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Stories by washington irving

gli scrittori inglesi e l’america (italian)

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È con il sentimento del più profondo rammarico che osservo tutti i giorni crescere l’animosità letteraria tra Inghilterra e America. Negli ultimi tempi c’è una viva curiosità intorno agli Stati Uniti e la stampa londinese trabocca di volumi di viaggi attraverso la repubblica, ma sembrano destinati a diffondere l’errore anziché la conoscenza, e hanno avuto tanto successo che, nonostante gli scambi costanti tra le due nazioni, non v’è popolo sul quale la gran massa del pubblico britannico possegga un minor numero di informazioni veritiere o coltivi un maggior numero di pregiudizi.
I viaggiatori inglesi sono i migliori e i peggiori del mondo. Nessuno può eguagliare la loro profonda e filosofica visione della società o la fedeltà delle loro descrizioni di oggetti esterni; ma quando a muoverli sono l’orgoglio o il tornaconto, quando gli interessi o la buona fama del loro paese sono in conflitto con quelli di un altro, passano all’estremo opposto e, tralasciando la consueta nobiltà e il candore, si fanno trascinare dalla rabbia e da un meschino senso del ridicolo.
Perciò i resoconti dei loro viaggi sono tanto più sinceri e accurati quanto più il paese descritto è lontano. Io avrei piena fiducia nella relazione fatta da un inglese delle regioni oltre le cateratte del Nilo; di isole sconosciute del Mar Giallo; delldell’India o di qualsiasi altra parte della terra che un altro viaggiatore sarebbe più propenso a dipingere usando i colori della fantasia; ma accoglierei con diffidenza il racconto sulle genti più vicine e sulle nazioni con le quali mantiene rapporti frequenti. Sebbene disponibile a fidarmi della sua onestà, non mi fiderei dei suoi pregiudizi.
Il nostro paese ha avuto anche il bizzarro destino di essere frequentato dai viaggiatori inglesi della peggior fatta. Se l’Inghilterra ha mandato uomini dotati di spirito filosofico, dalla mente aperta e colta a invadere i poli, a esplorare i deserti e a studiare gli usi e i costumi di paesi barbari con cui non avrà mai alcun rapporto duraturo né per guadagno né per diletto, ha lasciato che fossero il commerciante fallito, l’avventuriero senza scrupoli, l’operaio senza fissa dimora, il rappresentante di Manchester e di Birmingham ad aver l’onore di essere gli oracoli per quanto riguarda l’America. Sono queste le fonti da cui ci si accontenta di ottenere le informazioni su un paese che attraversa un particolare periodo di crescita morale e materiale; un paese nel quale si sta realizzando uno dei più grandi esperimenti politici nella storia del mondo e che offre allo statista e al filosofo i più profondi e straordinari spunti di studio.
Non c’è da meravigliarsi che costoro diano del nostro paese relazioni piene di pregiudizi. Gli spunti di riflessione sono troppo grandiosi ed eccelsi per le loro possibilità. Il carattere nazionale è tuttora in fermento; ci si può trovare la schiuma e la feccia, ma gli ingredienti di cui si compone sono validi e integri; del resto, ha già dato prova di possedere formidabili e abbondanti qualità e promette di assestarsi su un’indole sostanzialmente eccellente. Ma gli elementi che operano per renderlo più forte e più nobile e le prove che offre quotidianamente delle sue ammirevoli virtù, vanno tutte perdute allo sguardo di quegli osservatori miopi come talpe, impressionati esclusivamente dalle asperità derivanti dalla situazione contingente. Sono capaci di dare solo giudizi superficiali, di prendere in esame soltanto le questioni che cozzano con i loro interessi privati e con il tornaconto personale. Soffrono per la mancanza delle comodità pantofolaie e dei benefici di una società vecchia, raffinata e sovrappopolata, dove le schiere del lavoro subordinato sono affollate e molti si guadagnano da vivere con lavori squallidi e servili, sottomettendosi ai capricci dell’avidità e dell’egoismo. Gli agi, le comodità accessorie, hanno però un’importanza primaria per le menti limitate che non capiscono, o non vogliono ammettere che, da noi, sono più che compensati da grandi vantaggi pubblici e universali.
Forse è andata delusa la loro irragionevole speranza di un guadagno immediato. Forse si erano raffigurati l’America come un Eldorado dove l’oro e l’argento abbondavano, dove i nativi erano ingenui e dove da un momento all’altro sarebbero diventati straordinariamente ricchi, in modo imprevisto e con grande facilità. Quella stessa dabbenaggine che coltiva assurde speranze, se delusa, produce una rabbia meschina. Questo genere di persone si irritano con il nostro paese quando si rendono conto che anche qui, come in qualsiasi altro luogo, bisogna seminare per raccogliere; che la ricchezza bisogna ottenerla con l’ingegno e il talento e che, come altrove, bisogna lottare contro gli ostacoli della natura e la furbizia di uomini accorti e intraprendenti.
Forse, per una forma di ospitalità distorta o mal indirizzata, o per la facilità con cui i miei connazionali accolgono festosamente il forestiero e lo incoraggiano, costoro in America sono stati trattati con una deferenza alla quale non sono abituati e, avvezzi com’erano a non considerarsi alla stessa altezza del bel mondo e cresciuti con un senso di servile inferiorità, quell’eccesso di ospitalità li rende arroganti: attribuiscono alla bassezza altrui la propria condizione elevata e sottovalutano quella società in cui non esistono false distinzioni e dove, in qualsiasi circostanza, individui di tal genere possono conquistarsi tutta quella importanza.
Si dovrebbe però supporre che le informazioni provenienti da simili fonti su un argomento a proposito del quale è così importante la verità, venissero accolte con cautela dai censori della stampa. Che le motivazioni di questi individui, la loro sincerità, le occasioni che hanno avuto per informarsi e per osservare, nonché la loro capacità di giudicare correttamente venissero sottoposte a un rigoroso vaglio prima che le loro testimonianze, a danno di una nazione affine, fossero così universalmente accettate. La situazione, invece, è opposta e fornisce un bell’esempio di umana incoerenza. I critici inglesi esamineranno con grandissimo sospetto la credibilità del viaggiatore che pubblica un resoconto su un paese lontano e relativamente poco importante. Con quante precauzioni verificano le misurazioni di una piramide o i rilievi di un rudere; giudicano con severità la minima inesattezza di questi contributi alla conoscenza di semplici curiosità e accolgono invece del tutto seriamente e con assoluta fiducia i volgari errori di sconosciuti e grossolani scrittori a proposito di un paese con cui la loro patria intrattiene rapporti di grande valore e di estrema delicatezza. Anzi, utilizzano quei volumi apocrifi addirittura come libri di testo sui quali dibattere con uno zelo e un’abilità davvero degni di una causa migliore.
Non mi tratterrò, tuttavia, su questo tema trito e noioso e non ne avrei neppure parlato se non fosse per l’eccessivo interesse destato, a quanto pare, in certi miei compatrioti e per gli effetti negativi che temo possa generare sul sentimento nazionale. Noi teniamo troppo in considerazione questi attacchi: sostanzialmente, non possono procurarci alcun male. La trama di falsità e incomprensioni che si vorrebbe ordire intorno a noi non è che una ragnatela intessuta intorno alle membra di un gigante bambino. Crescendo, il nostro paese se ne sbarazza. Le menzogne cadono da sole, una dopo l’altra. Dobbiamo solo continuare a vivere e ogni giorno di vita è per noi un intero volume di confutazioni. Tutti gli scrittori dell’Inghilterra (se fosse possibile supporre, anche per un solo momento, che vogliano abbassare le loro menti superiori a considerazioni tanto meschine) non potrebbero negare la nostra importanza in continua crescita, la nostra superiore ricchezza. Non potrebbero negare che la causa non sia soltanto concreta e circoscritta, ma anche di ordine etico: sono la libertà politica, la diffusione dell’istruzione, la prevalenza di sani principi morali e religiosi a dare forza, vigore e resistenza al carattere di un popolo e sono stati infatti riconosciuti come i meravigliosi puntelli del potere nazionale e della gloria della loro nazione.
Ma perché siamo tanto sensibili agli attacchi dell’Inghilterra? Perché tolleriamo di farci ferire dagli insulti che si sforza di gettarci addosso? Non è soltanto nelle opinioni degli inglesi che risiede l’onore e la reputazione prende forma. Tutto il mondo è arbitro della fama di un paese: ne osserva le attività e i comportamenti con migliaia di occhi ed è la testimonianza collettiva a stabilire la fama o il disonore di una nazione.
Per noi, perciò, ha relativamente poca importanza se l’Inghilterra ci renda giustizia o meno: la questione, forse, è di gran lunga più importante per lei, in quanto instilla nel cuore di una nazione ancora giovane una rabbia e un risentimento che aumenteranno con la sua crescita e si rafforzeranno con la sua forza. Se nell’America, come si adoperano a predicare alcuni suoi scrittori, individueranno in futuro una rivale astiosa e una gigantesca nemica, l’Inghilterra potrà ringraziare proprio quegli scrittori per aver istigato e inasprito sentimenti di odio e di rivalità. Nessuno ignora l’enorme influenza che, al giorno d’oggi, ha la letteratura e fino a che punto dia forma alle opinioni e alle passioni dell’umanità. Le controversie affidate soltanto alla spada sono passeggere: le ferite vengono inflitte solo alla carne e chi è generoso si fa un punto d’orgoglio di perdonarle e dimenticarle. Ma gli attacchi di penna trafiggono il cuore; bruciano a lungo negli animi più nobili, restano sempre presenti nella mente e la rendono morbosamente sensibile alle minime contrarietà. Avviene assai di rado che un’azione esplicita sia causa dello scoppio delle ostilità tra due paesi; esistono quasi sempre una qualche invidia o gelosia precedente, un malanimo, una predisposizione ad offendersi. Se andiamo a rintracciarne il motivo, spesso se ne troverà l’origine nelle malevoli produzioni di scrittori mercenari che, al sicuro nei loro studioli, escogitano e fanno circolare, per un misero tozzo di pane, il veleno che infiammerà l’anima del generoso e dell’eroe.
Non ho bisogno di soffermarmi troppo su questo tema che si applica anche troppo efficacemente al nostro caso particolare. Su nessuna nazione la stampa ha un potere così assoluto come sugli americani, perché l’istruzione obbligatoria delle classi più disagiate fa di ogni cittadino un lettore. Non vi è nulla di ciò che si pubblica in Inghilterra sul nostro paese che non circoli in ogni sua parte. Non v’è calunnia nata da una penna inglese né ignobile sarcasmo espresso da uno statista inglese, che non vadano a corrodere la buona volontà e ad alimentare i risentimenti nascosti. Possedendo dunque, come accade per l’Inghilterra, la fonte primaria da cui sgorga la letteratura nella nostra lingua, essa ha il potere (e in realtà è suo dovere) di farne un veicolo di sentimenti amabili e generosi, un corso d’acqua al quale le due nazioni possano incontrarsi per dissetarsi in pace e in amicizia. Se invece insisterà a trasformarlo in un fiume d’amarezza, giungerà forse il giorno in cui dovrà dolersi della sua follia. L’attuale amicizia dell’America può essere per lei poco importante: ma le future sorti di questo paese non ammettono ombra di dubbio, mentre su quelle dell’Inghilterra incombe un’ombra d’incertezza. Se venisse, dunque, un giorno di sofferenza, se la dovessero sorprendere quei rovesci da cui non sono stati immuni nemmeno gli imperi più orgogliosi, allora sì che potrebbe rammaricarsi della follia di aver allontanato dal proprio fianco una nazione che avrebbe potuto abbracciare e aver così distrutto la sua sola possibilità di una leale amicizia oltre i confini dei suoi domini.
In Inghilterra si ha generalmente l’impressione che il popolo degli Stati Uniti sia ostile alla terra madre. È uno degli errori capillarmente diffusi da certi scrittori intriganti. Vi sono senza dubbio un’evidente inimicizia politica e una spinosa suscettibilità verso l’atteggiamento poco generoso della stampa inglese; ma, nel complesso, la tendenza popolare è fortemente schierata a favore dell’Inghilterra. Un tempo, anzi, queste propensioni sfioravano un insensato fanatismo. Il solo qualificarsi come ” era un passaporto per ricevere ospitalità ed essere accolto in seno a qualsiasi famiglia e troppo spesso assegnava un effimero valore a chi era indegno e ingrato. La sola idea di “Inghilterra” suscitava in tutto il paese un vero e proprio entusiasmo. Ci volgevamo a lei con un senso quasi sacro di affetto e di venerazione, la consideravamo la terra dei nostri padri, nobile luogo di raccolta dei più antichi monumenti della nostra razza, culla e mausoleo dei saggi e degli eroi della storia patria. Dopo il nostro paese, non ve n’era nessuno della cui gloria fossimo più orgogliosi, nessuno la cui stima volessimo ansiosamente conquistare, nessuno per il quale i nostri cuori si struggessero con un fremito di affettuosa compassione. Persino durante lguerra, ogni volta che esisteva la minima possibilità che sbocciasse un sentimento gentile, era la gioia degli animi generosi del nostro paese dimostrare che, seppure in mezzo alle ostilità, veniva tenuta desta la fiamma della futura amicizia.
Può essere definitivo, tutto ciò? L’anello d’oro della comunione fraterna, così raro tra le nazioni, dovrà essere spezzato per sempre? Meglio così, forse: servirà a dissipare un’illusione che ci avrebbe costretto alla soggezione mentale e di tanto in tanto avrebbe forse interferito con i nostri veri interessi fino a impedire l’affermarsi di un giusto orgoglio nazionale. Ma è arduo rinunciare a un legame di parentela! E sono questi sentimenti, più preziosi dell’interesse, più cari al cuore dell’orgoglio, che ci faranno voltare lo sguardo con rimpianto mentre ci allontaniamo sempre più dalla casa paterna, lamentandoci per la severità dei genitori che respingono l’affetto della loro creatura.
D’altra parte, per quanto miope e scellerato possa essere il comportamento dell’Inghilterra in questa campagna denigratoria, la recriminazione da parte nostra comporterebbe un giudizio altrettanto negativo. Non parlo qui di un’attenta e appassionata rivendicazione del nostro paese o della punizione dei dileggiatori: mi riferisco a una certa tendenza verso analoghe rappresaglie, a ritorsioni in fatto di sarcasmo e di pregiudizi, che sembrano diffondersi tra i nostri scrittori. Guardiamoci soprattutto da questa attitudine, perché moltiplicherebbe il male invece di sanare il torto. Nulla è più facile e attraente che restituire il sarcasmo e l’offesa, ma è una contesa ignobile e senza utili risultati. È la scelta di una mente debole, inasprita dalla petulanza anziché accesa dall’indignazione. Se l’Inghilterra è disposta a permettere che le basse invidie del commercio, o l’astioso malanimo della politica minaccino l’integrità della sua stampa e avvelenino la fonte dell’opinione pubblica, asteniamoci dal seguire il suo esempio. Se lei pensa che sia suo interesse diffondere l’errore e instillare l’antipatia per porre un freno all’emigrazione, noi non abbiamo interessi analoghi a cui sottostare. Non abbiamo nemmeno da nutrire uno spirito di rivalità nazionale perché, finora, in tutti i nostri antagonismi con l’Inghilterra, siamo stati noi ad avere la meglio e a guadagnarci. Ci possono essere perciò molti modi di rispondere senza lasciarsi andare al risentimento, al puro e semplice spirito di rivalsa che, del resto, non portano vantaggi. Le nostre risposte non vengono mai pubblicate in Inghilterra, non raggiungono il bersaglio, ottengono soltanto di alimentare tra di noi uno stato d’animo lamentoso e petulante; inaspriscono il dolce flusso della nostra letteratura che è ancora giovane e seminano rovi di spine tra i suoi germogli. Quel che è peggio, si diffondono in tutto il paese e, dove agisce la loro influenza, suscitano violenti pregiudizi nazionali. È proprio questo il male da evitare in modo particolare. Essendo totalmente sotto il dominio dall’opinione pubblica, dovremmo mettere la massima cura nel mantenere integra la mente del pubblico. Sapere è potere, verità è sapere; chiunque perciò diffonda, in piena consapevolezza, un pregiudizio, mina deliberatamente le fondamenta della forza del suo paese.
I cittadini di una repubblica, più degli altri uomini, dovrebbero essere candidi e spassionati. Sono, ognuno, una porzione della mente e della volontà sovrane e possono quindi affrontare tutte le questioni d’interesse nazionale con serenità e senso di giustizia. Per la particolare natura dei nostri rapporti con l’Inghilterra, abbiamo con lei questioni più numerose e di carattere più delicato e complesso che con le altre nazioni: problemi che suscitano sentimenti facilmente eccitabili e poiché le decisioni da prendere per risolverli devono, in ultima analisi, essere approvate dal sentimento popolare, l’attenzione e la preoccupazione di purificarlo da qualsiasi passione o pregiudizio nascosti non saranno mai troppe.
Dato che offriamo anche rifugio a stranieri provenienti da tutte le parti del mondo, dovremmo accogliere tutti con imparzialità. Dovremmo andare orgogliosi di porgere al mondo l’esempio di una nazione priva di antipatie nazionali, che non soltanto pratichi l’atto palese dell’ospitalità, ma anche quelle cortesie più rare e più nobili che scaturiscono dalle opinioni realmente liberali.
Che c’entriamo, noi, con i pregiudizi nazionali? Sono, questi, la malattia cronica dei paesi vecchi, contratta in epoche retrograde e ignoranti, quando le nazioni sapevano ben poco l’una dell’altra e guardavano con sospetto e ostilità oltre i loro confini. Noi, al contrario, siamo nati in un’era illuminata e razionale, nella quale le diverse zone del mondo abitabile e i vari rami della stirpe umana sono stati studiati senza posa e la conoscenza è stata fatta circolare; tradiremmo perciò i vantaggi della nostra nascita se non prendessimo le distanze dai pregiudizi nazionali come abbiamo fatto con le superstizioni locali del vecchio mondo.
Ma soprattutto, non lasciamoci accecare dall’ira fino al punto di non voler riconoscere quanto c’è di veramente eccellente e piacevole nel carattere degli inglesi. Siamo un popolo giovane, inevitabilmente portato all’imitazione e gli esempi e i modelli dobbiamo trarli in larga parte dalle nazioni europee esistenti. Non vi è per noi paese più degno di studio dell’Inghilterra. Lo spirito che anima la sua costituzione è il più vicino al nostro. I costumi dei suoi cittadini, la loro attività intellettuale, la loro libertà d’opinioni, le idee riguardo agli interessi più preziosi e agli affetti più sacri della vita privata: tutto è affine all’indole americana e, in effetti, è tutto intrinsecamente eccellente, perché le fondamenta del benessere britannico poggiano sul senso morale della popolazione e, per quanto la sovrastruttura possa essere corrosa dal tempo o inquinata dagli abusi, vi è sicuramente qualcosa di solido alla base, di pregiato nei materiali e di stabile nell’impalcatura di un edificio che si è eretto inamovibile per tutto questo tempo in mezzo alle intemperie del mondo.
Sia perciò vanto dei nostri scrittori tralasciare ogni senso di fastidio e rifiutare di vendicarsi della mancanza di generosità degli scrittori inglesi: descrivano la nazione inglese senza preconcetti e con cosciente lealtà. Pur rifiutando l’indiscriminato fanatismo con cui alcuni dei nostri connazionali apprezzano e imitano tutto ciò che è inglese proprio perché è inglese, segnalino onestamente quello che è davvero meritevole di essere approvato. Potremo così collocarci davanti all’Inghilterra come se fosse un volume da consultare di continuo e dove sono riportate valide deduzioni frutto dell’esperienza; tralasciando gli errori e le assurdità che possano essersi infiltrate in quelle pagine, vi attingeremo preziose massime di saggezza pratica con le quali rendere saldo e abbellire il carattere nazionale.