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Stories by washington irving

il pranzo di natale (italian)

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Avevo appena finito la mia toletta e mi trovavo in biblioteca insieme a Frank Bracebridge, quando udimmo in lontananza un colpo fragoroso: era, mi dissero, il segnale che il pranzo era in tavola. Lo Squire era fedele alle tradizioni culinarie del passato come nel resto della casa e il mattarello battuto con forza contro la piattaia avvertiva i domestici che dovevano servire le carni.
Proprio allora il cuoco batté tre colpi,
e tutti i camerieri, in un attimo,
obbedirono al richiamo;
ciascun servitore, con un piatto in mano,
avanzò fiero, come il corteo della banda,
presentò e si congedò.
Il pranzo venne servito nel grande salone dove ogni anno si celebrava il banchetto natalizio. Per riscaldare l’immensa sala era stato acceso un bel fuoco di ceppi che fiammeggiavano scoppiettando e la fiamma saliva lanciando scintille e torcendosi su per la larga canna del camino. Il grande quadro del cavaliere crociato e del suo destriero bianco era tutto contornato, per l’occasione, da fasci di ramoscelli verdi e, sul muro opposto, le armi, l’elmo e la spada erano adornati di edera e di agrifoglio. Debbo ammettere, per inciso, che nutrivo forti dubbi sull’autenticità del ritratto e delle armi attribuite al crociato perché mostravano segni evidenti di tempi ben più recenti; ma venni poi a sapere che l’uno era considerato autentico da tempi immemori e, in quanto all’armatura, era stata rinvenuta per caso in un vecchio deposito e innalzata agli onori di oggi dallo Squire che, su due piedi, aveva deciso che quella dovesse essere l’armatura dell’eroe di famiglia. Su tali questioni la sua autorità era assoluta e il caso era stato quindi archiviato senza discutere. Al di sotto di questo monumento cavalleresco era posta una credenza con un’esposizione tanto ricca di stoviglie che avrebbe potuto competere (almeno per varietà) con quella del tempio di Belsazar: «Fiasche, vasetti, tazze, coppe, bicchieri, piatti e brocche»: lussuosi utensili che indicavano una vita piena di piaceri e che si erano accumulati nel corso di molte generazioni di ospitali anfitrioni. Davanti al mobile erano poste due candele natalizie, luminose come stelle di prima grandezza; altre luci erano sistemate qua e là a gruppi e, nel complesso, l’allestimento scintillava come un argenteo firmamento.
Fummo accolti, nella sala del banchetto, da canzoni giullaresche: era il vecchio musicista che, seduto su uno sgabello vicino al camino, pizzicava l’arpa con forza piuttosto che con grazia. Nessuna tavola natalizia presentò mai una varietà di volti più graziosa e piacevole: chi non era propriamente avvenente era, almeno, felice e la felicità è un belletto eccezionale per un viso cui la natura ha elargito pochi favori. Penso che un’antica famiglia inglese possa essere oggetto di studi quanto una collezione di ritratti di Holbein o di incisioni di Albert Dürer. È possibile imparare molto sul passato e acquisire una buona conoscenza delle fisionomie dei tempi passati. Nasce forse dal fatto di trovarsi sotto gli occhi molto di frequente questi vetusti ritratti di famiglia che tanto abbondano nei castelli di questo paese; è evidente che i tratti somatici caratteristici degli antenati si tramandano con grande fedeltà e mi è capitato spesso di rintracciare un naso di famiglia lungo un’intera galleria di ritratti, legittimamente passato di padre in figlio fin dall’epoca della conquista normanna. Qualcosa di analogo si poteva osservare nell’onorevole comitiva che mi sedeva intorno. Molte di quelle facce avevano avuto origine in epoca gotica ed erano stati poi semplicemente copiati dalle successive generazioni. C’era, in particolare, una fanciulla contegnosa che aveva un profilo marcatamente romano e un’espressione quanto mai astiosa ed era la prediletta dello Squire perché, come egli affermava, «era una Bracebridge in tutto e per tutto, la sosia di una sua antenata che era alla corte di Enrico VIII».
Il parroco recitò una preghiera di ringraziamento, non con poche parole pronunciate alla svelta come si fa di solito in quest’epoca che passa sopra alle cerimonie, bensì con un lungo discorso d’antica tradizione, raffinato e ben costruito. Ci fu un momento di sospensione, come se tutti stessero aspettando qualcosa, poi si udì un rumore di passi e il maggiordomo, in mezzo a due servitori che recavano due alti ceri accesi, fece il suo ingresso in sala reggendo un piatto d’argento sul quale era adagiata un’enorme testa di maiale, con un limone in bocca, tutta guarnita di rosmarino. Con un gesto molto solenne, lo posò a capo tavola. Nel preciso istante in cui fece la sua apparizione questo fastoso corteo, il suonatore d’arpa attaccò un’ouverture e, al termine, lo studente di Oxford, a un cenno dello Squire, cantò, con un’espressione di ridicola serietà, una antica ballata che incominciava con questa strofa:
Caput apri defero
Reddens laudes Domino.
La testa del cinghiale reco in mano,
ornata di fresche ghirlande e rosmarino.
Vi prego di cantare allegramente,
Qui estis in convivio.
Benché fossi preparato ad assistere a un certo numero di piccole bizzarrie, conoscendo la particolare passione del padrone di casa, devo ammettere però che la messinscena che aveva accompagnato l’entrata di quella strana pietanza, mi lasciò alquanto perplesso finché, da uno scambio di battute tra il padrone di casa e il parroco, riuscii a intuire che con quella portata si voleva rappresentare la testa di cinghiale che, in tempi lontani, veniva offerta nei sontuosi banchetti di Natale con un cerimoniale pomposo, musica e canti. «Mi aggrada quest’antica usanza», disse lo Squire, «non solo perché è sfarzosa e di per sé gradevole, ma perché veniva riproposta nel collegio di Oxford dove ho studiato. Quando riascolto la vecchia ballata, torno con la mente ai tempi in cui ero un ragazzo senza pensieri, rivedo la vecchia sala fastosa e i miei compagni distribuiti qui e là nei loro abiti neri. Molti di loro, ahimé, sono ormai morti e sepolti!».
Il parroco, che non si era lasciato toccare da simili ricordi, era come sempre più attento al testo che ai sentimenti; ebbe da ridire infatti sul fatto che la versione della canzone data dallo studente di Oxford era difforme da quella cantata in collegio. E proseguì con l’arida insistenza del commentatore, riferendo il testo, arricchendolo con varie note; all’inizio si rivolse all’intera comitiva e poi, accorgendosi che l’attenzione si stava spostando via via su altri discorsi e argomenti, abbassò il tono della voce man mano che il numero degli ascoltatori diminuiva, finché si trovò a rivolgere i suoi commenti a un vecchio signore dall’aria assente che gli sedeva accanto, tutto concentrato in un muto dialogo con un enorme piatto di tacchino.
La tavola era completamente ricoperta da cibi appetitosi e offriva un compendio dell’abbondanza che la campagna concede in questa stagione di dispense ben fornite. Un ruolo di primo piano era assegnato «all’antico filetto di manzo», come lo definì il mio ospite che soggiunse: «È il simbolo della tradizionale ospitalità inglese ed è un gran bel pezzo di carne che si presenta bene». Vi erano diverse pietanze con eccentriche decorazioni che, evidentemente, si richiamavano alla tradizione, ma non chiesi informazioni in proposito perché non volevo apparire troppo curioso.
Non posso però fare a meno di accennare a un magnifico pasticcio di carne, fastosamente decorato di piume di pavone disposte a ruota, che oscurava con la sua mole gran parte della tavola. Si trattava, ammise lo Squire dopo un attimo di tentennamento, di un pasticcio di fagiano, anche se quello di pavone sarebbe stato più conforme alla tradizione; ma quell’anno si era abbattuta una tale morìa tra i suoi pavoni che, a dispetto delle sue intenzioni, non aveva potuto rispettare l’usanza e ucciderne ancora uno.
Potrebbe risultare noioso per i miei lettori i quali, più saggi di me, non si sono lasciati andare alla mia stessa passione per dettagli desueti e decaduti, conoscere degli altri stratagemmi con cui l’anziano e degno gentiluomo si adoperava di seguire, sia pure a debita distanza, le stravaganti usanze di un tempo. Mi fece però piacere osservare con quanto ossequio i bambini e tutti i parenti si adeguavano ai suoi capricci. Sembrava che ne compenetrassero l’intima natura e fossero tutti consapevoli del proprio ruolo, avendo indubbiamente già preso parte ad altre rappresentazioni analoghe. Mi divertiva anche l’aria di solenne gravità con cui il maggiordomo e gli altri domestici svolgevano i loro compiti, per quanto eccentrici fossero. Anche costoro avevano un aspetto insolitamente antiquato, forse perché erano quasi tutti cresciuti nella famiglia seguendo le abitudini della casa e l’indole stravagante del proprietario e, molto probabilmente, erano convinti che le sue bizzarrie fossero la prassi normale per quanto riguardava la conduzione di una casa.
Una volta sgombrata la tavola, il maggiordomo portò un capiente boccale d’argento, originale e finemente cesellato, che posò davanti allo Squire. La sua comparsa fu accolta con grande esultanza: si trattava del Wassail Bowl, assai noto nei festeggiamenti del Natale. Il contenuto era stato preparato dal padrone di casa in persona che era particolarmente orgoglioso della destrezza con cui dosava i diversi ingredienti, con il pretesto che si trattava di un’attività troppo ardua e complicata per il comprendonio di un semplice domestico. Effettivamente, era una bevanda che avrebbe fatto sobbalzare il cuore di un alcolizzato, una mistura dei vini più pregiati e alcolici, molto aromatica e addolcita e sulla cui superficie galleggiavano piccoli pezzi di mele secche.
Il volto dello Squire splendeva di un’intima e assoluta felicità mentre rimestava il contenuto della grande coppa. Dopo averla accostata alle labbra declamando un sincero augurio di buon Natale a tutti i presenti, lo fece circolare intorno alla tavola, ancora colmo, affinché ognuno, secondo l’antica usanza, seguisse il suo esempio, affermando che quella era «l’antica sorgente della bontà, dove tutti i cuori s’incontrano».
Risate e motteggi accompagnarono il giro di quella genuina manifestazione dell’allegria natalizia. Le signore lo saggiarono appena con le labbra, ma quando fu la volta al signorino Simon, questi lo sollevò con entrambe le mani e, con un’aria da allegro briccone, attaccò la vecchia canzone del Wassail Bowl:
La coppa bruna,
la festosa coppa bruna,
quando viene passata in giro,
riempila
ancora:
lascia che il mondo dica ciò che vuole
e vuota la coppa traboccante.
La brocca profonda,
la gaia brocca profonda,
mentre tracanni in libertà,
canta,
versa:
sii allegro come un re
e risuoni la florida risata.
Durante il pranzo la conversazione s’incentrò soprattutto su questioni familiari che mi erano estranee. Si scherzò molto sul signorino Simon e su una certa vispa vedovella che a quanto pare lui corteggiava. Il “la” venne dato dalle signore, ma l’offensiva fu portata avanti per tutto il pranzo dal robusto vecchio dall’espressione inebetita seduto accanto al parroco, che doveva essere uno di quei buontemponi a scoppio ritardato che, un po’ lenti all’inizio del gioco, sono dei campioni nel proseguirlo all. A ogni pausa della conversazione generale, riprendeva dall’inizio, all’incirca con le stesse parole, strizzandomi ora un occhio ora l’altro ogni volta che assestava al signorino Simon quello che riteneva un colpetto efficace. In realtà, la vittima sembrava contentissima di essere burlata su quella questione, come spesso accade agli scapoloni, e ne approfittò per mettermi al corrente, in tono sommesso, che quella tal signora era un fiore e che guidava da sola il proprio calessino.
Il banchetto proseguì così in un’atmosfera di costumata gaiezza e se, in altri tempi, la sala aveva echeggiato di ben altri bagordi, non credo tuttavia che avesse mai accolto scherzi più onesti e sinceri. Com’è facile, per un individuo generoso, spandere gioia attorno a sé! Quale fonte di felicità è un animo gentile quando dona con il sorriso freschezza e nuova energia a tutto ciò che lo circonda! Lo stato d’animo del nobile Squire era assolutamente contagioso: era un uomo lieto e incline a rendere altrettanto lieto il mondo intero e, in un certo senso, le piccole bizzarrie della sua indole riuscivano ad aggiungere piacevolezza alla sua filantropia.
Allorché le signore si furono ritirate, la conversazione, come di consueto, si fece più vivace: saltarono fuori numerose facezie pensate durante il pranzo, ma taciute perché non propriamente confacenti all’orecchio di una signora e, per quanto non possa affermare che fossero molto divertenti, mi è capitato spesso di udire battute di rara arguzia provocare molta meno ilarità. Lo spirito, dopo tutto, è un ingrediente efficace, stuzzicante e pungente, a volte troppo acido per lo stomaco, ma il sincero buon umore è il condimento delle riunioni spensierate e non vi è migliore comitiva di quella in cui le battute sono semplici e grasse le risate.
Lo Squire riferì parecchi scherzi e lunghe avventure che risalivano ai suoi primi anni di collegio, in alcune delle quali aveva avuto per compare il parroco, benché, osservandolo ora, ci volesse un certo sforzo d’immaginazione per figurarsi quell’omuncolo nero e impagliato, nell’atto di giocare un brutto tiro a qualcuno. I due compagni di scuola erano la dimostrazione lampante di come gli uomini vengono plasmati dai diversi destini della vita. Lo Squire aveva lasciato l’università per vivere una vita sana e ricca sulle terre di famiglia, godendo abbondantemente del sole e della prosperità, ed era giunto alla vecchiaia florido e appagato; viceversa, il povero parroco si era rinsecchito e ingobbito in mezzo a volumi polverosi, nel silenzio e nell’oscurità del suo studiolo. Tuttavia, sembrava che una scintilla quasi spenta gettasse ancora un fioco bagliore in fondo al suo animo perché quando lo Squire si riferì a un certo aneddoto di cui erano protagonisti il parroco e una vispa lattaia incontrata sulle rive dell’Isis, il gentiluomo atteggiò il volto in una serie di smorfie che, per quanto m’era dato di intuire dalla sua fisionomia, sembravano significare una risata. In effetti, di rado capita di imbattersi in un vecchio galantuomo che si offenda nel sentir rievocare gli episodi galanti della sua lontana gioventù.
Mi accorsi che il vino e il Wassail stavano rapidamente guadagnando terreno sull’arido campo del buon senso e della moderazione. La compagnia diventava sempre più vivace e rumorosa e le battute sempre più piccanti. Il signorino Simon friniva a più non posso come una cavalletta ebbra di rugiada, si esibiva in canzoni sempre più pittoresche e colorite, finché si abbandonò a un lacrimevole sentimentalismo a proposito della sua giovane vedova. Intonò persino una lunga ballata che parlava del corteggiamento di una vedova, che, mi disse, aveva rinvenuto in un eccellente manoscritto in caratteri gotici intitolato Cupido, avvocato d’amore, prodigo di numerosi buoni consigli per gli scapoli, e che promise di prestarmi. La prima strofa diceva:
Chi vuole corteggiare una vedova, non deve perder tempo:
raccolga il fieno finché il sole è alto,
non stia con lei a «devo, non devo»
ma dica coraggiosamente: «Vedova, devi esser mia».
Questa canzone entusiasmò il vecchio signore un po’ zuccone che tentò più volte di narrare una storiella piuttosto grassa ricavata da Joe Miller e che faceva giusto al caso, ma si bloccava sempre a metà, perché tutti conoscevano la fine tranne lui. Gli effetti dell’appetitosa mensa erano evidenti anche sul parroco che, pian piano, si era appisolato – indizio molto sospetto – con la parrucca spostata da una parte. Proprio allora fummo invitati a rientrare in salotto, sicuramente dietro personale iniziativa del nostro anfitrione la cui giovialità sembrava sempre accompagnata da un opportuno rispetto per il decoro.
Sparecchiata la tavola da pranzo, la sala fu lasciata ai membri più giovani della famiglia che, istigati dallo studente di Oxford e dal signorino Simon ad ogni genere di gioco rumoroso, si scatenarono facendo echeggiare i vecchi muri della loro allegria. Mi rende oltremodo lieto assistere ai giochi dei bambini, soprattutto durante questo sereno periodo di festa e, attratto da uno dei loro scoppi di risa, non potei fare a meno di abbandonare di soppiatto il salotto. Li trovai che giocavano a mosca cieca. Come sempre il signorino Simon capeggiava il clamore: a ogni occasione, lui sembrava assolvere sempre le funzioni di quell’antico ruolo, il Signore del Malgoverno. Si trovava infatti al centro della sala con gli occhi bendati e intorno a lui i fanciulli si davano un gran daffare, come le fate burlone intorno a Falstaff, pizzicandolo, strattonandolo per le falde della giacca, facendogli il solletico con delle pagliuzze. La sua aguzzina più spietata era una bella giovinetta di circa tredici anni, dagli occhi azzurri, i capelli biondi scompigliati, il volto arrossato e ridente, l’abito quasi a brandelli: proprio l’immagine di una briccona. Dall’astuzia con cui il signorino Simon scansava le prede più piccine e costringeva invece negli angoli la piccola ninfa selvaggia, spingendola a saltare sulle seggiole strillando, mi venne il dubbio che l’imbroglione fosse bendato solo quel tanto che gli conveniva.
Quando rientrai in salotto, la compagnia era raccolta intorno al caminetto, assorta nell’ascolto del parroco, il quale se ne stava sprofondato in una sedia di quercia dall’alta spalliera – frutto del lavoro di un abile artigiano del passato – trasportata proprio per lui dalla biblioteca. Da quell’antico sedile che era in perfetta armonia con la sua silhouette scura e il viso rabbuiato e grinzoso, riportava alla luce strani racconti di superstizioni e leggende popolari della campagna circostante, che era venuto a sapere al tempo dei suoi studi su argomenti dell’antichità. Sono piuttosto propenso a credere che il bravuomo fosse anche lui un tantino superstizioso, come accade di frequente a chi conduce una vita appartata, dedita allo studio in un angolo solingo della campagna e riflette a lungo sugli antichi manoscritti che spesso sono arricchiti di elementi leggendari e soprannaturali. Ci narrò numerosi accadimenti locali a proposito dell’immagine del crociato disteso sulla tomba accanto all’altare della chiesa. Essendo questo l’unico monumento del genere nei dintorni, era sempre stato guardato con superstizioso timore dalle donne semplici del villaggio. Si diceva che nelle notti tempestose, soprattutto quando il cielo echeggiava del fragore dei tuoni, uscisse dal sepolcro e passeggiasse per il cortile della chiesa. In una notte chiara, poi, un’anziana donna che abitava una casupola in fondo al cortile lo aveva intravisto, attraverso la finestra della chiesa, incedere a passo lento su e giù per la navata laterale. Era idea diffusa che il defunto avesse lasciato un torto da sanare oppure un tesoro nascosto e che questo lo turbasse e fosse causa della sua continua inquietudine. Si vociferava di oro e di gioielli seppelliti nella tomba sulla quale lo spettro faceva buona guardia e tutti erano al corrente dell’episodio del vecchio sagrestano che, una notte, si avvicinò alla bara, ma che, non appena la sfiorò, si ritrovò sul pavimento privo di sensi colpito da una tremenda manata dell’immagine marmorea. Spesso, i contadini più coraggiosi si facevano beffa di queste storie, ma quando calava la notte molti scettici, anche i più ardimentosi esitavano ad avventurarsi da soli lungo la stradina che attraversava il cimitero della chiesa.
Da questa e da altre storielle, fu evidente che il crociato era l’eroe preferito dei racconti di fantasmi della zona. I domestici erano certi che qualcosa di sovrannaturale aleggiasse anche nel suo ritratto appeso nel salone perché si erano convinti che, da qualsiasi punto della sala lo guardassero, gli occhi del guerriero erano sempre rivolti a loro. Anche la moglie del vecchio portiere, giù alla loggia, nata e cresciuta nella famiglia e gran pettegola tra le cameriere, assicurava di aver sentito spesso raccontare da ragazza che nella notte di S. Giovanni quando – com’è noto – è possibile vedere spettri, folletti e fate di ogni sorta gironzolare all’aperto, il crociato montava sul suo destriero, usciva dal quadro, attraversava la casa, il viale e si recava in chiesa a visitare la propria tomba e, in quel frangente, il portale della chiesa, con molta cortesia, si spalancava da solo. Lui, del resto, non ne avrebbe avuto bisogno dato che attraversava con il cavallo sia i cancelli chiusi e persino i muri di pietra e una lattaia lo aveva visto insinuarsi tra due sbarre del grande cancello del parco, dopo essere diventato sottile come un foglio di carta.
Mi resi conto che tutte queste credenze erano state assai incoraggiate dallo Squire il quale, immune da ogni superstizione, si gratificava molto nel constatare che gli altri ne fossero vittime. Tra le varie leggende locali, seguiva con attenzione tutte le storie di fantasmi e aveva in grande simpatia la moglie del portiere proprio per quella sua inclinazione per il soprannaturale. Egli stesso era un accanito lettore di vecchie leggende e di vicende romantiche e si lamentava spesso di non riuscire a credervi perché una persona superstiziosa, diceva, vive in una specie di mondo fatato.
Mentre eravamo tutti assorti nei racconti del parroco, le nostre orecchie furono improvvisamente assordate da uno scoppio di suoni eterogenei, una mescolanza di canzoni, grida infantili e risate di fanciulle. La porta si spalancò e un corteo che poteva sembrare lo scioglimento delle fila delle fate, irruppe nella sala. Il signorino Simon, instancabile nell’attendere ai suoi compiti di Signore del Malgoverno, aveva avuto l’idea di una mascherata di Natale e, convocati a sé lo studente di Oxford e il giovane ufficiale – ambedue ugualmente ben disposti nel praticare qualunque intervento potesse provocare trambusto e allegria – l’aveva realizzata in men che non si dica. Con l’aiuto della vecchia governante, avevano perlustrato attentamente armadi e guardaroba, scovandovi accessori eleganti che non vedevano più la luce da parecchie generazioni; i più giovani della comitiva erano stati richiamati di nascosto dal salotto e dalla sala e tutti erano stati abbigliati con ricercatezza, nella comica imitazione di un’antica mascherata.
Il signorino Simon, sotto le spoglie dell’antico spirito del Natale, era alla testa dell’avanguardia, mascherato in modo buffo con un collare increspato, un mantello liso che pareva essere una sottoveste smessa della governante e un copricapo che si sarebbe potuto scambiare per il campanile di un villaggio e che senza dubbio risaliva all’epoca della Convenzione Nazionale. Sotto il cappello, il suo naso superbamente ricurvo, rosseggiava come un fiore sferzato dal vento gelido e sembrava il trofeo di una gelata invernale. Accanto a lui, la bricconcella dagli occhi azzurri sfilava nelle vesti di Madama Tartina, ammantata nella dignitosa magnificenza di una pezza di broccato consunto, con una lunga pettorina, il cappello a punta e le scarpe con i tacchi alti. Il giovane ufficiale era Robin Hood, in abito di panno verde e berretto a bustina adorno di una nappina dorata. La maschera in verità, non rivelava preparativi accurati, semmai un’esibita attenzione al pittoresco, tipico di un innamorato al cospetto della dama del suo cuore. La bella Giulia, con un lezioso costume da contadinella, gli dava il braccio e rappresentava l’amata di Robin, Marian. Il resto del corteo era mascherato in diversi modi: le ragazze acconciate al modo delle belle di casa Bracebridge; i giovanotti, truccati in viso con il sughero bruciato, seriosamente bardati con ampie gonne, maniche troppo lunghe e parrucche troppo larghe, impersonavano 1’“Arrosto”, il “Plum Pudding” e altre celebrità delle antiche feste in maschera. Tutta la compagnia era guidata dallo studente di Oxford, sotto le spoglie del Malgoverno e notai che, con la sua bacchetta, esercitava un pericoloso potere sui personaggi più giovani del corteo.
Il culmine della confusione generale si ebbe quando questa torma mascherata in modo così stravagante irruppe al rullo del tamburo, secondo l’antica usanza. Il signorino Simon si ammantò di gloria per l’eleganza con cui, nei panni dell’Antico Spirito del Natale, eseguì un minuetto con la degna, benché alquanto turbolenta, Madama Tartina. Ci fu poi una danza a cui parteciparono tutti i personaggi e, considerando il genere e la varietà dei costumi, si sarebbe potuto pensare che tutti i vecchi ritratti di famiglia fossero scesi dalle tele per sfilare in corteo. Figuravano secoli diversi uno accanto all’altro: il Medioevo faceva capriole e danzava il rigadoon e i tempi della Regina Elisabetta eseguivano festosi la giga al centro, in mezzo a un susseguirsi di generazioni.
Il degno Squire ammirava questa rutilante giostra carnevalesca e la nuova vita del suo dismesso guardaroba gustandolo con ingenuo, infantile piacere. Rideva e si strofinava le mani, senza prestare alcuna attenzione a ciò che gli diceva il parroco, nonostante le dotte disquisizioni e dimostrazioni irrefutabili intorno all’antica danza del Pavo o pavone da cui era certo discendesse il minuetto. Per quanto mi riguarda, ero entusiasta delle varie manifestazioni di bizzosa e innocente allegria che si svolgevano davanti ai miei occhi. Era uno spettacolo emozionante vedere il divertimento di quegli occhi raggianti e la calda ospitalità mostrarsi a dispetto del rigore e della cupezza della brutta stagione, la vecchiaia riscuotersi dalla quotidiana indolenza e godere nuovamente il fresco sapore di un passatempo giovanile. La situazione m’incuriosiva soprattutto perché pensavo che questi divertimenti effimeri fossero già da tempo caduti in disuso e che forse questa era l’unica famiglia in Inghilterra in cui venissero ancora seguiti in modo così fedele e attento ai dettagli. In quella confusione c’era anche un’unicità che le dava un sapore particolare: si addiceva al luogo e all’ora; e mentre il vecchio maniero quasi si scuoteva sotto la furia delle danze, del fracasso e del Wassail, sembrava ritrovare l’eco di una gaiezza sparita ormai da molti anni.
***
Ma basta con il Natale e i suoi svaghi: è giunto il momento di smetterla con le chiacchiere. Mi pare di sentire la domanda posta dai miei lettori più seri: «A che serve tutto ciò? Come può il mondo diventare più savio con questo racconto?». Ahimé! La nostra saggezza non è già sufficiente all’evoluzione del mondo? E, in caso contrario, non vi sono forse un gran numero di scrittori più abili di me che si adoperano per migliorarlo? È tanto più gradevole offrire diletti piuttosto che insegnamenti, far la parte del compagno invece di quella del precettore! E, infine, quale pietruzza di saggezza potrei mai aggiungere alla montagna del sapere o come potrei ottenere la certezza che le mie osservazioni più dotte possano servire da guida sicura per le opinioni altrui? Scrivendo al fine di divertire, invece, se fallisco nel mio scopo il solo svantaggio è il mio disappunto. Se poi, per un caso fortunato, riesco, in questi tempi bui, a distendere una ruga di preoccupazione da una fronte, o alleviare per un istante il dolore di un cuore afflitto; se posso, di tanto in tanto, sollevare il cupo velo della misantropia e suscitare una benevola immagine della natura umana, cosicché il lettore si trovi a essere più soddisfatto del suo prossimo e di se stesso, allora certamente i miei scritti non saranno del tutto vani.