piatta. Le sue brache di pelle sono tutte una piega e a quanto sembra riescono a stento ad evitare che gli stivali gli calino sui polpacci un tempo robusti.
Invece di camminare impettito, con il cappello a tre punte inclinato da una parte, il bastone saldo in mano sempre pronto a battere a terra dei colpi risoluti e un’espressione audace sul volto, canticchiando strofette divertenti o ritornelli da osteria, ora lo si vede gironzolare pensieroso fischiettando tra sé, a capo chino, il bastone sotto braccio e le mani affondate nelle tasche dei pantaloni, evidentemente vuote.
Tale è lo stato attuale dell’onesto John, e tuttavia il vecchio diavolo ha ancora lo spirito straordinario e valoroso di sempre. Se ci si lascia sfuggire un’espressione di solidarietà o preoccupazione, si infiamma all’istante, giura di essere l’uomo più ricco e più solido della regione, dichiara di spendere ingenti somme di denaro per abbellire la propria casa o acquistare un’altra proprietà e brandendo con animosità il bastone non vede l’ora di gettarsi nell’ennesima mischia.
Sebbene si possano riscontrare in tutto ciò degli aspetti più che bizzarri, tuttavia devo ammettere di non riuscire a considerare la situazione di John senza un vivo interesse. Con tutte le sue stranezze e i suoi ostinati pregiudizi, egli resta comunque un vecchio attaccabrighe dal cuore d’oro. Potrà anche non essere così straordinario come crede, eppure è almeno due volte più buono di quanto sostengono i vicini. Possiede delle virtù tutte sue – tutte semplici, ingenue e spontanee. Persino i suoi difetti rimandano alla spontaneità delle sue doti. Lo sperpero deriva dalla magnanimità; l’animosità, dall’audacia; la dabbenaggine, dalla buona fede; la vanità, dall’orgoglio; la rude schiettezza, dalla sincerità. Rappresentano tutti degli eccessi del suo carattere ricco e generoso. Egli è come la quercia della sua tenuta, scabra all’esterno, ma solida e sana all’interno, con la corteccia che è ricca di escrescenze, ma in proporzione alla grandezza e allo splendore del tronco, e con i rami che scricchiolano lugubri e si lamentano al minimo alito di vento proprio perché sono floridi e maestosi. C’è qualcosa di estremamente poetico e pittoresco anche nell’aspetto della sua antica residenza familiare, e per tutto il tempo in cui potrà essere resa più comodamente abitabile, nutrirò il vivo timore di vedervi operare degli interventi, considerando il continuo scontrarsi di mode e opinioni proprio dell’epoca attuale. Alcuni dei consiglieri sono senz’altro dei validi architetti che potrebbero rivelarsi utili, ma molti, temo, sono dei meri distruttori, i quali, quando cominciassero a lavorare di piccone sul vetusto edificio, non si fermerebbero prima di averlo raso al suolo e magari essere travolti dalle macerie. Mi auguro solo che gli attuali problemi di John gli siano di monito per i tempi a venire, che la smetta di preoccuparsi tanto per le questioni degli altri, che desista dallo sterile tentativo di sostenere il bene del vicinato – oltre alla pace e alla felicità del mondo intero – ricorrendo al bastone, che se ne resti tranquillamente a casa dedicandosi per gradi alla ristrutturazione della propria dimora, che coltivi la sua ricca tenuta come più gli aggrada, che amministri con parsimonia le entrate, se lo ritiene opportuno, e riconduca all’ordine i propri figli, se ci riesce, che riporti l’antica prosperità a nuovo splendore ed infine si goda a lungo, sulle terre di famiglia, un’onorevole e spensierata vecchiaia.