Stories 93 / Random

Stories by philip kindred dick

tony e i coleotteri (italian)

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La luce giallorossa del sole filtrò dalla spessa finestra di quarzo nel cubicolo del sonno. Tony Rossi sbadigliò, si stirò un poco, poi aprì gli occhi neri e si rizzò a sedere. Con un solo movimento spinse via le coperte e posò i piedi sul tiepido pavimento di metallo. Spense la sveglia e corse all'armadio.
Sembrava una bella giornata. All'esterno, il paesaggio era immobile, non disturbato da vento o mulinelli di polvere. Il cuore del ragazzo accelerò i battiti per l'eccitazione. Tony infilò i calzoni, chiuse la cerniera rinforzata, indossò la pesante camicia di tela, poi sedette sull'orlo della brandina per mettere gli stivali. Chiuse le cerniere all'altezza del polpaccio, e ripetè l'operazione con i guanti. Poi regolò la pressione dell'unità a pompa e la sistemò a tracolla, in mezzo alle scapole. Prese il casco dall'armadio. Era pronto per la giornata.
Nel cubicolo da pranzo, sua madre e suo padre avevano terminato la colazione. Gli giunsero le loro voci mentre scendeva di corsa la rampa. Un mormorio poco comprensibile: Tony si fermò ad ascoltare. Di cosa stavano parlando? Aveva fatto qualcosa di sbagliato, un'altra volta?
Poi capì. Dietro le loro voci ce n'era un'altra. Scariche e disturbi crepitanti. Il segnale audio intersistema trasmesso da Rigel IV. Avevano alzato il volume al massimo; il tuono monocorde della voce dell'annunciatore rimbombava nella casa. La guerra. Sempre la guerra. Il ragazzo sospirò ed entrò nel cubicolo da pranzo.
— Giorno — borbottò suo padre.
— Buongiorno, amore — disse in tono distratto sua madre. Sedeva con la testa girata di iato, concentrata; sulla sua fronte c'era una ragnatela di rughe. Le labbra sottili formavano una rigida linea di preoccupazione. Il padre di Tony aveva spinto da parte i piatti sporchi e stava fumando, i gomiti sul tavolo, le braccia nude e muscolose coperte di peluria scura. Aveva la fronte aggrottata. Era completamente preso dal ruggito confuso che usciva dall'altoparlante sopra il lavandino.
— Come va? — chiese Tony. Si sistemò sulla sedia, e automaticamente tese la mano verso lo pseudopompelmo. — Novità da Orione?
Nessuno dei due gli rispose. Non lo avevano nemmeno sentito. Lui si mise a mangiare il pompelmo. Fuori, oltre la piccola unità abitativa di metallo e plastica, crebbero i suoni dell'attività. Urla e scricchiolii smorzati: i mercanti rurali che percorrevano l'autostrada per Karnet sui loro furgoni. La luce rossastra del giorno aumentò; Betelgeuse si stava alzando in cielo, calmo e maestoso.
— Bella giornata — disse Tony. — Non c'è nessuna corrente di flusso. Penso che andrò a passare un po' di tempo nel settore n. Stiamo costruendo uno spazioporto. Un modellino, ovviamente, ma siamo riusciti a trovare materiale a sufficienza per preparare le piste per…
Con un ringhio selvatico, suo padre tese la mano e centrò il bersaglio. Il ruggito audio si spense immediatamente. — Lo sapevo! — L'uomo si alzò e si staccò dal tavolo, furibondo. — Glielo avevo detto che sarebbe successo. Non dovevano muoversi così in fretta. Prima avrebbero dovuto costruire le basi di rifornimento di classe A.
— Il grosso della nostra flotta non sta arrivando da Bellatrix? — cinguettò la madre di Tony, ansiosa. — Stando al bollettino di ieri sera, il peggio che possa succedere è che vengano abbandonati Orione IX e X.
Joseph Rossi esplose in una risata roca. — All'inferno il bollettino di ieri sera. Quelli sanno bene quanto me cosa sta succedendo.
— E cosa sta succedendo? — fece eco Tony. Spinse via il pompelmo e cominciò a versarsi i cereali. — Stiamo perdendo la battaglia?
— Sì! — Suo padre piegò le labbra in una smorfia. — I terrestri che perdono contro dei… coleotteri. Glielo avevo detto. Ma non hanno saputo aspettare. Mio Dio, in questo sistema potevamo concederci almeno una decina d'anni. Perché hanno dovuto affrettare le cose? Lo sapevano che Orione sarebbe stato un osso duro. C'è tutta quanta la stramaledetta flotta dei coleotteri. Che ci aspetta. E noi ci andiamo a sbattere contro, diritti diritti.
— Ma nessuno ha mai pensato che i coleotteri avrebbero combattuto sul serio — protestò pacatamente Leah Rossi. — Tutti pensavano che si limitassero a sparare qualche colpo, e poi…
— Devono combattere! Orione è l'ultimo baluardo. Se non combattono lì, dove diavolo potrebbero farlo? — Rossi imprecò come un dannato. — È ovvio che combattano. Abbiamo in mano tutti i loro pianeti, tranne la fascia interna di Orione… Non che valgano molto, ma è una questione di principio. Se avessimo costruito buone basi di rifornimento, avremmo spezzato le reni alla flotta dei coleotteri. L'avremmo annientata.
— Non dire "coleotteri" — mormorò Tony, mentre finiva i cereali. — Sono Pas-udeti, come quelli che vivono qui. Il termine "coleotteri" viene da Betelgeuse. Una definizione offensiva che abbiamo inventato noi.
Joe Rossi aprì e richiuse la bocca. — Ma cosa sei? Uno stramaledetto amico dei coleotteri?
— Joe — sbottò Leah. — Per amor del cielo!
Rossi si avviò alla porta. — Se avessi dieci anni di meno, sarei là fuori. Gliela farei vedere, a quegli insetti chiusi nel loro guscio lucido. Gli spiegherei per benino contro chi si sono messi. Loro, e quelle vecchie carrette delle loro navi. Carghi riconvertiti! —I suoi occhi avvamparono. — Quando penso che hanno abbattuto incrociatori terrestri con i nostri ragazzi a bordo…
— Orione è il loro sistema — mormorò Tony.
— Il loro sistema! Da quando in qua sei diventato un'autorità in fatto di legislazione spaziale? Per la miseria, dovrei… — Joe Rossi si interruppe, strozzato dall'ira. — Mio figlio — borbottò. — Raccontami un'altra fesseria del genere, e ti do una lezione che ricorderai per tutto il resto della settimana.
Tony spinse indietro la sedia. — Oggi non ti starò nei piedi. Vado a Karnet col mio EEP.
— Sì, a giocare coi coleotteri!
Tony non disse niente. Stava già infilando il casco e sigillandone le chiusure. Mentre spalancava la porta sul retro di casa e superava la membrana stagna, aprì la valvola dell'ossigeno e azionò il filtro della bombola. Una risposta automatica, evocata dal condizionamento di un'intera vita trascorsa su un pianeta coloniale, in un sistema alieno.
Una leggera corrente di flusso lo investì, sollevando mulinelli di polvere giallorossa attorno ai suoi stivali. La luce del sole veniva riflessa e amplificata dal tetto metallico dell'unità abitativa della sua famiglia, uno dei tozzi edifici quadrati che si stendevano, in fila sterminata, ai piedi del pendio sabbioso, protetti dalla linea di impianti per la depurazione dei metalli che occupava l'orizzonte. Tony lanciò un segnale impaziente, e dal capanno uscì il suo EEP. I raggi del sole brillavano sulla sua superficie cromata.
— Andiamo a Karnet — disse Tony. Senza rendersene conto, era passato alla lingua dei Pas. — Sbrigati!
L'EEP gli si mise alle calcagna, e il ragazzo si incamminò a passo lesto sul pendio sabbioso, verso la strada. Quel giorno c'erano in giro parecchi mercanti. Il clima era l'ideale per concludere affari; si poteva viaggiare solo per un quarto dell'anno. Betelgeuse era una stella capricciosa e imprevedibile, del tutto diversa da Sole (almeno stando ai nastri educativi che Tony assorbiva quattro ore al giorno, sei giorni la settimana; lui non aveva mai visto Sole coi propri occhi).
Raggiunse la rumorosa strada. I Pas-udeti erano dappertutto: gruppi e gruppi di alieni, coi loro primitivi veicoli a combustione sporchi e scalcinati, coi motori che strillavano in segno di protesta. Tony cominciò a fare cenni di saluto ai furgoni che lo superavano. Dopo qualche attimo, uno rallentò.
Era stracarico di tis: cumuli di vegetali grigi essiccati, già pronti da consumare. Un componente essenziale della dieta dei Pas-udeti. Al volante c'era un Pas anziano, scuro in viso. Sporgeva un braccio dal finestrino aperto, e aveva tra le labbra una foglia arrotolata. Era identico a tutti gli altri Pas-udeti, allampanato, chiuso in un fragile guscio all'interno del quale era destinato a vivere e morire.
— Vuoi un passaggio? — mormorò il Pas. Era tenuto a usare le buone maniere, quando incontrava un terrestre a piedi.
— C'è posto per il mio EEP?
Il Pas fece un cenno vago con la zampa. — Può salire dietro. — Un'espressione ironica passò sul suo viso vecchio e brutto. — Se riesce ad arrivare fino a Karnet, possiamo venderlo agli smantellatoti. Ci farebbero comodo un po' di condensatori e relè. Siamo a corto di pezzi di ricambio elettronici.
— Lo so — disse con voce solenne Tony, salendo in cabina di guida. — Avete mandato tutto alla grande base-officina di Orione I. Per la vostra flotta da guerra.
Il divertimento svanì dalla faccia incartapecorita. — Già. La flotta da guerra. — Il Pas girò la testa e fece ripartire il furgone. Sul retro del veicolo, l'EEP di Tony si era arrampicato sul mucchio di tis e si teneva aggrappato, in precario equilibrio, coi suoi sensori magnetici.
Tony notò l'improvvisa metamorfosi nell'espressione del Pas, e restò perplesso. Fece per dirgli qualcosa; ma poi si rese conto dell'insolita quiete di tutti gli altri Pas, sui furgoni che correvano dietro e davanti loro. La guerra, naturalmente. Era divampata in quel sistema un secolo prima; quelle creature erano state lasciate indietro. Adesso, tutti gli occhi erano puntati su Orione, sulla battaglia tra la flotta terrestre e i carghi armati dei Pas-udeti.
— È vero — chiese cautamente Tony — che state vincendo? Il vecchio Pas grugnì. — Abbiamo sentito voci.
Tony rifletté. — Mio padre dice che Terra ha agito troppo in fretta. Dice che avremmo dovuto consolidare le nostre posizioni. Non abbiamo stabilito basi di rifornimento a sufficienza. Da giovane ha combattuto anche lui. Ha servito nella nostra flotta per due anni.
Il Pas rimase zitto per un attimo. — È vero — disse alla fine — che quando si è tanto lontani da casa, i rifornimenti diventano un grosso problema. Un problema che noi invece non abbiamo. Non abbiamo grandi distanze da coprire.
— Lei conosce qualcuno che stia combattendo?
— Ho qualche lontano parente. — Una risposta vaga. Era ovvio che il Pas non ne voleva parlare.
— Ha mai visto la vostra flotta da guerra?
— Non com'è oggi. Quando questo sistema è stato sconfitto, la maggioranza delle nostre navi è stata spazzata via. I superstiti sono fuggiti su Orione e si sono uniti a quella flotta.
— I suoi parenti facevano parte dei superstiti?
— Esatto.
— Allora lei era presente quando questo pianeta è stato conquistato?
— Perché me lo chiedi? — Il vecchio Pas fu scosso da un violento tremito. — Sono affari tuoi, per caso?
Tony sporse fuori la testa e si mise a guardare le mura e gli edifici di Karnet, sempre più vicini. Karnet era una città antica. Esisteva da migliaia di anni. La civiltà dei Pas-udeti era stabile; aveva raggiunto un certo livello di sviluppo tecnocratico e lì si era fermata. I Pas possedevano navi intersistema che avevano trasportato passeggeri e merci tra i pianeti, nei giorni prima della Confederazione Terrestre. Possedevano veicoli a combustione, sistemi di comunicazione audio, un'energia prodotta da fonti magnetiche. I loro impianti idraulici erano soddisfacenti e la loro medicina estremamente avanzata. Avevano creato forme d'arte capaci di suscitare eccitazione ed emozioni. Avevano una vaga religione.
— Perché pensate di poter vincere la battaglia? — chiese Tony.
— Non lo so. — Con un improvviso sussulto, il vecchio Pas frenò, e il furgone si arrestò bruscamente. — Io mi fermo qui. Per favore, scendi e porta con te il tuo EEP.
Tony boccheggiò per la sorpresa. — Ma non va…?
— Sono arrivato!
Tony spalancò la portiera. Si sentiva vagamente irrequieto. C'era un'espressione dura, immobile, sul volto coriaceo, e la voce della vecchia creatura aveva un tono tagliente mai udito prima. — Grazie — mormorò Tony. Saltò sulla polvere rossa e fece un cenno al suo EEP. L'EEP interruppe il flusso magnetico, e il furgone ripartì all'istante, scomparendo con un ruggito all'interno della città.
Tony restò a guardarlo, ancora stupefatto. La sabbia calda gli lambì le caviglie; mosse automaticamente i piedi e ripulì i calzoni. Un furgone strombazzò, e l'EEP lo fece spostare in tutta fretta dalla strada, trascinandolo fino alla rampa pedonale. Sciami di Pas-udeti si aggiravano attorno: interminabili file di abitanti della campagna che si recavano a Karnet per i loro affari quotidiani. Un massiccio autobus pubblico si era fermato davanti ai cancelli, e i passeggeri stavano scendendo. Maschi e femmine pas. E bambini. Ridevano e urlavano; i suoni delle loro voci si fondevano col ronzio sommesso della città.
— Entri o no? — risuonò una secca voce pas-udeti alle spalle di Tony. — Muoviti. Stai bloccando la rampa.
Era una giovane femmina, che reggeva un pesante carico fra le zampe. Tony si sentì imbarazzato. Le femmine pas possedevano un certo grado di capacità telepatiche; facevano parte del loro patrimonio sessuale. A distanza ravvicinata, funzionavano anche coi terrestri.
— Forza — disse la Pas. — Dammi una mano.
Tony annuì, e l'EEP accettò il pesante fardello della femmina. — Faccio un giro in città — disse Tony, mentre procedevano con la folla verso i cancelli. — Mi hanno dato un passaggio per quasi tutta la strada, ma l'autista mi ha scaricato qui.
— Sei della colonia?
La Pas lo scrutò con occhio critico. — Hai sempre vissuto qui, vero?
— Sono nato qui. La mia famiglia si è trasferita da Terra quattro anni prima che io nascessi. Mio padre era un ufficiale della flotta. Gli hanno concesso una Priorità d'Immigrazione.
— Allora non hai mai visto il tuo pianeta. Quanti anni hai?
— Dieci. Dieci anni terrestri.
— Non avresti dovuto fare tante domande all'autista.
Superarono lo schermo di decontaminazione ed entrarono in città. Davanti a loro c'era un chiosco per le informazioni, attorno al quale erano raccolti uomini e donne pas. Scale mobili e veicoli lanciavano i loro suoni caotici. Tutt'attorno a loro, edifici e rampe e macchinari; la città era sigillata sotto un guscio protettivo a prova di polvere. Tony si tolse il casco e lo agganciò alla cintura. L'aria era viziata, artificiale, ma respirabile.
— Vorrei dirti qualcosa — disse la giovane donna, mentre procedeva sulla rampa a fianco di Tony. — Non so se per te questo sia un buon giorno per aggirarti a Karnet. So che vieni qui regolarmente, a giocare coi tuoi amici. Però forse oggi dovresti restare a casa, nella vostra colonia.
— Perché?
— Perché oggi sono tutti sconvolti.
— Lo so — disse Tony. — Mia madre e mio padre erano sconvolti. Stavano ascoltando le notizie dalla nostra base del sistema di Rigel.
— Non intendevo la tua famiglia. Anche altra gente ascolta. La gente che vive qui. La mia razza.
— Sì, certo, sono sconvolti — ammise Tony. — Però io vengo sempre qui. Alla colonia non ho nessuno con cui giocare, e poi stiamo lavorando a un progetto.
— Il modellino di uno spazioporto.
— Infatti. — Tony provò una punta d'invidia. — Mi piacerebbe molto essere telepatico. Deve essere divertente.
La femmina pas-udeti restò zitta. Era immersa nei suoi pensieri. — Cosa succederebbe — chiese — se la tua famiglia se ne andasse da qui e tornasse su Terra?
— Impossibile. Non c'è posto per noi su Terra. Le bombe C hanno distrutto quasi tutta l'Asia e il Nordamerica nel ventesimo secolo.
— Ma se foste costretti a tornare?
Tony non capiva. — Non possiamo. Le regioni abitabili di Terra sono sovraffollate. Il nostro problema principale è trovare posti dove i terrestri possano vivere, in altri sistemi. — Aggiunse: — E comunque, personalmente non ho nessuna voglia di andare su Terra. Mi sono abituato a vivere qui. Qui ci sono tutti i miei amici.
— Prendo i miei pacchi — disse la femmina. — Io vado dall'altra parte. Devo scendere quella rampa fino al terzo livello.
Tony annui all'EEP, e l'EEP depositò i pacchi tra le zampe della femmina. La Pas indugiò un attimo. Cercò le parole giuste.
— Buona fortuna — disse.
— Per cosa?
La Pas ebbe un veloce sorriso ironico. — Per il tuo modellino di spazioporto. Spero che tu e i tuoi amici riusciate a finirlo.
— Ma certo che lo finiremo — disse Tony, sorpreso. — Ormai manca pochissimo. — Cosa voleva dire la femmina?
La donna scappò via prima che lui potesse chiederglielo. Tony era preoccupato e incerto; sentiva crescere i dubbi. Dopo un attimo, si avviò a passi lenti sul viale che lo avrebbe portato alla zona residenziale della città. Oltre negozi e fattorie, verso il quartiere dove vivevano i suoi amici.
Il gruppo di bambini pas-udeti lo scrutò in silenzio mentre si avvicinava. Poco prima, giocavano all'ombra di un immenso bengelo, i cui antichi rami cadevano e dondolavano alle correnti d'aria artificialmente pompate nella città. Adesso, erano tutti immobili.
— Oggi non ti aspettavo — disse B'prith, con voce priva d'inflessione. Tony si bloccò di scatto, e il suo EEP lo imitò.
— Come va? — mormorò.
— Bene.
— Mi hanno dato un passaggio per un pezzo di strada.
— Bene.
Tony si accoccolò all'ombra. Nessuno dei bambini pas si mosse. Erano piccoli, più dei bambini terrestri. I loro gusci non si erano ancora induriti, non erano diventati scuri e opachi come corno. Possedevano un aspetto morbido e informe, e al tempo stesso non erano costretti a portare un carico troppo pesante. Si muovevano con più agilità degli anziani; riuscivano ancora a correre e saltare. In quel momento, però, non saltavano.
— Cosa c'è? — chiese Tony. — Cosa avete, tutti quanti? Nessuno gli rispose.
— Dov'è il nostro modellino? — domandò. — Ci avete lavorato sopra? Dopo un attimo, Llyre annuì leggermente.
Tony sentì crescere dentro un'ira sorda. — E dite qualcosa! Cosa c'è? Perché siete tutti così arrabbiati?
— Arrabbiati? — gli fece eco B'prith. —Noi non siamo arrabbiati. Tony strascicò i piedi nella sabbia. Sapeva cosa c'era sotto. La guerra.
Sempre la guerra. La battaglia che infuriava nei pressi di Orione. La sua ira esplose. — Lasciate perdere la guerra. Ieri, prima della battaglia, andava tutto bene.
— Ma certo — disse Llyre. — Andava tutto bene.
Tony mitigò il tono. — È successo cento anni fa. Non è colpa mia.
— Ma certo — disse B'prith.
— Questa è casa mia, giusto? Non ho il diritto di stare qui come chiunque altro? Ci sono nato.
— Ma certo — disse Llyre, senza la minima inflessione.
Tony cercò di scacciare il senso d'impotenza. — Dovete proprio comportarvi così? Ieri non lo facevate. Ieri ero qui… C'eravamo tutti quanti. Cos'è successo, da ieri a oggi?
— La battaglia — disse B'prith.
— E che differenza fa? Perché dovrebbe cambiare tutto? La guerra c'è da sempre. Ci sono sempre state battaglie, da quanto ricordo. Cosa ha questa di tanto diverso?
B'prith frantumò un grumo di sabbia raggrumata con le sue forti zampe. Dopo un attimo, buttò via la sabbia e si alzò lentamente. — Ecco — rispose, pensoso — stando ai nostri notiziari, sembra che questa volta la nostra flotta vincerà.
— Sì — convenne Tony. Non capiva. — Mio padre dice che non abbiamo costruito basi di rifornimento a sufficienza. Probabilmente dovremo ritirarci verso… — Poi venne colpito dal pieno impatto di quella risposta. — Vorresti dire che per la prima volta in cento anni…
— Sì — intervenne Llyre, alzandosi a sua volta. Anche gli altri si alzarono. Si allontanarono da Tony, indietreggiando verso la casa più vicina. — Stiamo vincendo. Il fianco della flotta terrestre ha battuto in ritirata mezz'ora fa. La vostra ala destra è completamente sconfitta.
Tony era esterrefatto. — E per voi questo è importante. Per tutti voi.
— Importante! — B'prith si fermò, avvampando di rabbia improvvisa. — Certo che è importante! È la prima volta in un secolo. La prima volta in vita nostra che vi sconfiggiamo. Vi abbiamo costretti a scappare… — Gli si strozzò la voce. — Larve bianche!
Scomparvero nella casa. Tony restò a fissare il terreno come un idiota, continuando ad agitare inutilmente le mani nell'aria. Aveva già sentito quel termine; lo aveva visto scritto sui muri, e sulla polvere nei dintorni della colonia. Larve bianche.
L'insulto che i Pas usavano nei confronti dei terrestri. Per la loro carne tenera e bianca. Senza un guscio esterno. Una carne molle, una pelle flaccida. Però, sino ad allora, non avevano mai osato dirlo ad alta voce. Non di fronte a un terrestre.
Al suo fianco, l'EEP si agitò irrequieto. I suoi complessi apparati riceventi captavano l'atmosfera ostile. Relè automatici stavano scattando; circuiti si aprivano e si chiudevano.
— Va tutto bene — mormorò Tony, tirandosi lentamente in piedi. — Forse sarà meglio rientrare.
A passi incerti, totalmente scosso, si incamminò verso la rampa. L'EEP lo precedeva calmo, senza dire nulla, senza provare nulla. La sua faccia di metallo era neutra, sicura di sé. I pensieri di Tony erano un marasma ribollente. Scosse la testa, ma il turbinio non si placò. Non riusciva a rallentare la mente, a mettere ordine nelle idee.
— Aspetta un minuto — disse una voce. La voce di B'prith, dalla porta aperta della casa. Fredda e distaccata. Quasi la voce di uno sconosciuto.
— Cosa vuoi?
B'prith gli andò incontro. Teneva le zampe dietro il guscio, nella posa formale che i Pas-udeti assumevano negli incontri tra perfetti estranei. — Oggi non avresti dovuto venire qui.
— Lo so — disse Tony.
B'prith tirò fuori un gambo di tis e cominciò ad arrotolarlo a tubo. Finse di concentrarsi sull'operazione. — Senti — disse — tu dici di avere il diritto di stare qui. Ma non è vero.
— Io… — mormorò Tony.
— Capisci perché non hai nessun diritto? Hai detto che non è colpa tua. Probabilmente hai ragione. Però non è nemmeno colpa mia. Forse non è colpa di nessuno. Ti conosco da parecchio tempo.
— Cinque anni. Terrestri.
B'prith accartocciò il gambo e lo buttò via. — Ieri abbiamo giocato assieme. Abbiamo lavorato sullo spazioporto. Ma oggi non possiamo giocare. La mia famiglia mi ha detto di dirti di non venire più qui. — Esitò, e non guardò Tony in faccia. — In ogni caso, te lo avrei detto io. Prima che mi dicessero qualcosa loro.
— Ah — disse Tony.
— Tutto quello che è successo oggi… La battaglia, la valorosità della nostra flotta… Non lo sapevamo. Non osavamo sperare. Ma non capisci? Un secolo di fughe. Prima questo sistema. Poi il sistema di Rigel, tutti i pianeti. Poi le altre stelle di Orione. Abbiamo combattuto qua e là. Battaglie sporadiche. I superstiti si sono uniti alla nostra flotta. Abbiamo mandato rifornimenti alla base di Orione. Voi non lo sapevate. Però non c'era speranza. Per lo meno, nessuno credeva che ci fosse. — B'prith fece una pausa. — Buffo, quello che succede quando ti trovi con la schiena al muro e non puoi più muoverti. A quel punto, devi combattere.
— Se le nostre basi di rifornimento… — cominciò Tony, ma B'prith lo interruppe con foga selvaggia.
— Le vostre basi di rifornimento! Non capisci proprio? Vi stiamo sconfiggendo! Adesso ve ne dovrete andare! Tutte voi larve bianche! Via dal nostro sistema!
L'EEP di Tony avanzò minaccioso. B'prith se ne accorse. Si chinò, raccolse un sasso, e lo tirò all'EEP. Il sasso rimbalzò sul corpo di metallo e cadde a terra senza provocare danni. B'prith prese un altro sasso. Llyre e gli altri uscirono di corsa dalla casa. Alle loro spalle c'era un Pas adulto. Tutto stava accadendo troppo in fretta. Altri sassi piovvero sull'EEP. Uno colpì Tony al braccio.
— Vattene! — urlò B'prith. — Non tornare più! Questo è il nostro pianeta! — Le sue zampe si protesero verso Tony, cercarono di artigliarlo. — Ti faremo a pezzi, se…
Tony gli tirò un pugno al petto. Il guscio tenero cedette come gomma sotto la sua mano, e il Pas barcollò indietro. Inciampò e cadde, boccheggiando, strillando.
— Coleottero — borbottò Tony in un sussurro roco. Di colpo, si sentì terrorizzato. Si stava formando una folla di Pas-udeti. Volti ostili, scuri, rabbiosi, gli correvano incontro da ogni lato: una marea d'ira.
Piovvero altri sassi. Qualcuno colpì l'EEP; altri caddero attorno a Tony, ai suoi piedi. Uno gli sfiorò la faccia. Tony infilò il casco, in fretta e furia. Aveva paura. Sapeva che l'EEP aveva già trasmesso il segnale d'emergenza, ma sarebbero passati minuti prima che potesse arrivare una nave. E poi, in città c'erano altri terrestri ai quali pensare; c'erano terrestri sull'intero pianeta. In tutte le città. Su tutti e ventitré i pianeti di Betelgeuse. Su tutti e quattordici i pianeti dì Rigel. Sugli altri pianeti di Orione.
— Dobbiamo andarcene da qui — mormorò all'EEP. — Fai qualcosa.
Un sasso lo colpì sul casco. La plastica si crepò. L'aria scappò fuori, poi il sistema di autotenuta sigillò la fessura con un velo di plastica. Stavano piovendo altri sassi. I Pas gli si chiusero attorno, una folla ribollente di creature dal guscio nero. Li fiutava; annusava l'odore acido degli insetti; sentiva gli scatti secchi delle loro zampe che si chiudevano ad artiglio; avvertiva la fisicità del loro peso.
L'EEP lanciò il suo raggio di calore. Il raggio si propagò, in un largo ventaglio, verso la folla di Pas-udeti. Apparvero rozze armi. Tony sentì esplodere una raffica di proiettili. Stavano sparando all'EEP. Al suo fianco, il corpo metallico era una presenza vaga. Ci fu un tonfo improvviso. L'EEP si era rovesciato sul dorso. La folla gli si riversò addosso, sommergendolo.
Come una sola belva demente, la folla si accanì sull'EEP che si dibatteva. Qualcuno gli fracassò la testa; altri gli strapparono i giunti metallici, le braccia lucide. L'EEP smise di lottare. La folla si allontanò, ansimante, stringendo fra le zampe i resti della macchina. Poi vide Tony.
Mentre la prima fila di Pas-udeti gli balzava contro, il guscio protettivo, alto sopra le loro teste, venne squarciato. Una nave terrestre scese ruggendo, urlando. La folla, in preda alla confusione, si disperse. Qualcuno sparò, qualcuno lanciò sassi, qualcuno pensò solo a scappare per salvarsi.
Tony si tirò su. A passi traballanti, si diresse verso il punto dove stava atterrando la nave.
— Mi spiace — disse dolcemente Joe Rossi. Toccò il figlio sulla spalla. — Non avrei dovuto lasciarti andare là, oggi. Avrei dovuto saperlo.
Tony era raggomitolato sulla grande poltrona di plastica. Dondolava avanti e indietro, pallidissimo per lo shock. La nave che lo aveva salvato era ripartita immediatamente per il centro della città; c'erano altri terrestri da evacuare, dopo quel primo carico. Il ragazzo non disse nulla. Aveva la mente svuotata. Udiva ancora il ruggito della folla, ne sentiva l'odio: un secolo di rabbia e risentimento soffocati. Quel ricordo scacciava tutto il resto; lo circondava da ogni lato, anche adesso. E lo spettacolo dell'EEP che cadeva a terra, il suono del metallo frantumato, delle sue braccia e gambe strappate…
Sua madre gli disinfettò tagli e ferite con un antisettico. Joe Rossi, scosso, accese una sigaretta.
— Se non ci fosse stato il tuo EEP, ti avrebbero ucciso. Coleotteri.— Rabbrividì. — Non avrei mai dovuto lasciarti andare. Da così tanto tempo… Avrebbero potuto farlo in qualunque momento. In qualunque giorno. Squartare il tuo corpo con le loro maledette zampe.
Sotto il livello della colonia, la luce giallorossa del sole brillava sulle canne delle mitragliatrici. Fra le colline risuonavano già gli echi smorzati degli spari. La squadra di difesa era entrata in azione. Forme nere correvano, guizzavano su per i pendii. Macchie nere si riversavano fuori da Karnet, dirette alla colonia terrestre, superando la linea di confine che i ricognitori della Confederazione avevano tracciato un secolo addietro. Karnet era un calderone ribollente. L'intera città era scossa da un'eccitazione febbrile.
Tony alzò la testa. — Hanno… Hanno fatto battere in ritirata il fianco della nostra flotta.
— Già. —Joe Rossi spense la sigaretta. — E come no. È successo all'una. Alle due si sono incuneati direttamente al centro della nostra linea difensiva. Hanno diviso la flotta in due. L'hanno costretta a scappare. Ci hanno distrutti a uno a uno mentre ci ritiravamo. Cristo, sono diventati dei maniaci, adesso che hanno assaggiato l'odore, il sapore del nostro sangue.
— Però la situazione sta migliorando — cinguettò Leah. — Stanno arrivando le navi della nostra flotta ad armamento pesante.
— Li fregheremo — borbottò Joe. — Ci vorrà un po'. Ma perdio, li spazzeremo via. Fino all'ultimo. Anche se fossero necessari mille anni. Inseguiremo ognuna delle loro navi fino al… Li distruggeremo tutti. — La sua voce si alzò, piuttosto frenetica. — Coleotteri! Stramaledetti insetti! Se penso che hanno cercato di fare del male a mio figlio con le loro zampacce nere…
— Se tu fossi più giovane, saresti in prima linea — disse Leah. — Non è colpa tua se sei troppo vecchio. Il tuo cuore ha già sofferto abbastanza. Hai fatto il tuo dovere. Non possono permettere che una persona della tua età corra certi rischi. Non è colpa tua.
Joe strinse i pugni. — Mi sento così… inutile. Se solo potessi fare qualcosa.
— Ci penserà la flotta — disse Leah, in tono rassicurante. — Lo hai detto tu stesso, no? Inseguiranno le loro navi a una a una. Le distruggeranno tutte. Non c'è nulla di cui preoccuparsi.
Joe si afflosciò, depresso. — È inutile. Piantiamola. Smettiamola di prenderci in giro.
— Come sarebbe a dire?
— E ammettiamolo! Non vinceremo. Non questa volta. Abbiamo esagerato. È arrivato il nostro momento.
Calò il silenzio.
Tony si tirò un poco su. — Da quanto lo sai?
— Lo so da molto tempo.
— Io l'ho scoperto oggi. All'inizio, non capivo. Questo è… un territorio rubato. Io sono nato qui, ma è territorio rubato.
— Sì. Rubato. Non appartiene a noi.
— Siamo qui perché eravamo i più forti. Però adesso non siamo i più forti. Ci stanno sconfiggendo.
— Hanno scoperto che è possibile battere anche i terrestri. Come chiunque altro. — Il viso di Joe Rossi era grigio, e cascante. — Abbiamo rubato tutti i loro pianeti. Adesso se li stanno riprendendo. Ci vorrà un po', ovviamente. Non ci ritireremo di corsa. Almeno altri cinque secoli. Ci sono un'infinità di sistemi tra qui e Sole.
Tony scosse la testa. Non capiva ancora. — Persino Llyre e B'prith. Tutti quanti. Aspettavano il loro momento. Aspettavano che noi perdessinmo e ce ne andassimo. Che tornassimo da dove siamo venuti.
Joe Rossi si mise a passeggiare avanti e indietro. — Certo. Da questo giorno in poi, ci ritireremo. Abbandoneremo il terreno, invece di conquistarlo. Sarà sempre come oggi. Battaglie perdute, sconfitte. Scacchi matti, e peggio.
Levò occhi febbrili verso il soffitto della piccola casa di metallo. Sul suo viso ardevano furore febbrile e infelicità.
— Ma perdio, gliela faremo pagare! Fino in fondo! Pagheranno ogni schifoso centimetro della nostra ritirata!