Stories 93 / Random

Stories by philip kindred dick

la signora dei biscotti (italian)

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— Dove vai, Bubber? — urlò Ernie Mill dall'altro lato della strada, continuando a preparare i giornali per il suo giro di distribuzione.
— In nessun posto — rispose Bubber Surle.
— Vai a trovare la tua amica? — Ernie rise e rise. — Perché diavolo vai a fare visita a quella vecchia? Lasciaci capire!
Bubber proseguì. Girò l'angolo e si avviò in Elm Street. Vedeva già la casa, in fondo alla via, leggermente rientrata rispetto alla strada. Il terreno davanti alla casa era invaso dalle erbacce, erbe vecchie, secche, che frusciavano e chiacchieravano nel vento. La casa era una scatoletta grigia, decrepita e scolorita; i gradini del portico erano sconnessi. Sul portico c'era una vecchia sedia a dondolo rovinata dagli anni, con uno straccio buttato sullo schienale.
Bubber percorse il sentiero. Mentre saliva i gradini pericolanti, inspirò a pieni polmoni. Sentì il meraviglioso, caldo profumo, e gli venne l'acquolina. Col cuore che gli batteva forte per il piacere che già pregustava, suonò il campanello. II campanello emise uno strillo rugginoso dall'altra parte della porta. Ci fu silenzio per un po', poi si udì il suono di un movimento.
La signora Drew andò ad aprire la porta. Era vecchia, molto vecchia, una vecchiettina rinsecchita come le erbacce che crescevano davanti a casa sua. Sorrise a Bubber e gli tenne spalancata la porta.
— Arrivi proprio in tempo — disse. — Vieni dentro, Bernard. Arrivi proprio in tempo. Li ho appena preparati.
Bubber andò alla porta della cucina e guardò dentro. Li vide, sistemati su un grande vassoio blu sul fornello: biscotti. Un vassoio di biscotti caldi, freschissimi, appena usciti dal forno. Biscotti con le nocciole e l'uva passa.
— Come ti sembrano? — chiese la signora Drew. Superò Bubber, entrò in cucina. — E magari anche un po' di latte freddo. Ti piace il latte freddo coi biscotti. — Prese la caraffa del latte dal davanzale della finestra affacciata sul retro. Ne versò un bicchiere e mise qualche biscotto su un piattino. — Andiamo in soggiorno — disse.
Bubber annuì. La signora Drew portò latte e biscotti e li mise sul bracciolo del divano. Poi si accomodò sulla sua poltrona, e restò a guardare Bubber che si sedeva e cominciava a servirsi dal piatto.
Bubber mangiò avidamente, come sempre, tutto concentrato sui biscotti. L'unico suono che emetteva era quello dei denti che masticavano. La signora Drew aspettò pazientemente che il ragazzo finisse, e a quel punto i suoi fianchi, già larghi, sporgevano ancora di più in fuori. Quando Bubber ebbe ripulito il piatto, lanciò un'occhiata verso la cucina, verso il resto dei biscotti sul fornello.
— Non preferiresti aspettare di mangiare il resto più tardi? — chiese la signora Drew.
— Va bene — accettò Bubber.
— Com'erano?
— Buoni.
— Molto bene. — La donna si appoggiò all'indietro sullo schienale. — Allora, cosa hai fatto a scuola, oggi? Com'è andata?
— Tutto bene.
La vecchia signora scrutò il ragazzo che si guardava in giro con occhi irrequieti. — Bernard — disse poi — non vuoi fermarti a parlare un po' con me? — Il ragazzo aveva dei libri sulle ginocchia; testi scolastici. —Perché non mi leggi qualcosa dai tuoi libri? Sai, non ci vedo più molto bene, e per me è un piacere avere qualcuno che legga ad alta voce.
— Poi potrò avere gli altri biscotti?
— Naturalmente.
Bubber si spostò sul lato opposto del divano, verso la donna. Aprì i libri: Elementi di geografia, Principi di aritmetica, Grammatica inglese. — Cosa preferisce?
Lei esitò. — Geografia.
Bubber aprì a caso il grosso volume blu. PERÙ. — Il Perù confina a nord con Ecuador e Colombia, a sud col Cile, e a est con Brasile e Bolivia. Il Perù si divide in tre aree principali. La prima è…
La vecchia signora lo guardò leggere, guardò le guance grassocce che si gonfiavano, l'indice appoggiato sul libro a sottolineare il testo. Restò zitta a scrutarlo, a osservarlo, a studiarlo attentamente, a divorare ogni fremito di concentrazione della fronte, ogni movimento delle braccia e delle mani. Si rilassò, si lasciò affondare in poltrona. Il ragazzo era vicinissimo a lei, a una distanza minima. C'erano solo tavolo e lampada a dividerli. Che bellezza, quelle sue visite. Bernard la andava a trovare ormai da più di un mese, dal giorno in cui lei, seduta sul portico, lo aveva visto passare e aveva pensato di chiamarlo, puntando l'indice sui biscotti a fianco della sedia a dondolo.
Perché lo aveva fatto? Non lo sapeva. Era sola da così tanto tempo che si scopriva a dire strane cose e fare strane cose. Vedeva così poca gente: solo quando andava in negozio, o quando arrivava il postino con l'assegno della pensione. Oppure gli spazzini.
La voce del ragazzo continuò nella sua monotona litania. La signora Drew si sentiva calma, in pace, rilassata. Chiuse gli occhi e intrecciò le mani in grembo. E mentre se ne stava seduta, sonnecchiando e ascoltando, qualcosa cominciò ad accadere. La vecchia signora iniziò a cambiare. Le rughe e le linee sul volto diminuirono. Seduta in poltrona, ringiovaniva, e il corpo fragile, esile, si colmava di nuovo di giovinezza. I capelli grigi diventarono più folti e scuri; le ciocche ripresero colore. Anche le braccia assunsero una consistenza nuova; la pelle cosparsa di chiazze ritrovò il colorito ricco che aveva una volta, tanti anni prima.
La signora Drew inspirò profondamente, senza aprire gli occhi. Sentiva succedere qualcosa, ma non sapeva cosa. Stava accadendo qualcosa; lo avvertiva, ed era piacevole. Ma non sapeva esattamente di cosa si trattasse. Era già successo, quasi tutte le volte che il ragazzo era andato a trovarla e si era fermato con lei. Soprattutto ultimamente, da quando lei aveva avvicinato la poltrona al divano. Inspirò una boccata d'aria. Che sensazione deliziosa, quel calore: un respiro caldo nel suo corpo freddo, per la prima volta da anni!
Sulla poltrona, la vecchia signora era diventata una matrona dai capelli scuri, forse sulla trentina; una donna con guance e braccia e gambe piene. Le sue labbra erano di nuovo rosse, il collo addirittura un po' troppo voluminoso, com'era stato in un passato dimenticato da tanto tempo.
All'improvviso, Bubber smise di leggere. Posò il libro e si alzò. — Devo andare — disse. — Posso portare via il resto dei biscotti?
Lei strizzò le palpebre, si scosse. Il ragazzo era in cucina, si stava riempiendo le tasche di biscotti. La signora Drew annuì, stordita, ancora in preda all'incantesimo. Il ragazzo prese gli ultimi biscotti. Attraversò il soggiorno, andò alla porta. La signora Drew si alzò. All'improvviso, il calore la lasciò. Si sentiva stanca; stanca, e rinsecchita. Trattenne il fiato, respirò ansimando. Abbassò gli occhi sulle mani. Rugose, minuscole.
— Oh! — mormorò. Le lacrime le velarono gli occhi. Era tutto scomparso, scomparso non appena il ragazzo si era allontanato. Trotterellò allo specchio sopra la mensola del caminetto e si guardò. Si trovò fissata da occhi vecchi, sbiaditi, occhi profondamente infossati in un viso grinzoso. Svanito, tutto svanito, adesso che il ragazzo non era più al suo fianco.
— Tornerò un'altra volta — disse Bubber.
— Ti prego — sussurrò lei. — Ti prego, torna. Tornerai?
— Ma certo — rispose Bubber, irrequieto. Spalancò la porta. — Arrivederci. — Scese i gradini. Un attimo dopo, lei sentì i suoi passi sul marciapiede. Se n'era andato.
— Bubber, vieni dentro! — May Surle era ferma sulla veranda, arrabbiata.
— Vieni dentro e mettiti a tavola.
— Va bene. — Bubber salì a passi svogliati sulla veranda, entrò in casa.
— Ma cosa'hai? — May gli afferrò il braccio. — Dove sei stato? Stai male?
— Sono stanco. — Bubber si passò una mano sulla fronte.
Suo padre spuntò dal soggiorno coi giornali, in mutande e canottiera. — Cosa c'è? — chiese.
— Guardalo — disse May Surle. — Sembra uno straccio. Cosa hai fatto, Bubber?
— È andato a trovare la vecchia — disse Ralf Surle. — Non vedi? Torna sempre in pezzi, quando va da lei. Perché ci vai, Bub? Cosa fate?
— Quella gli dà i biscotti — disse May. — Lo sai com'è tuo figlio, quando si tratta di mangiare. Farebbe di tutto per un piatto di biscotti.
— Bub — disse il padre del ragazzo — stammi a sentire. Non voglio che tu ciondoli più attorno a quella vecchia pazza. Mi senti? Non mi interessa quanti biscotti ti dà. Torni a casa troppo stanco! Basta. Mi senti?
Bubber abbassò gli occhi sul pavimento, appoggiandosi alla porta. Il suo cuore batteva forte, affaticato. — Le ho promesso che sarei tornato — borbottò.
— Puoi andarci un'altra volta — disse May, passando in sala da pranzo. — Ma soltanto una. Dille che non potrai più andarla a trovare. E diglielo con le buone maniere. Adesso vai di sopra a lavarti.
— Dopo cena sarà meglio metterlo a letto — disse Ralf. Guardò su, scrutò suo figlio che saliva lentamente la scala, con la mano sulla ringhiera. Scosse la testa. — Non mi piace — mormorò. — Non voglio che ci vada più. Quella vecchia ha qualcosa di strano.
— Be', sarà l'ultima volta — disse May.
Il mercoledì era caldo e assolato. Bubber passeggiava con le mani in tasca. Si fermò davanti a! negozio di McVane, studiando con aria assorta i fumetti. Al bar, una donna beveva un'enorme cioccolata. Lo spettacolo fece venire l'acquolina a Bubber. Decisione presa. Girò l'angolo e proseguì, accelerando un poco il passo.
Qualche minuto dopo saliva i gradini cadenti e suonava il campanello. Più sotto, le erbacce frusciavano e mormoravano nel vento. Erano quasi le quattro del pomeriggio; non avrebbe potuto fermarsi a lungo. Ma del resto, era l'ultima volta.
La porta si aprì. Il viso grinzoso della signora Drew si corrugò in un sorriso. — Vieni dentro, Bernard. È bello vederti qui. Ricevere le tue visite mi fa sentire ancora così giovane.
Lui entrò, si guardò attorno.
— Preparerò i biscotti. Non sapevo che saresti venuto. — La vecchia signora ciabattò via in cucina. — Li metto subito a cuocere. Tu siediti sul divano.
Bubber andò a sedersi. Notò che tavolo e lampada erano scomparsi; la poltrona toccava il divano. Stava guardando la poltrona, perplesso, quando Sa signora Drew rientrò nella stanza.
— Sono in forno. L'impasto era già pronto. Allora… — Si buttò in poltrona con un sospiro. — Com'è andata oggi? Come te la sei cavata a scuola?
— Bene.
Lei annuì. Com'era grassottelle il ragazzo, seduto a pochissima distanza da lei, con quelle guance rosse e piene! Era talmente vicino che avrebbe potuto toccarlo. Il suo vecchio cuore tumultuò. Ah, essere di nuovo giovane. La giovinezza era così importante. Era tutto. Che significato ha il mondo per un vecchio? Quando l'intero mondo sarà vecchio, ragazzo…
— Vuoi leggere per me, Bernard? — gli chiese.
— Non ho portato libri.
— Oh. — Lei annuì. — Be', ne ho qualcuno io — aggiunse subito. — Li vado a prendere.
Si alzò, andò alla libreria. Mentre apriva le ante del mobile, Bubber disse: — Signora Drew, mio padre dice che non posso più venire qui. Dice che questa sarà l'ultima volta. Preferivo informarla.
Lei si fermò, si irrigidì. Tutto parve rotearle attorno. La stanza fu scossa da fremiti convulsi. Respirò a fatica, impaurita. — Bernard, non… non tornerai più?
— No. Mio padre ha detto di no.
Ci fu silenzio. La vecchia scelse un libro a caso e tornò lentamente alla poltrona. Dopo un po', con mani che tremavano, passò il libro al ragazzo. Lui lo prese senza nessuna espressione, guardò la copertina.
— Per favore, Bernard, leggi. Per favore.
— Va bene. — Bubber aprì il libro. — Dove devo cominciare?
— Dove vuoi. Dove vuoi, Bernard.
Lui si mise a leggere. Era qualcosa di Trollope; lei udì solo a metà le parole. Appoggiò una mano alla fronte, sulla pelle secca, fragile e sottile come carta vecchia. Tremò d'angoscia. L'ultima volta?
Bubber continuò a leggere con voce lenta, monotona. Una mosca ronzava sulla finestra. Fuori, il sole cominciò a tramontare, l'aria rinfrescò. Spuntò qualche nube, e il vento si mise a correre furibondo tra gli alberi.
La vecchia rimase seduta vicino al ragazzo, più vicino che mai. Lo ascoltò leggere, ascoltò il suono della sua voce; intuì la sua vicinanza. Era davvero l'ultima volta? Il terrore si alzò nel suo cuore, e lei lo respinse. L'ultima volta! Guardò il ragazzo che le stava tanto vicino. Dopo un po', tese la mano esile, rinsecchita. Inspirò. Non sarebbe più tornato. Non ci sarebbero più state altre occasioni, mai. Era l'ultima volta che lui sedeva lì.
Gli toccò il braccio.
Bubber sollevò la testa. — Cosa c'è? — mormorò.
— Non ti spiace se ti tocco il braccio, vero?
— No. Penso di no. — Bubber riprese a leggere. La vecchia sentiva la giovinezza del ragazzo scorrere fra le proprie dita, su per il proprio braccio. Una giovinezza vibrante, pulsante, così vicina a lei. Non era mai stata tanto vicina; non l'aveva mai potuta toccare. La sensazione della vita le diede il capogiro, la stordì.
E poi, come le altre volte, cominciò ad accadere. Lei chiuse gli occhi. Lasciò che la sensazione le scorresse addosso, la riempisse, trasportata dal suono della voce e dal contatto col braccio. Il cambiamento, il calore, la stavano penetrando: una sensazione calda, piena. Era di nuovo in fiore. Si colmava di vita, sbocciava; ritrovava l'antica, antichissima ricchezza del proprio essere.
Abbassò lo sguardo sulle braccia. Erano rotonde, e le unghie perfette. I capelli, di nuovo neri; folti e neri sul bianco del collo. Si toccò le guance. Le rughe erano scomparse. La pelle era elastica, morbida.
La invase la gioia, una gioia esplosiva. Scrutò la stanza attorno a sé. Sorrise, e sentì i denti e le gengive saldi sotto le labbra rosse. Denti candidi, forti. All'improvviso, si alzò. Il suo corpo era forte, sicuro. Ruotò su se stessa, tracciando un agile cerchio.
Bubber smise di leggere. — Sono pronti i biscotti? — chiese.
— Vado a vedere. — La voce della signora Drew era viva; possedeva tonalità ormai svanite da tanti anni. Ma adesso, la sua voce era tornata, roca e sensuale. Corse in cucina e aprì il forno. Tirò fuori i biscotti, li sistemò sul fornello.
— Pronti — strillò allegra. — Vieni a prenderli.
Bubber la superò, lo sguardo puntato sui biscotti. Non notò nemmeno la donna ferma sulla soglia della cucina.
La signora Drew corse fuori dalla stanza. Andò in camera da Ietto e chiuse la porta. Poi si girò, guardò nello specchio che occupava l'intero spazio della porta. Giovane. Era di nuovo giovane, piena della linfa vigorosa della giovinezza. Tirò un respiro, e il suo seno pieno si gonfiò. Sorrise. Le brillavano gli occhi. Piroettò su se stessa, facendo sollevare la gonna. Giovane e adorabile.
E questa volta, l'effetto non era scomparso.
Aprì la porta. Bubber si era riempito la bocca e le tasche. Era fermo al centro del soggiorno. Il suo viso era grasso e bovino, di un pallore mortale.
— Cosa c'è? — disse la signora Drew.
— Io vado.
— D'accordo, Bernard. E grazie di essere venuto a leggere per me. — Lei mise una mano sulla spalla del ragazzo. — Forse ci rivedremo, un giorno o l'altro.
— Mio padre…
— Lo so. — Lei rise allegra, gli aprì la porta. — Addio, Bernard. Addio.
Lo guardò scendere lentamente i gradini, a uno a uno. Poi chiuse la porta e tornò in camera da letto. Slacciò il vestito, se lo tolse. Improvvisamente, la logora stoffa grigia le appariva disgustosa. Per un breve attimo, con le mani sui fianchi, scrutò il proprio corpo, pieno e rotondo.
Rise eccitata. Fece una piroetta. Le si illuminarono gli occhi. Che corpo meraviglioso, pieno di vita. Il petto rigoglioso… Si toccò. La carne era soda. Aveva così tante, così tante cose da fare! Si guardò attorno, con l'affanno nel respiro. Così tante cose! Cominciò a lasciare scendere l'acqua calda nella vasca, poi fermò i capelli con un nastro, raccogliendoli a ciuffo.
Il vento gli soffiava attorno mentre tornava a casa. Era tardi. Il sole era tramontato, e il cielo era scuro, coperto di nubi. Il vento che gli percuoteva il corpo era freddo, e penetrava sotto i vestiti, raggelandolo. Il ragazzo si sentiva stanco. Gli faceva male la testa, e si fermava ogni quattro o cinque minuti a riposare, col cuore in tumulto, massaggiandosi la fronte. Lasciò Elm Street e si incamminò in Pine Street. Il vento strillava, spingendolo in qua e in là. Lui scosse la testa, per cercare di schiarirsi le idee. Che stanchezza. Che spossatezza di gambe e braccia. Il vento era un maglio che lo martellava, lo scuoteva.
Inspirò una boccata d'aria e proseguì, a testa bassa. All'angolo si fermò, si aggrappò a un lampione. Il cielo era molto buio; le luci cominciavano ad accendersi. Alla fine, il ragazzo riprese il cammino, continuando a procedere come meglio poteva.
— Dov'è quel ragazzo? — chiese May Surle, uscendo sul portico per la decima volta. Ralf accese le luci, e restarono lì assieme. — Che vento tremendo.
Il vento fischiava, percuoteva il portico. Marito e moglie guardarono in su e in giù nella strada buia, ma non riuscirono a vedere nulla. Solo qualche giornale e un po' di spazzatura trascinata in giro dal vento.
— Torniamo dentro — disse Ralf. — Poco ma sicuro, quando arriverà a casa gli darò una bella lezione.
Sedettero a tavola. Dopo un po', May mise giù la forchetta. — Ascolta! Senti qualcosa?
Ralf si mise in ascolto.
Fuori, alla porta d'ingresso, ci fu un suono debole, un bussare fioco. Ralf si alzò. Il vento ululava, faceva sbattere le imposte al piano di sopra. — Vado a vedere.
Ralf andò alla porta e la aprì. Qualcosa di grigio, di grigio e rinsecchito, vorticava sul portico, trasportata dal vento. Aguzzò gli occhi, ma non riuscì a vedere una forma precisa. Un ammasso di erbacce. Erbacce e stracci sbattuti qua e là dal vento, forse.
La cosa rimbalzò contro le sue gambe. Lui la guardò scivolare via, lungo la parete della casa. Poi, lentamente, chiuse la porta.
— Cos'era? — urlò May.
— Solo il vento — rispose Ralf Surle.