Stories 93 / Random

Stories by washington irving

il viaggio (italian)

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Per un americano che voglia visitare l’Europa, il lungo viaggio da affrontare è una preparazione eccellente. Il fatto che per un certo periodo di tempo non si assista alle scene consuete e non ci si impegni nelle solite occupazioni produce uno stato d’animo particolarmente disposto ad accogliere le impressioni più nuove e più vivide. La vasta distesa di acque che divide gli emisferi assomiglia a una pagina vuota nel libro della vita. Manca quella transizione graduale grazie alla quale, in Europa, le caratteristiche e le popolazioni delle diverse nazioni si fondono quasi impercettibilmente tra loro. Da quando si perde di vista il paese che si è appena lasciato, è tutto un gran vuoto finché non si posa il piede sulla riva opposta per essere immediatamente gettati nella confusione e nelle novità di un altro mondo.
Viaggiando via terra, ci sono continui paesaggi e una successione ininterrotta di persone e incidenti che proseguono la storia della vita e riducono l’effetto dell’assenza e della separazione. È vero che, a ogni tappa del pellegrinaggio, si trascina «una catena che si fa sempre più lunga», ma la catena è integra: possiamo ripercorrerla, anello dopo anello, e abbiamo l’impressione che l’ultimo di essi ci tenga ancora avvinti alla patria. Un lungo viaggio per mare, invece, ci strappa di colpo da tutto. Ci rende consapevoli di essere stati scaraventati via dal sicuro ancoraggio della vita stabile per finire alla deriva in un mondo incerto. Interpone un abisso che non è solo immaginario, bensì reale, tra noi e le nostre famiglie, un abisso soggetto alle tempeste, alla paura, all’incertezza, tutte cose che rendono tangibile la distanza e precario il ritorno.
Così è stato, almeno per quanto mi riguarda. Guardando la linea azzurra del mio paese nativo svanire come una nuvola all’orizzonte, mi sembrò di avere chiuso uno dei libri del mondo e dei suoi interessi e di avere il tempo per meditare, prima di aprirne un altro. E quella terra che ora spariva dalla mia vista, che racchiudeva ciò che avevo di più caro al mondo… In quanti pericoli poteva incorrere! Quanti mutamenti potevano avvenire dentro di me, prima che mi fosse concesso di rivederla! Chi può dire, all’inizio dei suoi vagabondaggi, dove potranno trascinarlo le volubili correnti dell’esistenza o quando potrà fare ritorno, oppure se sarà destino che riveda i luoghi della sua infanzia?
Ho detto che sul mare tutto è assenza: dovrei correggere questa espressione. Per chi è incline a sognare a occhi aperti e ama perdersi nelle fantasie, un viaggio per mare è ricco di spunti per la riflessione: ma in questo caso si tratta delle meraviglie degli abissi e del cielo e tendono quindi a distogliere i pensieri dalle questioni mondane. Mi dilettavo a sporgermi dal parapetto del cassero o ad arrampicarmi sull’albero maestro nelle giornate tranquille e a contemplare per ore e ore l’ampia distesa del mare estivo. Ad ammirare i cumuli di nuvole dorate che si sollevavano all’orizzonte, fantasticando che fossero regni fatati e popolandoli di creature di mia invenzione. A osservare le lente ondulazioni dei flutti che avanzano in masse argentee fino a estinguersi su quelle rive felici.
Guardare da quell’altezza vertiginosa i mostri degli abissi e le loro bizzarre capriole suscitava una deliziosa sensazione in cui si mescolavano sicurezza e terrore. Banchi di delfini ruzzavano intorno alla prua della nave; l’orca sollevava lenta alla superficie la sua enorme massa o il famelico squalo saettava simile a uno spettro nelle acque azzurre. La mia immaginazione richiamava tutto quello che avevo letto o udito raccontare sul mondo acquatico che si stendeva sotto di me: le moltitudini marine che ne percorrono le valli incommensurabili, i mostri informi, acquattati in mezzo alle fondamenta della terra e gli spaventosi fantasmi che riempiono i racconti dei pescatori e dei marinai.
Talvolta una vela lontana, scivolando lungo il margine dell’oceano, offriva un altro tema alle indagini oziose. Com’era interessante quel frammento di mondo che si adoperava a raggiungere la massa dell’esistenza! Quale glorioso monumento all’invenzione umana che, in certo qual modo, ha trionfato sui venti e sulle onde, messo in comunicazione i poli opposti del mondo, fatto sì che si scambiassero i beni riversando nelle regioni sterili del nord tutte le ricchezze del sud; ha diffuso la luce del sapere e le opere pie della civiltà, collegando gli sparsi gruppi della razza umana tra i quali sembrava che la natura avesse gettato una barriera insormontabile!
Un giorno avvistammo un oggetto informe che andava alla deriva a una certa distanza. In mare, tutto quello che spezza la monotonia della distesa di acque che ci circonda attira la nostra attenzione. Vedemmo l’albero di un veliero che era di sicuro naufragato poiché si scorgevano i brandelli degli stracci con i quali una parte dei marinai si erano legati al pennone per evitare di essere trascinati via dalle onde. Non vi era alcun indizio dal quale risalire al nome della nave. Evidentemente il relitto andava alla deriva da diversi mesi: grappoli di conchiglie ne incrostavano la chiglia e lungo i fianchi ondeggiavano orgogliose le alghe. Ma l’equipaggio, pensai, dov’era? La lotta era finita da tempo, erano annegati tutti in mezzo al ruggito della tempesta, le loro ossa biancheggiavano negli abissi cavernosi. Il silenzio e l’oblio si erano richiusi sopra di loro come onde, e nessuno poteva raccontare la storia della loro morte. Quanti sospiri erano stati esalati dietro quella nave! Quante preghiere erano state dette per il focolare abbandonato in patria! Quante volte l’amante, la moglie, la madre avevano letto avidamente i quotidiani per cogliere qualche notizia casuale su quel vagabondo degli abissi! E l’attesa era divenuta ansia, l’ansia timore, il timore disperazione. Ahimé! Non tornerà indietro nemmeno un oggetto affinché l’amore lo conservi gelosamente. Si saprà solo che la nave salpò dal porto «e non se ne seppe più nulla!».
Lo spettacolo del relitto diede origine, come al solito, a molti racconti dolorosi. Soprattutto la sera quando il tempo, che fino ad allora era stato bello, cominciò a farsi agitato e minaccioso, annunciando chiaramente una di quelle tempeste che talvolta scoppiano all’improvviso nella tranquillità di un viaggio estivo. Seduti in cabina, intorno alla luce fioca di una lampada che rendeva più lugubre il buio, ciascuno di noi aveva la sua storia di naufragi e di sciagure. Fui particolarmente colpito da quella, assai breve, narrata dal capitano.
«Una volta», disse, «quando navigavo su una bella nave solida nelle secche di Terranova, una di quelle nebbie fittissime consuete da quelle parti c’impediva di vedere con chiarezza persino in pieno giorno; di notte, poi, era così densa che non era possibile individuare nessun oggetto a due lunghezze dalla nave. Avevo fatto accendere le luci dell’albero maestro e tenevo sempre una sentinella per cercare di avvistare i pescherecci che di solito mollano l’ancora lungo i banchi di sabbia. Soffiava una brezza vivace e noi solcavamo le acque a gran velocità. A un tratto la vedetta lanciò l’allarme: “Una nave a prua!”, e l’aveva appena detto che le eravamo già addosso. Era una piccola goletta all’ancora col fianco rivolto verso di noi. La ciurma dormiva e non aveva issato la luce. La colpimmo proprio nel mezzo. La potenza, le dimensioni e il peso del nostro vascello la trascinarono sott’acqua; le passammo sopra e fummo costretti a proseguire il nostro corso precipitoso. Mentre il relitto fracassato affondava sotto di noi, vidi di sfuggita due o tre disgraziati che si precipitavano mezzi nudi fuori dalla cabina: erano appena usciti dai loro letti per essere inghiottiti, urlanti, dalle onde! Mentre annegavano udii il loro ultimo grido confondersi con quello del vento. La raffica che ce lo portò alle orecchie ci allontanò fin dove non potevamo più udire altro. Non dimenticherò mai quel grido! L’abbrivio era tale che ci volle un po’ prima che potessimo invertire la rotta della nave. Tornammo sul posto dov’era stata ancorata la goletta, ma non riuscimmo a individuarlo con precisione. Incrociammo su e giù per diverse ore nel fitto nebbione. Sparammo dei razzi di segnalazione e restammo attenti in ascolto per cogliere il richiamo di qualche superstite, ma tutto era silenzio, non li vedemmo più e non ne sapemmo più nulla!».
Confesso che, per un certo tempo, queste storie interruppero le mie belle fantasticherie. Con la notte la tempesta peggiorò. Il mare era orribilmente agitato. Si udiva un rombo cupo, spaventoso: erano le onde che si precipitavano e i flutti che s’infrangevano. L’abisso chiamava un altro abisso. A volte la massa nera delle nuvole sulle nostre teste sembrava squarciata dai bagliori delle saette che guizzavano sulle onde schiumose e rendevano ancora più terribile l’oscurità che seguiva. I tuoni rombavano sulla vasta distesa d’acqua e le onde, simili a montagne, li riecheggiavano e li prolungavano. Mentre la nave s’inabissava rollando in quelle fragorose caverne, sembrava un miracolo che riacquistasse l’equilibrio o mantenesse la capacità di galleggiare. I pennoni s’immergevano nell’acqua, la prua era quasi sepolta dai marosi. A volte sembrava che l’ondata successiva fosse lì lì per sopraffarla e solo un destro colpo di timone la salvava dalla collisione.
Quando mi ritirai in cabina, quello spettacolo terribile non mi abbandonò. Il sibilare del vento tra le sartie sembrava un lugubre gemito. Lo scricchiolio degli alberi, lo sforzo e il cigolio delle paratie mentre la nave avanzava a fatica sul mare perturbato, suscitavano terrore. Mentre ascoltavo i marosi che si infrangevano contro la fiancata della nave e mi assordavano, mi sembrava che intorno a quella prigione galleggiante la Morte si scatenasse alla ricerca di una preda: il semplice spostamento di un chiodo, l’aprirsi di una giuntura avrebbero potuto farla entrare.
Una bella giornata, con il mare calmo e la brezza a favore fu sufficiente a fugare quelle lugubri riflessioni. Sul mare, è impossibile resistere all’influsso rasserenante del tempo buono e di un bel vento. Com’è bella e superba la nave quando, adorna di tutte le sue vele issate e rigonfie, procede di gran carriera sulle acque increspate! Come sembra prode e altera, una vera signora degli abissi!
Potrei riempire un volume intero con le fantasie suscitate da un viaggio per mare, dato che per quanto mi riguarda è una fantasticheria quasi interminabile… ma è tempo di giungere a riva.
Una bella mattina di sole, dall’alto dell’albero maestro fu lanciato l’entusiasmante grido di «Terra!». Solo chi l’ha provato può farsi un’idea della miriade di sensazioni piacevoli che si affollano in un cuore americano quando, per la prima volta, giunge in vista dell’Europa! Il nome stesso induce una grande quantità di associazioni. È la terra promessa che trabocca di tutto ciò che ha udito nei racconti della fanciullezza o su cui ha meditato negli anni di studio.
Da allora fino al momento dello sbarco, tutto fu febbrile eccitazione. Le navi da guerra si aggiravano lungo la costa come custodi giganteschi. I promontori dell’Irlanda che si allungavano nel Canale di St George, le montagne del Galles che svettavano tra le nubi: tutto suscitava un grande interesse. Mentre risalivamo il Mersey, scrutai le sponde con un cannocchiale. Il mio sguardo indugiò con piacere sulle linde casette dagli arbusti ben tagliati e dai verdi praticelli. Vidi le rovine cadenti di un’abbazia ammantata di edera e lo stretto campanile di una chiesa di campagna ergersi oltre il ciglio di una vicina collina: era tutto caratteristicamente inglese.
La marea e il vento erano così favorevoli che la nave poté accostarsi subito al molo. Era affollato di gente: alcuni erano semplici spettatori, altri in ansiosa attesa di amici o parenti. Riconobbi il mercante che aspettava la consegna della nave con la fronte aggrottata e l’espressione assorta di chi è intento a far calcoli. Teneva le mani in tasca e fischiettava pensieroso mentre camminava avanti e indietro nel piccolo spazio lasciatogli dalla folla, per riguardo verso la sua temporanea importanza. Ci fu un reciproco scambio di richiami e saluti tra la riva e la nave a mano a mano che gli amici si riconoscevano. Notai in special modo una giovane donna malvestita, il cui comportamento tuttavia suscitava interesse. Si sporgeva in mezzo alla folla, il suo sguardo perlustrava la nave mentre si avvicinava alla riva, per distinguervi un viso amato. Pareva delusa e ansiosa, quando udii una flebile voce pronunciare il suo nome. Era quella di un povero marinaio che si era ammalato in viaggio e a bordo aveva suscitato la simpatia di tutti. Quando il tempo era buono, i compagni gli stendevano un materasso all’ombra, sul ponte, ma ultimamente le sue condizioni erano talmente peggiorate che non si alzava più dall’amaca e si limitava a esprimere il desiderio di rivedere la moglie prima di morire. Quando avevamo imboccato il fiume lo avevano aiutato a salire sul ponte e ora se ne stava appoggiato alle sartie, con un viso a tal punto smagrito, pallido e spettrale che non c’era di che meravigliarsi se nemmeno gli occhi dell’amore riuscivano a riconoscerlo. Ma al suono di quella voce, gli occhi della donna si volsero veloci verso il suo profilo; vi lessero in un lampo tutto un poema di dolore. La giovane giunse le mani, emise un piccolo grido e restò lì a torcersele in un silente strazio.
Ormai tutto era fretta e confusione: i conoscenti che s’incontravano, gli amici che si salutavano allegri, le contrattazioni degli uomini d’affari. Io ero l’unico solitario e non avevo nulla da fare. Non avevo amici da incontrare, né saluti a cui rispondere. Posai il piede sulla terra dei miei padri, ma su quella terra sentii di essere uno straniero.