progetto: terra (italian)
Il suono echeggiava cupo nella grande casa con la struttura in legno. Vibrava tra i piatti della cucina, le grondaie del tetto. Si spandeva lentamente, gradualmente, come un tuono lontano. Di tanto in tanto si interrompeva, ma poi ricominciava, esplodendo nella pace della sera: un suono nervoso, brutale nella sua regolarità. E veniva dall'ultimo piano della grande casa.
In bagno, i tre bambini si erano raccolti attorno a una sedia, nervosi e ammutoliti. Si spingevano l'un l'altro, divorati dalla curiosità.
— Sei sicuro che non possa vederci? — ansimò Tommy.
— E come potrebbe vederci? State attenti a non fare rumore. — Dave Grant salì sulla sedia, girò la faccia verso il muro. — Non parlate così forte. — Continuò a guardare, ignorando gli altri due.
— Lasciami vedere — sussurrò Joan, tirando una gomitata al fratello. — Levati di mezzo.
— Zitta. — Dave la spinse indietro. — Adesso ci vedo meglio. — Accese la luce.
— Voglio vedere anch'io — disse Tommy. Tirò giù Dave dalla sedia. — Spostati.
Dave si scostò, immusonito. — Questa è casa nostra.
Tommy salì con cautela sulla sedia. Avvicinò l'occhio alla fessura, il viso rivolto contro il muro. Per un po' non vide niente. La fessura era stretta, e dall'altra parte c'era poca luce. Poi, gradualmente, cominciò a distinguere sagome, forme sull'altro lato.
Edward Billings sedeva a un'immensa, vecchia scrivania. Aveva smesso di battere a macchina, e stava lasciando riposare gli occhi. Aveva estratto dalla tasca della vestaglia un orologio da panciotto. Si mise a caricarlo con gesti lenti, meticolosi. Senza gli occhiali, la sua faccia magra, avvizzita, appariva nuda e squallida, da vecchio gufo. Poi Billings rimise gli occhiali e avvicinò la sedia alla scrivania.
Cominciò a battere a macchina, percuotendo con dita esperte la torreggiante massa di metallo che aveva di fronte. L'orribile rimbombo echeggiò di nuovo nella casa, riprendendo il suo insistente ritmo.
La stanza del signor Billings era buia e disordinata. Libri e carte erano sparsi dappertutto, a pile e mucchi, sulla scrivania, sul tavolo, sul pavimento. Le pareti erano coperte di tabelloni: atlanti anatomici, mappe, carte astronomiche, segni dello zodiaco. Sotto la finestra erano ammassate file di bottiglie di composti chimici, coperte di polvere, e pacchi. In cima alla libreria c'era un uccello impagliato, grigio e floscio. Sulla scrivania c'erano un'enorme lente d'ingrandimento, dizionari di ebraico e greco, una scatoletta per i francobolli, un aprilettere d'osso. Dietro la porta, una striscia di carta moschicida si muoveva alle correnti d'aria che si alzavano dalla stufa a gas.
I resti di una lanterna magica erano accatastati a ridosso di una parete. Una borsa nera con capi di vestiario ammonticchiati sopra. Camicie e calzini e una lunga finanziera, tutti sbiaditi e logori. Mucchi di quotidiani e riviste, legati da spaghi marroni. Un grosso ombrello nero appoggiato al tavolo, con una pozzanghera d'acqua sotto la punta di metallo. Una vetrinetta con farfalle sistemate su un cotone ormai ingiallito.
E, alla scrivania, il vecchio grande e grosso, chino sull'antica macchina per scrivere, sui cumuli di appunti e carte.
— Accidenti — disse Tommy.
Edward Billings stava lavorando al suo rapporto. Il rapporto era aperto a! suo fianco sulla scrivania: un libro immenso, rilegato in pelle, gonfio, con cuciture che scricchiolavano. Billings stava trasferendo materiale dai suoi appunti al libro.
Il frastuono ritmico della macchina per scrivere faceva tremare e vibrare le cose del bagno: il lampadario, le bottiglie e i tubetti nell'armadietto dei medicinali. Persino il pavimento sotto i piedi dei bambini.
— È un agente comunista — disse Joan. — Sta disegnando mappe della città per poter far esplodere le bombe, quando Mosca darà l'ordine.
— Un cavolo — ribatté Dave, rabbioso.
— Non vedi tutte le mappe e le carte e le matite? Se no, perché…
— Stai zitta — sbottò Dave. — Ci sentirà. Non è una spia. È troppo vecchio per essere una spia.
— Allora cos'è?
— Non lo so. Però non è una spia. Tu sei tutta scema. Comunque, le spie hanno la barba.
— Forse è un criminale — disse Joan.
— Una volta gli ho parlato — disse Dave. — Stava scendendo la scala. Mi ha parlato e mi ha dato una caramella che ha preso da un sacchetto.
— Una caramella di che tipo?
— Non lo so. Dura. Non era affatto buona.
— Ma cosa fa? — chiese Tommy, girando la testa verso i due.
— Se ne sta seduto nella stanza tutto il giorno. A battere a macchina.
— Non lavora?
Dave sbuffò. — Sì che lavora. Scrive il suo rapporto. È il funzionario di una società.
— Che società?
— L'ho dimenticato.
— Non esce mai?
— Va sul tetto.
— Sul tetto?
— C'è una veranda, sul tetto. L'abbiamo riparata noi. Fa parte della mansarda dove vive lui. Ci tiene un giardino. A volte scende e prende la terra dal prato.
— Shh! — avvertì Tommy. — Si è girato.
Edward Billings si era alzato. Adesso stava coprendo la macchina per scrivere con un panno nero. Spinse indietro la macchina, raccolse matite e gomme. Aprì il cassetto della scrivania e vi buttò dentro le matite.
— Ha finito — disse Tommy. — Ha smesso di lavorare.
Il vecchio si tolse gli occhiali e li ripose nella custodia. Stanco, passò una mano sulla fronte, slacciando il colletto della camicia e la cravatta. Il collo era lungo, e i muscoli sporgevano da una pelle gialla, rugosa. Il pomo d'Adamo andò su e giù mentre Billings beveva acqua da un bicchiere.
Gli occhi erano di un azzurro sbiadito, quasi incolore. Per un attimo, persi in un volto inespressivo, fissarono direttamente Tommy. Poi, di colpo, il vecchio lasciò la stanza, scomparendo dietro una porta.
— Va a letto — disse Tommy.
Il signor Billings tornò con una salvietta sul braccio. Si fermò alla scrivania e mise la salvietta sullo schienale della sedia. Prese il massiccio libro del suo rapporto e lo trasportò dalla scrivania alla libreria, reggendolo con entrambe le mani. Era pesante. Il vecchio lo mise giù e uscì di nuovo dalla stanza.
Il libro era vicinissimo. Tommy riusciva a leggere le lettere color oro incise sul dorso d'antica pelle. Fissò a lungo le lettere, finché Joan, spazientita, non si decise a spingerlo via dalla fessura, facendolo scendere a terra.
Tommy si spostò, stupefatto e affascinato da ciò che aveva visto. Il grande libro del rapporto, l'enorme volume di materiale al quale il vecchio lavorava, giorno dopo giorno. Alla luce tremula della lampada sulla scrivania, Tommy era riuscito a leggere senza problemi le lettere dorate impresse sul dorso di pelle.
PROGETTO B: TERRA
— Andiamo — disse Dave. — Fra un paio di minuti verrà qui. Potrebbe accorgersi che lo stiamo spiando.
— Ti fa paura — lo stuzzicò Joan.
— Anche a te. Anche a mamma. A tutti quanti. — Dave scoccò un'occhiata a Tommy. — Tu hai paura di lui?
Tommy scosse la testa. — Certo che mi piacerebbe sapere cosa c'è scritto in quel libro — mormorò. — Mi piacerebbe moltissimo sapere cosa sta facendo il vecchio.
La luce del tardo pomeriggio era brillante e fredda. Edward Billings scese lentamente i gradini, con un secchio vuoto in una mano, e giornali ripiegati sotto l'altro braccio. Si fermò un attimo. Schermò gli occhi e si guardò attorno. Poi scomparve nel prato sul retro, aprendosi la strada tra folte erbacce.
Tommy scivolò fuori da dietro il garage. In silenzio, divorò i gradini a due a due. Entrò nella casa. Si mise a correre ne! corridoio buio.
Un attimo dopo, era di fronte alla porta dell'appartamento di Edward Billings, ansante. Si fermò e si mise in ascolto.
Non sentì niente.
Provò la maniglia. Girò subito. Tommy spinse. La porta si aprì, e una folata di aria calda gli sfiorò il viso, disperdendosi in corridoio.
Aveva poco tempo. Il vecchio sarebbe tornato col suo secchio di terra raccolta nel prato.
Tommy entrò nella stanza e si avvicinò alla libreria. Il cuore gli batteva forte per l'eccitazione. Il grande libro era sistemato tra mucchi di appunti e pile di ritagli. Spinse via le carte, le tolse dal libro. Poi aprì il volume a caso. Gli spessi fogli crepitarono.
Danimarca.
Cifre e dati. Innumerevoli dati, per pagine e colonne, fila dopo fila. Le righe battute a macchina gli danzarono davanti agli occhi. Non ci capiva molto. Passò a un'altra parte.
New York.
Dati su New York. Tommy fece uno sforzo per capire le intestazioni delle singole colonne. Il numero di abitanti. Cosa facevano. Come vivevano. Cosa guadagnavano. Come trascorrevano il tempo. Le loro convinzioni. Religione. Politica. Filosofia. Morale. Età. Salute. Intelligenza. Grafici e statistiche. Medie e valutazioni.
Valutazioni. Giudizi. Tommy scosse la testa e si dedicò a un'altra parte del libro.
California.
Popolazione. Ricchezza. Attività del governo dello stato. Porti e insenature. Dati, dati, dati. Dati su tutto. Da per tutto. Sfogliò a casaccio. Dati su ogni parte del mondo. Ogni città, ogni stato, ogni nazione. Ogni possibile informazione.
Chiuse il libro, irrequieto. Si aggirò nervosamente per la stanza, esaminando i mucchi di appunti e carte, gli ammassi di ritagli e tabelloni. Il vecchio che batteva a macchina giorno dopo giorno. Che raccoglieva dati, dati su tutto quanto il mondo. Sulla Terra. Un rapporto sulla Terra e su tutto ciò che la Terra ospitava. Tutta la gente. Tutto ciò che le persone facevano e pensavano. Le loro azioni, le imprese memorabili, le conquiste, le idee, i pregiudizi. Un grande rapporto che conteneva tutte le informazioni sul mondo intero.
Tommy raccolse dalla scrivania l'enorme lente d'ingrandimento. Con quella, studiò la superficie della scrivania; studiò il legno. Dopo un attimo mise giù la lente e prese il tagliacarte d'osso. Poi mise giù e studiò la lanterna magica rotta. Le farfalle chiuse sottovetro. L'uccello impagliato. Le bottiglie di sostanze chimiche.
Lasciò la stanza. Dalla porta-finestra passò alla veranda sul tetto. La luce del tardo pomeriggio cominciava a scemare; il sole stava tramontando. Al centro della veranda c'era un'intelaiatura in legno, attorno alla quale erano ammassati terriccio ed erba. Lungo la ringhiera erano disposti grandi vasi di cotto, sacchi di fertilizzante, sacchettini umidi che contenevano semi. Uno spruzzatore rovesciato. Una cazzuola sporca. Strisce di moquette, e una sedia di vimini. Un annaffiatoio.
Sopra la struttura in legno era distesa una rete metallica. Tommy si chinò a scrutare sotto la rete. Vide tante pianticelle in fila. Sul terriccio cresceva del muschio. Le pianticelle si intrecciavano fra loro in una giungla in miniatura.
In un punto, c'era dell'erba secca dalla forma strana. Dava l'impressione di una specie di bozzolo.
Insetti? Animali?
Prese un filo di paglia e lo infilò nella rete, passandolo sull'erba secca. L'erba si mosse. C'era dentro qualcosa. Sparsi qua e là tra le pianticelle c'erano diversi altri bozzoli.
All'improvviso, qualcosa guizzò fuori da uno dei bozzoli e si mise a correre, emettendo squittii di paura. Apparve un'altra di quelle creature. Erano rosa, e correvano veloci. Una piccola orda di cose rosee, alte cinque o sei centimetri, che correvano e strillavano e guizzavano fra le piantine.
Tommy si piegò in due, eccitato, puntando gli occhi, cercando di vedere di cosa si trattasse. Non avevano peli. Animali privi di pelo. Piccolissimi, come cavallette. Cuccioli? I battiti del suo polso impazzirono. Cuccioli, oppure…
Un rumore. Tommy si girò di scatto, rigido.
Edward Billings era fermo sulla porta. Ansimava. Mise giù il secchio di terra, sospirò, cercò il fazzoletto in una tasca della giacca blu. Si asciugò la fronte in silenzio, fissando il ragazzo fermo davanti all'intelaiatura in legno.
— Chi sei, giovanotto? — chiese dopo un attimo. — Non mi pare di averti mai visto.
Tommy scosse la testa. — No.
— Cosa ci fai qui?
— Niente.
— Ti spiacerebbe darmi una mano con questo secchio? Non mi ero reso conto che fosse tanto pesante.
Tommy esitò per qualche secondo, poi si fece avanti e raccolse il secchio. Lo trasportò nella veranda, fino all'intelaiatura di legno.
— Grazie — disse Billings. — Ti sono molto grato. — Gli occhi color azzurro sbiadito studiarono il ragazzo. Il viso rugoso aveva un'espressione furbesca, ma non ostile. — Mi sembri piuttosto forte. Quanti anni hai? Undici o dodici?
Tommy annuì. Indietreggiò verso la ringhiera. Due o tre piani più sotto c'era la strada. Il signor Murphy la percorreva tranquillo, tornando a casa dall'ufficio. Qualche ragazzo giocava all'angolo. Sull'altro lato della strada, una giovane donna che portava un maglione blu annaffiava il prato. Tommy si sentiva al sicuro. Se il vecchio avesse tentato di fare qualcosa…
— Perché sei venuto qui? — chiese Billings.
Tommy non rispose. I due rimasero a fissarsi: il vecchio cadente, immenso nel suo abito blu dal taglio antico, e il ragazzo in maglione rosso e jeans, berretto in testa, scarpe da tennis e lentiggini. Dopo un po', Tommy posò gli occhi sulla struttura in legno coperta dalla rete, poi guardò Billings.
— Quella? Volevi vedere quella?
— Cosa c'è dentro? Cosa sono?
— Cosa sono cosa?
— Quelle cose. Insetti? Non ho mai visto niente del genere. Cosa sono? Billings avanzò a passi lenti. Si chinò e tolse il filo di ferro che univa un angolo della rete all'altro. — Ti farò vedere cosa sono. Se ti interessa. — Sollevò la rete e la buttò da parte.
Tommy si fece avanti, a occhi sgranati.
— Allora? — chiese Billings. — Adesso vedi cosa sono.
Tommy fischiò tra i denti. — L'avevo pensato anch'io. — Si tirò su. Era pallidissimo. — Ho pensato che potessero essere… Ma non ero sicuro. Omettini minuscoli!
— Non esattamente — disse il signor Billings. Si buttò a sedere sulla sedia di vimini. Dalla tasca estrasse la pipa e una logora borsa per il tabacco. Riempì lentamente il fornello della pipa. — Non esattamente uomini.
Tommy continuò a guardare giù. I bozzoli erano capanne microscopiche create dagli ometti. Alcuni erano usciti allo scoperto. In gruppo, a testa in su, lo fissavano. Minuscole creature rosee alte cinque centimetri. Nude. Per quello erano rosa.
— Guarda meglio — mormorò Billings. — Guarda le teste. Cosa vedi?
— Sono così piccoli…
— Vai a prendere la lente sulla scrivania. La lente d'ingrandimento. — Sotto gli occhi di Billings, Tommy corse nello studio e tornò subito con la lente. — Adesso dimmi cosa vedi.
Tommy esaminò le figure con la lente. Sembravano proprio uomini. Gambe, braccia… C'erano anche delle donne. Ma le teste… Socchiuse gli occhi.
E si ritrasse di scatto.
— Cosa c'è? — mugugnò Billings.
— Sono… Sono strani.
— Strani? — Billings sorrise. — Be', dipende. Bisogna vedere a cosa sei abituato. Sono diversi da te. Ma non sono strani. In loro non c'è niente che non vada. Almeno, lo spero. — Il sorriso svanì. Il vecchio tornò a sedere e a fumare la pipa, zitto, immerso nelle sue riflessioni.
— Li ha fatti lei? — chiese Tommy.
— Io? — Billings tolse la pipa di bocca.—No, non io.
— Dove li ha presi?
— Me li hanno prestati. Un gruppo di prova. Anzi, il grappo di prova. Sono nuovi. Nuovissimi.
— Vuole… Vuole venderne uno?
Billings rise. — No. Mi spiace. Li devo tenere io.
Tommy annuì, e riprese il suo studio. Con la lente riusciva a vedere alla perfezione le teste. Non erano esattamente uomini. Dalla fronte uscivano antenne, sottili proiezioni che terminavano in una massa rotonda. Come in certi insetti che Tommy aveva visto. Non erano uomini, però somigliavano molto agli uomini. Parevano normali, a parte le antenne, e le proporzioni microscopiche.
— Vengono da un altro pianeta? — chiese Tommy. — Da Marte? Da Venere?
— No.
— Allora da dove?
— È molto difficile rispondere alla domanda. È priva di significato.
— A cosa serve il rapporto?
— Il rapporto?
— Quel grosso libro con tutti quei dati, nel suo studio. Il suo lavoro.
— Ci sto lavorando su da molto tempo.
— Da quanto?
Billings sorrise. — Non posso rispondere nemmeno a questo. Un'altra domanda priva di significato. Da moltissimo tempo, comunque. E sto per finire.
— Cosa ne farà, quando lo avrà finito?
— Lo consegnerò ai miei superiori.
— Chi sono?
— Tu non li conosci.
— Dove stanno? Qui in città?
— Sì. E no. Impossibile rispondere. Forse un giorno tu…
— Il rapporto parla di noi — disse Tommy.
Billings girò la testa. I suoi occhi tanto acuti si puntarono in quelli di Tommy. — Davvero?
— Parla di noi. Il rapporto. Il libro.
— E come fai a saperlo?
— L'ho guardato. Ho visto il titolo sul dorso. Parla della Terra, giusto? Billings annuì. — Sì. Parla della Terra.
— Lei non è di questo pianeta, vero? Viene da qualche altra parte. Dall'esterno del sistema solare.
— Come… Come fai a saperlo?
Tommy sorrise, orgoglioso, superiore. — Lo so. Ho i miei metodi.
— Quanto hai visto del rapporto?
— Non molto. A cosa serve? Perché lo sta scrivendo? Cosa ne faranno di noi?
Billings rifletté a lungo prima di rispondere. Alla fine disse: — Questo dipende da loro, — Gesticolò in direzione della struttura di legno. — Cosa faranno del rapporto dipenderà da come funzionerà il Progetto C.
— II Progetto C?
— Il terzo progetto. Ce ne sono stati solo altri due, in passato. Aspettano molto tempo. Ogni progetto è pianificato con cura. I nuovi fattori vengono minuziosamente soppesati, prima di prendere una decisione.
— Altri due progetti?
— Questi hanno le antenne. Una strutturazione del tutto nuova delle facoltà cognitive. Indipendenza quasi assoluta dagli istinti innati. Maggiore flessibilità. Una certa diminuzione dell'indice globale di emotività, ma guadagnano in controllo razionale quello che perdono in energia libidica. Personalmente mi aspetto un'enfasi maggiore sull'esperienza individuale, piuttosto che una dipendenza dal tradizionale apprendimento di gruppo. Un pensiero meno stereotipato. Progressi più rapidi verso il controllo delle situazioni.
Le parole di Billings avevano poco senso. Tommy si sentì perso. — Com'erano gli altri? — chiese.
— Gli altri? Il Progetto A risale a tanto tempo fa. Ho ricordi vaghi. Ali.
— Ali?
— Possedevano ali. Erano dotati di grandi capacità di movimento e di notevoli caratteristiche individuali. In ultima analisi, abbiamo concesso loro troppa indipendenza. È nato l'orgoglio. Hanno elaborato i concetti di orgoglio e onore. Tipi combattivi. Si sono messi l'uno contro l'altro. Si sono divisi in una miriade di fazioni antagonistiche e…
— E com'erano gli altri?
Billings spense la pipa contro la ringhiera. Continuò a parlare, rivolgendosi più a se stesso che al ragazzo di fronte a lui. — Il tipo alato è stato il nostro primo tentativo di organismi ad alto livello. Il Progetto A. Quando è fallito, ci siamo riuniti. Il risultato è stato il Progetto B. Eravamo certi del successo. Abbiamo eliminato molte delle caratteristiche eccessivamente individuali e le abbiamo sostituite con una tendenza all'orientamento di gruppo. Un metodo gregario di apprendimento e accumulo delle esperienze. Speravamo di esserci garantito il controllo generale del progetto. II lavoro col primo progetto ci aveva convinti che fosse necessaria una supervisione più stretta, per arrivare al successo.
— Che aspetto aveva il secondo tipo? — chiese Tommy. Stava ancora cercando qualche indizio preciso nelle divagazioni di Billings.
— Abbiamo tolto le ali, come ho già detto. La fisionomia generale è rimasta la stessa. Siamo riusciti a mantenere il controllo per breve tempo, ma anche il secondo tipo si è allontanato dallo schema previsto. Si è diviso in gruppi autonomi che sono sfuggiti alla nostra supervisione. Senza dubbio, alcuni membri superstiti del tipo A hanno avuto un'importanza decisiva. Li hanno influenzati. Avremmo dovuto sterminare il tipo iniziale non appena…
— Ne resta ancora qualcuno?
— Del Progetto B? Ovvio. — Billings era irritato. — Siete voi il Progetto B. È per questo che sono qui. Non appena il mio rapporto sarà completato, si potrà procedere all'eliminazione totale del vostro tipo. È chiaro che le mie raccomandazioni saranno identiche a quelle che ho dato per il Progetto A. Dato che il vostro Progetto si è allontanato dalla nostra giurisdizione a un livello tale, da ogni e qualunque punto di vista non siete più idonei a…
Ma Tommy non ascoltava più. Chino sull'intelaiatura in legno, guardava quelle minuscole figure. Nove microscopiche creature, fra uomini e donne. Nove… E non ne esisteva nessun'altra nel mondo intero.
Cominciò a tremare. Era eccitatissimo. Un piano stava crescendo, esplodendo nella sua mente. Bloccò ogni espressione dal volto, irrigidì il corpo.
— Adesso devo andare. — Attraversò la veranda, poi lo studio di Billings.
— Devi andare? — Billings si alzò. — Ma…
— Non posso fermarmi. Si è fatto tardi. Ci vediamo un'altra volta. — Aprì la porta e uscì in corridoio. — Arrivederci.
— Arrivederci — rispose il signor Billings, sorpreso. — Spero di poterti incontrare qualche altro giorno, giovanotto.
— Non dubiti — disse Tommy.
Corse a casa a tutta velocità. Divorò i gradini del portico e si scaraventò in casa.
— Appena in tempo per cena — disse sua madre dalla cucina. Tommy si bloccò. — Devo uscire ancora.
— Ah, no! Adesso ti…
— Soltanto un minuto. Torno subito. — Tommy corse in camera sua, entrò, si guardò attorno.
La sua stanza era color giallo vivo. Bandierine alle pareti. Il grande cassettone con lo specchio; spazzola e pettine, modellini d'aeroplano, fotografie di giocatori di baseball. Il sacchetto di carta coi tappi di bottiglie. La radiolina con la plastica crepata. Le scatole dei sigari piene di cianfrusaglie, di tutte le cose che lui aveva raccolto.
Tommy arraffò una delle scatole dei sigari e ne rovesciò il contenuto sul letto. Infilò la scatola sotto il giubbotto e uscì dalla stanza.
— Dove vai? — chiese suo padre, abbassando il giornale della sera e puntandogli gli occhi addosso.
— Torno subito.
— Tua madre ha detto che è ora di cena. Non l'hai sentita?
— Torno fra un attimo. È una cosa importante. — Tommy spalancò la porta d'ingresso. Entrò l'aria della sera, fredda e frizzante. — Giuro. Molto importante.
— Dieci minuti. — Vince Jackson guardò l'orologio. — Non di più. Se no salti la cena.
— Dieci minuti. — Tommy sbatté la porta. Corse giù per i gradini, nel buio.
Da sotto la porta della stanza del signor Billings, e dal buco della serratura, filtrava luce.
Tommy esitò un istante. Poi alzò la mano e bussò. Per un po' ci fu silenzio. Poi, un suono smorzato. Rumore di passi pesanti.
La porta si aprì. Il signor Billings guardò in corridoio.
— Salve — disse Tommy.
— Sei tornato! — Il signor Billings spalancò la porta, e Tommy corse nella stanza. — Hai dimenticato qualcosa?
— No.
Billings chiuse la porta. — Siediti. Vuoi qualcosa? Una mela? Del latte?
— No. — Tommy prese ad aggirarsi nervosamente per la stanza, toccando cose qua e là: libri, carte, mucchietti di ritagli.
Billings restò a guardarlo per un po'. Poi tornò alla scrivania e si accomodò con un sospiro. — Penso che andrò avanti col mio rapporto. Spero di finirlo al più presto. — Batté la mano su una pila di appunti al suo fianco. — L'ultimo materiale. Dopo di che, potrò andarmene da qui e presentare il mio rapporto, oltre ai miei suggerimenti.
Billings si piegò sulla sua immensa macchina per scrivere e riprese a battere sui tasti. L'implacabile rombo dell'antica macchina echeggiò vibrante nella stanza. Tommy girò sui tacchi, andò alla porta-finestra, e uscì sul tetto.
Nella fredda aria della sera, la veranda era immersa in un buio totale. Tommy si fermò, aspettò che gli occhi si abituassero alle tenebre. Gradualmente, riuscì a distinguere i sacchi di fertilizzante, la sedia di vimini. E al centro, l'intelaiatura in legno nuovamente coperta dalla rete, con cumuli di erba e terriccio tutt'attorno.
Si spostò fino a poter vedere lo studio. Billings era chino sulla macchina per scrivere, assorbito dal lavoro. Si era tolto la giacca blu e l'aveva sistemata sullo schienale della sedia. Lavorava in vestaglia, con le maniche tirate su.
Tommy si accoccolò a fianco dell'intelaiatura. Tolse da sotto il giubbotto la scatola dei sigari, la aprì, e la mise giù. Afferrò la rete e tirò, sollevandola.
Sotto di lui ci fu qualche strillo d'apprensione. Un nervoso correre tra l'erba secca.
Tommy abbassò la mano. Tastò fra erba e pianticelle. Le sue dita si chiusero su qualcosa, una cosina minuscola che squittiva di paura, contorcendosi per il terrore. Lasciò cadere la cosa nella scatola e si mise in cerca di un'altra.
Non gli occorse molto tempo. Dopo un po', tutte e nove le creature erano nella scatola dei sigari.
Chiuse il coperchio e risistemò la scatola sotto il giubbotto. Lasciò in fretta la veranda e tornò nella stanza.
Billings distolse gli occhi per un attimo dal suo lavoro, la penna in una mano, le carte nell'altra. — Volevi parlare con me? — mormorò, spingendo su gli occhiali.
Tommy scosse la testa. — Devo andare.
— Di già? Ma sei appena arrivato!
— Devo andare. — Tommy aprì la porta che dava in corridoio. — Buonasera.
Billings si fregò la fronte, esausto. Il suo viso era solcato da rughe di stanchezza. — D'accordo, ragazzo. Forse ci rivedremo, prima che io parta.
— Si rimise al lavoro, battendo lentamente sulla grande macchina per scrivere, spossato.
Tommy chiuse la porta. Scese di corsa le scale, usci sul portico. La scatola dei sigari, contro il suo petto, tremava, si muoveva. Nove. Tutti e nove. Li aveva presi tutti. Adesso erano suoi. Appartenevano a lui, e non ne esistevano altri, in nessuna parte del mondo. Il suo piano aveva funzionato alla perfezione.
Si affrettò in strada, verso casa, correndo con tutta la forza delle sue gambe.
In garage trovò una vecchia gabbia dove un tempo aveva tenuto dei topi. La ripulì e la portò su, nella sua stanza. Distese fogli di giornale sul pavimento della gabbia, mise un po' di sabbia, un piattino con dell'acqua.
I nove piccoli uomini cominciarono ad aggirarsi esitanti, esplorando la gabbia. Tommy li guardò, e il suo cuore accelerò i battiti per l'eccitazione.
Li aveva rubati al signor Billings. Adesso erano suoi. E il signor Billings non sapeva dove lui vivesse. Non conosceva nemmeno il suo nome.
Gli ometti stavano parlando fra loro. Muovevano in fretta le antenne, come Tommy aveva visto fare alle formiche. Una delle piccole creature si spostò all'orlo della gabbia. Afferrò un'asticella di metallo e scrutò la stanza. Lo raggiunse una femmina. Erano nudi. A parte i capelli sulla testa, erano completamente rosei, lisci.
Chissà cosa mangiavano. Tommy andò a prendere formaggio e un hamburger in frigorifero. Aggiunse pezzetti di pane sbriciolato, foglie di lattuga, e un piattino di latte.
Apprezzarono latte e pane, ma non toccarono la carne. Usarono le foglie di lattuga per cominciare a costruire minuscole capanne.
Tommy ne era affascinato. La mattina dopo, restò a guardarli prima di andare a scuola, poi di nuovo all'ora di pranzo, e per tutto il pomeriggio fino a cena.
— Cosa hai nella tua stanza? — chiese suo padre, a cena.
— Niente.
— Non avrai una biscia, per caso? — domandò sua madre, apprensiva.
— Se hai un'altra biscia, giovanotto…
— No. — Tommy scosse la testa e continuò a trangugiare la cena. — Non è una biscia.
Finì di mangiare e corse sopra.
Le piccole creature avevano completato la costruzione delle capanne con le foglie di lattuga. Alcune si erano ritirate al coperto. Altre se ne andavano in giro a esplorare la gabbia.
Tommy sedette davanti al cassettone e guardò. Erano furbi. Molto più furbi dei topolini bianchi. E più puliti. Usavano la sabbia che lui aveva messo per loro. Erano furbi, e docilissimi.
Dopo un po', Tommy chiuse la porta della stanza. Trattenendo il fiato, sollevò e tolse un intero lato della gabbia. Infilò dentro la mano e afferrò uno degli ometti. Lo tirò fuori dalla gabbia, poi, lentamente, aprì la palma.
L'ometto si aggrappò alla sua carne, guardando giù dal precipizio, scrutando Tommy. Le sue antenne si agitavano freneticamente.
— Non aver paura — disse Tommy.
Cauto, l'uomo si tirò in piedi. Camminò sulla palma di Tommy, fino al polso. Risalì lentamente il braccio, girandosi ogni tanto a guardare giù. Arrivò alla spalla di Tommy e si fermò lì, puntando lo sguardo sul viso del ragazzo.
— Certo che sei proprio piccolo — disse Tommy. Ne tirò fuori un altro dalla gabbia e li mise tutti e due sul letto. Camminarono a lungo sul letto. Altre creaturine si erano avvicinate al lato aperto della gabbia e studiavano, caute, il piano del cassettone. Una trovò il pettine di Tommy. Lo ispezionò, provò a tirare i denti. Arrivò un secondo ometto. I due esseri continuarono a dare strattoni al dente del pettine, ma senza successo.
— Cosa volete? — chiese Tommy. Dopo un po', i due si arresero. Trovarono una moneta. Un ometto riuscì a girarla all'impiedi, poi la fece rotolare. La moneta acquistò velocità, corse verso l'orlo del cassettone. Gli ometti la rincorsero, costernati. La moneta cadde sul pavimento.
— State attenti — avvertì Tommy. Non voleva che succedesse qualcosa alle sue creature. Aveva troppi piani in mente. Sarebbe stato facile addestrarle a fare numeri spettacolari, come le pulci che aveva visto al circo. Costruire piccoli carrettini che loro potessero spingere. Altalene, scivoli. Cose del genere. Poteva addestrare gli ometti, e poi far pagare il biglietto d'ingresso.
Forse poteva portarli in tournée. Magari i giornali avrebbero addirittura parlato di lui. La mente di Tommy era in subbuglio. Un'infinità di prospettive. Possibilità sterminate. Ma doveva cominciare a piccoli passi, e stare attento.
Il giorno dopo, portò a scuola un ometto, chiuso in un vasetto per la marmellata che infilò in tasca. Fece dei fori nel coperchio, per permettergli di respirare.
All'intervallo, lo mostrò a Dave e Joan Grant. I due rimasero affascinati.
— Dove l'hai trovato? — chiese Dave.
— Sono affari miei.
— E la vorresti vendere, quella cosa?
— Non è una cosa. È un maschio.
Joan arrossì. — È nudo. Sarà meglio che tu gli faccia mettere subito i vestiti.
— Potresti prepararli tu? Ne ho altri otto. Quattro uomini e quattro donne.
Joan si eccitò. — Sì che potrei… Se me ne dai uno.
— Col cavolo. Sono miei.
— Da dove vengono? Chi li ha fatti?
— Non sono affari tuoi.
Joan preparò minuscoli abiti per le quattro donne. Gonne e camicette. Tommy mise tutto nella gabbia. Le creaturine si aggirarono perplesse attorno ai vestiti. Non sapevano cosa fare.
— Fagli vedere — disse Joan.
— Fargli vedere? Ma sei scema?
— Le vesto io. — Joan prese dalla gabbia una delle piccole donne, e con molta cura la vestì di gonna e camicetta. Poi la rimise dentro. — Adesso vediamo cosa succede.
Tutti gli altri si affollarono attorno alla donna vestita, incuriositi, passando le mani sulla stoffa. Dopo un po', cominciarono a dividersi gli abiti rimasti. Qualcuno prese una camicia, qualcun altro una gonna.
Tommy non la smetteva più di ridere. — Joan, sarà meglio che prepari dei calzoni per gli uomini. Così saranno tutti vestiti.
Ne tirò fuori un paio e li lasciò correre su e giù per le sue braccia.
— Stai attento — avvertì Joan. — Li perderai. Scapperanno.
— Sono addomesticati. Non scappano. Ti faccio vedere. — Tommy li mise sul pavimento. — Abbiamo inventato un gioco. Guarda.
— Un gioco?
— Loro si nascondono e io li trovo.
Le figurine corsero via, in cerca di posti per nascondersi. Un attimo dopo, non se ne vedeva più nemmeno una. Tommy si buttò a quattro zampe, infilò le mani sotto il cassettone, fra le coperte del letto. Uno strillo acuto. Ne aveva trovato uno.
— Visto? Si divertono. — A uno a uno, li riportò tutti nella gabbia. L'ultimo riuscì a restare nascosto a lungo. Si era infilato in un cassetto del cassettone, in un sacchetto di biglie, seppellendosi sotto le palline colorate.
— Sono furbi — disse Joan. — Non vuoi proprio darmene uno?
— No — rispose secco Tommy. — Sono miei. Non me li lascerò portare via. Non li darò a nessuno.
Il giorno dopo, finita la scuola, Tommy si vide con Joan. La ragazzina aveva preparato camiciole e minuscoli calzoni per gli uomini.
— Tieni. — Li passò a Tommy. Si incamminarono assieme sul marciapiede. — Spero che vadano bene.
— Grazie. — Tommy accettò i vestiti e li mise in tasca. Si diressero verso il grande spiazzo vuoto. Sul fondo, Dave Grant e altri ragazzi, seduti in cerchio, giocavano a biglie.
— Chi vince? — chiese Tommy, fermandosi.
— Io — rispose Dave, senza alzare la testa.
— Fatemi giocare. — Tommy si accoccolò. — Forza. — Tese la mano. — Dammi la tua regina.
Dave scosse la testa. — Vattene.
Tommy gli tirò un pugno al braccio, — E dai! Un solo tiro. — Rifletté. — Stai a sentire…
Un'ombra cadde su loro.
Tommy guardò su. E si sentì svenire.
Edward Billings, appoggiato al suo ombrello, con la punta di metallo affondata nel terreno soffice, lo scrutava in silenzio. Non disse nulla. La sua faccia antica era tesa, dura. Gli occhi parevano pietre preziose sbiadite.
Tommy si rialzò lentamente. I ragazzi si erano zittiti. Qualcuno raccolse le biglie e se ne andò in fretta e furia.
— Cosa vuole? — chiese Tommy. La sua voce era flebile e roca, quasi inudibile.
Gli occhi freddi di Billings gli trafissero l'anima: uno sguardo cattivo, senza la minima traccia di calore. — Li hai rubati. Li rivoglio indietro. Subito. — La voce era dura, neutra. Il vecchio tese la mano. — Dove sono?
— Ma di cosa sta parlando? — borbottò Tommy. E indietreggiò. — Non capisco.
— Il Progetto. Li hai rubati dalla mia veranda. Li voglio indietro.
— Io non ho rubato proprio niente. Cosa sta dicendo? Billings si girò verso Dave Grant. — E lui, vero?
Dave annuì. — Li ho visti. Li tiene nella sua stanza. Non lascia avvicinare nessuno.
— Sei venuto da me a rubarli. Perché? — Billings avanzò minaccioso verso Tommy. — Perché li hai presi? Cosa vuoi farne?
— Lei è pazzo — mormorò Tommy, ma gli tremava la voce. Dave Grant non disse nulla. Girò la testa, vergognoso. — È una bugia — disse Tommy.
Billings lo afferrò per le spalle. Mani fredde, antiche, artigliarono la carne del ragazzo. — Restituiscili! Li voglio. Ne sono responsabile.
— Mi lasci andare. — Tommy si liberò. — Non li ho con me. — Rimase a bocca aperta. — Volevo dire…
— Allora li hai. A casa. Portali qui. Valli a prendere. Tutti e nove. Tommy mise le mani in tasca. Gli stava tornando un po' di coraggio. — Non so — disse. — Lei cosa mi dà in cambio?
Negli occhi di Billings guizzò un lampo. — Cosa ti do? — Alzò il braccio, minaccioso. — Piccolo Tommy balzò indietro. — Non può costringermi a restituirli. Non avete più nessun controllo su noi. — Un sorriso sfacciato. — Lo ha detto lei stesso. Non siamo più in vostro potere. L'ho sentito con le mie orecchie.
Il viso di Billings era di granito. — Li riprenderò. Sono miei. Appartengono a me.
— Se cerca di portarmeli via, chiamo la polizia. E ci sarà anche mio padre. Mio padre e la polizia.
Billings serrò le mani sul manico dell'ombrello. Aprì e chiuse la bocca, orribilmente paonazzo. Né lui né Tommy dissero altro. I ragazzi li fissavano a occhi sgranati, stupefatti e mogi.
All'improvviso, nella mente di Billings guizzò un'idea. Il vecchio abbasso gli occhi sul terreno, sul tracciato circolare e sulle biglie. Nei suoi occhi freddi ci fu un lampo. — Senti qui. Ti sfiderò a una partita.
— Cosa?
— Una partita a biglie. Se vinci tu, te li puoi tenere. Se vinco io, me li restituisci immediatamente. Subito.
Tommy rifletté. Passò lo sguardo dal signor Billings al cerchio sul terreno. — Se vinco io, non cercherà di riprenderseli? Me li lascerà per sempre?
— Sì.
— D'accordo. — Tommy indietreggiò. — Affare fatto. Se lei vince, li può riavere. Ma se vinco io, sono miei. E lei non li riavrà mai più.
— Portali subito qui.
— Sicuro. Vado a prenderli… — "E prendo anche la mia biglia regina", pensò Tommy fra sé. — Torno fra un minuto.
— Ti aspetto qui — disse il signor Billings, con le grandi mani serrate sull'ombrello.
Tommy corse giù per i gradini del portico, a due a due.
Sua madre spuntò dalla porta. — Non dovresti più uscire a quest'ora. Se non sei a casa tra mezz'ora, niente cena.
— Mezz'ora — strillò Tommy, scaraventandosi sul marciapiede scuro. Teneva le mani premute sulla cosa che aveva sotto il giubbotto. Sulla scatola dei sigari che si muoveva e contorceva. Corse e corse, a perdifiato.
Il signor Billings era fermo nel punto di prima, in muta attesa. Il sole era tramontato. Stava scendendo la sera. I ragazzi erano tornati a casa. Quando Tommy entrò nello spiazzo vuoto, un vento gelido, ostile, prese a soffiare tra erba e arbusti, percuotendogli i calzoni.
— Li hai portati? — chiese il signor Billings.
— Certo. — Tommy si fermò, ansante. Infilò una mano sotto il giubbotto e tirò fuori la pesante scatola di legno. Tolse l'elastico che la chiudeva e sollevò un poco il coperchio. — Sono qui.
Il signor Billings si avvicinò. Respirava a scatti rochi. Tommy chiuse il coperchio e rimise al suo posto l'elastico. — Dobbiamo giocare. — Appoggiò la scatola a terra. — Sono miei, a meno che lei non me li vinca.
La respirazione di Billings tornò normale. — Va bene. Allora cominciamo.
Tommy si frugò in tasca. Tirò fuori la sua regina, stringendola amorevolmente. Nella fioca luce, la grande biglia dall'anima multicolore brillava di rosso e nero, tra anelli di grigio e di bianco. Come Giove, immensa biglia sospesa in cielo.
— Si comincia — disse Tommy. Si inginocchiò, tracciò un rozzo cerchio sul terreno, e vuotò al centro un sacchetto di biglie. — Lei ne ha?
— Cosa dovrei avere?
— Le biglie. Con cosa giocherà?
— Con una delle tue.
— Ma certo. — Tommy ne scelse una a caso e la lanciò al vecchio. — Vuole che tiri io per primo?
Billings annuì.
— Bene. — Tommy sorrise. Prese accuratamente la mira, chiudendo un occhio. Per un istante, il suo corpo si irrigidì, curvo in un arco. Poi tirò. Le biglie sbatterono l'una contro l'altra, rotolarono fuori dal cerchio, si dispersero nell'erba attorno. Un bel tiro. Tommy raccolse quelle che aveva vinto, rimettendole nel suo sacchetto di stoffa.
— Adesso tocca a me? — chiese Billings.
— No. La mia regina è ancora dentro il cerchio. — Tommy si accoccolò di nuovo. — Ho diritto a un altro tiro.
Tirò. Vinse altre tre palline. La sua regina era sempre all'interno del cerchio.
— Un altro tiro per me — disse Tommy, con un sorriso. Aveva già vinto quasi metà delle biglie. Si inginocchiò e prese la mira, trattenendo il fiato. Restavano venticinque biglie. Se riusciva a vincerne altre quattro, era fatta. Solo quattro…
Tirò. Due biglie uscirono dal cerchio. E la sua regina. La regina rotolò fuori, rimbalzò nell'erba.
Tommy raccolse le due biglie e la regina. Ne aveva vinte diciannove in tutto. Al centro del cerchio ne restavano ventidue.
— Okay — mormorò a malincuore. — Tocca a lei. Tiri.
Edward Billings si inginocchiò a fatica, barcollando, ansimando. Era grigio in volto. Rigirò la biglia nella mano, incerto.
— Non ha mai giocato? — chiese Tommy. — Non sa come tirare, vero? Billings scosse la testa. — No.
— Deve appoggiare l'indice sul pollice, e la biglia sul pollice. — Tommy studiò le vecchie dita artritiche che cercavano di mettersi in posizione. Billings lasciò cadere la biglia e la raccolse subito. — Si tira col pollice. Così. Le faccio vedere.
Tommy afferrò le due vecchie dita e le sistemò nella posizione giusta, a fatica. Poi mise la biglia davanti al pollice. — Forza. — Si tirò su. — Vediamo come se la cava.
Il vecchio se la prese calma. Studiò le biglie al centro del cerchio. Gli tremava la mano. Tommy sentiva il suo respiro roco, affannato, nell'aria umida della sera.
Il vecchio guardò la scatola dei sigari persa fra le ombre. Poi riportò gli occhi sul cerchio. Le sue dita si mossero…
Ci fu un lampo. Un lampo abbagliante. Tommy urlò, si coprì gli occhi con le mani. Tutto prese a ruotargli attorno, a sussultare a grandi balzi. Indietreggiò, inciampò e cadde a peso morto sull'erba. Gli pulsava la testa. Si tirò a sedere, stropicciandosi gli occhi, scuotendo la testa, cercando di vedere.
Alla fine svanirono anche le ultime scintille. Tommy si guardò attorno.
Il cerchio era vuoto. Al centro non c'era più nessuna biglia. Billings le aveva vinte tutte.
Tommy tese la destra. Le sue dita toccarono qualcosa di caldo. Sobbalzò. Un frammento di vetro. Un frammento incandescente di vetro fuso. Tutt'attorno a lui, sparsi nell'erba, i frammenti di vetro si stavano raffreddando. E brillavano. Mille schegge di stelle la cui luce svaniva gradualmente.
Edward Billings si rialzò piano, fregandosi le mani. — Sono lieto che sia finita — ansimò. — Sono troppo vecchio per piegarmi sul terreno.
I suoi occhi si posarono sulla scatola dei sigari.
— Adesso possono tornare da me. E io posso andare avanti col mio lavoro. — Raccolse la scatola, la sistemò sotto il braccio. Poi prese l'ombrello e si avviò, strascicando i piedi, verso il marciapiede.
— Arrivederci — disse, fermandosi un attimo. Tommy non gli rispose. Billings accelerò il passo sul marciapiede, la scatola ben stretta sotto il braccio.
Entrò nel suo appartamento. Ansimava. Gettò l'ombrello in un angolo e sedette alla scrivania. Mise davanti a sé la scatola. Rimase immobile un attimo, inspirando a grandi boccate, scrutando il quadrato marrone e bianco dì legno e cartone.
Aveva vinto. Li aveva recuperati. Erano di nuovo suoi. E appena in tempo. La data di consegna per il rapporto era quasi scaduta.
Si tolse il soprabito e indossò la vestaglia. Arrotolò le maniche. Tremava un poco. Era stato fortunato. Il controllo sul tipo B era estremamente limitato. Ai fini pratici, sfuggivano del tutto alla loro giurisdizione. E ovviamente, era quello il problema. Sia il tipo A che il tipo B erano riusciti a evadere ogni supervisione. Si erano ribellati. Avevano disobbedito agli ordini, ponendosi automaticamente al di fuori dei limiti del piano.
Ma il nuovo tipo, il Progetto C… Tutto dipendeva da loro. Erano sfuggiti alle sue mani, però adesso erano tornati. Erano sotto il suo controllo, come previsto; sotto il suo limitato controllo di supervisore.
Billings tolse l'elastico dalla scatola. Sollevò il coperchio, lentamente.
Schizzarono fuori, di corsa. Qualcuno si diresse a destra, qualcuno a sinistra. Due file di creaturine che scappavano via a testa bassa. Una raggiunse il bordo della scrivania e saltò giù. Atterrò sul tappeto, rotolò su se stessa. Una seconda creatura saltò, e poi una terza.
Billings si scosse dalla paralisi. Cominciò a protendere freneticamente le mani. Restavano due sole creature. Cercò di acchiapparne una, e sbagliò mira. L'altra…
La afferrò, stringendola forte tra le dita. Il suo compagno si girò. Aveva qualcosa in mano. Una scheggia. Una scheggia di legno, divelta dall'interno della scatola.
Corse indietro e infilò la punta della scheggia nel dito di Billings.
Billings lanciò un gemito di dolore. Le sue dita si aprirono. Il prigioniero cadde sul piano della scrivania, rotolò. Il suo compagno lo aiutò ad alzarsi, poi lo trascinò al bordo della scrivania. I due saltarono giù assieme.
Billings si chinò, tentò di afferrarli. Gli esseri scapparono via, verso la porta che dava sulla veranda. Uno si era fermato alla spina della lampada. Stava tirando. Un'altra creatura lo raggiunse, e si misero a tirare assieme, tutte e due. La spina uscì dalla presa. La stanza piombò nel buio.
Billings cercò con le mani il cassetto della scrivania. Lo aprì, rovesciando il contenuto sul pavimento. Trovò la scatola dei fiammiferi da cucina e ne accese uno.
Erano scomparsi. Sulla veranda.
Billings si lanciò all'inseguimento. Il fiammifero si spense. Ne accese un altro, schermandolo con la mano.
Le creature erano arrivate alla ringhiera. Si stavano calando giù. Attaccate ai rampicanti, svanivano nell'oscurità della sera.
Billings arrivò troppo tardi. Erano scomparsi. Tutti e nove. Erano scesi fra le tenebre.
Nulla si muoveva. Non un solo accenno di movimento. Silenzio. Non c'era il minimo segno delle creature.
Fuggite. Scomparse. Avevano elaborato un piano di fuga e lo avevano messo in pratica. Due file di esseri erano schizzate in direzioni opposte non appena lui aveva alzato il coperchio. Un tempismo e un'esecuzione perfetti.
A passi lenti, Billings tornò nella sua stanza. Spalancò la porta-finestra e restò immobile, stupefatto, scioccato.
Spariti. Il Progetto C era già concluso. Era finito come gli altri. Nello stesso identico modo. Ribellione e indipendenza. Al di fuori di ogni supervisione. Di ogni controllo. Il Progetto A aveva influenzato il Progetto B; e adesso, con una prassi identica, il contagio si era diffuso al Progetto C.
Billings, disfatto, sedette alla scrivania. Restò immobile a lungo, muto e pensoso: E poco per volta, cominciò a capire. Non era colpa sua. Era già successo, altre due volte. E sarebbe successo ancora. Ogni Progetto avrebbe trasmesso le proprie insoddisfazioni a quello successivo. Non ci sarebbe mai stata fine, per quanti Progetti si potessero concepire e avviare. Ribellione e fuga. Il sottrarsi al piano.
Dopo un po', Billings tese la destra e avvicinò a sé il grosso volume del suo rapporto. Lo aprì al punto dove si era interrotto. Poi tolse l'ultima parte. Il riepilogo. Era del tutto inutile annullare il Progetto in corso. Un Progetto valeva un altro. Sarebbero stati sempre uguali. Tutti fallimenti.
Lo aveva capito alla prima occhiata. Quando aveva sollevato il coperchio della scatola. Indossavano abiti. Minuscoli vestiti. Come gli altri, tanto tempo prima.