stabilità (italian)
Robert Benton aprì lentamente le ali, le batté diverse volte, e decollò maestosamente dal tetto, verso le tenebre.
Venne immediatamente inghiottito dalla sera. Sotto di lui, centinaia di minuscoli puntini di luce si accesero su altri tetti, dai quali altre persone si stavano levando in volo. Un bagliore viola lo sfiorò, poi svanì nel nero. Ma Benton era in preda a uno stato d'animo diverso, e l'idea delle corse notturne non lo attraeva.
Il bagliore viola si avvicinò di nuovo, lanciò richiami invitanti. Benton rifiutò, si tuffò verso strati più alti dell'atmosfera.
Dopo un po' interruppe l'ascesa e si lasciò andare alla deriva sulle correnti d'aria che salivano dalla città che aveva sotto, la Città della Lievità. Fu invaso da un senso di ebbra meraviglia. Ripiegò le grandi ali bianche, si tuffò in mezzo alle piccole nubi che gli veleggiavano attorno in preda a una gioia frenetica, si lanciò verso l'invisibile fondo dell'immenso bacino nero nel quale volava, e alla fine scese verso le luci della città. Il suo tempo libero era quasi terminato.
Molto più sotto, una luce più brillante delle altre lampeggiò un richiamo: l'Ufficio Controllo. Il corpo puntato all'ingiù come una freccia, avvolto nel guscio delle ali bianche, Benton partì in quella direzione. E scese, diritto e perfetto.
Una trentina di metri al di sopra della luce, riaprì le ali, riprese controllo dell'aria, e atterrò dolcemente su un tetto.
Si incamminò finché non si accese una luce-guida. Raggiunse la porta d'ingresso seguendo il raggio di luce. La porta scivolò di lato alla pressione delle sue dita, e lui la superò. Prese immediatamente a scendere, schizzando verso il basso a velocità crescente. Il piccolo ascensore si fermò di colpo e lui entrò nell'Ufficio Centrale del Controllore.
— Salve — disse il Controllore. — Si tolga le ali e si accomodi.
Benton obbedì. Ripiegò accuratamente le ali e le appese a uno dei ganci allineati in fila lungo la parete. Scelse la sedia migliore e si diresse verso quella.
— Ah — sorrise il Controllore. — Le piacciono le comodità.
— Non voglio che vadano sprecate — ribatté Benton.
Il Controllore guardò alle spalle del suo ospite, puntò lo sguardo sulle pareti di plastica trasparente. Dietro le pareti c'erano i monolocali più grandi della Città della Lievità. Si estendevano a perdita d'occhio. Ognuno era…
— Per cosa voleva vedermi? — Benton interruppe le sue riflessioni. Il Controllore tossicchiò e smosse con le dita alcune graffette di metallo.
— Come sa — cominciò — Stabilità è la parola d'ordine. La civiltà ha fatto continui progressi da secoli, soprattutto dal venticinquesimo secolo in poi. Però è una legge di natura che la civiltà debba progredire, oppure regredire. Non può fermarsi.
— Questo lo so — disse Benton, perplesso. — Conosco anche la tavola pitagorica. Vuole recitarmi anche quella?
Il Controllore lo ignorò.
— Però noi abbiamo infranto quella legge. Cento anni fa…
Cento anni prima! Davvero non sembrava fosse passato così tanto tempo da quando Eric Freidenburg, degli Stati della Germania Libera, si era alzato nella sala del Consiglio Internazionale e aveva annunciato ai delegati raccolti lì che la specie umana aveva raggiunto il proprio apice. Ulteriori progressi erano impossibili. Negli anni precedenti, soltanto due grandi invenzioni erano state brevettate. Dopo di che, tutti quanti erano rimasti a guardare grafici e tabelle, avevano visto le linee scendere sempre più, in base a un fattore pari al loro quadrato, per poi svanire nel nulla. Il grande pozzo dell'ingegno umano si era inaridito, e a quel punto Eric si era alzato e aveva detto ciò che tutti sapevano, ma avevano paura di dire. Naturalmente, dopo che il problema era stato esposto in maniera formale, il Consiglio era tenuto a mettersi al lavoro per risolverlo.
Si erano presentate tre idee per una soluzione. Una delle tre sembrava più umana delle altre due. E alla fine, proprio quella soluzione venne adottata. Era…
La Stabilizzazione!
Dapprima, non appena i popoli vennero informati, ci furono grossi guai, e in molte delle maggiori città scoppiarono rivolte di massa. Il mercato azionario crollò, e l'economia di numerosi paesi sfuggì a ogni controllo. I prezzi dei generi alimentari salirono, e ci furono carestie. Scoppiò la guerra… per la prima volta in trecento anni! Ma la Stabilizzazione era iniziata. I dissenzienti vennero distrutti, i radicali furono messi a! bando, portati via dal Carroccio. Fu un atto duro e crudele, ma sembrava l'unica risposta possibile. E finalmente, il mondo assunse uno stato rigido, uno stato controllato nel quale non potevano esserci cambiamenti, né in avanti né all'indietro.
Ogni anno, ogni abitante del globo si sottoponeva a un difficile esame che durava un'intera settimana, per stabilire se stesse o no deviando. Tutti i giovani ricevevano un'istruzione intensiva di quindici anni. Chi non riusciva a stare alla pari con gli altri semplicemente scompariva. Le invenzioni venivano studiate dagli Uffici Controllo per accertarsi che non potessero alterare la Stabilità. Se si scopriva che avrebbero potuto alterarla…
— Ed è per questo che non possiamo permettere l'uso della sua invenzione — spiegò il Controllore a Benton. — Mi spiace.
Osservò Benton, lo vide sussultare, impallidire; vide che gli tremavano le mani.
— Andiamo — disse dolcemente — non la prenda così. Ci sono sempre altre cose da fare. Dopo tutto, lei non corre il rischio di finire sul Carroccio!
Ma Benton fissava il vuoto a occhi sgranati. Alla fine disse: — Ma lei non capisce. Io non ho inventato niente. Non so di cosa stia parlando.
— Non ha inventato niente! — esclamò il Controllore. — Ma io ero qui il giorno che lei stesso ha chiesto il brevetto! L'ho vista firmare la dichiarazione di proprietà! Ha dato a me il modellino!
Fissò Benton. Poi premette un pulsante della scrivania e disse, parlando in un piccolo cerchio di luce: — Mandatemi le informazioni sul numero 34500-D, per favore.
Passò un momento, poi nel cerchio di luce apparve un tubo. Il Controllore afferrò l'oggetto cilindrico e lo passò a Benton. — Troverà qui la sua dichiarazione firmata — disse — e in uno dei riquadri ci sono le sue impronte digitali. Può averle lasciate soltanto lei.
Stordito, Benton aprì il cilindro ed estrasse i documenti che conteneva. Li studiò per qualche attimo, poi li rimise lentamente nel cilindro, che restituì al Controllore.
— Sì — disse — è la mia grafia, e quelle sono senza dubbio le mie impronte. Però non capisco. Non ho mai inventato qualcosa in vita mia, e non sono mai stato qui in passato! Cos'è questa invenzione?
— Cos'è? — fece eco il Controllore, stupefatto. — Non lo sa? Benton scosse la testa. — No, non lo so — disse lentamente.
— Se vuole scoprire di cosa si tratta, dovrà scendere agli Uffici. Io posso solo dirle che il Consiglio di Controllo ha negato l'autorizzazione ai progetti che ci ha mandato. Sono semplicemente un portavoce. Dovrà discuterne con loro.
Benton si alzò e raggiunse la porta. Come tutte le altre, anche quella si spalancò al suo tocco, e lui passò negli Uffici Controllo. Mentre la porta si chiudeva alle sue spalle, il Controllore urlò piuttosto rabbiosamente: — Non so cosa lei stia combinando, ma sa qual è la pena per chi altera la Stabilità!
— Temo che la Stabilità sia già alterata — rispose Benton, e proseguì.
Gli Uffici erano giganteschi. Guardò giù dalla passerella su cui si trovava: sotto di lui, mille uomini e donne si affaccendavano attorno a macchine sibilanti, efficienti. Inserivano nelle macchine risme di schede. Molti lavoravano alle scrivanie; battevano a macchina fogli di informazione, compilavano grafici, sistemavano schede, decodificavano messaggi. Sulle pareti, grafici stupendi venivano modificati in continuazione. L'aria stessa vibrava della vitalità del lavoro che veniva condotto lì, del ronzio delle macchine, del ticchettare delle macchine per scrivere, e il mormorio delle voci si fondeva in un suono tranquillo, soddisfatto. E quell'enorme macchina, il cui funzionamento quotidiano costava innumerevoli dollari, aveva una sola parola d'ordine: Stabilità!
Lì, la cosa che teneva assieme il loro mondo viveva. Quella stanza, quelle persone che lavoravano sodo, gli uomini infaticabili che riordinavano le schede nel mucchio contrassegnato dall'etichetta "da esaminare", funzionavano tutti assieme, come una grande orchestra sinfonica. Una sola persona stonata, una sola persona fuori tempo, e l'intera struttura avrebbe tremato. Ma nessuno incespicava. Nessuno si fermava o commetteva errori. Benton scese una rampa di scale, fino alla scrivania dell'addetto alle informazioni.
— Mi dia tutte le informazioni disponibili su un'invenzione brevettata da Robert Benton, 34500-D — disse. L'impiegato annuì e lasciò la scrivania. Tornò pochi minuti dopo con una scatola di metallo.
— Contiene i progetti e un modellino funzionante dell'invenzione — disse. Mise la scatola sulla scrivania e la aprì. Benton fissò il contenuto. Al centro c'era un piccolo macchinario molto complesso. Sotto, uno spesso mucchio di fogli di metallo sui quali erano incisi schemi.
— Posso prenderla? — chiese Benton.
— Se lei è il proprietario — rispose l'impiegato. Benton gli mostrò la tessera d'identità. L'impiegato la studiò e la controllò coi dati riportati sull'invenzione. Alla fine annuì, in segno d'approvazione, e Benton chiuse la scatola, la raccolse, e lasciò in fretta l'edificio da un'uscita laterale.
Dall'uscita laterale sboccò in una delle vie sotterranee più ampie, un turbinio di luci e veicoli. Individuata la propria direzione, si mise a cercare un'auto pubblica che lo riportasse a casa. Ne arrivò una, e lui salì a bordo. Dopo qualche minuto di viaggio, cominciò a sollevare con cautela il coperchio della scatola, e guardò dentro. Guardò lo strano modellino.
— Cosa ha con sé, signore? — chiese l'autista robot.
— Mi piacerebbe saperlo — rispose Benton, meditabondo. Due volatori apparvero al suo fianco e gli fecero cenni di saluto. Danzarono nell'aria per un secondo, poi svanirono.
— Per tutti i voli — mormorò Benton. — Ho dimenticato le mie ali.
Era troppo tardi per tornare a prenderle. L'automobile aveva cominciato a rallentare davanti a casa sua. Pagato l'autista, Benton entrò e chiuse a chiave, cosa che faceva di rado. Il posto migliore per studiare il contenuto della scatola era la sua stanza "da riflessione", dove trascorreva il tempo libero quando non volava. Lì, fra i suoi libri e le sue riviste, avrebbe potuto osservare con comodo l'invenzione.
La serie di schemi fu per lui un completo enigma, e il modellino ancora di più. Lo scrutò da ogni angolo, da sotto, da sopra. Tentò di interpretare i simboli tecnici degli schemi, ma inutilmente. Non gli restava che una via. Trovò l'interruttore di accensione e lo premette.
Non accadde nulla per quasi un minuto. Poi la stanza attorno a lui cominciò a ondeggiare e scomparire. Per un attimo, tremolò come una gigantesca massa di gelatina. Tornò solida per un istante, poi svanì.
Stava cadendo nello spazio come se si fosse trovato in un tunnel sterminato. Prese a contorcersi freneticamente, agitando le mani nelle tenebre in cerca di qualcosa a cui aggrapparsi. Precipitò per un tempo interminabile, impotente, spaventato. Poi atterrò, completamente incolume. Nonostante ciò che era parso a lui, la caduta non poteva essere stata troppo lunga. I suoi abiti di metallo non avevano una sola piega fuori posto. Si tirò su e si guardò attorno.
Il luogo dove era arrivato gli era sconosciuto. Era un campo… Non credeva che ne esistessero ancora. Acri di grano ondeggiavano, smossi dal vento, a perdita d'occhio. Eppure, Benton era certo che in nessun luogo di Terra crescesse ancora grano naturale. Sì, ne era sicurissimo. Si schermò gli occhi e guardò il sole, che però aveva lo stesso aspetto di sempre. Si incamminò.
Dopo un'ora, i campi di grano terminarono, ma al loro posto subentrò un'ampia foresta. Dai suoi studi, Benton sapeva che su Terra non esistevano più foreste. Erano morte anni prima. Dove si trovava, allora?
Riprese a camminare, questa volta più in fretta. Poi si mise a correre. Davanti a lui si alzava una piccola collina. Vi arrivò in cima. Guardò giù sul lato opposto e rimase esterrefatto. Non c'era nulla, soltanto una grande desolazione. Il terreno era completamente pianeggiante e spoglio. Non c'erano alberi o altri segni di vita sino a dove arrivava il suo sguardo; solo quella terra di morte, inaridita.
Si avviò sul fianco della collina, verso la pianura. Il terreno era secco e caldo sotto i suoi piedi, ma continuò ad avanzare lo stesso. Gradualmente, il terreno cominciò a dargli fastidio ai piedi, perché non era abituato alle lunghe camminate, e si stancò. Ma era deciso a continuare. Un sussurro esile nella mente lo costringeva a mantenere il passo senza rallentare.
— Non raccoglierlo — disse una voce.
— Invece lo raccoglierò — mormorò Benton, come fra sé e sé, e si chinò. Una voce! Da dove giungeva? Si guardò attorno, ma non c'era niente da vedere. Eppure la voce gii aveva parlato, e per un attimo lui aveva avuto l'impressione che le voci uscite dal nulla fossero una cosa perfettamente naturale. Esaminò l'oggetto che stava per raccogliere. Era un globo di vetro, grande all'incirca quanto il suo pugno.
— Distruggerai la tua preziosa Stabilità — disse la voce.
— Niente può distruggere la Stabilità — rispose automaticamente lui. Il globo di vetro era fresco e gradevole nella palma della mano. Conteneva qualcosa, ma il calore emanato dall'astro in cielo traeva riflessi danzanti dal globo, e Benton non era in grado di capire esattamente cosa ci fosse all'interno.
— Stai lasciando che la tua mente venga controllata da cose malvage — gli disse la voce. — Rimetti giù il globo e vattene.
— Cose malvage? — chiese lui, sorpreso. Faceva caldo, e cominciava ad avere sete. Fece per infilare il globo in una tasca della giacca.
— Non farlo — ordinò la voce. — È proprio questo che vuole da te.
Appoggiato contro il suo petto, il globo gli dava una sensazione gradevole. Gli trasmetteva un senso di frescura che lo proteggeva dal calore assillante del sole. Cosa stava dicendo la voce?
— Sei stato richiamato nel tempo da quella cosa — spiegò la voce. — Adesso le obbedisci senza porti domande. Io sono il suo guardiano. La custodisco da quando è stato creato questo tempo-mondo. Vattene, e lascia il globo come lo hai trovato.
Sì, nella pianura faceva davvero troppo caldo. Benton avrebbe voluto andarsene. Adesso, il globo lo stava sollecitando a ripartire, ricordandogli il caldo che scendeva dall'alto, l'aridità della bocca, il formicolio alla testa. Si incamminò, stringendo a sé il globo, e udì il gemito di disperazione e furia della voce fantasma.
Quello fu, più o meno, tutto ciò che ricordò. Rammentava di avere lasciato la pianura per tornare ai campi di grano, di averli attraversati barcollando e incespicando, e di avere alla fine raggiunto il punto in cui era apparso. Il vetro di globo che teneva nella giacca lo sollecitò a raccogliere da terra la piccola macchina del tempo. Gli sussurrò quali quadranti regolare, quale pulsante premere, quale interruttore predisporre. Poi Benton cadde di nuovo, precipitò nei corridoi del tempo, tornò indietro, indietro verso la nebbia grigia che aveva attraversato, indietro verso il suo mondo.
All'improvviso, il globo lo sollecitò a fermarsi. Il viaggio nel tempo non era completo; c'era ancora qualcosa che lui doveva fare.
— Dice di chiamarsi Benton? Cosa posso fare per lei? — chiese il Controllore. — Lei non è mai stato qui, vero?
Benton fissò il Controllore. Cosa stava dicendo? Era appena uscito da quell'ufficio! Oppure no? Che giorno era? Dove era stato? Stordito, si passò una mano sulla testa e si accomodò sulla grande sedia. Il Controllore lo scrutava ansioso.
— Sta bene? — chiese. — Posso aiutarla?
— Sto benissimo — rispose Benton. Aveva qualcosa fra le mani.
— Voglio brevettare questa invenzione e chiedere che venga approvata dal Consiglio della Stabilità — disse, e passò la macchina del tempo al Controllore.
— Ha gli schemi per costruirla? — chiese il Controllore.
Benton si frugò in tasca e tirò fuori gli schemi. Li mise sulla scrivania del Controllore, e al loro fianco sistemò il modellino.
— Per il Consiglio non sarà un problema stabilire di cosa si tratta — disse Benton. Gli faceva male la testa, e voleva andarsene da lì. Si alzò.
— Me ne vado — disse, e uscì dalla porta laterale dalla quale era entrato. Il Controllore restò a guardarlo.
— È ovvio — disse il Primo Membro del Consiglio di Controllo — che ha usato quella cosa. Lei dice che la prima volta che si è presentato si è comportato come se fosse già stato nel suo ufficio, mentre alla seconda visita non ricordava affatto di avere brevettato un'invenzione o di essere mai stato da lei?
— Esatto — rispose il Controllore. — II suo atteggiamento mi è parso sospetto all'epoca della prima visita, ma ho capito cosa significasse solo al nostro secondo incontro. Senza dubbio ha usato quella cosa.
— Il Grafico Centrale registra l'arrivo di un elemento destabilizzante — notò il Secondo Membro. — Sono pronto a scommettere che si tratta del signor Benton.
— Una macchina del tempo! — disse il Primo Membro. — Una cosa del genere può essere pericolosa. Aveva qualcosa con sé quando si è presentato, ehm, la prima volta?
— Non ho visto niente, però ho notato che camminava come se tenesse qualcosa sotto la giacca — ribatté il Controllore.
— Allora dobbiamo agire immediatamente. A questo punto, sarà già riuscito a dare il via a una catena di circostanze che per i nostri Stabilizzatori non sarà semplice spezzare. Forse dovremmo fare una visita al signor Benton.
Benton sedeva in soggiorno con lo sguardo fisso. I suoi occhi avevano una sorta di rigidità vitrea, e da un po' di tempo non si erano più mossi. Il globo gli aveva parlato, raccontandogli i suoi piani, le sue speranze. All'improvviso, si interruppe.
— Stanno arrivando — disse. Il globo era posato sul divano a fianco di Benton, e il suo fioco sussurro si avvoltolava attorno al cervello dell'uomo come un filo di fumo. Ovviamente, non aveva parlato in senso stretto, perché il suo linguaggio era mentale. Ma Benton lo aveva udito.
— Cosa devo fare? — chiese Benton.
— Non fare niente — rispose il globo. — Se ne andranno.
II campanello ronzò, e Benton rimase dov'era. Il campanello ronzò di nuovo, e Benton si agitò, inquieto. Dopo un po', gli uomini ridiscesero la passerella. A quanto sembrava, erano ripartiti.
— E adesso? — chiese Benton. Il globo restò muto per un attimo.
— Sento che il tempo è quasi giunto — disse alla fine. — Sinora non ho commesso errori, e la parte più difficile è superata. La cosa più ardua è stata farti viaggiare nel tempo. Mi sono occorsi anni. Il Custode era astuto. Tu non rispondevi quasi, e solo quando ho escogitato il metodo per mettere la macchina nelle tue mani il successo è stato certo. Presto ci libererai da questo globo. Dopo una tale eternità…
Dal retro della casa arrivarono un graffiare e un mormorio, e Benton sussultò.
— Stanno passando dalla porta sul retro! — disse. Il globo emise un fruscio d'ira.
Il Controllore e i Membri del Consiglio entrarono, lentamente e cautamente, nella stanza. Videro Benton e si fermarono.
— Pensavamo che non fosse in casa — disse il Primo Membro. Benton si girò verso lui.
— Salve — disse. — Mi spiace di non avere risposto al campanello. Mi ero addormentato. Cosa posso fare per voi?
Cauta, la sua mano si protese verso il globo, e parve quasi che il globo rotolasse sotto la protezione della palma.
— Cosa ha lì? — chiese all'improvviso il Controllore. Benton lo fissò, e il globo gli sussurrò nella mente.
— Soltanto un fermacarte — sorrise Benton. — Perché non vi sedete? Gli uomini si accomodarono, e il Primo Membro cominciò a parlare.
— Lei si è presentato da noi due volte. La prima volta per brevettare un'invenzione, la seconda perché l'avevamo convocata noi, dal momento che non potevamo permettere la diffusione della sua invenzione.
— E allora? — chiese Benton. — C'è qualche irregolarità?
— Oh, no — disse il Membro — ma quella che per noi è stata la sua prima visita, per lei era la seconda. Diverse cose stanno a dimostrarlo, ma per il momento non entrerò nei dettagli. Il dato importante è che lei ha ancora la macchina. Questo è un problema difficile. Dov'è la macchina? Dovrebbe essere in suo possesso. E anche se non possiamo costringerla a consegnarcela, in un modo o nell'altro finiremo con l'ottenerla.
— Questo è vero — disse Benton. Ma dov'era la macchina? L'aveva appena lasciata nell'Ufficio Controllo. Però se l'era anche fatta riconsegnare e l'aveva portata con sé nel tempo, dopo di che era tornato al presente e l'aveva restituita all'Ufficio Controllo!
— Ha cessato di esistere. È diventata una non-entità in una spirale temporale — gli sussurrò il globo, sintonizzato sui suoi pensieri. — La spirale temporale è giunta a conclusione quando hai depositato la macchina all'Ufficio Controllo. Ora questi uomini se ne devono andare, così noi potremo fare ciò che bisogna fare.
Benton si alzò, nascondendo il globo dietro la schiena.
— Temo di non avere la macchina del tempo — disse. — Non so nemmeno dove si trovi, però potete cercarla, se volete.
— Infrangendo la legge, lei si è reso passibile del Carroccio — osservò il Controllore. — Però riteniamo che lei abbia fatto ciò che ha fatto senza averne l'intenzione. Non vogliamo punire qualcuno senza motivo. Vogliamo solo mantenere la Stabilità. Se essa viene stravolta, niente ha più importanza.
— Potete cercarla, ma non la troverete — disse Benton. I Membri e il Controllore si misero in cerca. Rovesciarono sedie, frugarono sotto i tappeti, dietro i quadri, nelle pareti, e non trovarono niente.
— Visto? Dicevo la verità — sorrise Benton, quando gli altri tornarono in soggiorno.
— Potrebbe averla nascosta fuori di qui, chissà dove. — Il Membro scrollò le spalle. — Comunque, non importa.
Il Controllore si fece avanti.
— La Stabilità è come un giroscopio — disse. — È difficile farla deviare dalla sua traiettoria normale, ma una volta che il processo è iniziato, è quasi impossibile fermarlo. Noi non riteniamo che lei abbia la forza per deviare quel giroscopio, però potrebbero esserci altri che sono in grado di farlo. Questo resta da vedere. Adesso ce ne andremo, e lei sarà libero di mettere fine alla sua vita con le sue stesse mani, oppure di aspettare qui il Carroccio. Lasciamo scegliere a lei. Sarà tenuto sotto controllo, è ovvio, e confido che non tenterà di fuggire. Se dovesse farlo, per lei sarà la distruzione immediata. La Stabilità deve essere mantenuta, a qualunque costo.
Benton li scrutò, poi depositò il globo sul tavolo. I Membri lo osservarono, incuriositi.
— Un fermacarte — disse Benton. — Interessante, non vi sembra?
I Membri persero ogni interesse. Si prepararono ad andarsene. Ma il Controllore studiò il globo, alzandolo verso la luce.
— Una città in miniatura, eh? — disse. — Che dettagli minuziosi. Benton lo scrutò.
— È sorprendente che qualcuno possa scolpire con tanta precisione — continuò il Controllore. — Che città è? Sembrerebbe una città antica, come Tiro o Babilonia, o forse una città del remoto futuro. Sa, mi ricorda un'antica leggenda.
Mentre proseguiva, puntò gli occhi su Benton.
— La leggenda dice che un tempo esisteva una città molto malvagia. Era così malvagia che Dio la rimpicciolì e la chiuse nel vetro, e lasciò un guardiano a controllare che nessuno la trovasse e la liberasse rompendo il vetro. Dovrebbe esistere da un'eternità, in attesa di poter fuggire.
"E forse questo è un modellino di quella città" proseguì il Controllore.
— Si sbrighi! — urlò il Primo Membro dalla porta. — Ce ne dobbiamo andare. Stasera abbiamo molte altre cose da fare.
Il Controllore si girò immediatamente verso i Membri.
— Aspettate! — disse. — Non andatevene.
Attraversò la stanza e li raggiunse, col globo ancora stretto nella mano.
— Sarebbe il momento peggiore per andarsene — disse. Benton vide che il suo volto era sbiancato, ma la bocca aveva assunto una piega decisa. Di scatto, il Controllore si voltò di nuovo verso Benton.
— Un viaggio nel tempo. Una città in un globo di vetro! Non vi dice niente?
I due Membri del Consiglio erano perplessi. Non capivano.
— Un uomo ignaro attraversa il tempo e torna con uno strano globo di vetro — disse il Controllore. — Un reperto bizzarro da riportare dai meandri del tempo, non vi pare?
All'improvviso, il primo Membro del Consiglio si fece pallidissimo.
— Buon Dio dei cieli! — sussurrò. — La città maledetta! Quel globo? Fissò, incredulo, la sfera. Il Controllore scoccò a Benton un'occhiata divertita.
— Strano come si possa essere stupidi per un po', eh? — disse. — Ma prima o poi, tutti si svegliano. Non lo tocchi!
Benton indietreggiò lentamente. Gli tremavano le mani.
— Allora? — chiese. Il globo era adirato, nel trovarsi fra le mani del Controllore. Prese a ronzare, e le vibrazioni corsero lungo il braccio del Controllore. Lui le sentì, e aumentò la stretta del pugno sul globo.
— Vuole spingermi a romperlo, credo — disse. — Vuole che fracassi il vetro sul pavimento, per lasciar uscire la città. — Scrutò le minuscole guglie, i tetti degli edifici immersi nella cupa nebbia del globo, così piccoli che le sue dita bastavano a coprirli tutti.
Benton si lanciò. Diritto e sicuro, come le tante volte che aveva volato nell'aria del pianeta. Adesso, ogni minuto trascorso a tuffarsi nelle calde tenebre dell'atmosfera della Città della Lievità gli venne in aiuto. Il Controllore, che era sempre stato troppo impegnato dal lavoro, che aveva sempre avuto troppo da fare per godersi gli sport aerei dei quali la Città andava così fiera, cadde immediatamente.
Il globo si staccò dalle sue mani, rimbalzò e rotolò nella stanza. Benton si districò e balzò in piedi. Mentre correva verso la minuscola sfera, intravvide con la coda dell'occhio le facce stupefatte e spaventate dei Membri, del Controllore che stava tentando di rialzarsi, il viso stravolto da dolore e orrore.
Il globo lo chiamava, lanciava sussurri. Benton lo raggiunse di corsa, e udì un mormorio di vittoria sempre più alto, poi un urlo di gioia quando il suo piede frantumò il vetro che imprigionava la città.
Il globo si spezzò con un sonoro pop. Per qualche istante, nulla si mosse, poi dal vetro cominciò ad alzarsi una sottile nebbia. Benton tornò al divano e sedette. La nebbia prese a riempire la stanza. Crebbe e crebbe. Sembrava quasi una cosa viva, talmente era strano il contorcersi delle sue spirali, delle sue volute.
Benton scivolò lentamente nel sonno. La nebbia lo circondò, si raggomitolò attorno alle sue gambe, al suo petto, e finalmente si addensò attorno al suo viso. Lui rimase lì, riverso sul divano, a occhi chiusi. Si lasciò avviluppare da quella strana, antica fragranza.
Poi udì le voci. Dapprima fioche e remote, il sussurro del globo moltiplicato all'infinito. Un concerto di voci sussurranti si alzò dal globo infranto, in un crescendo straripante di esultanza. La gioia della vittoria! Vide la città in miniatura contenuta nel globo ondeggiare e svanire, poi cambiare di dimensioni e di forma. Adesso poteva vederla e sentirla: il pulsare continuo della macchina, come un gigantesco tamburo; i tremiti e i fremiti di tozzi esseri di metallo.
Qualcuno si prendeva cura di quegli esseri. Vide gli schiavi, uomini sudati, curvi, esangui, disfatti dallo sforzo di soddisfare la brama delle ruggenti fornaci di acciaio ed energia. La scena parve gonfiarsi davanti ai suoi occhi sino a riempire l'intera stanza, e la massa di uomini coperti di sudore cominciò a sfiorarlo, a vorticargli attorno. Venne assordato dall'urlo dell'energia, dallo stridio di ruote e meccanismi e valvole. Qualcosa lo spingeva, lo costringeva a muoversi in avanti, avanti verso la Città, mentre dalla nebbia si alzava l'eco gioiosa dei nuovi, vittoriosi suoni degli esseri liberati.
Quando si levò il sole, lui era già in piedi. La sveglia squillò, ma Benton aveva lasciato il suo cubicolo del sonno già da un po' di tempo. Mentre si univa alle schiere in marcia dei suoi compagni, gli parve per un istante di riconoscere volti familiari, uomini che aveva conosciuto in passato, chissà dove. Ma il ricordo svanì immediatamente. Marciarono verso le macchine in attesa, intonando i motivi informi che i loro antenati avevano cantato per secoli; e intanto, col peso degli attrezzi che gli premeva sulla schiena, lui fece il conto del tempo che mancava al suo giorno di riposo. Si trattava soltanto di tre settimane, e comunque, poteva anche darsi che gli regalassero una pausa premio, se le Macchine lo avessero ritenuto giusto… Lui si era preso la massima cura della sua macchina, no?