antichità londinesi (italian)
In un certo senso, vado a caccia di antichità e ho la passione di esplorare Londra alla ricerca di ricordi del tempo che fu. È possibile trovarli soprattutto nel cuore della città, inghiottiti e quasi smarriti in una distesa desolata di mattoni e cemento e il loro interesse romantico e poetico deriva proprio dal mondo prosaico e banale che li circonda. Fui colpito da un esempio di ciò nel corso di una recente passeggiata estiva in città, perché la città si esplora vantaggiosamente in estate quando è libera dal fumo e dalla nebbia, dalla pioggia e dal fango dell’inverno. Per un po’ mi ero faticosamente fatto largo in senso contrario al flusso di cittadini che avanzavano lungo Fleet Street. La giornata calda mi aveva dato sui nervi e reso sensibile a ogni stridore, spintone e suono discordante. La carne era affaticata, lo spirito debole e mi stavo per innervosire con la folla brulicante e indaffarata contro cui dovevo lottare, quando, in un attacco di disperazione, attraversai la calca, mi tuffai in una stradina secondaria e, dopo avere oltrepassato diversi angoli e recessi oscuri, emersi in un cortile tranquillo e pittoresco con, al centro, un appezzamento erboso sul quale incombevano alcuni olmi, e tenuto perennemente fresco e verde dal getto spumeggiante di una fontana. Uno studente con in mano un libro era seduto su una panchina di pietra e un po’ leggeva e un po’ meditava sui movimenti di due o tre linde bambinaie insieme ai bimbi affidati loro.
Assomigliavo a un arabo che fosse improvvisamente incappato in un’oasi, in mezzo all’ansante aridità del deserto. Gradatamente, la quiete e la frescura del luogo placarono i miei nervi e ristorarono il mio spirito. Proseguii la mia passeggiata e giunsi, lì nelle vicinanze, a un’antichissima cappella con un tetro portale sassone dall’architettura ricca e massiccia. L’interno era circolare e nobile, illuminato dall’alto. Intorno, c’erano tombe monumentali di antica data sulle quali erano distese le effigi marmoree di guerrieri che indossavano l’armatura. Alcuni avevano le mani devotamente incrociate sul petto; altri tenevano stretta l’impugnatura della spada – persino nella tomba, la loro ostilità era minacciosa! – mentre le gambe incrociate di molti indicavano che si trattava di difensori della fede che avevano partecipato alle Crociate in Terra Santa.
Era, in effetti, la cappella dei Cavalieri Templari, situata stranamente proprio al centro del sordido commercio: non conosco lezione più solenne per l’uomo di mondo che deviare così dal corso principale dell’attività e del denaro per andare alla ricerca della vita e sedersi in mezzo a questi ombrosi sepolcri, dove tutto è crepuscolo, polvere e oblio.
In un successivo giro d’esplorazione incontrai un’altra di queste reliquie del “mondo passato” racchiuse nel cuore della città. Avevo vagabondato per un po’ attraverso strade noiose e monotone, prive di alcun particolare che saltasse all’occhio o che stimolasse l’immaginazione, quando vidi di fronte a me un antico ingresso gotico che si andava sgretolando. Si apriva su uno spazioso quadrilatero che formava il cortile di un imponente edificio gotico il cui portale era aperto «come un invito».
A quanto pareva, si trattava di un edificio pubblico e, dato che ero alla ricerca di antichità, mi avventurai a entrare, sebbene con passo dubbioso. Non incontrando nessuno che si opponesse alla mia intrusione o che mi rimproverasse, proseguii fino a ritrovarmi in un grande salone con un solenne tetto ad arco e una balconata di quercia, tutto in stile gotico. A un’estremità del salone c’era un enorme caminetto, fiancheggiato su entrambi i lati da panche dallo schienale alto; all’altra estremità c’era una piattaforma sopraelevata, o predella – il seggio del potere – al di sopra della quale c’era il ritratto di un uomo abbigliato secondo la foggia antica, con una veste lunga, una gorgiera e una venerabile barba grigia.
Tutto l’edificio dava un’impressione di quiete e solitudine monastiche e quello che gli conferiva un fascino misterioso era che non avevo incontrato anima viva da quando avevo oltrepassato la soglia.
Incoraggiato da questa solitudine, mi sedetti nella nicchia di un ampio bovindo che lasciava entrare un gran fiotto di gialla luce del sole, movimentata qui e là dalle sfumature prodotte da vetri colorati, mentre un battente aperto faceva entrare la dolce aria estiva. Quivi, posata la testa su una mano e il braccio su un antico tavolo di quercia, mi abbandonai a una specie di fantasticheria sull’iniziale destinazione di quell’edificio. Aveva, evidentemente, origini monastiche: si trattava forse di una di quelle istituzioni collegiate costruite in passato per promuovere il sapere, dove il monaco paziente, nella vasta solitudine del chiostro, aggiungeva pagina a pagina, volume a volume, emulando con l’accumulo dei prodotti della mente la grandezza dell’edificio in cui risiedeva.
Mentre ero seduto in questo atteggiamento riflessivo, si aprì una porticina a pannelli sotto un arco all’estremità più lontana del salone e ne uscirono, uno per volta, molti vecchi dalla barba grigia, avvolti in lunghe cappe nere. Attraversarono il salone, senza pronunciare parola: nel passare, ciascuno volse verso di me il pallido viso e poi scomparve attraverso un uscio che si apriva all’altra estremità.
Fui straordinariamente colpito dalla loro apparizione: le cappe nere e l’aspetto antiquato erano in armonia con lo stile di quel venerabile e misterioso edificio. Era come se gli spettri degli anni trascorsi, sui quali avevo fantasticato, mi passassero davanti in processione. Compiacendomi di queste fantasie, mi accinsi, nello spirito di un romanzo d’avventure, a esplorare quello che mi raffiguravo come un regno di ombre che si era ritagliato la sua esistenza nel bel mezzo della realtà materiale.
La mia passeggiata mi condusse attraverso un labirinto di cortili, corridoi interni e chiostri cadenti perché l’edificio principale aveva molte aggiunte e annessi, costruiti in vari periodi e in vari stili diversi. In uno spazio aperto, numerosi ragazzi che evidentemente dimoravano nell’edificio, erano intenti alle loro attività sportive, e tuttavia notavo ovunque quegli uomini misteriosi, anziani e grigi, che a volte vagavano da soli avvolti nei loro neri mantelli e che a volte conversavano in gruppo: sembravano essere i custodi di quel luogo. Rammentai allora quello che avevo letto di certi collegi dei tempi antichi dove si insegnavano astrologia giudiziale, geomanzia, negromanzia e altre scienze magiche e proibite. Era forse un’istituzione di quel genere e quei vecchi ammantati di nero erano in realtà insegnanti di magia nera?
Queste congetture mi passavano per la mente quando il mio sguardo penetrò in una stanza dov’erano appesi oggetti insoliti ed esotici di ogni genere: strumenti di guerra barbarica, strani idoli e alligatori impagliati, serpenti e mostri chiusi in bottiglia decoravano la cappa del camino, mentre sull’alto baldacchino di un letto all’antica ghignava un teschio umano, fiancheggiato su entrambi i lati da gatti essiccati.
Mi accostai per osservare più da vicino questa mistica stanza che sembrava il laboratorio di un negromante, quando mi allarmai nello scorgere un viso umano scrutarmi da un angolo oscuro. Era quello di un ometto raggrinzito, dalle guance magre e dagli occhi brillanti, con sopracciglia grigie ispide e sporgenti. Da principio ebbi il dubbio che si trattasse di una mummia bizzarramente conservata, invece si mosse e vidi che era vivo. Era un altro di quegli uomini anziani ammantati di nero e, mentre consideravo la sua eccentrica fisionomia, l’abbigliamento obsoleto e gli oggetti mostruosi e sinistri dai quali era circondato, cominciai a persuadermi di essermi imbattuto nell’Arcimago che regnava su quella esoterica confraternita.
Vedendomi sostare davanti alla porta, si alzò e mi invitò a entrare. Obbedii, con singolare coraggio, perché come potevo sapere se, con un gesto della sua bacchetta, avrebbe avuto il potere di trasformarmi in uno strano mostro, oppure di farmi entrare in una delle bottiglie sulla mensola del camino? Egli dimostrò tuttavia di non essere affatto un mago e la sua semplice loquacità presto disperse tutta la magia e il mistero dei quali avevo ammantato l’antico edificio e i suoi non meno antichi abitanti.
Sembrava che fossi arrivato in un antico ospizio per commercianti in pensione e capifamiglia che si erano rovinati, al quale era collegata una scuola per un limitato numero di ragazzi. Era stata fondata più di due secoli prima su un antico istituto monastico e manteneva un po’ dell’aria e del carattere conventizio. Quella fila irreale di vecchi ammantati di nero che mi era passata davanti nel salone e che avevo trasformato in un corteo di maghi si rivelò il corteo di pensionanti che tornavano dalla funzione mattutina nella cappella.
John Hallum, il piccolo collezionista di bizzarrie che avevo trasformato nell’arcimago, risiedeva in quel luogo da sei anni e aveva decorato l’ultimo nido dell’età avanzata con vestigia e rarità raccolte nel corso della vita. A sentir lui, era stato una specie di viaggiatore, dato che una volta era stato in Francia e, per poco, non si era recato in Olanda. Rimpiangeva di non aver visitato quest’ultimo paese, «perché così avrebbe potuto dire di esserci stato». Evidentemente, apparteneva alla tipologia più semplice dei viaggiatori.
Aveva anche idee aristocratiche e scoprii che si teneva lontano dal resto dei pensionanti. I suoi principali compagni erano un cieco che parlava latino e greco – di entrambe le lingue Hallum era totalmente ignorante – e un gentiluomo che aveva scialacquato un patrimonio di quarantamila sterline lasciatogli dal padre e diecimila sterline di dote recategli dalla moglie. Il piccolo Hallum sembrava convinto che riuscire a sperperare somme così enormi fosse un segno indubitabile di sangue gentilizio e spirito altolocato.
P.S. Le pittoresche vestigia dei tempi andati con le quali ho intrattenuto il lettore sono quelle che vanno sotto il nome di Charter House, in origine Chartreuse. Venne fondata nel 1611 da Sir Thomas Sutton, sui resti di un antico convento, una di quelle nobili istituzioni caritatevoli attivate dalla munificenza individuale e che restavano in piedi grazie alla bizzarria e alla santità dei tempi antichi nel bel mezzo dei cambiamenti e delle moderne innovazioni di Londra. Qui un’ottantina di uomini rovinati che hanno visto tempi migliori vengono foraggiati, in età avanzata, di cibo, vestiario, combustibile e di un appannaggio annuale per le piccole spese individuali. Cenano insieme, come facevano gli antichi monaci, nel salone che era il refettorio del convento originario. Attigua all’istituzione c’è una scuola per quarantaquattro ragazzi.
Stow, di cui ho consultato un’opera sull’argomento, parlando degli obblighi di quei canuti pensionanti dice: «Non si devono intromettere in alcuna faccenda concernente gli affari dell’ospizio, ma limitarsi a presenziare al servizio divino e accettare con riconoscenza quanto viene loro offerto, senza borbottare, mormorare o con malanimo. Nessuno deve portare armi, i capelli lunghi, stivali, speroni o scarpe colorate, piume sul cappello o qualsiasi accessorio d’abbigliamento inopportuno o che lo faccia assomigliare a un ruffiano, bensì l’abbigliamento che si confà agli ospiti di un ospizio». «E in verità», aggiunge Stow, «sono felici coloro i quali sono sollevati dagli affanni e dai dispiaceri del mondo e sistemati, come i vecchi di qui, in un luogo come questo; non hanno nulla di cui occuparsi se non del bene delle loro anime, servire Dio e vivere nell’amore fraterno».
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Per il diletto di quanti si sono interessati al precedente bozzetto – nato dall’osservazione personale – e che magari desiderano sapere qualcosa di più dei misteri di Londra, aggiungo un po’ di storia locale, messa a mia disposizione da un anziano gentiluomo dall’aspetto bizzarro, con una parrucchetta castana e una giacchetta color tabacco da fiuto, con il quale feci conoscenza poco dopo la mia visita alla Charter House. Confesso di essere stato, in principio, un poco dubbioso, temendo che potesse essere uno di quei racconti apocrifi, spesso rifilati ai viaggiatori curiosi come me e che hanno procurato grandi critiche alle nostre caratteristiche nazionali per quanto riguarda la sincerità. Facendo opportune indagini, però, ho ricevuto le più soddisfacenti rassicurazioni sull’onestà dell’autore e in effetti mi è stato detto che è attualmente impegnato a fornire un resoconto dettagliato dell’assai interessante regione nella quale risiede e di cui quanto segue può essere considerato un semplice assaggio.