Stories 93 / Random

Stories by philip kindred dick

una preda allettante (italian)

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Il professor Anthony Douglas sprofondò con sollievo nella poltrona da riposo di pelle rossa, ed emise un sospiro. Un sospiro lungo, accompagnato dalla complicata operazione di togliersi le scarpe e da numerosi grugniti mentre le spingeva con un calcio verso l’angolo. Poggiò le mani sulla pan-cia prominente e si sdraiò all’indietro, chiudendo gli occhi.
«Stanco?», gli chiese Laura Douglas, distogliendosi dalle sue faccende in cucina e guardandolo con gli occhi neri e comprensivi.
«Hai proprio ragione». Douglas diede un’occhiata al giornale della sera poggiato sul divano accanto a lui. Ne valeva la pena? No, proprio no. Frugò nella poltrona in cerca delle sigarette e se ne accese una lentamente, con piacere. «Già. Sono stanco, puoi dirlo forte. Stiamo per dare il via ad una linea completamente nuova di ricerca. Oggi è arrivata da Washington un’intera squadra di giovanotti in gamba, con tanto di borse e regoli calcolatori».
«Non…»
«Oh, sono ancora io il responsabile». Il professor Douglas fece un largo sorriso. «Non c’è da preoccuparsi». Il fumo grigio della sigaretta fluttuava intorno a lui. «Ci vorrà qualche anno prima che mi superino. Dovranno darsi da fare un bel po’, con i loro regoli calcolatori…»
Sua moglie sorrise e ricominciò a preparare la cena. Forse era l’atmosfera di quella piccola città del Colorado. Le forti, impassibili vette montuose che li circondavano, l’aria sottile e frizzante, la gente tranquilla. In ogni ca-so suo marito sembrava assolutamente privo delle tensioni e dei dubbi che invece affliggevano altri membri della sua professione. In quel periodo il numero dei fisici nucleari aumentava per una schiera di aggressivi neolau-reati, e gli anziani, improvvisamente insicuri, vedevano vacillare la loro posizione. Ogni università, ogni dipartimento e laboratorio di fisica era stato invaso da quella nuova orda di brillanti giovani. Anche lì, al Bryant College, così fuori dalle rotte più battute.
Ma se Anthony Douglas era preoccupato, non lo dava a vedere. Riposava felice nella sua poltrona, con gli occhi chiusi e un sorriso beato sul volto. Era stanco… ma rilassato. Sospirò di nuovo, questa volta più di piacere che di stanchezza.
«È vero», mormorò pigramente. «Sono abbastanza vecchio da poter essere loro padre, ma sono ancora molto avanti a loro. Naturalmente io conosco meglio i cavi. E…»
«E i fili. Gli unici che vale la pena di tirare».
«Anche quelli. In ogni caso penso che verrò a capo di questa nuova linea proprio…»
S’interruppe bruscamente.
«Cosa succede?», gli chiese Laura.
Douglas si drizzò. Era impallidito all’improvviso, e fissava qualcosa con un’espressione di orrore, aprendo e chiudendo la bocca, le mani strette sui braccioli della poltrona.
Alla finestra c’era un grande occhio. Un occhio immenso che scrutava attentamente dentro la stanza, e lo studiava. L’occhio riempiva l’intero va-no della finestra.
«Buon Dio!», esclamò Douglas.
L’occhio scomparve. All’esterno c’era solo il buio della sera, le colline scure, gli alberi, la strada. Douglas si abbandonò lentamente contro lo schienale della poltrona.
«Che cos’era?», gli domandò Laura, agitata. «Che cosa hai visto? C’era qualcosa là fuori?»
Douglas non riusciva a tenere ferme le mani, e le sua labbra erano scosse da un tremito irrefrenabile. «Ti sto dicendo la verità, Bill. L’ho visto con i miei occhi. Era reale, altrimenti non racconterei una cosa del genere, lo sai.
Non mi credi?»
«L’ha visto qualcun altro?» gli chiese il professor William Henderson, masticando pensierosamente la matita. Aveva fatto spazio sul tavolo allontanando i piatti e le posate e aveva estratto il taccuino per gli appunti.
«Laura l’ha visto?»
«No. Laura aveva le spalle voltate».
«Che ora era?»
«Mezz’ora fa. Ero appena rientrato a casa. Più o meno le sei e mezzo. Mi ero tolto le scarpe e mi stavo rilassando». Douglas si asciugò la fronte con la mano tremante.
«Dici che era appeso fuori? Non c’era nient’altro? Solo… l’occhio?»
«Solo l’occhio. Un occhio enorme che mi stava guardando. Che guardava tutto. Come se…»
«Come se cosa?»
«Come se stesse osservando al microscopio».
Silenzio.
Dalla parte opposta del tavolo intervenne la moglie di Henderson, una donna dai capelli rossi. «Tu sei sempre stato un empirista in senso stretto, Doug. Non hai mai perso tempo con le sciocchezze, fino ad ora. Ma questa… Peccato che nessuno l’abbia visto».
«Certo che nessuno l’ha visto!»
«Che cosa vuoi dire?»
«Quel coso maledetto stava guardando me. Era me che studiava». La vo-ce di Douglas assunse un tono isterico. «Come credi che mi possa sentire…
mentre un occhio grande come una casa mi sta scrutando? Mio Dio, se non fossi così bene integrato, sarei partito di testa».
Henderson e sua moglie si scambiarono un’occhiata. Bill, un bell’uomo dai capelli neri, dieci anni più giovane di Douglas, e la vivace Jean Henderson, lettrice all’università nel corso di psicologia infantile, in camicetta e pantaloni di nylon che mettevano in risalto il corpo snello e il seno pro-speroso.
«Che cosa pensi di fare?», chiese Bill alla moglie. «Questa è più materia tua».
«È materia tua», scattò Douglas. «Non tentare di farla passare per una proiezione morbosa. Io sono venuto da te perché tu sei il responsabile del Dipartimento di Biologia».
«Pensi che si tratti di un animale? Di un bradipo gigante o roba del genere?»
«Deve essere un animale».
«Magari è uno solo scherzo», ipotizzò Jean. «O un cartellone pubblicita-rio. Di un oculista, per esempio. Forse qualcuno l’ha fatto passare davanti alla finestra».
Douglas fece appello a tutto il suo sangue freddo. «L’occhio era vivo. Mi guardava. Mi osservava. Poi è scomparso, come se qualcuno avesse tolto la lente». Fu scosso da un brivido. «Vi dico che mi stava studiando».
«Solo te?»
«Me. Nessun altro».
«Tu sembri curiosamente convinto che ti stesse guardando dall’alto», affermò Jean.
«Sì, dall’alto. Mi guardava dall’alto, proprio così». Una strana espressione attraversò il volto di Douglas. «Hai detto giusto, Jean. Proprio come se venisse da lassù». E indicò il soffitto con la mano.
«Forse era Dio», disse pensieroso Bill.
Douglas non fece commenti. Impallidì e cominciò a battere i denti.
«Sciocchezze», disse Jean. «Dio è un simbolo psicologico trascendente che esprime forze inconsce».
«Ti ha guardato con aria di rimprovero?», gli chiese Bill. «Come se avessi fatto qualcosa di sbagliato?»
«No. Con interesse. Con notevole interesse». Douglas si alzò. «Devo tornare a casa. Laura pensa che io abbia avuto una specie di malessere. Naturalmente non le ho raccontato niente. Non è scientificamente disciplina-ta, e non riuscirebbe a padroneggiare un concetto come questo».
«Veramente è un po’ difficile anche per noi», osservò Bill.
Douglas si diresse nervosamente verso la porta. «Non ti viene in mente nessuna spiegazione? Qualche animale ritenuto estinto che magari vaga fra queste montagne?»
«Nessuno, che io sappia. Se dovessi sentire…»
«Hai detto che guardava dall’alto», intervenne Jean. «Non si era chinato per guardarti. Allora non può essere stato un animale o un essere terrestre». La donna seguiva il filo dei suoi pensieri. «Forse siamo osservati».
«Non tu», precisò tristemente Douglas. «Solo io».
«Da un’altra razza», intervenne Bill. «Tu credi…»
«Forse è un occhio che viene da Marte».
Douglas aprì cautamente la porta e guardò fuori. La notte era buia. Un debole vento frusciava fra gli alberi e lungo l’autostrada. La sua automobile si vedeva appena, una macchia nera stagliata contro le colline. «Se ti viene un’idea, chiamami».
«Prenditi un paio di pastiglie di fenobarbital prima di metterti a letto», gli suggerì Jean. «Calma i nervi».
Douglas era sul portico. «Buona idea. Grazie». Poi scosse la testa. «Forse sono proprio fuori di testa. Signore mio. Ci vediamo».
Discese i gradini, afferrandosi forte alla ringhiera. «Buonanotte», lo salutò Bill. La porta si richiuse e la luce del portico venne spenta.
Douglas si diresse a passo cauto verso la macchina. Avanzò nell’oscurità protendendo la mano in cerca della maniglia. Un passo. Due passi. Era una stupidaggine. Un uomo adulto - praticamente di mezza età - in pieno ventesimo secolo. Tre passi.
Trovò la porta e la aprì, scivolando rapidamente all’interno e mettendo subito la sicura. Mentre accendeva il motore e le luci recitò mentalmente una preghiera di ringraziamento. Proprio una stupidaggine. Un occhio gigante. Qualche trovata pubblicitaria.
Continuò a rimuginare fra sé. Studenti? Burloni? Comunisti? Un complotto per farlo impazzire? Lui era un uomo importante, probabilmente il più importante fisco nucleare della zona. E quel nuovo progetto…
Guidava lentamente lungo l’autostrada, tenendo d’occhio ogni cespuglio ed ogni albero man mano che l’auto guadagnava velocità.
Un complotto comunista. Alcuni studenti facevano parte di un circolo di sinistra. Una specie di gruppo di studio marxista. Forse avevano organizzato loro…
Qualcosa scintillò alla luce dei fari. Qualcosa che si trovava sull’altro la-to dell’autostrada.
Douglas lo fissò, impietrito. Era un oggetto squadrato, un lungo blocco sul ciglio erboso della strada, dove iniziava la fila dei grandi alberi scuri.
Brillava e scintillava. Douglas rallentò fino quasi a fermarsi.
Era un lingotto d’oro, poggiato sul bordo della strada.
Era incredibile. Lentamente il professor Douglas abbassò il vetro e guardò fuori. Era proprio oro? Rise nervosamente. Probabilmente no. Naturalmente aveva visto spesso l’oro. Questo sembrava oro, ma magari era solo piombo, un lingotto di piombo dorato.
Ma… perché?
Uno scherzo. Una burla. Una ragazzata. Dovevano avere visto l’automobile diretta verso la casa di Henderson e sapevano che ben presto lui sarebbe ripassato per la stessa strada.
O… o forse era veramente oro. Magari un furgone blindato lo aveva perduto. Aveva svoltato in maniera troppo brusca, il lingotto era scivolato ed era caduto nell’erba. In quel caso c’era una piccola fortuna, nel margine bu-io dell’autostrada.
Ma era illegale possedere oro. Avrebbe dovuto restituirlo al governo. Pe-rò poteva segarne un pezzetto. E se anche lo avesse restituito ci sarebbe stata certamente una ricompensa. Forse qualche migliaio di dollari.
Un folle progetto gli attraversò la mente. Prendere il lingotto, imballarlo e spedirlo in Messico, fuori dal paese. Eric Barnes aveva un piccolo aereo, e con quello sarebbe stato uno scherzo portarlo in Messico. Poi lo avrebbe venduto, si sarebbe messo in pensione ed avrebbe vissuto da nababbo per il resto della vita.
Il professor Douglas sbuffò irosamente. Era suo dovere restituirlo.
Chiamare la Zecca di Denver e raccontare tutto. Oppure il dipartimento di polizia. Fece marcia indietro con la macchina e si mise in posizione paral-lela rispetto alla sbarra metallica. Spense il motore e scese sull’autostrada buia. Aveva un lavoro da fare. Come cittadino onesto - e, Dio lo sapeva, cinquanta test avevano rivelato che lo era - lì c’era un lavoro per lui. Si chinò nella macchina e cercò la torcia elettrica nel cruscotto. Se qualcuno aveva perso un lingotto d’oro, toccava a lui…
Un lingotto d’oro. Impossibile. Una lenta sensazione di gelo lo travolse, rallentandogli i battiti del cuore. Una vocetta nel profondo della mente gli suggerì la domanda, in modo chiaro e razionale: chi mai potrebbe perdersi per strada un lingotto d’oro?
Stava succedendo qualcosa.
La paura lo paralizzò. Rimase impalato, tremando come una foglia.
L’autostrada buia e deserta, le montagne silenziose: Douglas era solo, un bersaglio perfetto. Se loro avessero voluto prenderlo…
Loro?
Chi?
Diede un’occhiata attorno a sé. Molto probabilmente erano nascosti in mezzo agli alberi, e lo aspettavano. Aspettavano che attraversasse la strada e si addentrasse tra la vegetazione, si chinasse e cercasse di raccogliere il lingotto. Un colpo rapido mentre era curvo a terra, ed era fatta.
Douglas risalì di corsa in macchina e avviò il motore, togliendo il freno a mano mentre accelerava. L’automobile schizzò in avanti e guadagnò velocità. Douglas si era aggrappato disperatamente al volante, con le mani che gli tremavano. Doveva andarsene, doveva scappare prima che lo pren-dessero… di chiunque si trattasse.
Mentre s’inseriva sulla corsia dell’autostrada, diede un’ultima occhiata all’indietro dal finestrino ancora aperto. Il lingotto era sempre là, e brillava ancora in mezzo alla vegetazione scura sul margine della strada. Ma intorno vi era una strana indeterminatezza, come un vago tremolio che coinvol-geva anche lo spazio circostante. All’improvviso il lingotto perse consistenza e poi scomparve, e il suo bagliore morì nell’oscurità.
Douglas alzò gli occhi, e rantolò per l’orrore.
Sul cielo sopra di lui c’era qualcosa che oscurava le stelle. Una grande forma, così grande da lasciarlo senza fiato. La forma si muoveva proprio sopra la sua testa, simile ad un cerchio incorporeo di presenza vivente.
Un volto. Un volto gigantesco, cosmico, stava guardando verso il basso.
Come una luna enorme, che offuscava tutto il resto. Il volto rimase sospeso per un istante, fisso su di lui… sul punto da dove lui era appena fuggito poi, come il lingotto, svanì nell’oscurità.
Tornarono le stelle. Douglas era di nuovo solo.
Si appoggiò al sedile e la macchina sbandò paurosamente, rombando sull’autostrada. Douglas aveva lasciato andare le mani dal volante ed aveva quasi perso il controllo della vettura. Riuscì a riprenderlo quasi per miracolo.
Non c’erano dubbi. Qualcosa lo perseguitava e cercava di catturarlo. Ma non si trattava né di comunisti né di studenti giocherelloni, né di un animale sopravvissuto a! più remoto passato.
Qualunque cosa fosse, chiunque fosse, non aveva niente a che fare con la Terra. Era qualcosa o qualcuno che proveniva da un altro mondo. E che voleva lui.
Proprio lui.
Ma… perché?
Pete Berg lo ascoltò con attenzione. «Prosegui», gli disse quando Douglas smise di parlare.
«È tutto». Douglas si rivolse a Bill Henderson. «Non tentare di dirmi che mi ha dato di volta il cervello. L’ho visto davvero. E mi stava guardando. Il volto intero, e non solo l’occhio, stavolta».
«Pensi che fosse il volto al quale appartiene l’occhio?», domandò Jean Henderson.
«Ne sono sicuro. Il volto aveva la stessa espressione dell’occhio. Mi studiava».
«Dobbiamo avvisare la polizia», disse Laura Douglas con un filo di vo-ce. «Questa storia non può continuare. Se qualcuno ce l’ha con lui…»
«Avvisare la polizia non servirebbe a niente». Bill Henderson si mise a passeggiare per la stanza. Era tardi, mezzanotte passata, e tutte le luci di casa Douglas erano accese. Seduto in un angolo tutto raggomitolato, il vecchio Milton Erick, responsabile del Dipartimento di Matematica, non aveva perso una parola ma il suo viso rugoso non mostrava la minima espressione.
«Possiamo presumere», disse con voce calma, sfilandosi la pipa che teneva fra i denti gialli, «che si tratti di una razza non terrestre. Le dimensioni e la posizione indicano senza dubbio che non provengono dalla Terra».
«Ma non possono rimanere sospesi nel cielo!», esplose Jean. «Non c’è niente a cui attaccarsi!»
«Potrebbero esistere altre configurazioni di materia non connessa o riferita direttamente alla nostra. Una coesistenza infinita o multipla di universi che esistono su un piano di coordinate del tutto inspiegabili alla luce delle attuali cognizioni. A causa di qualche singolare congiunzione di tangenti, al momento ci troviamo in contatto con una di queste altre configurazioni».
«Intende dire», spiegò Bill Henderson, «che questi esseri che persegui-tano Doug non fanno parte del nostro universo, ma provengono da una dimensione del tutto diversa».
«Il volto tremolava», mormorò Douglas. «Sia il lingotto che il volto tremolavano, e poi sono scomparsi».
«Si sono ritratti», precisò Erick. «Sono ritornati al loro universo. Hanno libero accesso al nostro, sembra, attraverso un buco, per così dire, dal quale vanno e vengono».
«È un peccato», disse Jean, «che siano così grossi. Se fossero più piccoli…»
«Basta con questi discorsi accademici!», gridò istericamente Laura. «Ce ne stiamo qui seduti ad elaborare teorie e intanto quelli vogliono prendersi mio marito!»
«Questo potrebbe spiegare gli dèi», disse all’improvviso Bill.
«Gli dei?»
Bill annuì. «Non capite? In passato questi esseri hanno osservato il nostro universo tramite il punto di connessione. Forse ci sono anche entrati. I popoli primitivi li hanno visti e, non riuscendo a darne una spiegazione, gli hanno costruito intorno una religione. Li hanno adorati».
«Il monte Olimpo», disse Jean. «Ma certo. E Mosè che incontra Dio in cima al monte Sinai. Siamo in alto, in mezzo alle Montagne Rocciose.
Forse il contatto avviene solo a certe quote. Sulle montagne, come in questo caso».
«I monaci tibetani vivono in una delle zone più elevate del mondo», aggiunse Bill. «Quell’area è la più alta e la più antica della Terra. Tutte le grandi religioni sono state rivelate tra le montagne, e diffuse in basso da gente che aveva visto Dio e ne ha trasmesso la parola».
«Quello che non capisco», disse Laura, «è che cosa vogliono da lui» . Allargò le braccia, impotente. «Perché non qualcun altro? Perché hanno scelto proprio lui?»
Bill assunse un’espressione seria. «Per me è chiarissimo».
«Spiegacelo», borbottò Erick.
«Chi è Doug? Più o meno il miglior fisico nucleare del mondo. Che lavora su progetti segretissimi nel campo della fissione nucleare. Ricerca a-vanzata. Il governo prende per oro colato tutto ciò che fa il Bryant College… perché c’è Douglas».
«E allora?»
«Lo vogliono per le sue capacità. Perché lui sa le cose. Date le loro enormi dimensioni rispetto al nostro universo, essi sono in grado di sotto-porre le nostre vite ad uno studio accurato come quello che noi riusciamo a fare nei laboratori di biologia su… diciamo, su una coltura di Sarcina Pul-monum. Ma questo non significa che siano culturalmente più progrediti di noi».
«Certo che è così!», esclamò Pete Berg. «Vogliono Doug per le sue cognizioni. Vogliono rapirlo e servirsi del suo cervello per la loro stessa civiltà».
«Parassiti!», disse fra i denti Jaen. «Magari sono sempre dipesi da noi.
Non capite? Gli uomini che sono scomparsi in passato, li hanno portati via queste creature». Fu scossa da un brivido. «Probabilmente ci considerano una specie di terreno di coltura, dove le tecniche e la conoscenza vengono faticosamente sviluppate… a loro vantaggio».
Douglas fece per rispondere, ma le parole non gli uscirono dalla bocca.
Rimase seduto immobile sulla poltrona, con la testa girata di lato.
Fuori, nel buio che circondava la casa, qualcuno chiamava il suo nome.
Si alzò è andò verso la porta. Tutti lo guardarono sbalorditi.
«Cosa c’è?», gli chiese Bill. «Cosa ti succede, Doug?»
Laura lo prese per un braccio. «Cosa c’è che non va? Ti senti male? Dì qualcosa! Doug!»
Il professor Douglas si liberò di lei con uno strattone, aprì la porta e uscì sul portico. C’era una pallida luna,e una luce diffusa illuminava ogni cosa.
«Professor Douglas!» Di nuovo quella voce, dolce e fresca… una voce femminile.
Illuminata dalla luce della luna, in fondo ai gradini del portico, c’era una ragazza. Bionda, forse sui vent’anni. Con una gonna quadrettata, un maglione chiaro di lana d’angora e un fazzoletto di seta intorno al collo. Gli faceva cenni ansiosi con la mano e aveva un’espressione implorante sul vi-so.
«Professore, ha un minuto? È successo qualcosa di terribile a…» La sua voce morì mentre la ragazza si allontanava nervosamente dalla casa e scompariva nell’oscurità.
«Cosa succede?», gridò Douglas.
Riusciva appena a sentire la voce. Lei si stava allontanando sempre più.
Douglas era indeciso sul da farsi. Esitò un attimo, poi scese a precipizio le scale e le andò dietro. La ragazza si ritrasse da lui tormentandosi le ma-ni, le labbra rosse segnate da una smorfia di disperazione.
I seni si sollevavano e si abbassavano sotto il maglione in un parossismo di terrore, ed ogni sussulto risaltava nitidamente sotto la luce lunare.
«Cosa c’è?», gridò Douglas. «Cosa c’è che non va?» L’inseguì rabbiosamente. «Per l’amor del cielo, fermati!»
La ragazza non accennava a fermarsi, e lo portava sempre più lontano dalla casa, verso la grande distesa di prati dove iniziava il campus dell’università. Douglas non riuscì a soffocare l’irritazione. Accidenti a lei! Perché non lo aspettava?
«Fermati un secondo!», gridò, sempre correndole dietro. Giunse sul prato ansimando per lo sforzo. «Chi sei? Che diavolo…»
Vi fu un lampo. Una vampata di luce accecante esplose accanto a Douglas e lasciò una buca annerita nel prato a due passi da lui.
Douglas si fermò, stordito. Giunse un secondo lampo, questa volta proprio davanti a lui. L’ondata di calore lo scagliò all’indietro; lui annaspò e per poco non cadde. La ragazza si era fermata di scatto, ed era rimasta in piedi immobile e silenziosa, con il volto inespressivo. Dava una strana impressione di consistenza cerea; era diventata improvvisamente del tutto inanimata.
Ma Douglas non aveva tempo di pensarci su. Si voltò e tornò a passo malfermo verso casa. Giunse un terzo lampo, che cadde anche questo davanti a lui. Deviò a destra e si lanciò in mezzo ai cespugli che crescevano vicino al muro. Barcollando e ansimando si appoggiò contro il fianco di cemento della casa, tenendovisi quanto più possibile vicino.
Nel cielo stellato sopra di lui vi fu un bagliore improvviso. Un debole movimento, poi nulla. Era solo. I lampi erano cessati. E…
Anche la ragazza era sparita.
Un adescamento. Una intelligente imitazione per indurlo a uscire di ca-sa, e sorprenderlo all’aperto.
Si rimise faticosamente in piedi e costeggiò il muro della casa. Bill Henderson, Laura e Berg erano sul portico, parlando nervosamente e guardandosi intorno in cerca di lui. La sua macchina era parcheggiata su una strada laterale. Forse, se fosse riuscito a raggiungerla…
Alzò lo sguardo verso il cielo. Solo stelle. Nessun segno di loro. Se fosse riuscito ad arrivare alla macchina e a imboccare l’autostrada, a lasciare le montagne e a raggiungere Denver, che era ad un’altitudine minore, forse sarebbe stato al sicuro.
Respirò a fondo, ancora tremando. Meno di dieci metri alla macchina.
Pochi passi. Bastava solo riuscire ad entrarci dentro…
Corse più veloce che poté. Attraversò il vialetto e si lanciò lungo la strada. Abbrancò la maniglia, aprì la portiera e saltò dentro. Con un solo rapido movimento avviò il motore e tolse il freno a mano.
L’automobile slittò in avanti e il motore si avviò crepitando. Douglas premette disperatamente l’acceleratore e la vettura partì con un sobbalzo.
Sul portico, Laura gridò e si lanciò giù per gli scalini. Il grido di lei e quello allarmato di Bill si persero nel frastuono del motore.
Un attimo dopo era sull’autostrada e si allontanava rapidamente dalla città lungo il percorso lungo e tortuoso che portava a Denver.
Avrebbe chiamato Laura solo una volta arrivato a Denver. Lei lo avrebbe raggiunto, ed insieme sarebbero andati verso est col primo treno. Al diavolo il Bryant College. Era in gioco la sua vita.
Guidò per ore nella notte senza fermarsi. Giunse l’alba e il sole salì lentamente nel cielo. Adesso c’erano altre automobili per strada. Sorpassò un paio di camion che procedevano rumorosamente a velocità ridotta ingom-brando la carreggiata.
Incominciava a sentirsi un po’ meglio. Le montagne erano alle sue spalle. La distanza fra lui e loro cresceva sempre più…
Con l’aumentare della temperatura gli tornò anche il buonumore. C’erano centinaia di università e di laboratori sparsi in tutto il paese. Avrebbe potuto facilmente continuare il suo lavoro da qualche altra parte. Non lo avrebbero mai preso, una volta fuori dalle montagne.
Rallentò. L’indicatore della benzina era quasi a zero.
Sulla destra c’era una stazione di servizio e un piccolo bar. La vista di quel locale gli fece venire in mente che non aveva fatto colazione. Il suo stomaco cominciava a protestare. Davanti al bar c’erano un paio di automobili parcheggiate, e dentro c’erano poche persone sedute di fronte al bancone.
Lasciò l’autostrada e si diresse verso la stazione di servizio.
«Il pieno», ordinò al benzinaio, e scese sulla ghiaia riscaldata dal sole lasciando la marcia ingranata. Aveva l’acquolina in bocca. Un bel piatto di dolci caldi, prosciutto in abbondanza e caffè nero fumante… «Posso la-sciarla qui?»
«La macchina?» Il benzinaio in tuta bianca svitò il tappo e cominciò a riempire il serbatoio. «Che cosa vuole dire?»
«Mi faccia il pieno e me la parcheggi. Tornerò fra pochi minuti. Voglio fare colazione».
«Colazione?»
Douglas s’innervosì. Che gli prendeva, a quel benzinaio? Indicò il bar.
Un camionista era appena uscito dalla porta e se ne stava in piedi pensieroso a pulirsi i denti. All’interno la cameriera andava avanti e indietro. Douglas poteva già sentire l’odore del caffè, e della pancetta che sfrigolava sulla griglia. Giungeva anche il suono ovattato e metallico di un juke-box, un suono caldo e amichevole. «Al bar».
Il benzinaio smise di erogare benzina. Abbassò lentamente il tubo e si girò verso Douglas, con un’espressione strana sul volto. «Quale bar?»
Il bar tremolò e all’improvviso svanì. Douglas lottò per soffocare un grido di terrore. Dove c’era stato il bar adesso si vedeva solo un campo aperto.
Erba color verde sporco. Qualche lattina arrugginita. Bottiglie, rifiuti.
Uno steccato di recinzione. E, in lontananza, il profilo delle montagne.
Douglas cercò di riprendere il controllo di se stesso. «Sono un po’ stanco», farfugliò, e rimontò in macchina, un po’ imbarazzato. «Quant’è?»
«Ho quasi riempito il…»
«Ecco». Douglas gli diede cento dollari. «Si tolga di mezzo». Accese il motore e imboccò di nuovo l’autostrada, mentre il benzinaio continuava a guardarlo sbalordito.
C’era mancato poco. Dannatamente poco. Una trappola. E lui ci era quasi caduto.
Ma la cosa che lo spaventava di più era il saperli così vicini. Era fuori dalle montagne e loro erano ancora davanti a lui.
Era stato tutto inutile. Douglas non era più al sicuro di quanto lo fosse stato la sera prima. Erano ovunque.
La macchina correva veloce lungo l’autostrada. Denver era ormai vicina… ma poi? Non avrebbe fatto nessuna differenza. Lui avrebbe potuto scavare un buco nella Valle della Morte e non sarebbe stato al sicuro nemmeno lì dentro. Lo inseguivano e prima o poi lo avrebbero preso. Questo era chiaro.
Si arrovellò disperatamente il cervello. Doveva pensare qualcosa, un modo per scamparla.
Una cultura parassitica. Una razza che predava gli umani, utilizzava la loro conoscenza e le loro scoperte. Non era quello che aveva detto Bill? A loro interessava il suo bagaglio cognitivo, il suo talento speciale per la fisica nucleare. Era stato individuato e separato dagli altri perché aveva capacità e preparazione superiori. Gli avrebbero dato la caccia fino a catturarlo.
E poi… che cosa sarebbe successo.
L’orrore lo travolse. Il lingotto d’oro. L’adescamento. La ragazza sembrava perfettamente reale. Il bar con i clienti dentro. Addirittura il profumo del caffè, e la pancetta che friggeva, e il caffè fumante.
Dio, se solo lui fosse stato un uomo comune, senza talento, senza capacità particolari. Se solo…
Un improvviso rumore martellante. La macchina sbandò, e Douglas im-precò ferocemente. Aveva forato. Di tutti i momenti per forare… quello era il peggiore.
Douglas riuscì a fermare la macchina sul lato della strada, spense il motore e tirò il freno a mano. Per un poco rimase in silenzio. Alla fine cercò nella tasca del cappotto e trovò un pacchetto di sigarette tutto spiegazzato.
Ne accese una e tirò giù il finestrino per fare entrare l’aria.
Naturalmente era in trappola. Non poteva fare niente. Era chiaro che la foratura era stata organizzata. Qualcosa sulla strada, gettato dall’alto. Probabilmente chiodi o puntine.
L’autostrada era deserta. Non si vedevano automobili, e lui era completamente solo, tra una città e l’altra. Denver distava quarantacinque chilometri, e non c’era modo di raggiungerla. Intorno a lui non c’era nessuno, solo campi terribilmente piatti e desolati.
Nient’altro che il suolo pianeggiante… e il cielo azzurro sopra di lui.
Douglas guardò in alto. Non li poteva vedere, ma erano lassù, e aspettavano che lui uscisse dalla macchina. La sua conoscenza, le sue capacità sarebbero state utilizzate da una civiltà aliena, e lui sarebbe diventato uno strumento nelle loro mani. Gli avrebbero rubato tutto ciò che sapeva, e lo avrebbero reso uno schiavo.
Eppure, in qualche modo, era un complimento. In un’intera società avevano scelto proprio lui. Il suo talento e il suo sapere, soprattutto. Le guance ripresero un po’ di colorito. Probabilmente lo avevano studiato a lungo.
Senza dubbio il grande occhio lo aveva osservato spesso dal telescopio, o dal microscopio, o qualsiasi cosa fosse. Aveva visto le sue capacità e si era reso conto che avrebbero apportato grandi vantaggi alla sua civiltà.
Douglas aprì la portiera, e scese sull’asfalto bollente. Gettò la sigaretta e la spense con calma sotto la scarpa. Poi respirò a fondo, sbadigliando e sti-racchiandosi. Ora poteva vedere le puntine, frammenti scintillanti sulla superficie di asfalto. Aveva forato entrambi i pneumatici anteriori.
Qualcosa brillò sopra di lui. Douglas attese tranquillo. Adesso che era finalmente giunto il momento non aveva più paura. Guardò con una sorta di distaccata curiosità. Quel qualcosa stava crescendo e si allargava, gon-fiandosi ed espandendosi sulla sua testa. Ebbe un attimo di esitazione, poi calò giù.
Douglas rimase in piedi immobile mentre l’enorme rete cosmica si richiudeva su di lui. I cavi gli si strinsero intorno quando la rete cominciò a risalire. E lui vi salì insieme, verso il cielo. Ma era rilassato, tranquillo, e non aveva più paura.
Perché avere paura? Avrebbe continuato a svolgere il solito lavoro. Avrebbe perso Laura e l’università, certo, e i brillanti colleghi di facoltà, e i volti interessati degli studenti. Ma senza dubbio avrebbe trovato lassù un’altra compagnia, persone con le quali lavorare, menti addestrate con cui comunicare.
La rete lo sollevava sempre più velocemente, e si allontanava con altret-tanta velocità. La Terra si trasformò da una superficie piatta in un globo.
Douglas osservava con interesse professionale. Sopra di lui, al di là delle intricate maglie della rete, poteva già distinguere il profilo dell’altro universo, il nuovo mondo verso il quale era diretto.
Forme. Due enormi forme accucciate. Due figure incredibilmente grandi che si chinavano verso di lui. Una stava tirando la rete, l’altra guardava, tenendo qualcosa in mano. Un panorama. Contorni vaghi e troppo grandi perché Douglas potesse distinguerli.
Finalmente, gli giunse un pensiero. Che fatica.
Ma ne valeva la pena, pensò l’altra creatura.
I loro pensieri rimbombarono dentro di lui. Pensieri possenti, da menti immense.
Avevo ragione. Il più grosso fino ad ora. Che pesca!
Deve pesare almeno ventiquattro briccole.
Finalmente!
All’improvviso Douglas perse tutta la sua sicurezza, e un brivido di orrore gli trafisse la mente. Ma di che stavano parlando? Che cosa volevano di-re?
Proprio in quel momento venne scaricato dalla rete. Stava cadendo. Vide qualcosa che gli veniva incontro. Una superficie piatta, scintillante. Che cos’era?.
Strano, assomigliava proprio ad una padella per friggere.