elementi del carattere degli indiani d’america (italian)
C’è un elemento, nel carattere e nelle abitudini di un selvaggio dell’America del Nord, in relazione al paesaggio sul quale è abituato a spaziare – i grandi laghi, le immense foreste, i fiumi maestosi e le sterminate pianure vuote – che mi sembra straordinariamente emozionante e quasi sublime. Egli è fatto per la solitudine come l’arabo è fatto per il deserto. La sua natura è seria, semplice e tollerante, adatta a confrontarsi con le difficoltà e a sopportare i sacrifici e le fatiche. Sembra che ci sia ben poco posto nel suo cuore per le nobili virtù; ma se volessimo fare lo sforzo di comprendere quello stoicismo orgoglioso e quella pratica del silenzio che rendono il suo carattere inaccessibile all’osservazione superficiale, scopriremmo che è legato al suo simile del mondo civile da maggiore cordialità e affetto di quelli che normalmente gli vengono riconosciuti.
Nella prima fase della colonizzazione, agli sventurati aborigeni d’America è accaduto di essere offesi due volte dall’uomo bianco. Una guerra mercenaria e spesso insensata li ha privati dei loro beni ereditari, e sono stati denigrati da scrittori indegni o interessati. Spesso il colono li ha trattati come animali selvatici della foresta e gli scrittori hanno cercato di legittimare quella condotta irriverente. Il primo ha trovato più facile la via dello sterminio che quella della civilizzazione; gli altri hanno preferito denigrare anziché distinguere. Gli appellativi di “selvaggio” e “pagano” erano considerati sufficienti per sancire l’ostilità da entrambe le parti e, in questo modo, i poveri nomadi delle foreste furono perseguitati e calunniati non perché avessero delle colpe, ma perché erano ignoranti.
È molto raro che i diritti dei selvaggi siano stati riconosciuti o rispettati dall’uomo bianco. In tempo di pace sono stati troppo spesso vittime di scaltri traffici; in tempo di guerra sono stati considerati alla stregua di bestie feroci la cui vita, o la cui morte, era legata solo a motivi di precauzione o convenienza. L’uomo è spinto a fare crudelmente scempio della vita quando, sentendo minacciata la propria incolumità, può agire impunemente; e da lui non ci si può aspettare alcuna pietà quando avverte il morso del serpente e sa di poterlo schiacciare.
Gli stessi pregiudizi che imperavano nei tempi passati, hanno ancora un’ampia diffusione al giorno d’oggi. È vero che alcune dotte associazioni hanno cercato, con apprezzabile diligenza, di accertare e documentare il vero carattere, nonché gli usi e i costumi delle tribù indiane e che anche il governo americano si è impegnato in modo saggio e umano per promuovere un atteggiamento di amicizia e di indulgenza nei loro confronti e per proteggerli dagli inganni e dalle ingiustizie. L’attuale opinione sul carattere degli indiani, tuttavia, si basa purtroppo sui comportamenti delle torme di derelitti che infestano le frontiere e continuano a restare ai margini degli insediamenti. Ne fanno parte, generalmente, individui degenerati che la società ha contaminato con i suoi vizi anziché renderli migliori con i vantaggi della libertà. È stato annientato l’orgoglio per l’indipendenza che costituiva il cardine delle virtù selvagge e si è sfaldata l’integrità morale della loro società. Il loro spirito è avvilito dal senso di inferiorità e il coraggio originario si è lasciato intimorire dalla superiore cultura e dal potere dei loro illuminati vicini. La società si è abbattuta su di loro come una di quelle violente tempeste che talvolta riducono alla desolazione intere regioni fiorenti. Ha debilitato la loro forza, moltiplicato le malattie e, soprattutto, ha sostituito l’originaria barbarie con gli intimi vizi di un’esistenza artificiosa. Ha indotto centinaia di bisogni superflui e, allo stesso tempo, ha ridotto i mezzi di sopravvivenza. Ha diradato, con il suo avvento, la selvaggina che fugge il fragore delle asce e il fumo degli insediamenti e trova rifugio nelle profondità delle remote foreste e nelle solitudini ancora vergini. Fin troppo spesso vediamo quindi che gli indiani delle nostre frontiere sono i sopravvissuti di tribù più grandi e potenti, rimasti nei pressi degli insediamenti, ridotti a un’esistenza instabile e vagabonda. La povertà, che immobilizza e demoralizza, questo cancro dell’animo sconosciuto alla vita primitiva, logora lo spirito e guasta tutto quello che c’è di libero e nobile nella loro indole. Diventano ubriaconi, apatici, fiacchi, ladri e codardi. Si aggirano come mendicanti per gli insediamenti, in mezzo ad abitazioni spaziose, piene di ogni comodità e di oggetti raffinati, che non fanno che renderli vulnerabili alla relativa iniquità della loro condizione. Il lusso apparecchia davanti ai loro occhi il suo festino: ma loro non partecipano al banchetto. Nei campi regna l’abbondanza, ma loro muoiono di fame in mezzo a tutta quell’opulenza. Il deserto è fiorito fino a trasformarsi in un giardino: ma loro si sentono alla stregua dei serpenti che lo infestano.
Com’era diversa la loro condizione quando erano ancora gl’indiscussi dominatori del paese! Avevano pochi bisogni e i mezzi per soddisfarli erano a portata di mano. Vedevano che tutti condividevano la stessa sorte, sopportavano le stesse privazioni, si nutrivano degli stessi alimenti, utilizzavano lo stesso primitivo abbigliamento. Non c’era dimora che non fosse aperta allo straniero senza tetto; non si levava tra gli alberi un filo di fumo prima che egli venisse invitato a sedersi accanto al fuoco per partecipare al pasto del cacciatore. «Perché», afferma un vecchio studioso di storia del New England, «la loro vita è priva di affanni e sono oltretutto così amichevoli che utilizzano le cose che possiedono come se fossero beni comuni e sono così misericordiosi che per non lasciar morire di fame un loro simile, si lascerebbero morire tutti quanti; così trascorrono serenamente il loro tempo senz’alcun interesse per i nostri lussi, ma accontentandosi delle loro condizioni di esistenza che alcuni considerano tanto spregevoli». Questi erano gli indiani nell’orgoglio e nell’energia della loro natura primigenia: simili a quelle piante selvatiche che crescono rigogliose nell’ombrosa foresta ma s’indeboliscono sotto la mano del contadino e periscono per effetto del sole.
Nel descrivere l’indole dei selvaggi, invece di restare fedeli al sereno equilibrio del vero percorso della conoscenza, gli scrittori si sono lasciati troppo spesso trascinare da volgari preconcetti e fanatiche esagerazioni: non hanno rivolto la necessaria attenzione alle particolari condizioni in cui gli indiani si erano venuti a trovare e i principi in base ai quali erano stati educati. Nessuno, più dell’indiano, si attiene a una rigida norma. Tutti i loro comportamenti sono regolati da alcuni princìpi generali che vengono loro inculcati fin dall’infanzia. È vero che le leggi etiche che li governano sono poche, ma vengono tutte osservate; l’uomo bianco ha leggi religiose, morali, sociali in gran numero… Ma quante ne infrange!
Un’accusa che viene spesso mossa a questo popolo è la scarsa considerazione mostrata verso i trattati e la slealtà e l’indifferenza con cui, in apparente tempo di pace, dà improvvisamente inizio alle ostilità. D’altra parte, però, i bianchi instaurano con gli indiani rapporti fin troppo distanti, diffidenti, prepotenti e offensivi. Solo di rado concedono loro la fiducia e la sincerità indispensabili alla vera amicizia e non fanno nemmeno attenzione a non oltraggiare l’orgoglio e la superstizione che, più dei semplici motivi d’interesse, sono spesso la causa della loro avversione. Il selvaggio solitario ha sentimenti silenziosi ma intensi. La sua sensibilità non è superficiale come quella del bianco, ma attraversa canali più calmi e profondi. Il suo ardimento, gli affetti e le sue convinzioni riguardano una porzione più piccola di realtà, ma le ferite che possono subire sono proporzionalmente più gravi e offrono motivi di avversione che non siamo in grado di capire a sufficienza. Quando poi, come nelle tribù indiane, una comunità è anche ristretta e dà vita ad un’unica grande famiglia patriarcale l’offesa rivolta a un membro è un’offesa per tutti e il sentimento della vendetta dilaga in un lampo. Un concilio intorno al fuoco è sufficiente a discutere e mettere a punto il piano delle ostilità. Vi partecipano tutti i guerrieri e i saggi. L’arte del dire e la superstizione si mescolano per accendere lo spirito dei guerrieri. L’oratore ridesta l’impeto battagliero; le premonizioni dell’individuo e del veggente provocano una sorta di follia mistica.
In una vecchia cronaca dell’antico insediamento del Massachussett troviamo un esempio di queste repentine esaltazioni statenate da un motivo che offende il carattere degli indiani. I coloni di Plymouth avevano sfregiato i monumenti funebri di Passonagessit e depredato il sepolcro della madre del sachem di alcune delle pelli di cui era ornata. Gli indiani sono noti per il rispetto di cui circondano le sepolture dei congiunti. Sappiamo che alcune tribù, dopo aver trascorso diverse generazioni in esilio dalle dimore degli avi, quando si sono trovate a passare casualmente nelle loro vicinanze, hanno abbandonato il sentiero battuto e, sotto la guida di una tradizione rigorosamente precisa, hanno percorso il paese per miglia e miglia per raggiungere un tumulo, a volte nascosto negli anfratti di una foresta, il luogo in cui un tempo venivano collocate le ossa della loro tribù, per potervi trascorrere lunghe ore in silenziosa meditazione. Sotto l’influsso di questo sentimento sacro ed eccelso, il sachem, la tomba della cui madre era stata profanata, radunò i suoi uomini e rivolse loro la seguente orazione, di una bellezza semplice e poetica; un insolito esempio di eloquenza indiana e, in un selvaggio, un toccante episodio di pietà filiale.
«L’ultima volta che la trionfante luce della volta celeste scese sotto a questo globo e gli uccelli interruppero il loro canto, cominciai, secondo la mia abitudine, a prepararmi al riposo. Prima che gli occhi si abbandonassero al sonno, mi si parò di fronte una visione che lasciò il mio cuore molto turbato e, mentre tremavo di fronte a quell’immagine dolorosa, uno spirito mi parlò ad alta voce: “Guarda, mio amato figlio, guarda i seni che ti allattarono, guarda le mani che ti avvolsero in calde fasce e ti offrirono il nutrimento. Come puoi tralasciare di vendicarti di quei selvaggi che hanno violato in modo oltraggioso la mia tomba, disdegnando gli usi antichi e i nostri degni costumi? Ora la tomba del sachem è come quella della gente comune, infangata da una razza spregevole. Tua madre piange e invoca il tuo intervento contro quella stirpe di usurpatori che si è ingiustamente appropriata della nostra terra. Se lascerai tutto ciò impunito, non avrò requie nella mia eterna dimora”. Dopo queste parole, lo spirito si dileguò e io, tutto sudato e senza quasi essere in grado di parlare, cominciai a recuperare le forze e a chiamare a raccolta i miei sensi, decidendo di chiedere il vostro consiglio e il vostro sostegno».
Ho raccontato quest’aneddoto con una certa prolissità perché serve a chiarire come quei gesti di repentina avversione, che sembrano nascere da un capriccio o da una cattiveria, scaturiscano spesso da motivi profondi e generosi che la nostra disattenzione per l’indole e i costumi degli indiani non ci permette di apprezzare in maniera adeguata.
Un altro motivo di accanito risentimento nei loro confronti è la barbarie che mostrano verso gli sconfitti, provocata in parte dalla politica e in parte dalla superstizione. Le tribù, benché a volte vengano definite nazioni, non sono mai state così numerose da non soffrire pesantemente per la perdita di numerosi guerrieri, e ciò avveniva soprattutto se erano stati impegnati spesso nei combattimenti; e più di una volta è capitato nella storia degli indiani che una tribù, da sempre formidabile avversaria per i suoi vicini, venisse abbattuta e distrutta in seguito alla cattura e al massacro dei suoi guerrieri migliori. Grande quindi era la tentazione del vincitore di mostrarsi spietato: non tanto per soddisfare un malvagio desiderio di vendetta quanto per assicurarsi in futuro la pace. Inoltre, come spesso accade tra le nazioni primitive e un tempo anche presso gli antichi, l’indiano nutre la superstiziosa convinzione che le anime degli amici caduti in battaglia possano essere placate dal sangue dei prigionieri. Costoro, però, quando non venivano uccisi, erano accolti dalle famiglie al posto dei loro caduti e trattati con la familiarità e l’amore che si riservano ai congiunti e agli amici; anzi, il trattamento ricevuto era così ospitale e affettuoso che, quando veniva loro offerta l’alternativa, spesso preferivano restare con i fratelli adottivi anziché tornare ai luoghi e agli amici della loro gioventù.
La crudeltà degli indiani verso i prigionieri si è inasprita dopo la colonizzazione dei bianchi. Quella che all’inizio era una forma di acquiescenza alla politica e alla superstizione, si è trasformata in ardente desiderio di vendetta. Sono indotti a pensare che i bianchi siano gli usurpatori del loro antico potere, l’origine della loro rovina e che stiano gradatamente sterminando l’intera loro razza. Vanno in battaglia accesi dalla consapevolezza dell’oltraggio e dell’ignobile trattamento che ognuno di loro ha subito e sono spinti alla follia e allo sconforto dalla distruzione generale e dalla devastante rovina provocata dal modo di combattere degli europei. L’uomo bianco ha mostrato anche troppi esempi di violenza, incendiando i villaggi e annientando i loro già limitati mezzi di sostentamento; eppure si stupisce quando i selvaggi non si dimostrano equilibrati e generosi nei confronti dei nemici che non hanno concesso loro null’altro che una vita da trascorrere nella miseria.
Definiamo inoltre gli indiani vili e traditori perché preferiscono la guerriglia al combattimento in campo aperto: ma in questo sono ampiamente legittimati dal loro primitivo codice d’onore. Imparano infatti fin dall’inizio che in guerra è ammesso ogni espediente; i combattenti più valorosi non ritengono vergognoso ordire agguati di nascosto e approfittare di qualsiasi vantaggio sul nemico; hanno la meglio perché sono superiori nell’astuzia e nell’intelligenza che permettono di piombare sul nemico e annientarlo. In effetti, la natura ha fatto sì che l’uomo fosse maggiormente incline all’astuzia piuttosto che al coraggio a causa della sua inferiorità fisica rispetto agli altri animali. Costoro sono muniti di mezzi naturali di difesa: corna, zanne, zoccoli e artigli; ma l’uomo deve sfruttare la sua superiore intelligenza. In tutti i combattimenti con gli animali feroci, che sono i nemici principali, si serve dell’inganno e quando, con estrema malvagità, rivolge la sua carica d’odio verso i suoi simili, agisce con le stesse modalità.
Provocare il maggior danno possibile al nemico senza riportare troppe perdite è il principio connaturato alla guerra, e questo naturalmente non si può ottenere se non con l’astuzia. Il leale coraggio che ci spinge a sprezzare i dettami della prudenza e ad affrontare il pericolo a viso scoperto è un prodotto della società, un frutto dell’educazione: onore significa esaltare il dolore e la sofferenza sul desiderio di salvaguardia e di tranquillità personale che la società ha condannato come sentimenti vili. Viene coltivato dall’orgoglio e timore dell’onta e, in questo modo, la paura di un male concreto è vinto dalla paura più grande di un male che vive soltanto nell’immaginazione e che è stato ravvivato e cresciuto con mezzi vari. È stato il tema di canzoni esaltanti e di racconti cavallereschi. Il poeta e il cantastorie si sono compiaciuti di avvolgerlo di un’aura romantica e anche lo storico ha tralasciato la misurata serietà che dovrebbe infondere al resoconto dei fatti per abbandonarsi alla celebrazione usando toni esaltati e persino rapsodici. È stato sempre premiato con onori e solenni manifestazioni: gli hanno eretto monumenti per rendere eterne l’ammirazione e la riconoscenza del paese e per queste opere l’arte ha donato la sua abilità e la ricchezza i suoi beni. Stimolato da questi artifici, il coraggio si è trasformato in eroismo straordinario e innaturale e, ricoperta «del fasto e dell’apparato della guerra», questa irrequieta virtù ha potuto persino oscurare molte di quelle virtù tranquille ma di grande valore che nobilitano silenziosamente l’indole degli uomini e accrescono la nostra felicità.
Ma se il coraggio consiste nell’affrontare i pericoli e le sofferenze, l’esistenza dell’indiano ne è una continua dimostrazione. Egli vive in una perenne condizione di ostilità e di pericolo. Rischi e avventure sono innati alla sua natura o, più esattamente, sembrano indispensabili a ridestare le sue capacità e a rendere interessante la sua esistenza. Accerchiato da tribù nemiche la cui tattica di combattimento si basa su agguati e assalti improvvisi, è sempre sul piede di guerra e vive con le armi in pugno. Come la nave procede in spaventosa solitudine nell’immenso deserto dell’oceano, come l’uccello si muove tra nuvole e tempeste e si apre la strada con le ali, un semplice punto nei territori inviolati dell’aria, così l’indiano prosegue il suo cammino, silenzioso, solo, ma fiero nella vastità delle terre selvagge. Le sue imprese possono paragonarsi, per quanto riguarda le distanze e i rischi affrontati, con i pellegrinaggi dei credenti e le crociate del cavaliere errante. Attraversa sterminate foreste, esposto a tutti i pericoli: la solitudine, le malattie, le imboscate dei nemici, il digiuno. I laghi burrascosi, questi grandi mari dell’entroterra, non sono un impedimento alle sue peregrinazioni; dentro una leggera canoa di corteccia danza come una piuma sulle onde o si getta veloce come una freccia sulle fragorose cascate del fiume. Anche la sopravvivenza quotidiana si deve fare largo tra sforzi e ostacoli; si procura il cibo esponendosi alle fatiche e ai pericoli della caccia; si copre con la pelle dell’orso, della pantera e del bufalo e dorme in mezzo agli scrosci assordanti delle cateratte.
Non c’è eroe dei tempi antichi e moderni che superi l’indiano nell’altero sprezzo per la morte e nella tenacia con cui sopporta gli straordinari supplizi cui viene sottoposto. Anzi, in questi frangenti lo vediamo superare l’uomo bianco, grazie all’educazione ricevuta. L’uno corre incontro a una morte eroica di fronte alla bocca dei cannoni; l’altro la guarda avvicinarsi con calma e la subisce valorosamente, in mezzo alle sevizie dei nemici che lo circondano e all’interminabile tormento del fuoco. S’inorgoglisce a offendere gli aguzzini e a provocarne i supplizi più ingegnosi; le fiamme devastatrici erodono gli organi vitali e mentre la carne, raggrinzandosi, si ritira dai muscoli, egli innalza l’ultimo salmo di gloria lanciando la sfida di uno spirito indomito e chiamando le anime degli avi perché assistano alla sua morte ardimentosa.
Nonostante il disonore che i primi storici hanno gettato sull’indole dei malcapitati indigeni, capita a volte che un raggio vivificante illumini di una luce malinconica il loro ricordo. Di tanto in tanto, nelle rozze cronache delle province orientali, ci s’imbatte in avvenimenti che, benché documentati con i toni bugiardi dell’ipocrisia e del puritanesimo, tuttavia parlano da soli e, quando l’ipocrisia si sarà dissolta, verranno considerati con approvazione e simpatia.
In una delle prime relazioni delle guerre combattute contro gli indiani nel New England, troviamo una toccante descrizione della rovina causata alla tribù dei Pequod. Il senso di umanità si ritrae davanti ai sanguinosi dettagli di quella carneficina inflitta in modo indiscriminato e a sangue freddo. A un certo punto leggiamo dell’aggressione improvvisa a un insediamento indiano durante la notte: le fiamme avvilupparono i wigwam e i poveri abitanti furono uccisi a fucilate mentre cercavano di fuggire, «raggiunti e finiti tutti nel giro di un’ora». Dopo una serie di incursioni analoghe «poiché i nostri soldati», come osserva pietoso il cronista, «avevano deciso, con l’aiuto di Dio, di compiere una soppressione definitiva», gli sfortunati selvaggi furono scacciati dalle loro abitazioni e dall’accampamento e incalzati con il fuoco e con le armi, finché un piccolo gruppo coraggioso, i superstiti dei guerrieri Pequod, si nascose in una palude insieme alle mogli e ai bambini.
Ardenti di rabbia e disperazione, con il cuore gonfio per il dolore provocato dalla distruzione della tribù e con l’animo inasprito dal pensiero dell’onta della sconfitta, rifiutarono di implorare la salvezza a un nemico che li insultava e piuttosto che arrendersi preferirono la morte.
Il loro desolato rifugio fu accerchiato al calar della notte e fu impossibile fuggire. In questa situazione i nemici «li bersagliarono di spari per tutto il tempo e molti furono uccisi e restarono seppellini nel fango». Nell’oscurità e nella bruma che precedono l’alba alcuni spezzarono il cerchio dell’assedio e scapparono nei boschi: «Gli altri furono lasciati ai vincitori e molti vennero uccisi nella palude, come cani ostinati che, nella loro orgogliosa pazzia, preferiscono lasciarsi fucilare e fare a pezzi», invece di supplicare pietà. Quando il giorno si levò su quella manciata di spiriti indomabili, ci viene riferito che, entrando nella palude, i soldati «ne videro parecchi in gruppo, stretti gli uni agli altri, e su di essi scaricarono le armi caricate con dieci o dodici pallottole per volta, infilando le canne dei fucili in mezzo ai rami, a pochi metri da loro. Oltre a quelli che erano stati trovati già morti, molti altri furono sterminati e giacquero nel fango e nessuno, amico o nemico che fosse, ne ebbe più notizia».
Si può leggere questo resoconto scarno e disadorno senza essere colpiti dalla sobria fermezza, il solido orgoglio, la nobiltà di spirito che sembra innervare i cuori di quegli eroi primitivi e li innalza al di sopra dell’istinto umano? Quando i Galli saccheggiarono Roma, trovarono i senatori seduti sereni e severi sugli scranni, avvolti nei loro mantelli, fermi nella decisione di subire la morte senza opporre resistenza e senza alcuna supplica. Questo comportamento fu celebrato come valoroso e magnanimo; lo stesso modo di agire in quegli sfortunati indiani è stato insultato e definito ostinato e vendicativo. È proprio vero che siamo vittime dell’apparenza e delle circostanze! La virtù rivestita di porpora e collocata sul trono è considerata diversa dalla virtù che, svilita e abbandonata, perisce nell’ombra in una foresta!
Adesso basta con queste immagini dolorose. Le tribù orientali sono sparite da tempo; le foreste che le accoglievano sono state abbattute e negli stati densamente popolati del New England resta appena qualche segno della loro presenza nei nomi regionali di un villaggio o di un fiume. Prima o poi avranno la stessa sorte anche le tribù che fiancheggiano le frontiere e che di tanto in tanto hanno ceduto alla tentazione di lasciare le loro foreste per partecipare alle guerre contro i bianchi. Tra un po’ spariranno anch’esse come sono spariti i loro fratelli. Le poche schiere che ancora si aggirano lungo le rive dell’Huron e del Superior e degli affluenti del Mississippi subiranno lo stesso destino di quelle tribù che un tempo vivevano sparse nel Massachusetts e nel Connecticut e imperversavano sulle orgogliose sponde dell’Hudson, di quella stirpe numerosissima che si diceva fosse stanziata sulle rive del Susquehanna e delle diverse genti che prosperarono intorno al Patowmac e allo Rappahanoc e che si insediarono nelle foreste della vasta vallata di Shenandoah. Come la nebbia svaniranno dalla faccia della terra; anche la loro storia sarà dimenticata e «i luoghi che ora li riconoscono non li conosceranno mai più». Se qualche vaga memoria si salverà dal fluire del tempo, sarà nei sogni romantici del poeta che li userà per popolare con la fantasia i boschetti e le valli, come anticamente le popolava di fauni, di satiri e di divinità boschive. Ma se mai dovesse descrivere la storia dolorosa delle ingiustizie che hanno subito; se mai dovesse testimoniare come vennero soggiogati, corrotti, depredati, sradicati dalle dimore natie e dalle tombe degli avi, dispersi come fiere qua e là per la terra e uccisi con massacri e stragi, i posteri abbandoneranno il racconto atterriti e increduli, oppure avvamperanno di indignazione per la ferocia dei loro antenati. «Veniamo respinti», disse un vecchio guerriero, «finché non potremo più arretrare; le nostre asce sono distrutte, gli archi spezzati, i fuochi quasi spenti… tra un po’ l’uomo bianco smetterà di perseguitarci perché avremo smesso di esistere!».