zero-o (italian)
Teso, Lemuel era incollato alla parete della sua buia stanza da letto, ed ascoltava. Un vento leggero faceva ondeggiare le tendine di merletto. La luce gialla della strada filtrava sopra il letto, l’armadio, i libri, i giocattoli e gli altri oggetti.
Nella stanza adiacente due voci stavano discutendo a bassa voce. «Jean, dobbiamo fare qualcosa», disse la voce dell’uomo.
Un sussulto strozzato. «Ralph, ti prego, non fargli del male. Devi con-trollarti. Io non ti permetterò di fargli del male».
«Non ho nessuna intenzione di fargli del male». C’era un tormento quasi animale, nella voce dell’uomo. «Perché fa queste cose? Perché non gioca a baseball e a nascondino come tutti i ragazzi normali? Perché deve bruciare i negozi e torturare animali indifesi? Perché?»
«È diverso, Ralph. Dobbiamo cercare di capire».
«Forse faremmo meglio a portarlo dal dottore», disse suo padre. «Magari ha una qualche forma di malattia glandolare».
«Intendi dire dal vecchio dottor Grady? Ma hai detto che non riusciva a trovare…»
«Non dal dottor Grady. Ha cessato l’attività dopo che Lemuel gli ha distrutto l’apparecchiatura per i raggi X ed ha fatto a pezzi tutto il mobilio del suo studio. No, questa è una cosa ancora più grossa». Una pausa piena di tensione. «Jean, io lo porto alla Clinica».
«Oh, Ralph! Ti prego…»
«Intendo farlo». Una determinazione dura, il grugnito rauco di un animale in trappola. «Solo quegli psicologi sono in grado di fare qualcosa.
Forse potranno aiutarlo, forse no».
«Ma potrebbero anche non farcelo rivedere più. Oh Ralph, lui è tutto quello che ho».
«Certo», farfugliò Ralph con voce roca. «Lo so. Ma ho deciso. Quel giorno in cui ha sfregiato il suo insegnante con un coltello ed è saltato fuori dalla finestra, è proprio quel giorno che ho preso questa decisione. Lemuel andrà alla Clinica…»
La giornata era calda e luminosa. L’enorme ospedale bianco, tutto di cal-cestruzzo, plastica e acciaio, sfavillava in mezzo agli alberi ondeggianti.
Intimorito dall’immensità del luogo, Ralph Jorgenson si guardò intorno senza sapere esattamente cosa fare, stringendo il cappello fra le dita.
Lemuel ascoltava attentamente. Tendendo le grandi orecchie mobili era in grado di sentire molte voci, un mare mutevole di voci che si sollevavano intorno a lui. Le voci provenivano da ogni stanza e da ogni ufficio, a tutti i piani. Lo eccitavano.
Il dottor James North venne verso di loro, porgendo la mano. Era un bell’uomo, forse sulla trentina, alto, con i capelli castani e gli occhiali con la montatura nera di corno. Aveva un passo deciso, e una stretta di mano decisa e cordiale. «Avanti», disse con voce profonda. Ralph si diresse verso l’ufficio, ma il dottor North scosse la testa. «Non lei. Il ragazzo. Lemuel ed io dobbiamo parlare da soli».
Eccitato, Lemuel seguì il dottor North nell’ufficio. North chiuse subito la porta con tre serrature magnetiche. «Puoi chiamarmi James», disse, rivol-gendo un caldo sorriso al ragazzo. «E io ti chiamerò Lem, va bene?»
«Certo», rispose guardingo Lemuel. Non sentiva provenire alcuna ostilità dall’uomo, ma aveva imparato a non abbassare la guardia. Doveva essere prudente, anche con quel dottore dall’aria amichevole e confidente, un uomo di evidente abilità intellettuale.
North si accese una sigaretta e studiò il ragazzo. «Quando hai legato e poi sezionato quei vecchi derelitti», cominciò, con aria assorta, «tu eri spinto da una curiosità scientifica, vero? Tu volevi sapere… avevi bisogno di fatti, non di opinioni. Volevi scoprire da solo come erano fatti gli esseri umani».
L’eccitazione di Lemuel crebbe. «Ma nessuno l’ha capito».
«No». North scrollò la testa. «Non avrebbero potuto. Tu lo sai il perché?»
«Credo di sì».
North si mise a camminare su e giù per l’ufficio. «Ti farò qualche test.
Per capire qualcosa. Non t’importa, no? Tutti e due impareremo qualcosa di più su di te. Ti ho studiato, Lem; ho fatto ricerche negli archivi della polizia e in quelli dei giornali». Improvvisamente aprì il cassetto della scrivania e ne tirò fuori il Multifasico Minnesota, le macchie di Rorschach, il Gestalt di Bender, il mazzo di carte ESP di Rhine, una tavoletta Ouija, un paio di dadi, una lavagnetta magica, una bambola di cera con unghie e capelli e un pezzetto di piombo da trasformare in oro.
«Che cosa vuole che faccia?», gli domandò Lemuel.
«Io ti rivolgerò alcune domande, e ti darò degli oggetti con cui giocare.
Poi osserverò le tue reazioni, e prenderò qualche appunto. Che te ne sembra?»
Lemuel esitò. Aveva disperatamente bisogno di un amico… ma aveva anche paura. «Io…»
Il dottor North poggiò la mano sulla spalla del ragazzo. «Puoi fidarti di me. Io non sono come quei tipi che ti hanno picchiato quella mattina».
Lemuel lo guardò con gratitudine. «Lei lo sa? Ho scoperto che le regole del loro gioco erano del tutto arbitrarie, così mi sono orientato in modo semplice verso la realtà che è alla base di ogni situazione, e quando era il mio turno alla battuta ho colpito alla testa il lanciatore e il ricevitore. In seguito ho scoperto che l’etica e la morale dell’uomo non sono altro che la stessa identica…» Si interruppe, improvvisamente impaurito. «Forse io…»
Il dottor North si sedette alla scrivania e cominciò a mescolare le carte di Rhine. «Non preoccuparti, Lem», disse con voce confidenziale. «Andrà tutto bene. Lo so».
Conclusi i test, i due rimasero seduti in silenzio. Erano le sei del pomeriggio, e il sole cominciava a tramontare. Alla fine fu il dottor North a parlare.
«Incredibile. Non riesco proprio a crederci. Tu sei assolutamente logico.
Hai del tutto rigettato ogni emozione talamica. La tua mente è completamente libera da qualsiasi pregiudizio morale e culturale. Tu sei un paranoide perfetto, senza alcuna capacità empatica. Sei del tutto incapace di provare dolore, pietà, rimorso, o una qualunque delle normali emozioni umane».
Lemuel annuì. «È vero».
Il dottor North si appoggiò allo schienale, sbalordito. «È difficile anche per me, capire. È una cosa più grande di me. Tu possiedi una superlogica, assolutamente sciolta da una qualsiasi forma di giudizio valutativo, e con-cepisci l’intero mondo come un nemico organizzato per combatterti».
«Sì».
«Naturalmente. Tu hai analizzato la struttura dell’attività umana e ti sei reso conto che non appena gli altri se ne accorgeranno si scaglieranno su di te e tenteranno di distruggerti».
«Perché sono diverso».
North era sopraffatto dalla scoperta. «Hanno sempre considerato la paranoia come una malattia mentale, ma non lo è! Non c’è mancanza di contatto con la realtà… al contrario, il paranoide è in contatto diretto con la realtà. È un empirista perfetto, non imbrigliato da inibizioni etiche, morali o culturali. Il paranoide vede le cose come realmente sono. È lui l’unico uomo sano di mente».
«Ho letto il Mein Kampf», disse Lemuel. «Mi dimostra che non sono so-lo». E recitò dentro di sé la silenziosa preghiera del ringraziamento: Non sono solo. Noi non siamo soli. Ce ne sono tanti altri, come me.
Il dottor North colse la sua espressione. «L’ondata del futuro», disse. «Io non ne faccio parte, ma posso tentare di capire. Posso rendermi conto che sono solo un essere umano, limitato dai miei condizionamenti talamici emotivi e culturali. Non posso essere uno di voi, ma posso essere dalla vostra parte…» Alzò lo sguardo, con un’espressione di entusiasmo dipinta sul volto. «E posso aiutarvi!»
I giorni successivi furono pieni di eccitazione, per Lemuel. Il dottor North organizzò l’affidamento, e il ragazzo prese alloggio in casa sua, nella parte alta della città. Qui Lemuel non era più sotto pressione come quando stava in famiglia e poteva fare ciò che voleva. Il dottor North cominciò subito ad aiutare Lemuel nell’individuazione di altri mutanti paranoidi.
Una sera dopo cena il dottor North gli fece una domanda. «Lemuel, pensi che saresti in grado di spiegarmi la tua teoria dello Zero-O? È difficile capire il principio dell’orientamento non-oggettuale».
Lemuel indicò l’appartamento con un cenno della mano. «Tutti questi oggetti apparenti… ognuno di essi ha un nome. Libro, sedia, divano, tappeto, lampada, tende, finestra, porta, e così via. Ma questa suddivisione in oggetti è puramente artificiale, è basata su un sistema antiquato di pensiero. In realtà non esistono oggetti. L’universo è un’unità. Ci è stato insegnato a pensare in termini di oggetti. Questa cosa, quella cosa. Quando si realizzerà lo Zero-O, questa suddivisione puramente verbale cesserà. È sopravvissuta fin troppo alla sua utilità».
«Puoi farmi un esempio, una dimostrazione?»
Lemuel esitò. «È difficile farlo da solo. Più tardi, quando avrò contattato gli altri… Posso farle un esempio elementare, su scala ridotta».
Mentre il dottor North lo guardava affascinato, Lemuel corse per l’appartamento raccogliendo manciate di oggetti. Poi, quando ebbe ammucchiato tutti i libri, i quadri, i tappeti, i mobili e i soprammobili, li fece a pezzi ri-ducendoli a una massa informe.
«Vede», disse, pallido e stanco per lo sforzo, «la distinzione in oggetti arbitrari adesso non c’è più. Questa unificazione delle cose nella loro fondamentale omogeneità può essere applicata anche all’universo nella sua interezza. L’universo è una gestalt, una sostanza unificata, senza suddivisioni in vita e nonvita, essere e non-essere. È un vasto vortice di energia, non particelle distinte! Sotto l’apparenza puramente artificiale degli oggetti materiali c’è il mondo della realtà: un grande regno indifferenziato di pura energia. Si ricordi: l’oggetto non è la realtà. È la prima legge del pensiero Zero-O».
Il dottor North era serio, profondamente impressionato. Diede un calcio ad un pezzo di sedia rotta, parte del mucchio informe di legno, stoffa, carta e vetro. «Pensi che questa restaurazione della realtà possa essere realizza-ta?»
«Non lo so», rispose semplicemente Lemuel. «Naturalmente ci sarà un’opposizione. Gli esseri umani ci combatteranno; sono incapaci di sollevarsi al di sopra della loro scimmiesca preoccupazione per le cose… Oggetti chiari e distinti che possono toccare e possedere. Tutto dipenderà da quanto noi riusciremo a coordinare la nostra attività».
Il dottor North prese un foglio di carta dalla tasca e lo aprì. «Ho un punto di partenza», disse con calma. «Il nome di un uomo che credo sia uno dei vostri. Lo andremo a trovare domani… poi si vedrà».
Il dottor Jacob Weller li salutò con sbrigativa efficienza all’ingresso del laboratorio ben sorvegliato al di sopra di Palo Alto. Squadre di agenti go-vernativi in divisa proteggevano il lavoro vitale che lui stava facendo nell’immenso sistema di laboratori e uffici di ricerca, dove uomini e donne in camice bianco lavoravano notte e giorno.
«Il mio lavoro», spiegò dopo aver fatto cenno di richiudere alle loro spalle le robuste saracinesche di accesso all’edificio, «è stato determinante nello sviluppo della bomba C, la versione al cobalto della bomba H. Sco-prirete che molti fra i più importanti fisici nucleari sono Zero-O».
Lemuel trattenne il respiro. «Allora…»
«Naturalmente». Weller non sprecava le parole. «Sono anni che ci lavoriamo sopra. I razzi di Peenemunde, la bomba atomica di Los Alamos, la bomba all’idrogeno e adesso la bomba C. Esistono naturalmente molti scienziati che non sono Zero-O, esseri umani normali con i loro condizionamenti talamici. Einstein, per esempio. Ma siamo sulla buona strada; a meno di incontrare troppa opposizione saremo in grado di entrare in azione molto presto».
La porta interna del laboratorio scivolò di lato, e un gruppo di uomini e donne vestiti di bianco entrò con aria solenne. Il cuore di Lemuel ebbe un sobbalzo. Eccoli, Zero-O adulti in pompa magna. Sia uomini che donne, ed erano anni che lavoravano! Li riconobbe senza difficoltà; tutti avevano le stesse orecchie mobili e allungate, attraverso le quali il mutante Zero-O
percepiva le minime vibrazioni nell’aria anche a grande distanza. Ciò lo rendeva capace di comunicare con i suoi simili in tutto il mondo, ovunque si trovassero.
«Spieghi il nostro programma», disse Weller a un uomo biondo e basso che stava in piedi accanto a lui, calmo e sicuro di sé, il volto serio per l’importanza del momento.
«La bomba C è quasi pronta», disse tranquillamente l’uomo, con un leggero accento tedesco. «Ma non è la tappa finale del nostro progetto. C’è anche la bomba T, l’ultima di questa fase iniziale. Non l’abbiamo mai resa pubblica. Se gli esseri umani dovessero venirne a conoscenza dovremmo vedercela con una pericolosa opposizione emotiva».
«Che cos’è la bomba T?», chiese Lemuel, radioso per l’eccitazione.
«Il termine “bomba T”», rispose l’uomo biondo, «indica il processo attraverso il quale la Terra stessa diviene una pila, viene portata alla massa critica, e poi fatta esplodere».
Lemuel era sbalordito. «Non avevo idea che vi foste spinti così avanti con il progetto».
Il biondo sorrise debolmente. «Sì, abbiamo fatto molto, dai primi giorni.
Sotto il dottor Rust eravamo già in grado di sviluppare i concetti ideologici di base del programma. Alla fine unificheremo l’intero universo in una massa omogenea. Per il momento, comunque, il nostro interesse è rivolto alla Terra. Ma una volta riusciti in questo, non c’è motivo per cui non possiamo proseguire all’infinito il nostro lavoro».
«È stato progettato un sistema di trasporto per altri mondi», spiegò il dottor Weller. «Il dottor Frisch qui…»
«Una modifica dei missili guidati che abbiamo sviluppato a Peenemunde», proseguì il biondo. «Abbiamo costruito una nave che ci condurrà su Venere, dove daremo inizio alla seconda fase del nostro lavoro. Verrà costruita una bomba V, che riporterà Venere al suo stato primordiale di energia omogenea. E poi…» Un altro fiacco sorriso. «E poi la bomba S. La bomba Sole, che unificherà, se avremo successo, questo intero sistema di pianeti e satelliti in un’enorme gestalt».
Il 25 giugno 1969 il personale Zero-O aveva il controllo virtuale di tutti i maggiori governi del mondo. Il processo, iniziato a metà degli anni trenta, era a tutti gli effetti pratici completo. Gli Stati Uniti e la Russia sovietica erano saldamente nelle mani di soggetti Zero-O. Uomini Zero-O erano stati sistemati in tutte le posizioni di una certa rilevanza politica in modo da favorire ed accelerare lo sviluppo del programma. Era giunto il momento.
Non c’era più bisogno di segretezza.
Lemuel e il dottor North osservarono l’esplosione delle prime bombe H
da un razzo in orbita circolare. Dopo un’attenta preparazione entrambe le nazioni attaccarono contemporaneamente. Dopo un’ora erano già stati rag-giunti i risultati di classe uno: gran parte del nord America e dell’Europa occidentale erano scomparse. Enormi nuvole di particelle radioattive andavano alla deriva, e frammenti di metallo fuso schizzavano da ogni parte a perdita d’occhio. Travolti dal terrore gli umani sopravvissuti cercarono rifugio in Africa, in Asia, su infinite isole e nei luoghi più remoti.
«Perfetto», giunse la voce del dottor Weller alle orecchie di Lemuel. Si trovava da qualche parte sotto la superficie della Terra, nei centri operativi ben protetti dove la nave per Venere era ormai alle ultime fasi di montag-gio.
Lemuel annuì. «Un bel lavoro. Finalmente siamo riusciti ad uniformare un quinto della superficie terrestre!»
«Ma c’è ancora da fare. Adesso toccherà alle bombe C. Ciò impedirà agli esseri umani di interferire con la nostra opera finale, l’installazione delle bombe T. I terminali devono ancora essere impiantati, e non potranno esserlo finché rimarranno degli esseri umani a creare disturbo».
Entro una settimana venne fatta esplodere la prima bomba C. Altre ne seguirono, lanciate da località accuratamente nascoste della Russia e dell’America.
Il 5 agosto 1969 la popolazione umana mondiale si era ridotta a tremila unità. Gli Zero-O, nei loro uffici sotterranei, trasudavano soddisfazione da tutti i pori. L’unificazione procedeva esattamente secondo il programma. Il sogno stava per diventare realtà.
«Ora», disse il dottor Weller, «possiamo dare inizio all’installazione dei terminali per la bomba T».
Un terminale venne costruito ad Arequipa, nel Perù, l’altro sul lato opposto del globo, a Bandoeng, nell’isola di Giava. In un mese le due immense torri crebbero altissime nel cielo offuscato dalla polvere. Protetti da pesanti tute e caschi, gli uomini delle due colonie di Zero-O lavorarono notte e giorno per completate il programma.
Il dottor Weller portò in volo Lemuel all’installazione peruviana. Per tutto il tragitto da San Francisco a Lima non videro altro che turbini di cenere e fuochi metallici ancora ardenti. Nessun segno di vita o di entità distinte: tutto era stato fuso in una singola massa di scorie ondulate. Gli stessi ocea-ni non erano più che una massa di vapore e di acqua bollente. Non era più possibile distinguere la terra dal mare. La superficie del pianeta era una so-la distesa opaca di bianco e grigio, laddove c’era stato l’azzurro degli ocea-ni e il verde delle foreste, strade, città e campi.
«Eccola», disse il dottor Weller. «La vedi?»
Lemuel la vedeva, eccome. La sua pura bellezza gli mozzò il fiato in go-la. Gli Zero-O avevano eretto un enorme scudo a forma di bolla, una sfera di plastica trasparente in mezzo al mare increspato di scorie liquefatte.
All’interno della bolla si poteva distinguere il terminale vero e proprio, un’intricata ragnatela di metallo scintillante e di cavi che lasciò ammutoliti sia il dottor Weller che Lemuel.
«Vedi», spiegò il dottor Weller mentre faceva scendere il razzo dentro le aperture della bolla, «noi abbiamo uniformato soltanto la superficie della Terra e forse un chilometro e mezzo di roccia sotto di essa. La grande massa del pianeta, invece, è rimasta immutata. Ma la bomba T provvederà a questo. Il nucleo ancora liquido del pianeta erutterà, e l’intero globo diventerà un nuovo sole. E quando esploderà la bomba S, l’intero sistema solare si trasformerà in una massa compatta di gas infiammato».
Lemuel annuì. «Logico. E poi…»
«La bomba G. Dopo toccherà alla galassia. Uno degli ultimi stadi del progetto… Così vasto, così impressionante che a stento osiamo pensarci.
La bomba G, e infine…» Weller sorrise leggermente, con gli occhi che gli brillavano. «E infine la bomba U».
Atterrarono, e furono accolti dal dottor Frisch, eccitato e nervoso. «Dottor Weller!», rantolò. «Qualcosa è andato storto!»
«Che cosa?»
Il volto di Frisch era stravolto dalla costernazione, ma con un violento sforzo da Zero-O riuscì ad integrare le sue capacità mentali ed a soffocare gli impulsi talamici. «Alcuni esseri umani sono sopravvissuti!»
Weller era incredulo. «Che cosa intende dire? Come…»
«Ho captato il suono delle loro voci. Stavo ruotando le orecchie, e ascol-tavo con gioia il rumore forte e avvolgente delle scorie che si assestano fuori dalla bolla, quando ho intercettato il suono di normali esseri umani».
«Ma dove?»
«Sotto la superficie. Alcuni ricchi industriali hanno segretamente trasferito le loro fabbriche nel sottosuolo, in violazione delle rigide disposizioni dei loro governi».
«Sì, avevamo impostato una chiara politica proprio per evitare una cosa del genere».
«Quegli industriali hanno agito con la tipica ingordigia talamica. Hanno trasferito sottoterra una gran quantità di operai, e li hanno fatti lavorare come schiavi quando è iniziata la guerra. Sono sopravvissuti almeno diecimila umani. Sono ancora vivi e…»
«E che altro?»
«Hanno improvvisato delle enormi trivelle e stanno dirigendo da questa parte con grande rapidità. Dovremo affrontarli a mani nude. Ho già avvisato la nave di Venere. La stanno portando in superficie».
Lemuel e il dottor Weller si guardarono inorriditi. Gli Zero-O erano soltanto un migliaio, appena un decimo degli aggressori. «È terribile», disse Weller con voce cupa. «Proprio quando tutto sembrava ormai avviato a compimento. Quanto manca perché le torri siano pronte?»
«Ci vorranno altri sei giorni prima che la Terra possa raggiungere la massa critica», mormorò Frisch. «E le trivelle sono praticamente qui. Ruo-tate le orecchie. Le sentirete anche voi».
Lemuel e il dottor Weller lo fecero. All’improvviso furono travolti da un confuso mormorio di voci umane e da un caotico rumore metallico proveniente da un certo numero di trivelle che convergevano sulle due bolle terminali.
«Normalissimi esseri umani!», ansimò Lemuel. «Li riconosco dal suono!»
«Siamo in trappola!» Weller afferrò un disintegratore, e lo stesso fece Frisch. Tutti gli Zero-O si stavano armando. Il loro lavoro ormai era perduto. Con un fragore assordante il muso di una trivella emerse dal terreno e puntò direttamente verso di loro. Gli Zero-O fecero fuoco all’impazzata, poi si sparpagliarono e retrocessero verso la torre.
Apparve una seconda trivella, poi una terza. L’aria era piena di fiam-meggianti raggi di energia, perché gli Zero-O sparavano e gli umani ri-spondevano al fuoco. Gli umani erano quanto di più normale si potesse immaginare, una gran varietà di lavoratori trasferiti sottoterra dai loro padroni. C’erano le forme più basse della vita umana: impiegati, autisti, guardiani diurni, tipografi, portinai, sarti, fornai, operatori di tornio, commessi di negozio, giocatori di baseball, annunciatori, meccanici, poliziotti, vendi-tori di cravatte, gelatai, ambulanti, lettori di bollette, centralinisti, saldatori, falegnami, muratori, contadini, uomini politici, commercianti… uomini e donne la cui semplice esistenza terrorizzava gli Zero-O fin nell’anima.
La massa emotiva della gente ordinaria, che era sopravvissuta alla Grande Opera, alle bombe, ai batteri e ai missili teleguidati, stava uscendo in superficie. Alla fine si stavano sollevando, stavano mettendo fine alla superlogica: razionalità senza responsabilità.
«Non abbiamo la minima possibilità», annaspò Weller. «Lasciate perdere le torri. Portate la nave in superficie».
Un venditore e due idraulici stavano dando fuoco al terminale. Un gruppo di uomini in tuta da lavoro e camicia di tela stava strappando tutti i ca-vi. Altri uomini ugualmente ordinari stavano puntando i lanciafiamme sul quadro comandi. Le fiamme guizzarono, e la torre del terminale si piegò minacciosamente.
Apparve la nave di Venere, sollevata a livello del suolo da un complesso sistema di ascensori. Gli Zero-O vi si diressero subito, in due file ordinate, tutti controllati e integrati mentre gli esseri umani, folli di rabbia, ne facevano strage.
«Animali», disse tristemente Weller. «La massa degli uomini. Animali senza cervello, dominati dalle loro emozioni. Bestie incapaci di vedere le cose secondo logica».
Un raggio di calore lo finì e l’uomo alle sue spalle fece un passo avanti.
Alla fine gli ultimi Zero-O riuscirono a salire a bordo, e i grandi portelli si richiusero con uno scatto. I razzi si accesero con un ruggito assordante, e la nave schizzò in cielo attraverso la bolla.
Lemuel era a terra nel punto in cui era caduto quando un elettricista impazzito lo aveva ferito alla gamba sinistra con un raggio di calore. Vide con tristezza la nave sollevarsi, avere un attimo di indecisione, e poi lan-ciarsi nel cielo fiammeggiante, scomparendo alla vista. Gli umani erano tutti intorno a lui, e cercavano di riparare i danni procurati alla bolla di protezione, impartendo ordini e strillando per l’eccitazione. Il rumore insistente delle loro voci feriva le sue orecchie sensibili, e lui se le coprì debolmente con le mani.
La nave era sparita. Lo avevano lasciato indietro. Il piano sarebbe prose-guito senza di lui.
Da lontano gli giunse una voce. Era quella del dottor Frisch, a bordo della nave, che gli stava urlando qualcosa con le mani messe a coppa davanti alla bocca. La voce era debole, persa nella vastità dello spazio, ma Lemuel riuscì a sentirla al di sopra del frastuono e del vocio che lo circondava.
«Addio… Ci ricorderemo di te…»
«Datevi da fare!» gridò di rimando il ragazzo. «Non fermatevi finché il progetto non sarà stato realizzato!»
«Lavoreremo…» La voce divenne ancora più debole. «Terremo duro…»
La voce svanì, poi tornò di nuovo per un breve attimo. «Ce la faremo…»
Poi vi fu solo silenzio.
Con un sorriso rilassato sul volto, un sorriso di soddisfazione e di felicità per un lavoro ben fatto, Lemuel si lasciò andare all’indietro e aspettò che l’orda di animali umani irrazionali lo finisse.