Stories 93 / Random

Stories by philip kindred dick

ruug (italian)

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«Ruug!» disse il cane. Si fermò presso il cancello e si guardò intorno.
Il Ruug s'infilò correndo nel cortile.
Era mattina presto, ed il Sole non era ancora sorto completamente. L'aria era fredda e grigia, e le mura della casa erano bagnate dall'umidità della notte. Il cane socchiuse le mascelle mentre guardava, graffiando il legno del recinto con le grosse zampe nere.
Il Ruug stava vicino al cancello aperto, scrutando il cortile. Era un Ruug piccolo, bianco e sottile, incerto sulle gambe. Il Ruug strizzò l'occhio al cane, e il cane gli mostrò i denti.
«Ruug!» ripeté il cane. Il rumore echeggiò nel silenzio della semioscurità. Nulla si muoveva. Il cane saltò giù e indietreggiò, attraverso il cortile, fino agli scalini del portico. Si accucciò sul gradino più basso, fissando il Ruug. Il Ruug ricambiò il suo sguardo. Poi allungò il collo fino all'altezza della finestra, proprio sopra di lui, e annusò.
Il cane attraversò il cortile correndo. Urtò il recinto, e il cancello vibrò e gemette. Il Ruug camminava rapidamente su per il sentiero, cercando di affrettarsi con i suoi buffi passetti, con la sua andatura oscillante. Il cane giaceva vicino alle assi del cancello, respirando affannosamente, con la lingua a penzoloni. Guardò il Ruug mentre spariva.
Il cane rimase lì silenzioso, con gli occhi neri che brillavano. Il giorno stava spuntando. Il cielo si colorò di bianco, e da ogni parte echeggiarono nell'aria mattutina i rumori di coloro che si destavano. La luce cancellò le ombre. Nell'alba rigida si aprì una finestra.
Il cane non si muoveva. Continuava a guardare il sentiero.
In cucina, la signora Cardossi versò l'acqua nel bricco del caffè. Dall'acqua si alzò il vapore, accecandola. Mise il bricco sul bordo della stufa ed andò nella dispensa. Al suo ritorno, Alf era sulla porta della cucina, che s'infilava gli occhiali.
«Hai portato dentro il giornale?» le chiese.
«No, è fuori.»
Alf Cardossi attraversò la cucina. Tirò il chiavistello interno dell'uscio ed uscì nel porticato, fissando il mattino grigio ed umido. Vicino al recinto c'era Boris, accucciato, nero e peloso, con la lingua penzoloni.
«Tira dentro la lingua,» disse Alf. Il cane alzò subito la testa. La coda batteva il terreno. «La lingua,» ripeté Alf. «Tira dentro la lingua.»
L'uomo e il cane si fissarono. Il cane guaì. Gli occhi erano lucidi e febbricitanti.
«Ruug!» disse sommessamente.
«Cosa?» Alf si guardò intorno. «Sta venendo qualcuno? Il giornalaio è passato?»
Il cane continuò a fissarlo, con la bocca aperta.
«Te la passi proprio maluccio, da un po',» gli disse Alf. «Farai meglio a non prendertela. Siamo entrambi troppo vecchi per eccitarci.»
E rientrò in casa.
Il Sole si alzò nel cielo. La strada s'illuminò di vita e di colori. Il postino si avviò lungo il marciapiede con il suo carico di lettere e di riviste. Alcuni bambini schiamazzarono, ridendo e strillando.
Verso le undici la signora Cardossi si mise a spazzare il portico. Poi si arrestò un attimo, annusando l'aria.
«C'è un buon odore, oggi,» disse. «Vuol dire che sta per arrivare il caldo.»
Al tepore del Sole di mezzogiorno il cane nero giaceva ancora, sdraiato in tutta la sua lunghezza, sotto il portico. Il petto si alzava e si abbassava. Sul ciliegio gli uccelli cinguettavano, emettendo grida rauche e stridenti. Ogni tanto Boris sollevava la testa e li guardava. Poi si alzò sulle zampe e si diresse al piccolo trotto sotto l'albero.
«È grosso,» disse il primo Ruug. «La maggior parte dei Guardiani non sono grossi come questo.»
L'altro Ruug annuì, con la testa che gli oscillava sul collo. Boris li guardava senza muoversi, con il corpo teso e rigido. I Ruug tacevano, ora, guardando il grosso cane con il ruvido ciuffo di pelo bianco intorno al collo.
«Com'è l'urna delle offerte?» chiese il primo Ruug. «È quasi piena?»
«Sì,» annuì l'altro. «Manca poco.»
«Ehi, tu!» disse il primo Ruug, alzando la voce. «Mi senti? Abbiamo deciso di accettare l'offerta, questa volta. Perciò ricordati di lasciarci entrare. Niente sciocchezze, ora.»
«Non dimenticare,» aggiunse l'altro. «Non ci vorrà molto.»
Boris non disse nulla.
I due Ruug saltarono giù dal recinto e si avviarono insieme oltre il viale. Uno di loro tirò fuori una mappa, e si misero entrambi a studiarla.
«Quest'area non va affatto bene per un primo tentativo,» disse il primo Ruug. «Troppi Guardiani… invece, nella zona più a Nord…»
«L'hanno deciso loro,» disse l'altro Ruug. «Ci sono tanti fattori…»
«Certo.» Lanciarono un'occhiata a Boris e si allontanarono ulteriormente dal recinto. Lui non riuscì a sentire il resto del loro discorso.
I due Ruug misero via la mappa e scomparvero lungo il sentiero.
Boris trotterellò fino al recinto e odorò le assi. Avvertì l'odore insano e putrido dei Ruug, ed il pelo gli si drizzò sulla schiena.
Quando Alf Cardossi tornò a casa, quella sera, il cane se ne stava presso il cancello, fissando il viale. Alf aprì il cancello ed entrò nel cortile.
«Come va?» disse, dandogli dei colpetti sul fianco. «Hai finito di agitarti? Da un po' di tempo sembri diventato nervoso. Non eri così, prima.»
Boris guaì, fissando il volto dell'uomo con aria assorta.
«Sei un bravo cane, Boris,» disse Alf. «Magari un po' troppo grosso. Ti ricordi, un tempo, quando eri solo un cuccioletto?»
Boris si strusciò contro la mano del padrone.
«Sei un bravo cane,» mormorò Alf. «Mi piacerebbe davvero sapere che ti passa per la testa.»
Entrò in casa. La signora Cardossi era seduta a tavola per la cena. Alf andò in soggiorno, e si tolse cappotto e cappello. Mise sulla credenza il cesto con gli avanzi del pranzo, e tornò in cucina.
«Che succede?» chiese la signora Cardossi.
«Il cane deve finirla di fare tutto quel chiasso, abbaiando. I vicini andranno di nuovo a protestare alla polizia.»
«Spero che non dovremo mandarlo da tuo fratello,» disse la signora Cardossi, incrociando le braccia. «Certo sembra impazzito, specialmente il venerdì mattina, quando viene l'uomo della nettezza urbana.»
«Forse si calmerà,» disse Alf. Si accese la pipa e si mise a fumare con aria grave. «Non era così, prima. Forse ritornerà come una volta.»
«Vedremo,» rispose la signora Cardossi.
Il Sole sorse, freddo e minaccioso. La nebbia aleggiava sugli alberi e giù nelle valli.
Era venerdì mattina.
Il cane nero giaceva sotto il portico, in ascolto, con gli occhi spalancati e fissi. Il suo manto era rigido per la brina, e il respiro gli usciva dalle narici formando nuvolette di vapore nell'aria rarefatta. D'improvviso alzò la testa e saltò su.
Da molto, molto lontano, giunse un suono debole, una specie di schianto.
«Ruug!» ringhiò Boris, guardandosi intorno. Corse al cancello e si alzò in piedi, con le zampe appoggiate alla cima del recinto.
In distanza, il suono si ripeté, adesso più forte, non lontano come prima. Era un rumore metallico e scrosciante, come se qualcosa fosse fatto rotolare sul terreno, come se una grande porta venisse aperta.
«Ruug!» ripeté Boris. E si mise a scrutare, ansioso, le finestre chiuse sopra di lui. Ma non ci fu alcun segno di vita.
Ed i Ruug giunsero, dalla strada. I Ruug ed il loro autocarro avanzavano, rimbalzando sulle grosse pietre irregolari, rombando e strepitando.
«Ruug!» gridò Boris, e fece per saltare, con gli occhi che gli ardevano. Poi si calmò. Si accucciò per terra ed aspettò, con le orecchie diritte.
Proprio davanti a lui i Ruug fermarono l'autocarro. Poté udirli aprire le portiere, scendere sul marciapiede. Boris si mise a correre in circolo, mugolando, con il muso sempre rivolto verso la casa.
Nella stanza da letto, calda e buia, il signor Cardossi si mise a sedere sul letto e gettò un'occhiata obliqua alla sveglia.
«Dannato cane,» disse con voce soffocata. «Dannato cane.» Affondò la faccia nel cuscino e richiuse gli occhi.
I Ruug stavano percorrendo il sentiero, adesso. Il primo Ruug spinse il cancello, aprendolo, ed entrambi penetrarono nel cortile. Il cane indietreggiò.
«Ruug! Ruug!» gridò. L'amaro, rivoltante odore dei Ruug gli giunse al naso, e lui girò il muso.
«L'urna delle offerte,» disse il primo Ruug. «È piena, credo.» Fece un sorriso al cane, che lo fronteggiava rigido e rabbioso. «È molto bello da parte tua,» gli disse.
I Ruug si avvicinarono al recipiente di metallo e uno di loro ne tolse il coperchio.
«Ruug! Ruug!» gridò Boris, accucciato in fondo agli scalini del portico. Il corpo era scosso da brividi di terrore. I Ruug stavano sollevando il grosso recipiente metallico, girandolo su un fianco. Il contenuto si riversò sul terreno, ed i Ruug raccolsero i sacchetti di carta gonfi e strappati, le bucce d'arancia i pezzetti di pane duro ed i gusci d'uovo.
Uno dei Ruug gli gettò un guscio d'uovo verso la bocca. I denti del cane lo frantumarono.
«Ruug!» gridò disperato Boris, quasi a se stesso. I Ruug stavano finendo il loro lavoro di raccolta delle offerte. Si fermarono un attimo, guardando Boris.
Poi, lentamente e in silenzio, i Ruug alzarono gli occhi lungo il fianco della casa, su per gli stucchi, fino alla finestra, quella macchia bruna ancora serrata.
«RUUG!» urlò Boris, ed avanzò verso di loro, in una sorta di danza furiosa e sgomenta. Con riluttanza, i Ruug distolsero lo sguardo dalla finestra. Se ne andarono attraverso il cancello, chiudendolo dietro di loro.
«Guardalo,» disse l'ultimo Ruug con disprezzo, tirandosi sulla spalla l'orlo del sacco. Boris si affannava contro lo steccato, con la bocca aperta, latrando selvaggiamente. Il Ruug più grosso cominciò a muovere le braccia concitatamente e Boris si fece indietro. Si accucciò di nuovo in fondo agli scalini del portico, con la bocca sempre aperta, e dalle sue viscere scaturì un lamento infelice, straziante, un pianto di disperazione e di tormento.
«Andiamo,» disse l'altro Ruug a quello che indugiava ancora vicino al recinto.
Si avviarono per il sentiero.
«Beh, a parte piccoli spazi intorno ai Guardiani, questa zona è ben pulita,» disse il Ruug più grosso. «Sarò contento quando questo Guardiano qui sarà morto. Ci crea un sacco di grattacapi.»
«Non aver fretta,» gli disse uno dei Ruug, sorridendo sinistramente. «Il carro è abbastanza pieno così. Lasciamo qualcosa per la settimana prossima.»
Tutti i Ruug scoppiarono a ridere.
Salirono su per il sentiero, portandosi appresso le offerte dentro i sacchi sporchi e rigonfi.