il giorno di natale (italian)
La mattina successiva, al risveglio, mi sembrò che tutti gli eventi della sera prima fossero stati un sogno e solo quando riconobbi quella camera antica mi convinsi che erano realmente accaduti. Mentre indugiavo tra i cuscini, meditando, udii fuori dalla porta un rumore di passi leggeri e un sommesso parlottare. Quindi si levò un coro di voci infantili che modulava una vecchia canzone di Natale il cui ritornello diceva:
Rallegratevi, è nato il Salvatore
la mattina del giorno di Natale.
Mi alzai silenziosamente, indossai la veste da camera e aprii la porta all’improvviso, trovandomi davanti uno dei più bei gruppi di creature che un artista possa immaginare: un bambino e due bimbette, il più grande non doveva avere più di sei anni, tre deliziosi puttini. Facevano il giro della casa, fermandosi a cantare vicino all’ingresso di ogni camera, ma la mia fulminea apparizione li spaventò facendoli restare muti per la vergogna. Per un momento restarono lì, tormentandosi le labbra con le dita e gettandomi di traverso un’occhiata furtiva finché, come obbedendo a un impulso comune, scapparono e, mentre svoltavano l’angolo della galleria, li sentii ridere, contenti per essere sfuggiti.
Tutto, in questa roccaforte dell’ospitalità all’antica, contribuiva a dar vita a un’atmosfera di pace e letizia. Le finestre della mia camera si affacciavano su di un paesaggio che nella stagione estiva doveva essere splendido. Ai piedi di un pendio erboso scorreva un bel ruscello, oltre il quale si stendeva una parte del parco, con gruppi di alti alberi e branchi di daini. In lontananza appariva un delizioso villaggetto; dai camini dei casolari saliva il fumo e la chiesetta, con il suo scuro pinnacolo, risaltava sul fondo del nitido cielo invernale. Secondo l’usanza inglese, la casa era contornata di alberi sempreverdi che avrebbero potuto offrire l’impressione di una mattinata estiva se il clima non fosse stato così rigido: il freddo aveva fatto precipitare la lieve foschia della sera precedente e tutti gli alberi e ogni filo d’erba erano adorni dei suoi magnifici cristalli. I raggi del vivace sole del mattino, lambendo le foglie coperte di brina, generavano bagliori lucenti. Un pettirosso, appollaiato sul ramo più alto di un sorbo che lasciava penzolare i suoi grappoli di frutti rossi proprio davanti alla mia finestra, si scaldava al sole con un flebile cinguettio e più in basso, sulla terrazza, un pavone faceva la ruota mostrando la coda in tutto il suo splendore, camminando impettito con l’orgoglio e la solennità di un nobile spagnolo.
Mi ero appena preparato, quando un servitore mi invitò a prendere parte alle preghiere della famiglia e mi accompagnò fino ad una piccola cappella, nell’ala antica della casa, dove trovai quasi tutta la famiglia già riunita in una specie di galleria fornita di cuscini, inginocchiatoi e grossi messali; la servitù era seduta su una fila di panche nella navata. Il padrone di casa leggeva le preghiere da un leggio sistemato sul parapetto della galleria e il signorino Simon serviva da chierico e faceva il responsorio ed è mio dovere riconoscere che svolgeva il suo compito con decoro e gravità.
Alla funzione seguì un canto di Natale, che Mr Bracebridge in persona aveva composto ispirandosi a un poema del suo autore preferito, Herrick, e che il signorino Simon aveva adattato a un’antica musica religiosa. Poiché nel gruppo familiare vi erano molte belle voci, l’effetto fu estremamente gradevole, ma la cosa più toccante fu l’entusiastico, sincero impeto di gratitudine con cui il degno Squire cantò una strofa, mentre gli brillavano gli occhi e la sua voce sembrava oltrepassare ogni limite di tempo e di tonalità:
Sei tu che incoroni il focolare scoppiettante
di innocente allegria,
e mi offri la coppa del Wassail da bere,
colma di spezie fino all’orlo.
Signore, la tua mano stilla abbondanza
E rende fertile la mia terra,
e per il mio staio seminato, mi dà
due volte dieci per ognuno.
Venni a sapere che la domenica e nelle altre feste religiose, le prime funzioni del mattino erano sempre lette da Mr Bracebridge o da un altro membro della famiglia. Un tempo questa consuetudine era diffusa in quasi tutte le residenze di campagna della nobiltà e dell’alta borghesia, ed è veramente un peccato che sia caduta in disuso, perché anche l’osservatore meno interessato percepisce l’equilibrio e la serenità che regnano nelle dimore dove la lodevole pratica della preghiera comune concede allo spirito di ognuno, per così dire, la nota dominante della giornata, e dispone ogni animo all’armonia.
La nostra colazione consisteva in un pasto che lo Squire definì autenticamente inglese. Si abbandonò a qualche commento mordace sulle colazioni di oggi a base di tè e pane tostato alle quali attribuiva la colpa dell’effeminatezza e della debolezza di nervi che attualmente regnano e della decadenza dell’antica ospitalità inglese. Malgrado tutto, ammetteva tali cibi alla propria tavola per accontentare i gusti degli ospiti, ma sulla credenza faceva mostra una sostenziosa esposizione di carni fredde, vino e birra.
Dopo colazione, feci una passeggiata nel parco insieme a Frank Bracebridge e al signorino Simon, o meglio a Mr Simon, come lo chiamavano tutti, fatta eccezione per lo Squire. Eravamo scortati da un gran numero di cani di razza che si aggiravano intorno alla casa padronale: dallo spaniel saltellante al vecchio e grave stag hound che appartiene a una razza presente nella famiglia da tempo immemorabile; obbedivano tutti a un fischietto appeso a un occhiello dell’abito del signorino Simon e anche mentre erano presi dai loro giochi di tanto in tanto lanciavano un’occhiata al piccolo frustino che questi teneva in mano.
Nella luce dorata del sole l’antica dimora padronale appariva ancor più nobile che nel pallido chiarore lunare e non potei fare a meno di avvertire la completa attendibilità delle convinzioni dello Squire: che le terrazze decorative, le solide balaustre e le siepi di tasso potate conferissero a tutto l’ambiente un’aria di altera aristocrazia. Mi pareva di vedere in giro un gran numero di pavoni e stavo giusto sollevando qualche osservazione su quello che definii “stormo” e che si stava scaldando a ridosso di un muro assolato, allorché la mia terminologia venne gentilmente emendata dal signorino Simon il quale mi fece notare che, secondo il più antico e prestigioso trattato sulla caccia, si deve dire “branco” di pavoni. «Così come si dice», aggiunse con un tono leggermente pedante, «un volo di colombi, uno stormo di rondini, un gruppo di quaglie, un branco di daini e una formazione di cornacchie». E proseguì informandomi che, sempre secondo Anthony Fitzherbert, si dovrebbe attribuire al pavone «intelligenza oltre che vanità perché, se lodato, fa la ruota con la coda, volgendosi verso il sole per permettere che si ammiri meglio la sua bellezza. Ma quando cadono le foglie, allorché anche le penne della sua coda cadono, s’incupisce e si nasconde negli angoli finché la coda non torna ad essere come prima».
Non potei trattenermi dal sorridere di fronte a un tale sfoggio di cultura su un tema così frivolo, ma scoprii che i pavoni erano animali ritenuti importanti al castello e Frank Bracebridge m’informò che erano i preferiti di suo padre che impiegava una cura straordinaria nel conservarne la specie, da un lato perché risalivano all’epoca della cavalleria e nei sontuosi banchetti di quel tempo erano molto apprezzati e dall’altro perché possedevano un fasto e una magnificenza che si addicevano perfettamente a un’antico maniero. Egli era solito affermare che non c’è nulla al mondo di più splendido e degno di ammirazione di un pavone appollaiato su un’antica balaustra di pietra.
A questo punto il signorino Simon dovette allontanarsi in fretta perché aveva un appuntamento alla parrocchia con i cantanti del coro del villaggio, che dovevano eseguire alcuni inni scelti appositamente da lui. Vi era qualcosa di molto divertente nell’irrefrenabile vivacità di quell’ometto e devo ammettere che ero rimasto un po’ stupito dalle sue corrette citazioni di autori che di certo non rientravano tra le letture consuete. Ne parlai con Frank Bracebridge ed egli mi rispose sorridendo che tutta quell’erudizione proveniva da una mezza dozzina di vecchi autori che lo Squire gli aveva affidato e che lui leggeva e rileggeva ogni volta che gli veniva voglia di acculturarsi: durante un giorno piovoso, ad esempio, o nel corso di un’interminabile sera d’inverno. Un libro di scienza agraria di Sir Anthony Fitzherbert, un altro sui piaceri della campagna, di Markham, un trattato sulla caccia di Sir Thomas Cockayne, quello sulla pesca con la lenza, di Isaak Walton e due o tre altri ancora di questi notevoli maestri della penna erano i suoi più autorevoli riferimenti e, come tutti gli uomini che hanno letto soltanto pochi libri, nutriva per loro una sorta di idolatria e li rispolverava in tutte le occasioni. In quanto alle canzoni, erano quasi tutte tratte da polverosi volumi della biblioteca dello Squire e adattate ad arie già note tra gli spiriti eletti del secolo precedente. Questo utilizzo dei brani di letteratura aveva tuttavia convinto tutti i palafrenieri, i cacciatori e i piccoli sportivi del circondario a considerarlo un fenomeno di cultura letteraria.
Mentre stavamo conversando, ci giunse l’eco del lontano rintocco della campana del villaggio e fui avvisato che lo Squire ci teneva particolarmente ad avere l’intera famiglia, compresi gli ospiti, accanto a sé in chiesa la mattina di Natale. Egli lo considerava un giorno di ringraziamento e di allegrezza poiché, come invita il vecchio Tusser:
Sii allegro a Natale e al contempo riconoscente,
e festeggia i vicini poveri, il grande insieme al piccolo.
«Se siete disposto a venire in chiesa», mi disse Frank Bracebridge, «assisterete a una dimostrazione delle capacità musicali di mio cugino. Dal momento che la chiesa è priva di un organo, ha radunato un gruppo di dilettanti del villaggio e ha fondato un circolo musicale per migliorare la loro preparazione. Ha anche selezionato un coro (come ha selezionato la muta dei cani da caccia di mio padre) secondo le indicazioni offerte da Jervaise Markham nel libro sui piaceri della campagna: ha trovato tra i bifolchi di campagna le voci “profonde e solenni” per i bassi e quelle “fortemente sonore” per i tenori, e per le “voci soavi” ha scovato, con notevole capacità, le più graziose fanciulle dei dintorni, anche se, secondo la sua opinione, siano le più difficili da educare all’ordine perché di solito le belle cantanti sono assai caparbie e volubili e sono spesso esposte a ogni tipo di incidente».
La mattina, sebbene rigida, era decisamente nitida e luminosa, sicché tutta la famiglia si recò a piedi in chiesa, un vetusto edificio di pietra grigia situato nei pressi del villaggio, che dista circa mezzo miglio dall’ingresso del parco. La curia, una casa bassa e accogliente, era annessa alla chiesa, e probabilmente era stata costruita nello stesso periodo. La facciata era celata dai tassi fatti crescere volutamente lungo i muri e, tra la fitta vegetazione, erano state ricavate delle aperture per far penetrare la luce dalle antiche finestre a grata. Mentre camminavamo accanto a questo nido raccolto, il parroco uscì e ci precedette.
Mi aspettavo di vedere uno di quei curati melliflui e grassottelli che si incontrano spesso nelle accoglienti parrocchie vicine al desco di un ricco patrono, ma restai deluso. Il parroco era un ometto basso, magro e malinconico, con una parrucca brizzolata troppo larga che gli sporgeva sulle orecchie, sicché la testa sembrava esservisi rimpicciolita all’interno, come una nocciola secca nel guscio. Indossava una giacca stinta ad ampie falde, con certi tasconi che avrebbero potuto contenere la Bibbia e tutti i messali della chiesa; le gambette magre, ficcate dentro un paio di grosse scarpe decorate con fibbie enormi, sembravano ancora più scheletriche.
Frank Bracebridge mi informò che il parroco era stato un amico fraterno di suo padre a Oxford e che aveva ricevuto la prebenda solo poco dopo che lo Squire si era istallato nella sua proprietà. Si era votato con passione alla ricerca di testi gotici e difficilmente avrebbe letto uno scritto stampato in caratteri romani. Le edizioni di Caxton e di Wynkyn de Worde erano la sua gioia ed era infaticabile nella ricerca di vecchi autori inglesi condannati all’oblio per la loro mediocrità. In omaggio, forse, alle concezioni di Mr Bracebridge, aveva effettuato approfondite indagini sugli usi e i costumi delle feste del passato, con la stessa sollecitudine che potrebbe avere un allegro gaudente; in realtà, era stimolato semplicemente da quello spirito di ricerca paziente e rigorosa con cui gli uomini di carattere introverso e malinconico diventano esperti di una qualsiasi materia di studio in nome dell’erudizione, senz’alcun interesse per la sua reale natura, sia che tratti della saggezza, della scelleratezza o della corruzione del passato. Si era a tal punto immerso in quei vecchi volumi che le sue sembianze sembravano conservarne un riflesso e se davvero l’espressione è lo specchio della mente, la sua si poteva sicuramente equiparare a un frontespizio in caratteri gotici.
Davanti al porticato della chiesa vedemmo il parroco che rimproverava l’anziano sagrestano perché in mezzo al fogliame che adornava la chiesa aveva sistemato dei rami di vischio. Era, diceva, una pianta sconsacrata dall’uso che ne avevano fatto i Druidi nei loro riti mistici e sebbene fosse ammissibile utilizzarle innocentemente per decorare sale e cucine durante le festività, era stata bollata dai Padri della Chiesa come profana e assolutamente inadeguata all’uso sacro. Ed era così rigido su questo punto che il povero sagrestano fu costretto a togliere la maggior parte di quegli umili ornamenti a lui tanto cari prima che il parroco si decidesse ad entrare in chiesa per la funzione quotidiana.
L’interno era vetusto, ma semplice: sui muri si trovavano diverse testimonianze monumentali dei Bracebridge e, proprio accanto all’altare, c’era un capolavoro d’arte antica, un sepolcro su cui giaceva la figura di un guerriero bardato di armatura, con le gambe incrociate, il che dimostrava che era stato un crociato. Seppi che si trattava dello stesso antenato il cui ritratto era appeso nel salone, sopra al camino, e che si era distinto in Terra Santa.
Durante la funzione, il signorino Simon restò in piedi nel banco, facendo udire chiaramente al sacerdote le sue risposte, facendo sfoggio di quel genere di affettata devozione che, in simili occasioni, un gentiluomo di vecchio stampo e un discendente di nobile casata non può non osservare scrupolosamente. Mi accorsi anche che girava le pagine del suo messale in-folio con una specie di svolazzo, forse per esibire un enorme anello a sigillo che gli ornava un dito e che aveva tutto l’aspetto di un cimelio di famiglia. Ma era la parte musicale della funzione che evidentemente gli interessava di più, poiché fissava con attenzione il coro, seguendo il ritmo con vistosi gesti e molta enfasi.
L’orchestra, raccolta in una piccola galleria, presentava il più bizzarro gruppo di teste affastellate l’una sull’altra, tra le quali spiccava quella del sarto del villaggio, un tipo pallido, con il mento e la fronte talmente sfuggenti che, nello sforzo di suonare il clarinetto, gonfiava le guance fino a formare vero e proprio un punto. Ce n’era un altro, tozzo e robusto, tutto preso dalla sua viola da gamba che stava così piegato sullo strumento da mostrare soltanto la cima della testa tonda e pelata, simile ad un uovo di struzzo. Tra le cantanti si notavano due o tre faccine graziose, colorite di un rosa intenso per via dell’aria pungente del rigido mattino; ma i cantanti, come i violini di Cremona, evidentemente erano stati scelti più per la bella voce che per l’aspetto e poiché dovevano cantare leggendo in molti una stessa partitura, si riunivano in grappoli di fisionomie bizzarre, non diversi da quei gruppi di cherubini che si vedono qualche volta sulle tombe di campagna.
Le usuali funzioni del coro procedevano abbastanza bene: generalmente le voci si trascinavano andando dietro agli strumenti e, ogni tanto, quando qualche violino rallentava, recuperava poi il tempo perduto eseguendo un passaggio in modo eccezionalmente rapido e saltando più battute musicali degli ostacoli superati da un esperto cacciatore di volpi: insomma, ce la metteva tutta. Ma l’esecuzione più impegnativa fu un inno messo a punto e adattato dal signorino Simon che in esso riponeva grandi ambizioni. Purtroppo però, proprio all’inizio qualcuno commise un errore: i musicisti persero la calma, il signorino Simon era in preda all’agitazione e l’intera faccenda proseguì con inciampi e difficoltà finché non intonarono un coro che cominciava: «Ora cantiamo insieme in armonia». Fu come se queste parole fossero il segnale di disfacimento generale: tutto si fece dissonante e confuso, ognuno cercò di risolvere la situazione per conto proprio e giunse alla fine come meglio poté o, semmai, il più presto possibile, fatta eccezione per un vecchio che aveva un paio di occhiali di corno appoggiati su un lungo naso: trovandosi per caso un po’distante, tutto assorto nella sua personale melodia, mantenne il suo corso trillante, agitando il capo, sbirciando il libro con la coda dell’occhio e chiudendolo con un “a solo” nasale durato non meno di almeno tre battute.
Il parroco ci concesse un sermone molto dotto sui riti e sulle celebrazioni del Natale e su quanto fosse opportuno considerare questo santo giorno non solo come un’occasione di ringraziamento ma anche di gioia, avallando la propria affermazione con citazioni colte sugli usi più antichi della Chiesa e rafforzandola con l’autorità di Teofilo da Cesarea, di San Cipriano, di San Crisostomo, di Sant’Agostino e di un gran numero di santi e di padri, tutti copiosamente citati. Sul momento non fui in grado di afferrare la necessità di un tale spiegamento di forze per dimostrare la validità di un argomento che nessuno dei presenti sembrava disposto a mettere in discussione, ma presto compresi che il bravuomo aveva una schiera di nemici immaginari con i quali combattere poiché nel corso dei suoi studi sulle origini del Natale si era impelagato nelle polemiche faziose della rivoluzione, quando i Puritani si accanirono aspramente contro le cerimonie della Chiesa e un decreto del Parlamento cacciò il povero e vecchio Natale. Lo stimato parroco era completamente immerso nel passato e sapeva ben poco del presente.
Circondato da vecchi volumi tarlati, nella solitudine del suo studiolo, considerava le pagine del passato come gazzette attuali, cosicché i tempi della rivoluzione erano, secondo lui, storia contemporanea. Aveva tralasciato il fatto che erano trascorsi quasi duecento anni da quando la povera torta di frutta era stata perseguitata in tutta la nazione e il plum porridge bollato come “atto papista” e il roast-beef definito anticristiano; e che il Natale era stato recuperato con tutti gli onori dalla Restaurazione, alla lieta corte di Carlo II. Egli si infiammava nell’impeto della disputa contro l’esercito di nemici fantastici contro i quali doveva lottare; se la prese col vecchio Prynne e con altri due o tre dimenticati rappresentanti delle Teste Rotonde sulla questione delle festività natalizie e chiuse il suo discorso in maniera oltremodo grave e toccante, esortando la platea di restare fedele alle tradizioni degli avi e di festeggiare nella gioia questa lieta ricorrenza della Chiesa.
Per quel che ricordo, di rado una predica ha sortito in modo più evidente un risultato tanto immediato perché, mentre lasciava la chiesa, la congregazione sembrò pervasa da quell’esultanza che il pastore aveva tenacemente sostenuto. I più anziani, riuniti in gruppi nel cortile della chiesa, si salutavano scambiandosi strette di mano; i bambini correvano intorno gridando: «Olà, olà», intonando filastrocche strampalate che, come mi informò il parroco che nel frattempo si era unito a noi, si tramandavano da tempi lontanissimi. Al passaggio dello Squire, gli uomini del villaggio si levavano il cappello, porgendogli gli auguri con modi amichevoli che parevano essere veramente sinceri, ed egli li invitò al maniero a prendere qualcosa per riscaldarsi. Potei sentire diversi poveretti indirizzargli le loro benedizioni, per cui mi convinsi che, anche in quell’atmosfera di festa, il vecchio e stimato cavaliere non aveva tralasciato la virtù propria del Natale: la carità.
Nel tragitto fino a casa, sembrò che il suo cuore traboccasse di sentimenti elevati e generosi. Passando su una collina da cui si dominava un ampio tratto di campagna, di tanto in tanto udivamo le eco di alcune rustiche feste e lo Squire restò fermo per alcuni istanti, guardandosi intorno con un’espressione di indicibile benevolenza. La bellezza della giornata era di per sé sufficiente a suscitare sentimenti di bontà e di amore per il prossimo. Nonostante il gelo del primo mattino, il sole, nel suo corso senza nuvole, aveva acquistato la forza necessaria a dissolvere il sottile strato di neve da ogni pendio esposto a mezzogiorno e rendere nuovamente visibili i sempreverdi che, anche nel pieno della stagione invernale, allietano il paesaggio inglese. Ampie distese di ridente vegetazione si contrapponevano al candore accecante dei pendii e delle valli in ombra. Ogni zona al riparo dal vento, esposta ai corroboranti raggi del sole, produceva il suo argenteo rivolo d’acqua limpida e gelida che luccicava nell’erba stillante e sollevava un vapore leggero, contribuendo al sottile velo di foschia che aleggiava sulla superficie del terreno. Qualcosa di veramente gaio si sprigionava da questa vittoria del calore e della vegetazione sul gelido rigore della stagione invernale: era, come notò lo Squire, il segno dell’ospitalità del Natale che penetrava gli stretti passaggi delle formalità e dell’egoismo e scioglieva i cuori. Mi mostrò con piacere i camini fumanti delle accoglienti fattorie e delle basse casette dai tetti di paglia, che stavano a indicare la presenza di ricche mense. «Amo vedere che in questo giorno sia il ricco che il povero festeggiano», mi disse. «È una gran cosa che, almeno una volta l’anno, si abbia la sicurezza di essere accolti con benevolenza ovunque si vada, come se, in un certo senso, il mondo si aprisse per lasciarci entrare e sono quasi d’accordo con il povero Robin nel maledire ogni maleducato nemico di questa festa così schietta».
Chi a Natale si lagna,
e vorrebbe scacciarlo,
vada a pranzare con il vecchio duca Humphry,
o se lo pigli altrimenti messer Ketch.
Lo Squire continuò lamentandosi del biasimevole declino dei giochi e dei divertimenti che un tempo erano molto in auge in questo periodo dell’anno tra i ceti inferiori, sostenuti in questa usanza dai ceti superiori: le vecchie sale dei castelli e dei manieri venivano spalancate all’alba e le tavole imbandite con carne di cinghiale e birra frizzante; le melodie dell’arpa e i canti echeggiavano per l’intera giornata e il ricco e il povero erano invitati entrambi a entrare e stare in allegria. «I nostri antichi giochi e le usanze del luogo», continuò lo Squire, «sono utili per suscitare nel contadino l’attaccamento alla casa, e il fatto che la nobiltà li favorisca fa nascere in questa brava gente un sincero affetto nei confronti del signore. Erano proprio queste usanze a rendere quei tempi più gai, più cordiali e migliori ed io posso con sicurezza affermare, come dice uno dei nostri poeti:
Mi piacciono molto la precisione minuziosa
e la pretesa serietà di quelli
che tentano di bandire questi giochi innocenti:
hanno buttato via molta antica onestà.
La nazione», proseguì egli, «è mutata: la gente di campagna semplice e amichevole non si trova quasi più. Si sono separate dalle classi superiori e sembrano convinti che i loro interessi siano diversi. Sono divenuti troppo sapienti, cominciano a leggere giornali, a prestar ascolto ai politicanti all’osteria e a discutere di riforma. Sono dell’idea che, per mantenerli soddisfatti in questi tempi difficili, il modo migliore per la nobiltà e l’alta borghesia sarebbe quello di trascorrere più tempo nei loro poderi, di unirsi con i contadini e di riportare in auge i vecchi e spassosi giochi inglesi».
Questo era il progetto del bravuomo per alleviare la diffusa insoddisfazione e in effetti, alcuni anni prima, aveva tentato di mettere in pratica la sua teoria: durante le festività aveva tenuto la sua dimora aperta a tutti, secondo l’antica tradizione. I contadini, però, non avevano compreso come dovessero comportarsi in questa faccenda dell’ospitalità; si verificarono situazioni spiacevoli, la casa padronale venne presa d’assalto da tutti i vagabondi della zona e, nel giro di sette giorni, comparvero nei dintorni più mendicanti di quanti la parrocchia riesca a liquidarne in un anno. Dopo quella volta, si limitava ad invitare al castello, nel giorno di Natale, i contadini più benestanti e a elargire carne, pane e birra ai più poveri, cosicché potessero festeggiare nelle loro abitazioni.
Eravamo rientrati a casa da poco quando udimmo una musica in lontananza. Un gruppo di contadinotti senza giacca, con le maniche della camicia fantasiosamente decorate di nastri, il cappello adorno di ramoscelli verdi e un bastone in mano, procedeva sul viale alberato, con un codazzo di abitanti del villaggio e di gente della campagna. Sostarono tutti quanti davanti alla porta del castello e presero a suonare un’insolita melodia; i ragazzi si lanciarono in un ballo strano e complicato: avanzavano, si ritraevano, battevano insieme i bastoni, mentre uno di loro, bizzarramente avvolto da una pelle di volpe la cui coda gli dondolava sulle spalle, iniziò a far capriole tutt’intorno, facendo tintinnare una cassetta per le offerte con una gran varietà di smorfie grottesche.
Lo Squire assistette a questa originale esibizione con grande interesse e soddisfazione e me ne raccontò dettagliatamente le origini che fece risalire all’epoca in cui i romani avevano conquistato l’isola, dimostrandomi con chiarezza che derivava direttamente dall’antica danza delle spade. «È ormai quasi caduta in disuso», disse, «ma ne ho rilevato alcune tracce nel circondario e ne ho incoraggiato il recupero anche se, a dire la verità, spesso la sera ne seguono risse e teste rotte».
Alla fine della danza, a tutti venne offerta carne di cinghiale, di bue e birra scura fatta in casa. Il signore si intrattenne amichevolmente con i contadini, accolto da maldestre dimostrazioni di rispetto. In verità, quando volse loro le spalle, vidi due o tre dei più giovani che, nel portarsi i boccali alla bocca, fecero delle espressioni molto simili a smorfie, strizzandosi l’occhio l’un l’altro in modo significativo. Quando si accorsero del mio sguardo, però, ritornarono immediatamente seri e rispettosi. Tutti, però, mostravano maggiore confidenza con il signorino Simon. Le sue diverse attività e la sua passione per i divertimenti lo avevano reso molto popolare nei dintorni. Visitava tutte le fattorie e le casupole, discorreva del più e del meno con i fattori e le loro mogli, scherzava con le giovani figlie e, scapolo impenitente, esigeva, come l’ape, un dolce pedaggio da tutte le rosee labbra della campagna circostante.
Tra gli ospiti l’allegria e la cordialità presero il posto della timidezza. Vi è qualcosa di schietto e toccante nella festosità delle classi inferiori quando è suscitata dalla prodigalità e dalla confidenza di quelle superiori. Vi è, nella felicità degli umili, un caloroso senso di gratitudine e una frase gentile o una parola scherzosa, dette da un signore, sono un balsamo per l’animo del dipendente. Quando lo Squire rientrò, l’allegria aumentò, si scambiarono molti scherzi e squillarono molte risate; soprattutto tra il signorino Simon e un vigoroso fattore dai capelli bianchi e dal viso arrossato, evidentemente il giullare del villaggio: i compagni infatti stavano a bocca aperta ad aspettare le sue battute, e prorompevano in grasse risate prima ancora di aver finito di sentire.
La casa intera sembrava ormai invasa dall’allegria. Mentre mi recavo nella mia stanza a cambiarmi d’abito per il pranzo, sentii della musica che giungeva da un cortile; guardando da una finestra che vi si affacciava, scorsi un gruppo di suonatori girovaghi, con flauti simili a quello del dio Pan e piccoli tamburi; una leggiadra cameriera dall’aria accattivante danzava una giga in coppia con un contadinotto, mentre altri domestici stavano a guardare. Al colmo del divertimento, la ragazza si accorse di me e, arrossendo, scappò con un’aria maliziosa di finta vergogna.