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Stories by washington irving

funerali di campagna (italian)

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Tra le usanze più graziose e più ingenue della vita campestre che ancora sopravvivono in alcune regioni dell’Inghilterra, vi è quella di stendere fiori davanti ai funerali e di piantarli sulla tomba degli amici morti. Si dice che sia un residuo dei rituali della chiesa primitiva; deriva invece da tempi ancora più lontani, perché fu rilevata nei greci e nei romani e citata spesso dagli scrittori ed era, senza dubbio, una spontanea dimostrazione d’affetto in epoche ancora illetterate, molto prima che l’arte avesse imparato a esprimere il dolore nel canto o a istoriarlo sui monumenti. Oggi la incontriamo soltanto negli angoli più lontani e isolati del regno, dove la moda e le novità non sono ancora giunte a cancellare, calpestandoli, i segni strani e interessanti dell’antichità.
Nel Glamorganshire, ci è riferito, il letto su cui giace il corpo, viene coperto di fiori, usanza della quale si trova riferimento in una delle scombinate e lacrimevoli canzoncine di Ofelia:
Bianco il sudario come neve in monte…
[…]
…cosparso di bei fiori;
non fu accompagnato alla tomba dal pianto,
rugiada di vero amore.
Esiste anche un rituale estremamente delicato e bello che si osserva in certi isolati villaggi meridionali, al funerale di una donna che sia morta giovane e nubile. Una fanciulla simile alla defunta per età, altezza e corporatura depone davanti alla salma una ghirlanda di fiori bianchi che poi, in chiesa, viene appoggiata su quello che era stato il suo posto abituale. Talvolta le ghirlande sono di carta bianca, a imitazione dei fiori, e all’interno c’è di solito un paio di guanti bianchi, simbolo della purezza della scomparsa e della corona di gloria che ha ricevuto in cielo.
In alcune zone del paese, inoltre, i morti vengono condotti alla tomba tra canti di salmi e inni: una sorta di trionfo «per significare», dice Bourne, «che hanno terminato con gioia il loro passaggio sulla terra e sono diventati conquistatori». Mi si dice che questa usanza sia osservata in alcune delle contee del settentrione, specialmente nel Northumberland, ed è bello, seppure malinconico, ascoltare in una tranquilla serata, in un romito paesaggio campestre, la triste melodia di un canto funebre giungere da lontano e vedere il corteo che procede lentamente in mezzo al verde.
Così, così, così giriamo intorno
al tuo sepolcro innocente e tranquillo
e mentre intoniamo il tuo canto funebre
il narciso e altri fiori deponiamo
sull’altare del nostro amore, sulla pietra del tuo sepolcro.
In questi luoghi isolati vige anche un solenne omaggio tributato dal viaggiatore al funerale che incontra, poiché questi spettacoli che si svolgono negli angoli tranquilli della natura si imprimono a fondo nell’animo. Quando il corteo funebre si avvicina, il viandante resta fermo, si scopre il capo e lascia che lo superi; poi si unisce agli altri e lo segue in silenzio, talvolta fino alla tomba, altrimenti per alcune centinaia di metri e, dopo aver offerto questo atto di rispetto al defunto, si volta e riprende la sua strada.
La malinconia che scorre nelle vene degli inglesi e che costituisce uno dei tratti più nobili e commoventi della loro indole, è testimoniata con tocco gentile da queste usanze poetiche e dalle premure mostrate dal popolo perché la tomba sia rispettata e tranquilla. Il più misero dei contadini, per quanto umile sia la sua condizione, desidera che la propria tomba sia omaggiata da qualche piccolo simbolo di rispetto. Sir Thomas Overbury, descrivendo la «graziosa e vispa lattaia», rileva che «vive in questo modo e l’unica sua preoccupazione è quella di morire a primavera per avere una gran quantità di fiori sparsa sul sudario». Anche i poeti, che esprimono sempre i sentimenti della nazione, raccontano di frequente di questa sollecitudine affettuosa per la tomba. In The Maid’s Tragedy, di Beaumont e Fletcher, incontriamo un magnifico passo di questo genere che descrive la capricciosa malinconia di una fanciulla dal cuore infranto:
Quando vede una riva
fitta di fiori, con un sospiro dice
alle domestiche, che bel luogo sarebbe quello
per seppellirvi due amanti; e dalle sue donzelle
li fa cogliere e spargere su di lei come su una salma.
In passato, l’abitudine di decorare le tombe era universale; sul tumulo venivano premurosamente fatti incurvare alcuni giunchi per proteggere le zolle e veniva contornato da fiori e sempreverdi. «Orniamo le tombe», dice Evelyn in Sylva, «di fiori e di piante odorose, degno simbolo dell’esistenza umana che, nelle Sacre Scritture, è paragonata a quelle fragili bellezze le cui radici sono state seppellite nel disonore, ma che poi resuscitano nella gloria». Oggi è assai raro in Inghilterra, ma si può incontrare ancora nei cimiteri dei villaggi isolati, in mezzo alle montagne del Galles e ne rammento un caso nel paesino di Ruthen che si trova in cima alla splendida valle di Clewyd. Mi è anche stato riferito da un amico, che si era trovato al funerale di una fanciulla del Glamorganshire, che le donne del corteo tenevano molti fiori nel grembiule e che, appena il corpo fu seppellito, li sparsero sul tumulo. Egli notò che molte tombe erano state ugualmente decorate. Dato che i fiori erano stati semplicemente infilati nella terra e non piantati, erano appassiti subito e mostravano vari stadi di declino: alcuni avevano piegato il capo, altri erano completamente secchi. In seguito sarebbero stati soppiantati dall’agrifoglio, dal rosmarino e da altri sempreverdi che su qualche tomba erano cresciuti lussureggianti e facevano ombra alle lapidi.
Un tempo c’era, nella sistemazione di questi doni di campagna, un talento malinconico che aveva un che di veramente poetico. La rosa a volte si univa al giglio, a simboleggiare la fugacità della vita. «Questi dolci fiori», dice Evelyn, «sbocciati su un ramo di spine e uniti al giglio, sono i simboli naturali della nostra vita effimera, adombrata, ansiosa e passeggera che, pur mostrandosi lieta per un certo tempo, non è tuttavia priva di spine e di croci». La qualità e i diversi colori dei fiori e dei nastri con i quali venivano legati spesso facevano riferimento alla storia del defunto, oppure esprimevano i sentimenti di chi lo piangeva. In un’antica lirica intitolata Il lamento funebre di Coridone, un amante descrive le decorazioni che intende usare:
Una ghirlanda sarà intrecciata
dall’arte e dalla natura insieme
di fiori variopinti
a mostrare la buona volontà.
E nastri multicolori
vi applicherò
ma soprattutto il nero e il giallo
scenderanno insieme a lei nel sepolcro.
Ornerò la sua pietra di fiori
i più rari che si siano mai visti
le mie lacrime faranno da pioggia
per conservarli freschi e verdi.
La rosa bianca, ci è riferito, veniva piantata sulla tomba delle vergini; la ghirlanda era intrecciata con nastri bianchi, simbolo della loro candida innocenza; a volte però vi erano legati nastri neri che esprimevano il dolore dei sopravvissuti. La rosa rossa era utilizzata talvolta per ricordare una persona nota per la sua benevolenza; ma, in generale, le rose erano destinate ai sepolcri degli innamorati. Evelyn racconta che ai suoi tempi quella usanza non era ancora del tutto decaduta nei dintorni della sua residenza, nella contea del Surrey, «dove le giovinette ogni anno coltivavano e ornavano di roseti le tombe dei loro innamorati defunti». E anche Camden riporta nella sua Britannia: «Da tempo immemorabile sopravvive l’abitudine di piantare roseti sulle tombe, specialmente da parte di quei giovani e di quelle fanciulle che hanno perso la creatura amata; sicché, oggi, questo cimitero ne è tutto adorno».
Quando i defunti avevano sofferto per amore venivano usati simboli più tristi, come il tasso e il cipresso e, se si spargevano fiori, erano dei colori meno vivaci. Così nelle poesie di Thomas Stanley, (pubblicate nel 1651), si legge la seguente strofa:
Spargete
sulla mia triste tomba
le vostre offerte,
i cipressi solitari e il tasso malinconico,
perché fiori più gentili non possono sbocciare
o prosperare da una terra tanto infelice.
In The Maid’s Tragedy è inserita un’arietta sentimentale che descrive questa usanza delle donne che hanno patito delusioni amorose di ornare le cerimonie funebri:
Ponete sul mio carro funebre una ghirlanda
di tetro tasso,
rechino le giovinette rami di salice,
dicano che sono morta fedele.
Il mio amante fu traditore, ma io fui tenace,
dall’ora della mia nascita;
sul mio corpo inumato posate
lieve, la terra gentile.
Il dolore per i morti sortisce l’effetto naturale di affinare ed elevare la mente e ne abbiamo una testimonianza nel candore del sentimento e nell’eleganza non affettata del pensiero che attraversa queste celebrazioni funerarie. Si prestava particolare cura nell’impiegare soltanto arbusti e fiori profumati. Sembra che l’intento fosse quello di alleviare gli orrori della tomba, allontanare la mente dalle riflessioni sulla infelice caducità dei mortali e associare la memoria del defunto agli oggetti naturali più delicati e più graziosi. Prima che la polvere torni alla polvere, nella tomba si verifica un processo terrificante dalla cui contemplazione il pensiero rifugge, e noi proviamo ancora a immaginare la figura che abbiamo amato rimembrando i piacevoli sentimenti che sgorgavano quando appariva dinanzi a noi in tutta la sua giovinezza e beltà. «Deponetela nella terra», dice Laerte della sorella vergine,
E dalla sua carne bella e pura
spuntino le violette!
Così Herrick nel suo Dirge of Jephtah, genera un fragrante flusso di pensieri e di immagini patetiche che, in un certo senso, imbalsamano la morta con i ricordi della viva.
Dormi in pace, nel tuo letto profumato
e fa’ di questo luogo un paradiso:
possano qui crescere dolci cose! E fumar da qui
il ricco incenso.
Il balsamo e la cassia mandino il loro aroma
dal monumento virginale.
[…]
Possano le timide fanciulle, alle ore prescritte
venire a coprire la tua tomba di fiori;
possano le vergini, quando vengono a piangere,
bruciare il maschio incenso
sul tuo altare! E poi ritornino
e ti lascino dormire nell’urna.
Potrei affollare queste pagine di riferimenti tratti dai vecchi poeti inglesi che scrissero quando questi riti erano diffusi e ai quali piaceva alludervi spesso; ma ho già riferito più del necessario. Non posso però fare a meno di proporre un brano di Shakespeare, per quanto possa sembrare conosciutissimo, che chiarisce il senso simbolico che spesso comunicano questi tributi floreali e che, allo stesso tempo, è ricco di magia linguistica e di immagini efficaci che lo caratterizzano.
Con i fiori più belli, fin che duri l’estate e io viva qui, Fedele, profumerò la tua triste tomba. Non ti mancherà il fiore che è simile al tuo volto, la pallida primula; né la campanula azzurrina come le tue vene; no, né i petali della rosa canina, che senza calunniarla non giudico più profumata del tuo respiro.
In queste immediate e spontanee offerte di frutti della natura vi è certamente qualcosa che intenerisce più di quanto facciano certi costosi monumenti artistici: la mano offre il fiore mentre il cuore arde d’amore, e le lacrime scivolano sulla tomba mentre l’affetto piega i rami intorno alle zolle; la commozione invece svanisce sotto il lento lavorio dello scalpello e si raggela nella fredda suberbia del marmo scolpito.
È un vero peccato che un’usanza così profondamente poetica e commovente sia scomparsa dall’uso comune e sopravviva soltanto nei villaggi più lontani e sconosciuti. Ma sembra che i modi della poesia abbandonino sempre le vie maestre della società colta. Accrescendo i loro studi, le persone diventano prosaiche. Disquisiscono di poesia, ma hanno ormai imparato a trattenere gli istinti, a rifuggire le emozioni spontanee e a sostituire i riti commoventi e pittoreschi con le formalità e il rigido cerimoniale. Non esiste processione più solenne e più fredda di un funerale inglese in città. È fatto di sfarzo e di tetra esibizione: carri a lutto, cavalli a lutto, piume a lutto e prefiche a pagamento che fanno del dolore una messinscena. «Si scava la fossa», dice Jeremy Taylor, «c’è un lutto solenne, nel quartiere, se ne fa un gran parlare e, a esequie concluse, nessuno ne avrà più memoria». In una città allegra e popolosa, i conoscenti vengono presto dimenticati; il rapido intervento di nuove amicizie e di nuovi piaceri li allontana dai nostri pensieri e persino i luoghi e gli ambienti mutano incessantemente. Ma i funerali di campagna sono solenni e si imprimono nella mente. La falce della morte apre un vuoto nella cerchia del villaggio e, nella tranquilla monotonia della vita rurale, è un evento terribile. La campana a morto risuona in tutti gli orecchi, insinua la sua sottile malinconia per ogni collina e ogni vallata, incupisce tutta la campagna.
Persino i contorni del paesaggio, uniformi e inalterabili, perpetuano la memoria dell’amico con il quale solevamo goderne, il compagno delle più intime passeggiate, che animava e ravvivava la solitudine dei campi. Il suo ricordo è legato a tutte le gioie della natura; riascoltiamo la sua voce nell’eco che in passato si dilettò a evocare; il suo spirito si aggira ancora per i boschetti che un tempo frequentava. Ci rivolgiamo a lui nella selvaggia solitudine della pianura o nella tacita bellezza della vallata. Nella freschezza del sorridente mattino tornano a noi i suoi sorrisi raggianti, la sua incontenibile allegria e, quando la triste sera si affaccia con le ombre che si addensano e la calma che ci rende pensosi, rammentiamo tante ore vespertine di sereni discorsi e di dolce malinconia.
Ogni luogo solitario lo restituirà,
giusto è versare lacrime per lui,
sarà amato finché la vita non avrà più incanti
e pianto finché non si spenga l’essenza stessa della pietà.
In campagna, il ricordo del defunto è perpetuato anche dal fatto che la tomba è proprio sotto gli occhi di chi resta. Loro vi passano davanti per andare a pregare; la contemplano tornando a casa con il cuore addolcito dalle pratiche della devozione; vi indugiano la domenica, quando i pensieri sono liberi dalle preoccupazioni quotidiane e più disposti a separarsi dai godimenti e dagli amori del momento e a intrattenersi con i solenni ricordi del tempo passato. Nel Galles del nord, i contadini si inginocchiano e pregano sulle tombe degli amici morti per diverse domeniche dopo la sepoltura. E dove ancora si pratica, il commovente rito di spargere e piantare fiori viene sempre rinnovato a Pasqua, a Pentecoste e in altri giorni festivi, quando la stagione rammenta vividamente il compagno di precedenti feste. Viene regolarmente praticato dai parenti e dagli amici più stretti, mai da subalterni o da mercenari, e se un vicino si offrisse di partecipare, sarebbe considerato offensivo proporre un compenso.
Ho indugiato su questa bellissima usanza campagnola perché, essendo uno degli ultimi riti dell’amore è anche uno dei più sacri. La tomba è la prova dell’affetto duraturo. È là che il sacro sentire dell’anima mostra la propria supremazia sull’impulso istintivo del semplice attaccamento animale. Quest’ultimo deve essere di continuo ravvivato e tenuto vivo dalla presenza dell’oggetto amato; ma l’amore che dimora nell’anima riesce ad alimentarsi per lungo tempo del semplice ricordo. La pura attrazione sensuale scolora e viene meno con le grazie che l’avevano suscitata e rifiuta, con orrore e disgusto, i cupi recinti della tomba; ma è a questo punto che il vero slancio spirituale si purifica di ogni passione terrena e torna, come una sacra fiamma, a diffondere la luce e santificare il cuore di coloro che restano.
L’afflizione per i nostri morti è la sola dalla quale rifiutiamo di separarci. Tentiamo di sanare ogni altra ferita, di dimenticare ogni altra sofferenza, ma consideriamo nostro dovere mantenere viva questa pena, questo è un dolore che nutriamo in solitudine. Quale madre vorrebbe dimenticare il bambino che languì come un fiore strappato dalle sue mani, benché il ricordo sia straziante? Quale figlio vorrebbe dimenticare gli affettuosi genitori sebbene il ricordo non sia altro che rimpianto? Chi, anche nel momento della fine, dimenticherebbe l’amico che lo ha lasciato? Chi, quando la tomba si chiude sui resti della donna che amò sopra ogni cosa, quando sente il proprio cuore, per così dire, oppresso dal peso di quella porta chiusa, accetterebbe il conforto che solo l’oblio è in grado di concedere? No, l’amore che dura oltre la morte è uno dei più nobili caratteri dell’anima. Arreca dolori, ma anche gioie: quando la dolcezza delle lacrime versate nel ricordo rallenta il flusso inarrestabile del cordoglio; quando l’improvvisa angoscia e la violenta sofferenza di fronte ai resti di ciò che amavamo di più al mondo sfociano lentamente nel mesto ricordo della creatura perduta quando era nel fiore della bellezza, chi vorrebbe fugare quel dolore dal cuore? Benché a volte getti un’ombra rapida sull’ora luminosa della gioia o diffonda una tristezza più profonda sul momento dello sconforto, chi mai vorrebbe sostituirlo, sia pure con il canto del piacere o l’esaltazione della festa? No, dal sepolcro sale una voce più dolce di qualsiasi melodia. C’è un piacere, nel ritornare con la mente a chi non è più, che distrae persino dalla seduzione dei vivi. Ah, la tomba! La tomba!… Seppellisce ogni sbaglio, copre ogni sconfitta, appiana ogni risentimento! Dal suo seno accogliente non sgorgano che afflitti rimpianti e ricordi soavi. Anche la tomba di un nemico: chi può guardarla senza provare rimorso per aver combattuto quella povera manciata di terra che ora giace dinanzi a lui?
Ma la tomba di quelli che abbiamo amato… È un luogo atto alla meditazione. È lì che rammentiamo tutta la storia delle sue doti di bontà e gentilezza, i mille tesori d’amore donati quasi senza che ce ne accorgessimo nella quotidiana intimità. È lì che ci soffermiamo sulla tenerezza, sulla sublime, straziante tenerezza dell’ultimo saluto. Il letto di morte, con il suo corredo di dolore inespresso, con l’assistenza taciturna, le veglie mute e quotidiane! Gli ultimi segni dell’amore che spira! La debole, discontinua, emozionante – oh, quanto! – stretta della mano! Le fioche e spezzate parole che contrastano la morte per offrirci un’ultima prova d’affetto! L’estremo sguardo amoroso degli occhi già offuscati che si rivolge a noi dalla soglia dell’esistenza!
Sì, medita pure sul sepolcro dell’amore sepolto! Patisci dentro di te per ogni dono non ricambiato, ogni tenerezza trascurata di quella creatura deceduta che non tornerà mai per farsi confortare dal tuo pentimento!
Se sei un figlio, e hai aggiunto una pena all’anima o una ruga alla fronte contornata d’argento di un genitore amoroso; se sei un marito, e hai dato motivo al delicato petto che traeva ogni sua gioia dai tuoi abbracci, di dubitare per un istante della tua benevolenza e della tua lealtà; se sei un amico, e hai diffamato con pensieri, parole o azioni, lo spirito che si affidava completamente a te; se sei un amante, e hai arrecato un ingiusto dolore al cuore devoto che ora giace immobile e freddo sotto i tuoi piedi… Stai sicuro, allora, che ogni sguardo scontroso, ogni parola offensiva, ogni gesto villano ti torneranno nuovamente alla mente, bussando in modo straziante alla porta della tua anima; stai sicuro che ti getterai su quella tomba carico di sofferenza e pentimento e ti affliggerai non udito, verserai lacrime non viste: più cocenti, più amare perché non udite, perché non viste.
Intreccia allora la tua corona di fiori e spandi sulla tomba i doni della natura; conforta, se puoi, lo spirito spezzato dal dolore con quei dolci e tuttavia inutili tributi di rimpianto. Ricava però un insegnamento dall’amarezza di questa accorata affezione per i morti e, d’ora in poi, sii più solerte e più amorevole nell’adempiere il dovere verso i vivi.
***
Nella stesura dell’articolo precedente non si pretendeva di offrire una relazione completa e dettagliata delle usanze funerarie della campagna inglese, ma soltanto di fornire qualche informazione e qualche notizia per illustrare riti particolari da aggiungere in nota a un altro testo che è stato poi revocato. L’articolo ha assunto, quasi impercettibilmente, la forma attuale; e questo lo dico per giustificare di aver menzionato in modo breve e incompleto usanze lungamente e dottamente già approfondite in altre opere.
Devo anche aggiungere che sono al corrente che l’abitudine di adornare di fiori le tombe è diffusa in altri paesi oltre che in Inghilterra. In alcuni, anzi, è ancor più comune e viene praticata anche dalle persone ricche ed eleganti: in questo caso però tende a perdere in immediatezza e a degenerare nell’ostentazione. Bright, nel suo viaggio nella bassa Ungheria, parla di monumenti funebri di marmo e di luoghi appartati destinati alla meditazione, dotati di sedili sistemati sotto pergolati di piante di serra e dice che, in genere, le tombe sono ornate con i fiori dai colori più smaglianti della stagione. Egli descrive anche una scena di amore filiale, alla quale ha assistito per caso, che non posso non riportare, perché sono certo che non solo sia commovente, ma efficace per dimostrare le amabili virtù del gentil sesso. «Quando mi trovavo a Berlino», dice, «seguii il celebre Iffland fino alla tomba. In mezzo a tutto quel fasto, era però possibile rinvenire in quel funerale un sentimento sincero. Nel bel mezzo della celebrazione, la mia attenzione fu attratta da una giovane che si trovava su un tumulo da poco ricoperto dall’erba che proteggeva ansiosamente dalla gente che passava. Era la tomba del padre e la figura di quella figlia premurosa rappresentava un monumento più commovente della più dispendiosa tra le opere d’arte».
Aggiungo un solo esempio di decorazione tombale che potei ammirare una volta in mezzo alle montagne svizzere. Si trovava nel villaggio di Gersau che sorge ai margini del lago di Lucerna, ai piedi del monte Rigi. Era, un tempo, la capitale di una repubblica in miniatura, confinata tra le Alpi e il lago, raggiungibile da terra solo per mezzo di sentieri. L’intero esercito della repubblica non superava i seicento militari e il confine di poche miglia, ritagliato per così dire all’interno delle montagne, ne racchiudeva l’intero territorio. Il villaggio di Gersau sembrava isolato dal resto del mondo e manteneva la dorata semplicità di un’epoca più pura. Aveva una piccola pieve con il suo cimitero. Sulle tombe erano poste croci di legno o di ferro. Su alcune erano infisse miniature che, seppure di rozza fattura, si sforzavano di mostrare una certa somiglianza con i morti. Ghirlande di fiori erano appese alle croci: alcune erano già appassite, altre fresche come se, di tanto in tanto, venissero rinnovate. Mi fermai interessato ad ammirare questa scena: percepivo di essere di fronte alla sorgente stessa della poesia perché quelle erano le offerte belle e spontanee che sorgono dal cuore e di cui tanto si dilettano i poeti. In un luogo più allegro e più popoloso, mi sarebbe sorto il dubbio che fossero suggerite da sentimenti convenzionali, di origine libresca; ma la brava gente di Gersau aveva poca familiarità con i libri: in tutto il villaggio non c’erano nemmeno un romanzo o un libro di liriche d’amore e non credo che qualche montanaro locale sapesse che, mentre intrecciava una fresca ghirlanda per la tomba della sua innamorata, adempiva a uno dei riti più fantasiosi della devozione poetica e di essere, praticamente, un poeta.