Stories 93 / Random

Stories by washington irving

il pescatore con la lenza (italian)

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Dicono che, di tanto in tanto, qualche monello discolo mosso dalla lettura di Robinson Crusoe, fugga di casa per darsi alla vita marinara. Analogamente, secondo me, molte brave persone che amano passare il loro tempo con la canna in mano lungo gli argini dei torrenti e dei fiumiciattoli possono attribuire l’insorgere della loro passione alle avvincenti pagine del bravo Isaak Walton. Ricordo anch’io di aver studiato molti anni orsono il suo Complete Angler, in compagnia di un manipolo di amici, in America: dopo di che diventammo tutti maniaci della lenza. Era l’inizio dell’anno; ma con la buona stagione, appena la primavera prese a sfumare nell’estate, afferrammo la canna e andammo per campi, furiosi come Don Chisciotte dopo aver letto i romanzi cavallereschi.
Uno di noi, anzi, aveva preso a modello il cavaliere dalla triste figura nell’accuratezza dell’equipaggiamento, e si era bardato, infatti, da capo a piedi per l’impresa. Indossava una giacca di fustagno a coste larghe, complicata da una cinquantina di tasche, un paio di robusti scarponi e ghette di cuoio; portava a tracolla un cestino per il pesce, una canna da pesca speciale, una retina e una gran quantità di altri arnesi che si trovano soltanto nell’armamentario del vero pescatore. Con quell’attrezzatura, attirava gli sguardi stupefatti dei contadini che non avevano mai visto un pescatore con la lenza altrettanto agghindato, e provocava la stessa curiosità che l’eroe della Mancia, tutto armato d’acciaio, suscitava tra i pastori della Sierra Morena.
Facemmo la nostra prima prova lungo un torrente di montagna in mezzo agli altipiani dell’Hudson: luogo del tutto inadatto per applicare le tecniche di pesca messe a punto per essere praticate lungo le sponde vellutate dei tranquilli corsi d’acqua inglesi. Quello era uno dei torrenti selvaggi che, nelle nostre romantiche solitudini, regalano inesplorate bellezze sufficienti a riempire l’album degli schizzi di colui che va in cerca di panorami pittoreschi. Prima scendeva lungo gradini di roccia e creava piccole cascate su cui gli alberi protendevano i rami dondolanti: dalle pareti a picco pendevano lunghe erbe senza nome, come una frangia, stillando gemme; poi procedeva fragoroso e spumeggiante in fondo a un orrido, nella fitta ombra di una foresta, saturandola di mormorii e, dopo questo corso turbolento, riaffiorava all’aperto con l’aspetto più placido e composto che si possa immaginare: allo stesso modo mi è capitato di vedere qualche massaia pestifera e bisbetica, dopo aver riempito la casa di urla e di malumore, uscire dalla porta con il sorriso sulle labbra ballonzolando e facendo riverenze, gentilissima e ben disposta verso il resto del mondo.
Con quanta calma quel ruscello errabondo scivolava tra le verdi distese erbose, in mezzo alle montagne in cui il silenzio era rotto solo dagli scampanellii del gregge che oziava nel trifoglio o dalla scure del boscaiolo che risuonava nella vicina foresta!
Per parte mia, sono stato sempre un disastro in tutti quegli sport che richiedono dedizione e abilità e non avevo trascorso nemmeno mezz’ora pescando che ero già «del tutto soddisfatto» e persuaso della veridicità delle affermazioni di Isaak Walton: che, cioè, la pesca con la lenza è come la poesia, bisogna esserci portati. Avevo preso all’amo me stesso invece del pesce, intrecciato la lenza in ogni ramo, perduto l’esca, spezzato la canna finché, persa ogni speranza, abbandonai il tentativo e trascorsi la giornata sotto gli alberi leggendo il buon vecchio Isaak, accontentandomi di farmi rapire dalla sua ispirazione affascinante e dal suo sentimento della natura, anziché dalla passione per la pesca. I miei amici, però, si dimostrarono più tenaci. Li vedo ancora strisciare guardinghi lungo l’argine, dove il torrente riaffiorava alla luce o era ombreggiato dagli arbusti o dai cespugli. Rivedo il tarabuso che si alza con un grido cupo, mentre loro irrompono nel suo inviolato rifugio; il martin pescatore che, preoccupato, li osserva dal suo albero che proietta l’ombra sul profondo stagno nero dentro la gola montana; la tartaruga che scivola via di lato dalla roccia o dal tronco su cui si riscaldava immobile e la rana che, impazzita per la paura, s’immerge rapida al loro arrivo e diffonde l’allarme in tutto il circostante mondo acquatico.
E ricordo che, dopo aver faticato, sorvegliato e camminato quasi tutto il giorno, con scarsissimo successo nonostante tutto il ragguardevole equipaggiamento, venne giù dalla montagna un goffo giovanottello con una lenza fatta con un ramo, qualche metro di spago, un amo che credo fosse stato ricavato da uno spillo ricurvo e – santi numi! – come esca un volgarissimo lombrico: nel giro di mezz’ora prese più pesci di quanti avessimo provato a far abboccare in tutta la giornata!
Soprattutto, però, mi torna in mente il «pasto saporito, genuino, sano e condito dall’appetito» che consumammo all’ombra di un faggio, accanto a una sorgente limpidissima che sgorgava dal fianco della montagna. Dopo di che, uno della compagnia lesse ad alta voce l’episodio di Walton con la lattaia, mentre io me ne stavo disteso sul prato a fantasticare in un luminoso cumulo di nuvole, finché non presi sonno.
Tutto questo può sembrare vero e proprio egocentrismo, eppure non posso fare a meno di rievocare questi ricordi che attraversano la mia mente come un’onda musicale, risvegliati da una graziosa scenetta alla quale ho assistito poco tempo fa.
Nel corso di una passeggiata mattutina lungo gli argini dell’Alun, un incantevole fiumiciattolo che scende dai monti del Galles e confluisce nel Dee, fui attratto da un gruppetto seduto sulla sponda. Mentre mi avvicinavo, mi accorsi che si trattava di un esperto della lenza e di due rozzi discepoli. Il primo era un vecchio con una gamba di legno, vestito di indumenti accuratamente rattoppati che rivelavano una povertà onestamente raggiunta e conservata con dignità. Il viso recava i segni delle tempeste trascorse e dell’attuale bonaccia: le rughe avevano definito un sorriso stabile, i capelli grigio ferro pendevano a ciocche sulle orecchie, e nel complesso mostrava l’espressione bonaria di chi è filosofo per carattere e acconsente a prendere il mondo come viene. Uno dei compari era un individuo malmesso, con l’aria furba del bracconiere incallito, e giurerei che sarebbe stato capace di raggiungere, nel cuore della notte, qualsiasi allevamento di pesci del circondario. L’altro era un giovane campagnolo, alto e dinoccolato, una sorta di damerino villereccio. Il vecchio era assorto nell’analisi delle interiora di una trota appena pescata per scoprire, dal suo contenuto, quali insetti fossero più appropriati come esca in quella stagione e propinava ai compagni una lezione sull’argomento e loro sembravano ascoltarlo con notevole deferenza. Io, da quando ho letto Walton, ho una particolare affezione per i «compagni di lenza». Sono persone, riporta il nostro autore, «dal carattere mite, accondiscendente e quieto», e il mio rispetto per loro si è accresciuto da quando mi sono imbattuto in un antico Treatyse of Fysshynge wyth an Angle, in cui vengono riferiti molti bei detti sul loro innocuo legame. «State bene attenti», dice quello schietto trattatello, «nei vagabondaggi connessi al vostro sport, di non aprire mai un cancello a casa d’altri senza richiuderlo. Inoltre, non utilizzate questo passatempo come un mestiere per la brama di ingrossare il vostro gruzzolo, ma soprattutto per il vostro divertimento, per la salute fisica e in particolare dell’anima».
Mi pareva di riconoscere nel vecchio pescatore che avevo davanti, la dimostrazione vivente di quello che avevo letto e nel suo sguardo c’erano un’allegria e una felicità che mi attraevano irresistibilmente. Non potevo fare a meno di osservare la bella maniera con cui si spostava claudicante da una parte all’altra del ruscello, tenendo alta la canna perché la lenza non toccasse il suolo o non si imbrigliasse tra i cespugli, e l’abilità con cui lanciava l’amo in un punto preciso, qualche volta sfiorando appena una cascatella, oppure tuffandolo in uno di quei buchi neri formati da una radice contorta o da una ripa sporgente, nei quali sono solite annidarsi le grosse trote. Nel frattempo, dispensava istruzioni agli apprendisti, mostrando loro come impugnare la canna, approntare l’esca e farla scivolare, quasi per gioco, sul pelo dell’acqua. La scena mi fece ricordare gli insegnamenti del saggio Piscator al suo allievo. La campagna era di quello stesso genere che Walton ama descrivere. Apparteneva alla grande distesa del Cheshire, confinante con l’incantevole valle di Gessford che la chiude proprio dove le colline del Galles inferiore cominciano a innalzarsi dai verdi prati profumati. Anche la giornata, come quella descritta da Walton, era mite e assolata e, di tanto in tanto, una lieve pioggerella disseminava la terra di gemme.
Poco dopo iniziai a conversare con il vecchio pescatore e fu così piacevole che, con la scusa di farmi istruire nell’arte sua, gli tenni compagnia per quasi tutto il giorno, seguendolo lungo gli argini del fiumicello e prestando attenzione alle sue chiacchiere. Era molto comunicativo, dato che possedeva l’eloquenza della vecchiaia soddisfatta e credo fosse piuttosto compiaciuto dall’opportunità di ostentare la propria sapienza di pescatore, perché chi è che di tanto in tanto non ama atteggiarsi a sapiente?
Ai suoi tempi aveva viaggiato molto e, da giovane, aveva vissuto alcuni anni in America, soprattutto a Savannah, dove si era buttato nel commercio ed era finito in rovina per i raggiri di un socio. Nella sua vita aveva conosciuto molti alti e bassi, finché si era arruolato in marina e un colpo di cannone gli aveva portato via una gamba nella battaglia di Camperdown. Era stata, quella, la vera e sola fortuna che gli era capitata perché gli aveva assicurato una piccola pensione che, insieme a un fazzoletto di terra ereditato dalla sua famiglia, gli rendeva un vitalizio di circa quaranta sterline. Con quello era ritornato nel paese natale, dove viveva senza affanni e indipendente, dedicando il tempo che aveva ancora a disposizione alla «nobile arte della lenza».
Venni a sapere che aveva letto con attenzione Isaak Walton e sembrava averne recepito tutta la semplice schiettezza e il buonumore di fondo. Benché gliene fossero capitate di tutti i colori, era convinto che il mondo fosse di per sé buono e bello e benché fosse stato bistrattato in parecchi paesi, come un povero agnello al quale tutti i rovi e tutti gli spini strappano un po’ di lana, rievocava le diverse nazioni che aveva visitato con serenità e affetto e di ognuna sembrava ricordare solo le caratteristiche positive. Anzi, si può dire che sia stato l’unico in cui mi sono imbattuto che, pur non essendo riuscito a fare fortuna in America, si è dimostrato così onesto e generoso da non maledirla per questo, attribuendo a se stesso ogni colpa. Venni a sapere che l’allievo più giovane era il figlio e presumibilmente l’erede di una grassa e anziana vedova, proprietaria della locanda del paese: quindi un ragazzo di belle speranze che i nullafacenti del villaggio trattavano con molta deferenza. Prendendolo sotto la sua ala è probabile che il vecchio mirasse a un posticino privilegiato all’osteria e, ogni tanto, a un bel boccale di birra gratis.
Nella pesca con la lenza vi è di certo una tendenza alla disponibilità d’animo e alla serenità di spirito (ammesso che, come accade d’istinto ai pescatori, riusciamo a trascurare le crudeltà e le torture inflitte ai vermi e agli insetti). Gli inglesi, che sono sistematici persino nei divertimenti e i più precisi tra gli sportivi, l’hanno resa un perfetto meccanismo di regole. Ad esser sinceri, è uno svago particolarmente adatto al paesaggio inglese, mite e addomesticato, dove ogni ostacolo è stata addolcito o addirittura eliminato. È piacevole aggirarsi lungo quei trasparenti fiumiciattoli che attraversano questo meraviglioso paese come nastri d’argento, accompagnando il viaggiatore attraverso una miriade di scenette domestiche, insinuandosi talvolta tra parchi e giardini; o rasentando i confini di fertili pascoli erbosi, disseminati di fiori e profumi; o ancora, spingendosi verso villaggi e borghi per poi sostare casualmente nel refrigerio di qualche rifugio. La mitezza e la tranquillità della natura, la serena attenzione richiesta da quell’attività, stimolano pian piano uno stato d’animo di piacevole riflessione, gradevolmente distratto, di tanto in tanto, dal canto di un uccello, dal fischio lontano di un contadino, oppure dal guizzo di un pesce che salta fuori dell’acqua immobile e ne accarezza per un istante la limpida superficie. «Se voglio stare allegro», dice Isaak Walton, «e rinforzare la mia fede nell’immensità, nella saggezza e nella provvidenza di Dio Onnipotente, passeggio per i prati lungo un ruscello per ammirare i gigli spensierati e tutti gli innumerevoli minuscoli esseri viventi che non sono stati soltanto creati, ma che vengono nutriti (e l’uomo non sa come) dalla generosità di quel Dio della natura e che per questo hanno fiducia in Lui».
Non posso trattenermi dal donarvi un’altra citazione da uno di questi antichi paladini della pesca con la lenza, da cui sgorga lo stesso stato d’animo felice e puro.
Lasciatemi vivere inoffensivo e, presso la riva
del Trent o dell’Avon, prender dimora
laddove posso vedere la mia canna, o il sughero affondare
per l’avido morso del luccio, della carpa o del cavedano;
e pensare al mondo e al mio Creatore;
mentre alcuni si sforzano di ottenere beni male acquisiti,
e altri trascorrono il tempo in vili eccessi
di vino, o peggio, nella guerra o nella dissolutezza.
Persegua pure questi svaghi, chi ne ha voglia,
e sia pago di queste piacevoli fantasie;
perché io possa contemplare i campi e i prati verdi,
e tutti i giorni passeggiare finché mi pare lungo freschi fiumi
in mezzo alle margherite e alle violette azzurre,
tra il rosso giacinto e il giallo narciso.
Al momento dei saluti chiesi al vecchio pescatore dove abitasse e, qualche sera dopo, passando nelle vicinanze del villaggio, mi venne la curiosità di andare a fargli visita. Lo trovai in una casetta composta di un’unica stanza, un perfetto esempio di ordine e accuratezza. Sorgeva ai margini del paese, su una sponda verde, piuttosto arretrata rispetto alla strada, con un giardinetto coltivato a ortaggi e adorno di qualche fiore. Tutta la facciata della casa era completamente ricoperta dal caprifoglio. Sul tetto era fissata una banderuola a forma di nave. L’interno era arredato in stile marinaresco poiché il vecchio aveva ricavato la sua idea di comodità dal ponte di una nave da guerra. Dal soffitto pendeva un’amaca che, durante il giorno, veniva arrotolata per occupare poco spazio. Al centro della stanza era appeso il modello di una nave che aveva costruito egli stesso. La mobilia era principalmente costituita da due o tre sedie, un tavolo e un grosso baule da marinaio. Alle pareti erano affisse delle ballate marinare, come Admiral Hosier’s Ghost, All in the Downs, e Tom Bowling, insieme a quadri di battaglie navali, tra le quali si distingueva quella di Camperdown. La mensola del caminetto era adorna di conchiglie; al di sopra vi era appeso un quadrante, che aveva ai lati i ritratti intagliati nel legno di due comandanti navali, dall’espressione grave. Gli attrezzi da pesca erano sistemati con ordine nella stanza, attaccati a chiodi e uncini. La sua collezione di libri era collocata su uno scaffale, e tra essi spiccava un’opera sulla pesca con la lenza, alquanto consunta, una Bibbia con la copertina di canapa, un paio di strani volumi di viaggio, un almanacco nautico e un libro di canzoni.
La sua famiglia era composta da un grosso gatto nero orbo da un occhio e da un pappagallo che egli stesso aveva catturato, ammaestrato e istruito nel corso di uno dei suoi viaggi, e che schiamazzava una quantità di frasi marinaresche con il tono brusco e la voce roca di un vecchio nostromo. Quell’ambiente mi fece venire in mente la capanna del famoso Robinson Crusoe: era tenuta in perfetto ordine, tutto era «stivato a dovere» come su una nave da guerra ed egli mi informò che era abituato a «lavare il ponte tutte le mattine e spazzarlo dopo i pasti».
Seduto su una panca fuori dalla porta, fumava la pipa nel tiepido sole del pomeriggio; il gatto se ne stava tranquillo sulla soglia a fare le fusa e il pappagallo eseguiva bizzarri esercizi su un trespolo al centro della gabbia. Era stato a pesca per tutta la giornata e mi raccontò anche i piccoli eventi di quel giorno con la stessa cura con cui un generale mi avrebbe descritto una battaglia e si animò soprattutto nel riferirmi della vittoria su una grossa trota che aveva provato duramente la sua abilità e la sua astuzia e che aveva mandato in dono, come un trofeo di guerra, alla mia locandiera.
Com’è rassicurante vedere una vecchiaia soddisfatta e contenta e un povero diavolo che, percosso da tutte le tempeste dell’esistenza, ha trovato dove riparare, al tramonto dei suoi giorni, in un porticciolo accogliente e quieto! La sua serenità, tuttavia, nasceva nell’intimo e non dipendeva dagli eventi esterni, perché possedeva quell’inesauribile bontà che è il più prezioso dei doni divini e che si diffonde come un balsamo sul mare mosso dei pensieri e mantiene la mente lucida e salda in mezzo a qualsiasi bufera.
In seguito a ulteriori informazioni, scoprii che era il beniamino del paese e l’anima dell’osteria, dove rallegrava gli altri abitanti del villaggio con le sue canzoni e, come Sinbad, li incantava con i racconti di terre esotiche, di naufragi e di battaglie navali. Era molto conosciuto anche tra gli uomini del circondario che praticavano lo stesso sport: a molti di loro aveva insegnato l’arte della pesca con la lenza, guadagnandosi così il privilegio di essere invitato alla loro mensa. La sua esistenza procedeva tranquilla e inoffensiva, per lo più lungo i corsi d’acqua della zona, quando il tempo e la stagione erano favorevoli, oppure nella sua casa a mettere a punto l’attrezzatura per la prossima battuta, o a fabbricare canne, reti ed esche per i suoi mecenati e per gli allievi che aveva tra la nobiltà.
Frequentava la chiesa tutte le domeniche, anche se di solito durante la predica si appisolava. Aveva espresso il desiderio che alla sua morte lo seppellissero in un angoletto verde che vedeva dal suo posto in chiesa; lo aveva individuato fin da ragazzo e vi aveva rivolto il pensiero più volte mentre era lontano da casa, sul mare tempestoso e rischiava di finire in bocca ai pesci: era il luogo dove erano stati seppelliti i suoi genitori.
Termino qui perché temo che il mio lettore possa tediarsi: ma non ho potuto fare a meno di buttar giù il ritratto di questo degno «compare di lenza» che mi ha fatto sempre più appassionare alla teoria di quest’arte, quantunque sia del tutto consapevole che non sarò mai in grado di metterla in pratica. Concluderò questo schizzo alla buona citando il bravo Walton e invocando la benedizione del Maestro di San Pietro sul mio lettore «e su tutti coloro che apprezzano sinceramente la virtù, si mettono nelle mani della Provvidenza, vivono in pace e vanno a pescare con la lenza».