un certo tipo di vita (italian)
— Joan, per amor del cielo!
Joan Clarke percepì l'irritazione nella voce del marito anche se la voce usciva dall'altoparlante alla parete. Si alzò dalla poltroncina davanti al videoschermo e corse in camera da letto. Bob stava frugando freneticamente nell'armadio, tirando giù cappotti e vestiti e gettandoli sul letto. Era paonazzo in viso per l'esasperazione.
— Cosa stai cercando?
— La mia uniforme. Dov'è? Non è qui?
— Certo che c'è. Lascia guardare me.
Bob, immusonito, si tolse di mezzo. Joan lo superò e premette il pulsante del trasportatore automatico. Gli abiti presero a sfilare in rapida successione, presentandosi in parata alla sua ispezione.
Erano le prime ore del mattino. Le nove circa. Il cielo era di un azzurro luminoso. Non si vedeva una sola nube. Una calda giornata di primavera, verso la fine di aprile. All'esterno della casa, il terreno era nero e bagnato per la pioggia del giorno prima. Germogli verdi cominciavano già ad affacciarsi dalla terra fumante. Il sentiero d'accesso era scuro per l'umidità. Grandi prati si stendevano verdi sotto la luce del sole.
— Eccola qui. — Joan fermò il trasportatore. L'uniforme le cadde fra le braccia, e lei la passò a suo marito. — La prossima volta non agitarti tanto.
— Grazie. — Bob sorrise, imbarazzato. Passò una mano sulla giacca. — Ma guarda, è tutta sgualcita. Credevo che l'avessi fatta lavare.
— Andrà benissimo. — Joan azionò l'apparecchio per rifare il letto, che lisciò lenzuola e coperte, distendendole sul letto. Il copriletto si sistemò per benino attorno ai cuscini. — Basterà che l'indossi per un po', e sarà perfetta. Bob, sei il più grosso piantagrane che io conosca.
— Scusa, tesoro — mormorò Bob.
— Cosa c'è? —Joan gli si avvicinò, gli mise una mano sulla spalla robusta. — Sei preoccupato per qualcosa?
— No.
— Parlamene.
Bob cominciò a slacciare l'uniforme. — Niente d'importante. Non volevo darti un dispiacere. Ieri Erickson mi ha chiamato al lavoro per dirmi che il mio gruppo deve tornare su. A quanto pare, adesso chiamano due gruppi alla volta. Credevo che mi avrebbero lasciato in pace almeno per altri sei mesi.
— Oh, Bob! Perché non me lo hai detto?
— Ho parlato a lungo con Erickson. "Per amor di Dio!" gli ho detto. "Sono appena tornato." "Lo so, Bob" ha detto lui. "Mi spiace da morire, ma non posso farci niente. Siamo tutti sulla stessa barca. Comunque, non sarà una cosa lunga. Tanto vale mettersi subito all'opera. È per la situazione marziana. Sono tutti eccitati e preoccupati." Ecco cosa mi ha detto. È stato molto gentile. Erickson è un bravo ragazzo, per essere un Organizzatore di Settore.
— Quando… Quando devi partire?
Bob guardò l'orologio. — Devo essere al campo per mezzogiorno. Mi restano tre ore.
— E quando dovresti tornare?
— Oh, fra un paio di giorni, se tutto funziona bene. Lo sai come vanno queste cose, no? Dipende. Ricordi l'ottobre scorso, quando sono rimasto via un'intera settimana? Ma è stato un fatto insolito. Adesso fanno rotazioni dei gruppi talmente veloci che in pratica torni prima ancora di partire.
Tommy apparve dalla cucina. — Cosa succede, papà? — Si accorse dell'uniforme. — Ehi, il tuo gruppo riparte?
— Esatto.
Tommy rise da un orecchio all'altro: il sorriso deliziato di un ragazzino.
— Ti butti nella faccenda di Marte? Ieri ho seguito la situazione sul videoschermo. Quei Marziani sembrano erbacce secche legate assieme a fascio. Voialtri non dovreste avere problemi a farli a pezzi.
Bob rise, e tirò una pacca sulla schiena al figlio. — Vaglielo a dire tu, Tommy.
— Mi piacerebbe moltissimo partire con te.
L'espressione di Bob cambiò. I suoi occhi diventarono duri come selce.
— No, non è vero, ragazzo. Non dire una cosa del genere. Ci fu un silenzio imbarazzato.
— Non volevo dire niente di male — borbottò Tommy.
Bob rise di cuore. — Lascia perdere. Adesso uscite tutti e due, così mi cambio.
Joan e Tommy lasciarono la stanza. La porta si chiuse. Bob si vestì in fretta. Buttò vestaglia e pigiama sul letto e indossò l'uniforme verde scuro. Allacciò gli stivali, poi aprì la porta.
Joan tolse la valigia dall'armadio in corridoio. — Ne avrai bisogno, vero? — chiese.
— Grazie. — Bob prese la valigia. — Andiamo all'auto. — Tommy era già assorto davanti al videoschermo; stava cominciando il lavoro scolastico della giornata. Una lezione di biologia scorreva lentamente sullo schermo.
Bob e Joan scesero i gradini e si avviarono sul sentiero che portava alla loro auto di superficie, parcheggiata sul ciglio della strada. La portiera si spalancò mentre loro si avvicinavano. Bob gettò dentro la valigia e sedette al volante.
— Perché dobbiamo combattere i Marziani? — chiese all'improvviso Joan. — Spiegamelo, Bob. Spiegami perché.
Bob accese una sigaretta. Il fumo grigio si levò nell'abitacolo dell'auto. — Perché? Lo sai bene quanto me. — Tese la grande mano e batté le dita sull'elegante consolle dei comandi dell'auto. — Per questo.
— Cosa vorresti dire?
— Ai meccanismi di controllo è indispensabile il rexeroide. E gli unici depositi di rexeroide dell'intero sistema solare si trovano su Marte. Se perdiamo Marte, perdiamo questo. — Lasciò correre la mano sulla lucida consolle. — E se perdiamo questo, come facciamo ad andare avanti? Prova un po' a rispondere.
— Non potremmo tornare alla guida manuale?
— Avremmo potuto dieci anni fa. Ma dieci anni fa correvamo a meno di centosessanta chilometri l'ora. Nessun essere umano potrebbe guidare alle velocità di oggi. Non potremmo tornare alla guida manuale senza rallentare il passo.
— E questo non è possibile?
Bob rise. — Amore, tra qui e la città ci sono centoquaranta chilometri. Credi davvero che potrei continuare a fare il mio lavoro se dovessi percorrere questa distanza a cinquanta chilometri l'ora? Resterei chiuso in macchina tutta la vita.
Joan rimase zitta.
— Capisci, dobbiamo avere quel maledetto materiale. II rexeroide. Rende possibili i nostri strumenti di controllo. Ne abbiamo bisogno. Ci è indispensabile. Dobbiamo mantenere in attività le nostre miniere su Marte. Non possiamo permettere ai Marziani di rubarci i depositi di rexeroide. Chiaro?
— Chiaro. E l'anno scorso era il kyron di Venere. Ne avevamo bisogno. Così tu sei andato a combattere su Venere.
— Tesoro, le pareti delle nostre case non manterrebbero una temperatura costante senza il kyron. II kyron è l'unica sostanza non vivente del sistema che si adatti ai cambiamenti di temperatura. Dovremmo… Insomma, dovremmo tornare alle caldaie in cantina. Come succedeva a mio nonno.
— E l'anno prima c'è stata la lonolite di Plutone.
— La lonolite è l'unica sostanza conosciuta che si possa usare per costruire le banche della memoria dei computer. È l'unico metallo che abbia vere capacità di trattenere informazioni. Senza la lonolite perderemmo tutti i nostri grandi computer. E tu sai quanta strada potremmo fare senza loro.
— D'accordo.
— Amore, lo sai che io non voglio andare. Ma devo farlo. Tutti noi dobbiamo farlo. — Bob agitò la mano in direzione della casa. — Vuoi rinunciare a quello? Vuoi tornare ai vecchi tempi?
— No. —Joan si scostò dall'automobile. — Va bene, Bob. Allora, ci rivediamo fra un giorno o due?
— Lo spero. Questo guaio dovrebbe passare in fretta. Stanno richiamando quasi tutti i gruppi di New York. I gruppi di Berlino e Oslo sono giù su. Non dovrebbe volerci molto.
— Buona fortuna.
— Grazie. — Bob chiuse la portiera. Il motore si accese automaticamente. — Dai un saluto a Tommy per me.
L'auto partì, acquistò velocità. La consolle automatica la guidò con mano esperta nel grande flusso del traffico che scorreva sull'autostrada. Joan aspettò finché l'auto non si fu immersa nella sterminata marea di lucide strutture di metallo, una marea che correva a nastro lungo la campagna, diretta alla città lontana. Poi, a passi lenti, rientrò in casa.
Bob non tornò mai da Marte, e quindi, per così dire, Tommy diventò l'uomo di casa. Joan riuscì a fargli avere l'esenzione dalla scuola, e dopo un po' Tommy cominciò a lavorare come tecnico di laboratorio nel Centro Governativo Ricerche che distava pochi chilometri da casa loro.
Bryan Erickson, l'Organizzatore di Settore, una sera andò a trovarli, per vedere come se la passassero. — Avete proprio un bel posticino — disse Erickson, aggirandosi fra le stanze.
Tommy si gonfiò d'orgoglio. — È bello, eh? Si sieda. Si metta comodo.
— Grazie. — Erickson diede un'occhiata in cucina. La cucina automatica stava preparando la cena. — Che cucina splendida.
Tommy gli si portò a fianco. — Vede quell'apparecchio sopra il forno?
— Cosa fa?
— È il selettore della cucina. Inventa una nuova combinazione al giorno. Non dobbiamo stare a chiederci cosa mangiare.
— Incredibile. — Erickson guardò Tommy. — Mi pare che ve la caviate bene.
Joan alzò gli occhi dal videoschermo. — Al meglio che ci si poteva aspettare. — La sua voce era incolore, priva di tono.
Erickson grugnì. Tornò in soggiorno. — Be', penso che adesso me ne andrò.
— Per cosa era venuto? — chiese Joan.
— Niente di particolare, signora Clarke. — Erickson esitò alla porta. Era un uomo grosso, rosso in volto, quasi sulla quarantina. — Oh, una cosa c'era.
— Cioè? — La voce di Joan era priva d'emozioni.
— Tom, hai chiesto la tua tessera di Settore?
— La mia tessera di Settore?
— In base alla legge, dovresti essere registrato come membro di questo settore… Il mio settore. — Erickson frugò nelle tasche. — Ho qui con me qualche tessera non ancora compilata.
— Accidenti! — esclamò Tommy, un po' spaventato. — Così presto? Credevo di dover aspettare i diciotto anni.
— Hanno cambiato i regolamenti. Su Marte abbiamo preso una brutta batosta. Alcuni settori non riescono a dare le quote di uomini previste. D'ora in poi, bisognerà scavare più in profondità. — Erickson rise di cuore. — Questo è un buon settore, sai. Ci divertiamo moltissimo con l'addestramento e con le prove delle nuove attrezzature. Finalmente sono riuscito a convincere Washington ad assegnarci un'intera squadriglia dei nuovi caccia a due reattori. Ogni uomo del mio settore ha diritto a usare un caccia.
Gli occhi di Tommy si illuminarono. — Sul serio?
— A dire il vero, i miei uomini possono portarsi a casa il caccia per il weekend. Potresti parcheggiarlo sul tuo giardino.
— Non sta scherzando? — Tommy sedette alla scrivania e compilò la tessera, tutto contento.
— Sì, ci divertiamo moltissimo — mormorò Erickson.
— Tra una guerra e l'altra — disse sottovoce Joan.
— Cosa ha detto, signora Clarke?
— Niente.
Erickson accettò la tessera compilata, la sistemò nel portafoglio. — Fra parentesi… — disse.
Tommy e Joan si girarono verso lui.
— Immagino abbiate seguito la guerra del gleco sul videoschermo. Immagino ne sappiate tutto.
— La guerra del gleco?
— Tutto il nostro gleco viene da Callisto. Si ricava dalle pelli di una certa specie di animali. Be', abbiamo avuto qualche guaio con gli indigeni. Sostengono…
— Cos'è il gleco? — chiese a labbra strette Joan.
— È il materiale che fa in modo che la vostra porta d'ingresso si apra soltanto per voi. È sensibile alla struttura della pressione delle vostre dita. E si ricava da quegli animali.
Ci fu silenzio. Il tipo di silenzio che si taglia col coltello.
— Penso che me ne andrò. — Erickson si avviò alla porta. — Ci vediamo al prossimo periodo d'addestramento, Tom, giusto? — Aprì la porta.
— Giusto — mormorò Tommy.
— Buonanotte. — Erickson se ne andò, chiudendo la porta.
— Ma devo partire! — esclamò Tommy. — Perché?
— Parte l'intero settore. Hanno bisogno di noi. Joan guardò fuori dalla finestra. — Non è giusto.
— Ma se io non vado, perderemo Callisto. E se perdiamo Callisto…
— Lo so. Dovremo riabituarci ad andare in giro con le chiavi di casa. Come facevano i nostri nonni.
— Esatto. — Tommy gonfiò il petto, si girò da una parte e dall'altra. — Come ti sembro?
Joan non disse niente.
— Come ti sembro? Sono a posto?
Tommy aveva un aspetto splendido, nella sua uniforme verde scuro. Era snello e diritto, molto più bello di Bob. Bob aveva cominciato a mettere su chili, e ad avviarsi sulla strada della calvizie. I capelli di Tommy erano folti e neri. Le sue guance erano rosse per l'eccitazione; gli occhi azzurri brillavano. Infilò il casco e chiuse la cerniera.
— Okay? — chiese. Joan annuì. — Perfetto.
— Dammi il bacio dell'arrivederci. Parto per Callisto. Sarò di ritorno fra un paio di giorni.
— Arrivederci.
— Non sembri molto contenta.
— Non lo sono — disse Joan. — Non sono molto contenta.
In effetti, Tommy tornò da Callisto, ma nella guerra del trektonio su Europa successe qualcosa al suo caccia a due reattori, e il Settore rientrò senza lui.
— Il trektonio — spiegò Bryan Erickson — si usa per i tubi catodici dei videoschermi. È importantissimo, Joan.
— Vedo.
— Lei sa cosa significhino i videoschermi. Per noi rappresentano cultura e informazione. I bambini imparano dai videoschermi. Li usano per studiare. E la sera passiamo ai canali ricreativi per divertirci. Non vorrà che siamo costretti a tornare a…
— No, no, certo che no. Mi scusi. —Joan fece un cenno e il tavolino da caffè scivolò in soggiorno, portando una caffettiera fumante. — Panna? Zucchero?
— Solo zucchero, grazie. — Erickson prese la sua tazzina e rimase zitto sul divano. Mescolò e sorseggiò. La casa era tranquilla. Era la tarda serata, quasi le undici. Le tapparelle erano abbassate. Il videoschermo, in un angolo, emetteva suoni pacati. Fuori, il mondo era buio e immobile; c'era solo una leggera brezza che correva tra i cedri al limitare dell'appezzamento di terreno.
— Qualche novità dai diversi fronti? — chiese Joan dopo un po', appoggiandosi all'indietro, lisciando la gonna.
— I fronti? — Erickson rifletté. — Be', ci sono nuovi sviluppi nella guerra dell'iderio.
— Dove sarebbe?
— Su Nettuno. Il nostro iderio viene da Nettuno.
— A cosa serve l'iderio? — La voce di Joan era esile e remota, come se lei fosse lontanissima da lì. Il suo viso era teso, e molto pallido. Come se una maschera vi fosse scesa sopra senza più staccarsi, una maschera attraverso la quale lei guardava da grande distanza.
— Tutte le macchine giornalistiche hanno bisogno dell'iderio — spiegò Erickson. — Il rivestimento di iderio rende possibile alle macchine percepire gli avvenimenti nel momento stesso in cui si verificano e trasmetterli ai videoschermi. Senza l'iderio dovremmo tornare ai vecchi giornali, all'informazione scritta. Questo introdurrebbe i pregiudizi personali. Avremmo notizie falsate. Le macchine giornalistiche all'iderio sono imparziali.
Joan annuì. — Altre novità?
— Non molte. Si dice che potrebbe scoppiare qualche guaio su Mercurio.
— Cosa prendiamo su Mercurio?
— È da lì che viene la nostra ambrolina. Usiamo l'ambrolina per tutte le macchine selettrici. Ad esempio, il selettore che lei ha in cucina. Il selettore alimentare che decide le combinazioni di cibi. È una macchina ad ambrolina.
Joan puntò lo sguardo vacuo sulla tazzina del caffè. — Gli indigeni di Mercurio ci attaccano?
— Ci sono state sommosse, rivolte, cose del genere. Alcune Unità di Settore sono già state richiamate. L'unità di Parigi e quella di Mosca. Grandi unità, ritengo.
Dopo un po', Joan disse: — Sa, Bryan, ho capito che lei è venuto qui con qualcosa in mente.
— Oh, no. Perché lo dice?
— L'ho capito. Di che si tratta?
Il viso cordiale di Erickson arrossì. — Lei è molto intuitiva, Joan. In effetti, sono venuto per qualcosa.
— Cosa?
Erickson infilò una mano nella tasca della giacca e tirò fuori un foglio ripiegato, stampato al ciclostile. Lo passò a Joan. — Mi capisca, non è un'idea mia. Io sono soltanto una rotella di una grande macchina. — Mordicchiò nervosamente il labbro inferiore. — La colpa è delle pesanti perdite nella guerra del trektonio. C'è bisogno di serrare le fila. Si sta per arrivare all'epilogo, a quanto sento.
— Cosa significa tutta questa roba? —Joan gli restituì il foglio. — Questi termini legali mi sono incomprensibili.
— Be', significa che le donne saranno ammesse nelle Unità di Settore in… in assenza di membri della famiglia di sesso maschile.
— Oh. Vedo.
Erickson si alzò di scatto, sollevato all'idea di avere fatto ciò che doveva fare. — Temo di dovere scappare. Volevo portarle questo foglio e farglielo vedere. Hanno già cominciato a distribuirli. — Rimise il foglio in tasca. Aveva un'aria stanchissima.
— Non resta molta gente, vero?
— Cosa intende dire?
— Prima gli uomini. Poi i bambini. Adesso le donne. A me pare che ormai siano coinvolti tutti.
— Più o meno, immagino. Be', ci sarà un motivo. Dobbiamo restare padroni di quei fronti. Quei materiali devono continuare ad arrivare qui. Ne abbiamo bisogno.
— Immagino di sì. — Joan si alzò lentamente. — Arrivederci, Bryan.
— Sì. Dovrei ripassare in settimana, tra qualche giorno. Arrivederci.
Bryan Erickson tornò proprio quando la guerra della ninfite stava scoppiando su Saturno. Scoccò un sorriso di scusa alla signora Clarke quando lei lo lasciò entrare.
— Mi perdoni se la disturbo a quest'ora del mattino — disse. — Sono di fretta. Sto correndo su e giù per tutto il settore.
— Cos'è successo? — Joan chiuse la porta alle spalle dell'uomo. Erickson indossava la sua uniforme da Organizzatore, verde chiaro con galloni color argento sulle spalle. Joan era ancora in vestaglia.
— Che bel caldo, qui dentro. — Erickson si scaldò le mani appoggiandole alla parete. Fuori, la giornata era luminosa e fredda. Era novembre. La neve era caduta su tutto, creando un gelido mantello bianco. Qualche albero nudo, dai rami spogli, si protendeva verso il cielo. Lontano, sull'autostrada, il lucido nastro di veicoli di superficie si era ridotto a un torrentello. Ormai pochissima gente andava in città. Quasi tutti i mezzi di superficie erano chiusi nei garage.
— Immagino sappia dei guai su Saturno — mormorò Erickson. — Avrà sentito.
— Mi pare di avere visto qualche ripresa. Sul videoschermo.
— Una brutta rogna. Quegli indigeni di Saturno sono enormi. Per la miseria, devono essere alti una quindicina di metri.
Joan annuì distrattamente, fregandosi gli occhi. — Peccato che ci occorra qualcosa da Saturno. Ha già fatto colazione, Bryan?
— Sì, grazie. Ho mangiato. — Erickson girò la schiena alla parete. — È splendido poter sfuggire al freddo. Lei tiene davvero la casa in ordine. Mi piacerebbe che mia moglie riuscisse a tenere la nostra altrettanto pulita.
Joan andò alla finestra e fece alzare le tapparelle. — Cosa prendiamo su Saturno?
— Proprio la ninfite, miseria ladra. A tutto il resto potremmo rinunciare, ma non alla ninfite.
— A cosa serve la ninfite?
— Occorre per tutte le attrezzature dei test attitudinali. Senza la ninfite non saremmo più in grado di decidere chi sia adatto per una certa posizione, compresa quella di presidente del Consiglio Mondiale.
— Vedo.
— Con i tester a ninfite possiamo decidere quali siano le capacità di una certa persona, quale lavoro debba fare. La ninfite è lo strumento basilare della società moderna. La usiamo per classificare e valutare i singoli individui. Se succedesse qualcosa alle nostre scorte…
— E viene tutta da Saturno?
— Temo di sì. Gli indigeni si sono sollevati. Stanno cercando di impadronirsi delle miniere di ninfite. Sarà una lotta dura. Sono grossi. Il governo è costretto a richiamare tutte le persone possibili.
Joan boccheggiò. — Tutte? — La sua destra corse alla bocca. — Anche le donne?
— Ho paura di sì. Mi spiace, Joan. Lei sa che non è un'idea mia. Nessuno vorrebbe farlo. Ma se dobbiamo salvare tutte le cose che abbiamo…
— Ma chi resterà, a questo punto?
Erickson non rispose. Sedette alla scrivania e si mise a compilare una tessera. Poi la diede a Joan, che la accettò automaticamente. — La sua tessera di Settore.
— Ma chi resterà? — chiese di nuovo Joan. — Me lo sa dire? Resterà qualcuno?
L'astronave di Orione atterrò con un possente rombo. Le valvole di scarico emisero nubi di gas, e i reattori a compressione, raffreddandosi, si zittirono.
Per un po' non ci fu il minimo suono. Poi il portello venne aperto con cura. N'tgari-3 uscì cautamente, agitando davanti a sé un cono per l'analisi dell'atmosfera.
— Risultati? — chiese il suo compagno, trasmettendo i propri pensieri a N'tgari-3.
— Troppo rarefatta per essere respirabile. Per noi. Ma sufficiente per certi tipi di vita. — N'tgari-3 si guardò attorno. Scrutò colline e pianure, e il suo sguardo si perse in distanza. — Di certo c'è molta quiete.
— Non un solo rumore. Nessun segno di vita. — Il suo compagno emerse. — Cos'è quello?
— Dove? — chiese N'tgari-3.
— Da quella parte. — Luci'n-6 gli indicò la direzione con la sua antenna polare. — Vedi?
— Sembrano edifici. Strutture imponenti.
I due Orioniani sollevarono la lancia al livello del portello e la fecero scendere a terra. N'tgari-3 si mise alla guida. Partirono sulla pianura, verso le strutture che si alzavano all'orizzonte. Su ogni lato crescevano piante, alcune alte e robuste, altre piccole e fragili, con fiori multicolori.
— Molte forme immobili — osservò Luci'n-6.
Attraversarono un campo di vegetali tra il grigio e l'arancio: migliaia di steli uniformi, una distesa interminabile sempre identica a se stessa.
— Direi che sono stati seminati artificialmente — mormorò N'tgari-3.
— Rallenta. Stiamo raggiungendo una struttura.
N'tgari-3 rallentò quasi sino a fermare la lancia. I due Orioniani si sporsero dal portello, scrutando con molto interesse.
Una deliziosa struttura si levava verso il cielo, circondata da vegetazione di ogni tipo: piante alte, tappeti di pianticelle, macchie di vegetali con fiori sorprendenti. La disposizione stessa della vegetazione era armoniosa e attraente; senza ombra di dubbio, il prodotto di una cultura avanzata.
N'tgari-3 balzò giù dalla lancia. — Forse stiamo per incontrare i leggendari esseri di Terra. — Corse sul tappeto di vegetali, una lunga coperta uniforme stesa sul terreno, fino al portico sul davanti della struttura.
Luci'n-6 lo seguì. Assieme, studiarono la porta. — Come si apre? — chiese Luci'n-6.
Col loro raggio, tracciarono un perfetto foro nella serratura, e la porta scivolò di lato. Le luci si accesero automaticamente. La casa era calda, grazie alle pareti.
— Che cultura avanzata! Che meraviglia!
Passarono di stanza in stanza, scrutando il videoschermo, la complessa cucina, i mobili in camera da Ietto, le tende, le sedie, il letto.
— Ma dove sono i terrestri? — chiese alla fine N'tgari-3.
— Torneranno presto.
N'tgari-3 si mise a passeggiare avanti e indietro. — Ho una strana sensazione. Non riesco a metterci l'antenna su. Una specie di brutto presentimento. — Esitò. — Non è possibile che non tornino più, vero?
— E perché non dovrebbero tornare?
Luci'n-6 cominciò ad armeggiare col videoschermo. — Molto improbabile. Li aspetteremo. Torneranno.
N'tgari-3 guardò fuori dalla finestra, nervoso. — Non li vedo. Ma devono essere qui attorno. Non possono essersene andati, lasciando tutto qui. Dove saranno andati? Perché?
— Torneranno. — Sullo schermo apparvero segnali caotici, scariche casuali. — Robaccia — disse Luci'n-6.
— Io ho la sensazione che non lo faranno.
— Se i terrestri non torneranno — disse pensoso Luci'n-6, manovrando i comandi del videoschermo — questo diventerà uno dei più grandi enigmi dell'archeologia.
— Io li aspetterò — disse N'tgari-3, impassibile.