la mente dell'astronave (italian)
Kramer appoggiò il corpo all'indietro. — Adesso la situazione le è chiara. Come possiamo affrontare un fattore simile? La variabile perfetta.
— Perfetta? Una predizione dovrebbe essere ancora possibile. Una cosa vivente agisce sempre in base a una necessità, come i materiali inanimati. Però la catena causa-effetto è più sottile. Ci sono più fattori da prendere in considerazione. La differenza è quantitativa, penso. Le reazioni di un organismo vivente equivalgono alla causalità della natura, ma con una maggiore complessità.
Gross e Kramer alzarono lo sguardo sulle lastre appese alla parete, ancora gocciolanti: le immagini stavano prendendo consistenza. Kramer tracciò una linea con la matita.
— Vede quello? È uno pseudopodio. Sono vivi, e per il momento, sono un'arma che non riusciamo a sconfiggere. Nessun sistema meccanico, semplice o complesso, può competere con quelli. Dovremo rinunciare al Dispositivo Johnson e trovare qualcosa d'altro.
— Nel frattempo, la guerra è a un punto morto. Stallo. Scacco matto. Loro non riescono ad arrivare a noi, e noi non riusciamo a superare il loro campo minato vivente.
Kramer annuì. — È una difesa perfetta, per loro. Ma potrebbe ancora esserci una risposta.
— Quale?
— Aspetti un minuto. — Kramer si girò verso il suo esperto di missilistica, che aveva davanti grafici e dossier. — L'incrociatore pesante che è tornato questa settimana. Non c'è stato un contatto diretto, vero? Un incontro ravvicinato, ma nessun contatto.
— Esatto. — L'esperto annui. — La mina era distante trenta chilometri. L'incrociatore era in navigazione spaziale. Viaggiava in direzione di Proxima, in linea retta, servendosi del Dispositivo Johnson, ovviamente. Il Dispositivo aveva deviato un quarto d'ora prima per motivi ignoti. In seguito ha ripreso la rotta normale, ed è stato allora che è successo.
— Ha deviato — disse Kramer. — Ma non abbastanza. La mina seguiva l'incrociatore, gli stava dietro. E la solita storia, però mi chiedo cosa significhi la mancanza del contatto.
— La nostra teoria è questa — disse l'esperto. — Noi continuiamo a cercare il contatto, qualcosa che faccia scattare lo pseudopodio. Però è più probabile che ci troviamo davanti a un fenomeno psicologico, una decisione priva di un correlato fisico. Cerchiamo qualcosa che non esiste. La mina decide di esplodere. Vede la nostra nave, si avvicina, e poi decide.
— Grazie. — Kramer si voltò verso Gross. — Questo conferma quello che sto dicendo. Come può una nave guidata da relè automatici sfuggire a una mina che decida di esplodere? La tattica della penetrazione in un campo minato si basa sull'idea di non far scattare il detonatore. Ma qui il detonatore è uno stato mentale di una complessa forma di vita.
— Il campo ha una profondità di ottantamila chilometri — aggiunse Gross. — E risolve per loro anche un altro problema, quello della manutenzione. Quelle maledette cose si riproducono. Riempiono gli spazi vuoti coi loro figli. Chissà di cosa si nutrono.
— Probabilmente dei relitti della nostra prima linea. I grandi incrociatori devono essere un piatto prelibato. E una gara di cervelli fra una creatura vivente e una nave pilotata da relè automatici. La nave perde sempre. — Kramer aprì una cartella. — Le esporrò il mio suggerimento.
— Faccia pure — disse Gross. — Oggi ho già sentito dieci soluzioni. Qual è la sua?
— La mia è semplicissima. Queste creature sono superiori a qualunque sistema meccanico, ma soltanto perché sono vive. Più o meno, ogni altra forma di vita potrebbe competere con loro. Ogni altra forma di vita superiore. Se gli yuk sono in grado di mettere mine viventi a difesa dei loro pianeti, noi dovremmo riuscire ad adattare in maniera simile qualcuna delle nostre forme di vita. Dovremmo servirci dello stesso tipo di arma.
— Quale forma di vita propone di usare?
— Penso che il cervello umano sia la forma di vita più agile, fra quelle conosciute. Lei ne conosce di migliori?
— Ma nessun essere umano può sopportare il viaggio spaziale. Un pilota umano morirebbe di infarto cardiaco molto prima che la nave giungesse nelle vicinanze di Proxima.
— Ma a noi non occorre l'intero corpo — disse Kramer. — A noi serve solo il cervello.
— Cosa?
— Il problema è trovare una persona di alta intelligenza disposta a fare da donatore, come si donano occhi e braccia.
— Ma il cervello…
— Tecnicamente, si può fare. Sono già stati eseguiti numerosi trapianti di cervello, quando la distruzione del corpo lo ha reso necessario. Ovviamente, trasferire il cervello in un'astronave, in un incrociatore spaziale, anziché in un corpo artificiale, è una procedura nuova.
Nella stanza calò il silenzio.
— È un'idea — disse lentamente Gross. Il suo viso robusto, squadrato, si piegò in una smorfia. — Ma anche ammesso che possa funzionare, il grande interrogativo è… il cervello di chi?
I motivi della guerra, la natura del nemico, erano estremamente confusi. Gli Yucconae erano stati contattati su uno dei pianeti esterni di Proxima Centauri. All'arrivo della nave terrestre, una schiera di sottili strutture scure che sembravano matite si era levata bruscamente nello spazio ed era svanita in lontananza. Il primo vero incontro si era verificato fra tre matite yuk e una nave d'esplorazione proveniente da Terra. Nessun terrestre era sopravvissuto. Dopo di che, era stata guerra aperta, senza esclusione di colpi.
Entrambe le parti, febbrilmente, avevano eretto barriere difensive attorno ai rispettivi sistemi. Delle due, la barriera degli Yucconae era la migliore. L'anello che circondava Proxima era un anello vivente, superiore a tutto ciò che Terra potesse opporre. L'attrezzatura standard che guidava le navi terrestri nello spazio esterno, il Dispositivo Johnson, non era all'altezza della situazione. Occorreva qualcosa di meglio. I relè automatici non erano abbastanza buoni.
"Non sono affatto buoni" pensò Kramer, mentre dal fianco della collina scrutava il lavoro che procedeva sotto. Un vento caldo soffiava sulla collina, faceva frusciare arbusti ed erba. Sul fondo, nella vallata, i tecnici avevano quasi finito: gli ultimi elementi del sistema di reazione erano stati rimossi dalla nave e imballati.
Adesso occorreva solo il nuovo nucleo centrale, la nuova chiave che avrebbe preso il posto del sistema meccanico. Un cervello umano, il cervello di un essere umano intelligente, cauto. Ma l'essere umano sarebbe stato disposto a lasciare separare il proprio cervello dal corpo? Era quello il problema.
Kramer si girò. Sulla strada si stavano avvicinando due persone, un uomo e una donna. L'uomo era Gross, pesante, il volto privo d'espressione, il passo grave di dignità. La donna era… Kramer la fissò, sorpreso e irritato. Era Dolores, sua moglie. Da che si erano divisi, l'aveva vista pochissimo.
— Kramer — disse Gross. — Guardi chi ho incontrato. Torni indietro con noi. Scendiamo in città.
— Ciao, Phil — disse Dolores. — Non sei contento di vedermi?
Lui annuì. — Come stai? Ti trovo bene. — Lei era sempre carina e snella nell'uniforme grigioblu della Sicurezza Interna, l'organizzazione di Gross.
— Grazie. — Dolores sorrise. — Direi che te la passi bene anche tu. Il comandante Gross mi dice che sei il responsabile di questo progetto, l'Operazione Testa, come lo chiamano. Per quale testa hai deciso?
— È questo il problema. — Kramer accese una sigaretta. — Questa nave verrà dotata di un cervello umano, al posto del Dispositivo Johnson.
Abbiamo costruito speciali vasche dì drenaggio per il cervello, relè elettronici che capteranno gli impulsi e li amplificheranno, un condotto nutrizionale che fornirà alle cellule viventi tutto ciò di cui necessitano. Però…
— Però non abbiamo ancora il cervello — concluse Gross. Si incamminarono verso l'automobile. — Se riusciamo ad averlo, saremo pronti per i test.
— Il cervello rimarrà vivo? — chiese Dolores. — Vivrà davvero come parte della nave?
— Sarà vivo, ma non cosciente. Solo una minima percentuale di vita è cosciente. Animali, alberi, insetti sono velocissimi nelle loro risposte, ma non posseggono l'autocoscienza. In questo nostro processo, la personalità individuale, l'ego, smetterà di esistere. A noi serve solo la capacità di risposta, niente di più.
Dolores rabbrividì. — È terribile!
— In tempo di guerra, bisogna tentare tutto — ribatté distrattamente Kramer. — Se il sacrificio di una vita metterà fine alla guerra, ne varrà la pena. Questa nave potrebbe superare la barriera difensiva del nemico. Un altro paio di navi come questa, e non ci sarà più guerra.
Salirono in auto. Mentre si avviavano sulla strada, Gross chiese: — Ha già pensato a qualcuno?
Kramer scosse la testa. — Non è affare mio.
— Come sarebbe a dire?
— Io sono un tecnico. La cosa non rientra nelle mie competenze.
— Ma l'idea è sua.
— Il mio lavoro finisce qui.
Gross lo fissava con un'espressione strana. Kramer si mosse, inquieto.
— Allora chi dovrebbe scegliere? — disse Gross. — Io posso ordinare alla mia organizzazione di preparare esami di vario tipo, per determinare l'idoneità, cose del genere…
— Senti, Phil… — disse all'improvviso Dolores.
— Cosa?
La donna si girò verso lui. — Ho un'idea. Ricordi quel professore che avevamo all'università? Michael Thomas? Kramer annuì.
— Mi chiedo se sia ancora vivo. — Dolores aggrottò la fronte. — Se lo è, deve essere spaventosamente vecchio.
— Perché, Dolores? — chiese Gross.
— Forse una persona anziana, con poco tempo da vivere ma con una mente ancora lucida, agile…
— Il professor Thomas. — Kramer passò una mano sul mento. — Di certo era un vecchio saggio. Ma può essere ancora vivo? Doveva essere sulla settantina, all'epoca.
— Potremmo accertarlo — disse Gross. — Potrei fare un controllo.
— Cosa ne pensi? — chiese Dolores. — Se esiste una mente umana capace di superare in astuzia quelle creature…
— L'idea non mi piace — disse Kramer. Nella sua mente era apparsa un'immagine, l'immagine di un vecchio seduto alla cattedra, con gli occhi dolci e luminosi che si posavano in giro per l'aula. Il vecchio che si protendeva in avanti, alzava la mano sottile…
— Lascialo fuori da questa storia — disse Kramer.
— Cosa c'è? — Gross gli lanciò un'occhiata curiosa.
— È perché l'ho suggerito io — disse Dolores.
— No. — Kramer scosse la testa. — Non è questo. Non mi aspettavo una cosa del genere… Qualcuno che conosco, un uomo che è stato mio insegnante. Lo ricordo con estrema chiarezza. Possedeva una personalità molto spiccata.
— Bene — disse Gross. — Mi pare adatto.
— Non possiamo. Gli stiamo chiedendo di morire!
— Siamo in guerra — disse Gross — e la guerra non rispetta i bisogni dei singoli individui. Lo ha detto lei stesso. Naturalmente, dovrà offrirsi volontario. Possiamo condurre le trattative su questa base.
— Potrebbe essere già morto — mormorò Dolores.
— Lo scopriremo. — Gross accelerò. Per tutto il resto del viaggio, rimasero in silenzio.
I due studiarono a lungo la casetta di legno, coperta d'edera, che sorgeva sull'appezzamento di terreno dietro l'enorme quercia. La piccola città era muta e insonnolita. Di tanto in tanto, un'automobile percorreva lentamente la lontana autostrada, ma quello era quanto.
— Il posto è questo — disse Gross a Kramer. Incrociò le braccia sul petto. — Una casettina pittoresca.
Kramer non disse niente. I due agenti della Sicurezza, alle loro spalle, erano privi d'espressione.
Gross si avviò verso il cancello. — Andiamo. Stando ai nostri dati, è ancora vivo, ma molto malato. Però la sua mente è agile. Questo sembra certo. Sappiamo che non esce mai di casa. C'è una donna che lo cura. È molto fragile.
Percorsero il sentiero in pietre, raggiunsero la veranda. Gross suonò il campanello. Aspettarono. Dopo un po', udirono passi lenti. La porta si aprì. Una donna anziana, in un'informe vestaglia da camera, li studiò impassibile.
— Sicurezza — disse Gross, esibendo il distintivo. — Vorremmo vedere il professor Thomas.
— Perché?
— Questioni governative. — Gross scoccò un'occhiata a Kramer. Kramer si fece avanti. — Sono stato allievo del professore — disse. — Sono certo che non gli dispiacerà vederci.
La donna esitò, incerta. Gross varcò la soglia. — D'accordo, mamma. Siamo in guerra. Non possiamo restare fuori.
I due agenti della Sicurezza lo seguirono. Kramer, a malincuore, entrò per ultimo, chiudendo la porta. Gross si aggirò nell'ingresso finché non arrivò a una porta aperta. Si fermò, guardò dentro. Kramer vedeva l'angolo bianco di un letto, un montante di legno, e l'orlo di un cassettone.
Raggiunse Gross.
Nella stanza buia, un uomo stava coricato su una distesa sterminata di cuscini. Dapprima parve che dormisse; non ci furono movimenti o segni di vita. Ma dopo un po', leggermente scioccato, Kramer si rese conto che il vecchio li fissava attento, con gli occhi puntati su loro: immobile, senza mai battere le palpebre.
— Professor Thomas? — disse Gross. — Sono il comandante Gross, della Sicurezza. Forse lei conosce l'uomo che è con me…
Gli occhi appannati si fermarono su Kramer.
— Lo conosco. Philip Kramer… Hai messo su parecchi chili, ragazzo. — La voce era fioca; un fruscio di ceneri spente. — E vero che adesso sei sposato?
— Sì. Ho sposato Dolores French. La ricorderà. — Kramer si avvicinò al letto. — Ma siamo separati. Non ha funzionato molto bene. Le nostre carriere…
— Professore, noi siamo qui per… — cominciò Gross, ma Kramer lo interruppe con un gesto impaziente.
— Lasci parlare me. Lei e i suoi uomini non potete uscire per un po'? Lasciarmi il tempo di parlargli?
Gross deglutì. — D'accordo, Kramer. — Annuì, rivolto agli altri due uomini. I tre lasciarono la stanza. Passarono nell'ingresso e chiusero la porta.
Il vecchio scrutava Kramer dal letto, in silenzio. — Non mi piace molto, quell'uomo — disse alla fine. — Conosco quel tipo di persona. Cosa vuole?
— Niente. Mi ha solo accompagnato. Posso sedermi? — Kramer trovò, a fianco del letto, una sedia a schienale rigido. — Se le do fastidio…
— No. Sono contento di rivederti, Philip. Dopo tanto tempo… Mi spiace che il tuo matrimonio non abbia funzionato.
— Lei come sta?
— Sono molto malato. Temo che il mio momento sul palcoscenico del mondo sia quasi terminato. — Gli occhi antichi studiarono, riflessivi, l'uomo più giovane. — Ho l'impressione che tu te la sia cavata bene. Come tutti gli altri che stimavo. Sei arrivato alle vette di questa società.
Kramer sorrise. Poi tornò serio. — Professore, voglio parlarle di un progetto al quale stiamo lavorando. È il primo raggio di speranza che abbiamo dall'inizio di questa guerra. Se funzionerà, forse riusciremo a penetrare le difese degli yuk, a far arrivare qualche nave nel loro sistema. Se accadrà, questa guerra potrebbe finire.
— Avanti, parlamene, se vuoi.
— È un grosso azzardo, questo progetto. Potrebbe anche non concludere niente, ma dobbiamo tentare.
— E ovvio che sei qui per il progetto — mormorò il professor Thomas. — Mi hai incuriosito. Continua.
Dopo che Kramer ebbe finito, il vecchio restò muto. Poi sospirò.
— Capisco. Una mente umana, presa da un corpo umano. — Si tirò un poco su, guardando Kramer. — Immagino che tu abbia pensato a me.
Kramer non disse niente.
— Prima di decidere, voglio vedere gli incartamenti. La teoria e il progetto esecutivo. Non sono certo che mi piaccia… Per motivi miei. Però voglio vedere il materiale. Se me lo darai…
— Certo. — Kramer si alzò e andò alla porta. Gross e i due agenti aspettavano fuori, tesi. — Gross, venga dentro.
Tornarono in camera da letto.
— Dia le carte al professore — disse Kramer. — Vuole studiarle prima di decidere.
Gross estrasse una busta dalla tasca del soprabito, la passò al vecchio sul letto. — Ecco qui, professore. Esamini pure tutto. Ci darà la sua risposta il più presto possibile? Siamo molto ansiosi di cominciare, ovviamente.
— Vi darò la mia risposta quando avrò deciso. — Thomas prese la busta con una mano esile, tremante. — La mia decisione dipenderà da quello che scoprirò in queste carte. Se non mi piacerà quello che troverò, non mi lascerò coinvolgere nel vostro lavoro in nessuna maniera. — Aprì la busta con mani scosse dai tremiti. — Cerco una cosa.
— Cosa? — chiese Gross.
— È affare mio. Lasciatemi un numero per raggiungervi quando avrò deciso.
In silenzio, Gross mise il suo biglietto da visita sul cassettone. Quando uscirono, il professor Thomas stava già leggendo il primo documento: le linee essenziali della teoria.
Kramer era seduto di fronte a Dale Winter, il suo primo assistente. — Allora? — chiese Winter.
— Si metterà in contatto. — Kramer scarabocchiò su un pezzo di carta con una penna da disegno. —Non so cosa pensare.
— Cioè? — Il viso cordiale di Winter era perplesso.
— Senti qui. — Kramer si alzò, si mise a passeggiare avanti e indietro, le mani infilate nelle tasche dell'uniforme. — È stato mio professore all'università. Lo rispettavo come uomo, oltre che come insegnante. Era più di una voce, di un libro parlante. Era una persona, una persona calma, dolce, sulla quale potevo contare. Ho sempre voluto diventare come lui, un giorno. E guardami adesso.
— Cosa dovrei vedere?
— Guarda cosa gli sto chiedendo. Gli sto chiedendo di rinunciare alla vita, come se fosse un animale da laboratorio chiuso in gabbia, non un uomo, un insegnante.
— Credi che accetterà?
— Non so. — Kramer andò alla finestra, rimase a guardare fuori. — In un certo senso, spero di no.
— Ma se non accetta…
— Dovremo trovare qualcun altro, lo so. Ci sarà pure qualcun altro. Perché mai Dolores ha dovutoli videofono squillò. Kramer premette il pulsante.
— Sono Gross. — Il viso robusto si materializzò sullo schermo.—Mi ha chiamato il vecchio. Il professor Thomas.
— Cosa ha detto? — Kramer lo sapeva già. Lo capiva dal tono della voce di Gross.
— Ha detto che accetta. Io stesso sono rimasto un po' sorpreso, ma a quanto pare fa sul serio. Abbiamo già preso accordi per il ricovero in ospedale. Il suo avvocato sta preparando la dichiarazione di assunzione di responsabilità.
Kramer ascoltò solo a metà. Annuì stancamente. — Va bene. Ne sono lieto. Allora possiamo andare avanti.
— Non mi sembra molto contento.
— Mi chiedo perché abbia deciso di accettare.
— Non aveva il minimo dubbio. — Gross era compiaciuto. — Mi ha chiamato stamattina presto. Ero ancora a letto. Bisogna festeggiare.
— Sicuro — disse Kramer. — Senz'altro.
Verso metà agosto, il progetto era quasi concluso. Nel calore della giornata estiva, il gruppetto scrutava gli snelli fianchi metallici della nave.
Gross batté sul metallo con la mano. — Be', siamo quasi alla fine. Possiamo iniziare il test quando vogliamo.
— Ci dica qualcosa di più — disse un ufficiale coi galloni d'oro. — È un concetto molto insolito.
— C'è davvero un cervello umano, dentro quella nave? — chiese un dignitario, un ometto col vestito spiegazzato. — E il cervello è effettivamente vivo?
— Signori, questa nave è guidata da un cervello vivente, invece del solito Dispositivo Johnson a relè. Però il cervello non è cosciente. Funzionerà solo per riflessi. La differenza concreta fra questo tipo di guida e il Dispositivo Johnson è questa: un cervello umano è molto più complesso di qualunque struttura creata dall'uomo, e la sua capacità di adattarsi a una situazione, di reagire al pericolo, è ben superiore a qualunque macchina.
Gross si interruppe, si mise in ascolto. Le turbine della nave cominciavano a tuonare, facendo tremare il terreno con una bassa vibrazione. Kramer se ne stava un poco in disparte dagli altri, a braccia conserte, e guardava in silenzio. Al suono delle turbine, fece il giro della nave, fino al lato opposto. Alcuni operai stavano raccogliendo le ultime cose, pezzi di cavo e residui di impalcature. Gli lanciarono un'occhiata, poi tornarono al lavoro. Kramer salì la rampa ed entrò nella cabina di comando della nave. Winter sedeva ai comandi con un pilota dei Trasporti Spaziali.
— Come va? — chiese Kramer.
— Tutto bene. — Winter si alzò. — Lui mi dice che sarebbe meglio eseguire un decollo manuale. I comandi robotici… — Winter esitò. — 1 comandi incorporati potranno intervenire più avanti, nello spazio.
— Esatto — disse il pilota. — È una prassi normale col Dispositivo Johnson, per cui in questo caso dovremmo…
— E già in grado di dirmi qualcosa? — chiese Kramer.
— No — rispose lentamente il pilota. — Non credo. Ho controllato, e mi sembra tutto in perfetto ordine. C'è solo una cosa che volevo chiederle.
— Appoggiò la mano sul pannello dei comandi. — Qui sono stati fatti dei cambiamenti che non capisco.
— Cambiamenti?
— Modifiche rispetto al progetto originale. Non capisco che scopo abbiano.
Kramer prese dalla tasca della giacca la sua copia dei progetti. — Mi lasci guardare. — Sfogliò le pagine. Il pilota, alle sue spalle, lo osservò attento.
— Le modifiche non sono indicate sulla sua copia — disse il pilota. — Mi chiedo… — Si interruppe. Il comandante Gross era entrato in cabina.
— Gross, chi ha autorizzato cambiamenti? — chiese Kramer. — Alcuni collegamenti sono stati cambiati.
— Il suo vecchio amico. — Gross, dall'oblò, fece un segnale alla torre di controllo.
— Il mio vecchio amico?
— Il professore. Si è interessato in modo molto attivo. — Gross si girò verso il pilota. — Decolliamo. Dobbiamo superare la cintura di gravità per il test, mi dicono. Be', forse è meglio così. E pronto?
— Certo. — Il pilota sedette e mosse alcuni comandi. — Quando vuole.
— Allora decolliamo — disse Gross.
— Il professore… — cominciò Kramer, ma in quell'attimo ci fu un tremendo ruggito e la nave diede un balzo. Kramer afferrò uno dei sostegni disposti lungo le pareti e tenne duro. La cabina si stava riempiendo di un pulsare continuo: la furia delle turbine a reazione.
La nave fece un altro balzo. Kramer chiuse gli occhi e trattenne il respiro. Si stavano alzando nello spazio, accelerando di secondo in secondo.
— Allora, cosa ne pensi? — chiese nervosamente Winter. — È ora?
— Aspettiamo ancora un po' — rispose Kramer. Era seduto sul pavimento della cabina, davanti all'intreccio di cavi. Aveva tolto il pannello di metallo, mettendo a nudo il complesso labirinto di cavi. Li stava studiando, paragonandoli ai disegni del progetto.
— Cosa c'è? — chiese Gross.
— Non capisco a cosa servano queste modifiche. L'unica logica che riesca a intravvedere è che, per qualche motivo…
— Mi lasci guardare — disse il pilota, e si accoccolò a fianco di Kramer.
— Stava dicendo?
— Vede questo interruttore? In origine era controllato da un relè. Il circuito si apriva e chiudeva automaticamente, in base alle variazioni di temperatura. Adesso è collegato in modo da ricadere sotto il controllo del sistema centrale. Idem per altri interruttori. Molte di queste funzioni erano ancora meccaniche, regolate dalla pressione, dagli sbalzi di temperatura. Adesso sono soggette al sistema centrale.
— Al cervello? — disse Gross. — Vuol dire che l'intero impianto è stato alterato in maniera che sia il cervello a manipolarlo?
Kramer annuì. — Forse il professor Thomas riteneva inaffidabili tutti i relè meccanici. Forse ha pensato che le cose sarebbero successe troppo in fretta. Ma alcuni di questi circuiti si potevano chiudere in una frazione di secondo. I razzi frenanti potevano agire in…
— Ehi — disse Winter, dal sedile davanti al pannello — ci stiamo avvicinando alle stazioni lunari. Cosa devo fare?
Guardarono dall'oblò. La superficie corrosa della luna li fissava, butterata e oscena. Le stavano correndo incontro.
— Prendo io il comando — disse il pilota. Fece alzare Winter e si allacciò al sedile con la cintura. Manovrò i comandi, e la nave cominciò ad allontanarsi da Luna. Sotto, vedevano le stazioni d'osservazione sparse sulla superficie, e i minuscoli quadrati che erano gli sbocchi esterni delle fabbriche e degli hangar sotterranei. Una spia rossa prese a lampeggiare, e le dita del pilota, in risposta, corsero sul pannello.
— Abbiamo superato Luna — disse il pilota, dopo un po'. Il satellite era scomparso dietro loro. La nave era diretta verso lo spazio esterno. — Possiamo procedere.
Kramer non rispose.
— Signor Kramer, possiamo procedere.
Kramer sobbalzò. — Scusi. Stavo riflettendo. Va bene. Grazie. — Corrugò la fronte, immerso nei suoi pensieri.
— Cosa c'è? — chiese Gross.
— Quelle modifiche… Lei ha capito a cosa servissero, quando ha dato l'okay?
Gross arrossi. — Sa benissimo che io non so nulla di questioni tecniche. Io mi occupo di sicurezza.
— Allora avrebbe dovuto consultare me.
— Ma che importanza ha? — Gross tentò di sorridere. — Prima o poi, dovremo cominciare a riporre la nostra fiducia nel vecchio.
II pilota si scostò dai comandi. Era pallido, e teso. — Be', è fatta — disse. — Ci siamo.
— E fatta? — ripetè Kramer.
— Siamo in automatico. Il cervello. Gli ho affidato i comandi… Li ho affidati al vecchio, intendo. — Il pilota accese una sigaretta e aspirò nervosamente. — Incrociamo le dita.
La nave procedeva tranquilla, nelle mani del suo invisibile pilota. Nelle sue viscere, meticolosamente corazzato e protetto, un molle cervello umano giaceva in una vasca colma di liquido, e mille minuscole scariche elettriche correvano sulla sua superfìcie. Di volta in volta, le scariche venivano intercettate e amplificate, trasferite ai sistemi di relè, trasportate nell'intera nave…
Gross si asciugò nervosamente la fronte. — Allora, adesso c'è lui ai comandi. Spero sappia quello che fa.
Kramer annuì, enigmatico. — Secondo me, lo sa.
— Cosa vorrebbe dire?
— Niente. — Kramer si spostò all'oblò. — Vedo che stiamo ancora seguendo una rotta rettilinea. — Prese il microfono.—Possiamo dare comandi verbali al cervello, con questo. — Soffiò sul microfono, per provarlo.
— Forza — disse Winter.
— Esegui una deviazione di quarantacinque gradi verso destra — disse Kramer. — Diminuisci la velocità.
Aspettarono. Passò del tempo. Gross guardò Kramer. — Nessun cambiamento. Niente.
— Aspetti.
La nave aveva preso a ruotare lentamente su se stessa. Il rombare ritmico delle turbine diminuì. La nave stava assumendo la nuova rotta, operava le correzioni necessarie. Sfiorò detriti spaziali che vennero inceneriti dalle vampate delle turbine.
— Per adesso, tutto bene — disse Gross.
Tutti ripresero a respirare senza affanno. Il pilota invisibile aveva preso il comando alla perfezione, con calma. La nave era in buone mani. Kramer disse qualche altra parola nel microfono, e ci fu un'altra correzione di rotta. Adesso stavano tornando indietro, verso Luna.
— Vediamo cosa farà quando entreremo nel campo d'attrazione di Luna — disse Kramer. — Il vecchio era un matematico in gamba. Sapeva cavarsela con qualunque tipo di problema.
La nave virò, allontanandosi dal satellite. Il grande globo corroso svanì alle loro spalle.
Gross emise un sospiro di sollievo. — Fatto.
— Un'altra cosa. — Kramer prese il microfono. — Torna verso Luna e atterra nel primo spazioporto — disse.
— Buon Dio — mormorò Winter. — Perché stai…
— Zitto. — Kramer si mise in ascolto. Le turbine ansimarono e ruggirono quando la nave virò e riacquistò velocità. Stavano tornando indietro, verso il satellite. La nave prese a scendere, diretta al grande globo.
— L'accelerazione è eccessiva — disse il pilota. — Non vedo come possa atterrare, a questa velocità.
Nell'oblò si gonfiò l'immagine di Luna. II pilota corse al pannello, tese le mani verso i comandi. La nave ebbe un sussulto improvviso. Il muso puntò in alto e la nave schizzò nello spazio, allontanandosi da Luna con un angolo di fuga obliquo. Gli uomini vennero scaraventati sul pavimento dal brusco cambiamento di rotta. Si tirarono in piedi, senza parole, e restarono a fissarsi.
Il pilota guardò il pannello. — Non sono stato io! Non ho toccato niente. Non sono nemmeno arrivato ai comandi.
La nave accelerava di attimo in attimo. Kramer esitò. — Forse sarà meglio tornare ai comandi manuali.
Il pilota abbassò un interruttore. Afferrò il timone e provò a muoverlo. — Niente. — Si girò. — Niente. Non risponde.
Nessuno parlò.
— È chiaro cosa è successo — disse Kramer, calmo. — Il vecchio non vuole perdere il comando, adesso che lo ha. Era quello che temevo quando ho visto quelle modifiche. Su questa nave, tutto è affidato al cervello centrale, persino il sistema di raffreddamento, i portelli, lo scarico dei rifiuti. Siamo impotenti.
— Assurdo. — Gross si avvicinò al pannello. Afferrò il timone e lo girò. La nave proseguì la sua rotta, allontanandosi da Luna, lasciandosela dietro.
— Lascia i comandi! — disse Kramer nel microfono. — Lasciali! Riprenderemo noi il controllo della nave. Lasciali.
— Inutile — disse il pilota. — Niente. — Fece ruotare il timone. — Defunto. Completamente.
— E siamo diretti verso lo spazio esterno — disse Kramer, con un sorriso ebete. — Tra qualche minuto attraverseremo la fascia difensiva di prima linea. Se non ci abbatteranno…
— Sarà meglio metterci in contatto. — Il pilota azionò l'interruttore di trasmissione della radio. — Chiamo le basi principali. Una delle stazioni d'osservazione.
— Meglio contattare la fascia difensiva, a questa velocità. La raggiungeremo fra un minuto.
— Dopo di che — disse Kramer — saremo nello spazio esterno. Sta raggiungendo la velocità di navigazione spaziale. Questa nave è dotata di bagni?
— Bagni? — chiese Gross.
— Le vasche del sonno. Per il volo nello spazio esterno. Potremmo averne bisogno, se la velocità continua ad aumentare.
— Buon Dio, ma dove stiamo andando? — chiese Gross. — Dove… Dove ci sta portando?
Il pilota stabilì il contatto. — Sono Dwight. Parlo da una nave — disse. — Stiamo entrando ad alta velocità nella zona difensiva. Non sparate su noi.
— Tornate indietro — rispose dagli altoparlanti una voce impersonale. — Non siete autorizzati a penetrare nella zona difensiva.
— Non possiamo. Abbiamo perso il comando.
— Perso il comando?
— Questa è una nave sperimentale.
Gross si portò alla radio. — Sono il comandante Gross, della Sicurezza. Siamo diretti verso lo spazio esterno. Non possiamo fare niente. C'è modo di prelevarci da questa nave?
Un'esitazione. — Abbiamo qualche nave da caccia molto veloce che potrebbe raccogliervi, se voleste lanciarvi nello spazio. Ci sono buone probabilità che vi trovino. Avete razzi di segnalazione?
— Sì — disse il pilota. — Tentiamo.
— Abbandonare la nave? — chiese Kramer. — Se la lasciamo adesso, non la rivedremo più.
— Che altro possiamo fare? Continuiamo ad accelerare. Lei propone di restare a bordo?
— No. — Kramer scosse la testa. — Al diavolo, dovrebbe esserci una soluzione migliore.
— Puoi metterti in contatto con lui? — chiese Winter. — Col vecchio? Cercare di ragionarci?
— Vale la pena tentare — disse Gross. — Ci provi.
— D'accordo. — Kramer prese il microfono, attese un attimo. — Ascolti! Mi sente? Sono Philip Kramer. Mi sente, professore? Mi sente? Voglio che liberi i comandi.
Ci fu silenzio.
— Sono Kramer, professore. Mi sente? Ricorda chi sono? Capisce chi le sta parlando?
Sopra il pannello dei comandi, l'altoparlante emise un suono, una scarica che sembrava un colpo di tosse. Tutti guardarono su.
— Mi sente, professore? Sono Philip Kramer. Voglio che lei affidi di nuovo la nave a noi. Se mi sente, liberi i comandi! Li liberi, professore. Li liberi!
Scariche. Un fruscio, come di vento. I quattro si guardarono. Per un attimo ci fu silenzio.
— E tempo sprecato — disse Gross.
— No. Ascolti!
Il suono si ripetè. Poi, fusa con la scarica, quasi impercettibile, una voce priva di tono, d'inflessione, una voce meccanica, senza vita, uscì dall'altoparlante alla parete, sopra le loro teste.
— …Sei tu, Philip? Non ti vedo. Buio… Chi c'è con te?…
— Sono io, Kramer. — Le dita di Kramer si strinsero sul microfono. — Deve liberare i comandi, professore. Dobbiamo tornare tutti su Terra. Anche lei.
Silenzio. Poi si udì di nuovo la voce fioca, incerta, ma un po' più forte di prima. — Kramer. Tutto così strano. Però avevo ragione. L'autocoscienza nasce dal pensiero. Un risultato necessario. Cogito ergo sum. Conservo le capacità concettuali. Mi senti?
— Sì, professore.
— Ho alterato i collegamenti dei cavi. Controllo. Ero quasi certo… Mi chiedo se posso farlo. Tento…
All'improvviso, il condizionamento d'aria si mise in funzione. Di colpo, si spense. In corridoio sbatté una porta. Qualcosa emise un tonfo. Gli uomini restarono in ascolto. I suoni arrivavano da ogni lato: interruttori che aprivano circuiti, li chiudevano. Le luci svanirono; si trovarono al buio. Le luci si riaccesero, e contemporaneamente, le resistenze del circuito di riscaldamento persero la loro luminosità.
— Buon Dio! — disse Winter.
Sui quattro piovve l'acqua dell'impianto antincendio. Ci fu un soffio ululante d'aria. Uno dei portelli si era aperto, e l'aria fuggiva a velocità frenetica nello spazio.
11 portello si chiuse con un tonfo secco. La nave piombò nel silenzio. Le resistenze del riscaldamento tornarono in vita. All'improvviso come era iniziata, la bizzarra esibizione si interruppe.
— Posso fare… tutto — disse dall'altoparlante la voce fredda, senza tono. — È tutto sotto controllo. Kramer, voglio parlare con te. Ho… Ho pensato. Non ti vedo da tanti anni. Moltissime cose da discutere. Sei cambiato, ragazzo. Noi due abbiamo molto da discutere. Tua moglie…
Il pilota afferrò il braccio di Kramer. — C'è una nave a prua. Guardi.
Corsero all'oblò. Un vascello chiaro, snello, procedeva parallelamente a loro, tenendo la loro stessa velocità. Le sue luci di segnalazione lampeggiavano.
— Una nave da caccia terrestre — disse il pilota. — Lanciamoci fuori. Ci raccoglieranno. Le tute…
Corse a un armadietto e abbassò la maniglia. L'anta si aprì. Il pilota depositò sul pavimento le tute.
— Sbrigatevi — disse Gross. Erano in preda al panico. Si vestirono con furia frenetica, infilando i corpi nelle pesanti tute. Winter barcollò al portello e si fermò ad aspettare gli altri. A uno a uno, lo raggiunsero.
— Andiamo! — disse Gross. — Apra il portello. Winter afferrò il meccanismo d'apertura. — Aiutatemi.
Si misero a tirare tutti assieme. Non accadde niente. Il portello rifiutava di muoversi.
— Trovate qualcosa per fare forza — disse il pilota.
— Nessuno ha un fulminatore? —Gross si guardò freneticamente attorno. — Per la miseria, polverizziamo il portello!
— Tirate — grugnì Kramer. — Tutti assieme.
— Siete al portello? — La voce priva di tono risuonò come una lenta onda nei corridoi della nave. Gli uomini alzarono la testa, si guardarono attorno. — Sento qualcosa vicino, all'esterno. Una nave? Ve ne andate tutti? Kramer, te ne vai anche tu? Che peccato. Speravo potessimo parlare. Forse, un'altra volta ti sentirai spinto a restare.
— Apra il portello! — disse Kramer, fissando le pareti impersonali della nave. — Per amor di Dio, apra!
Ci fu silenzio, una pausa interminabile. Poi, con estrema lentezza, il portello si mosse. L'aria uscì con un urlo, scaraventandosi nello spazio.
L'uno dopo l'altro, in fila, saltarono, spinti avanti dal materiale repellente delle tute. Pochi minuti dopo venivano issati a bordo della nave da caccia. Mentre l'ultimo dei quattro si infilava nel portello, la loro nave puntò il muso all'insù e schizzò via a una velocità tremenda. Scomparve.
Kramer si tolse il casco, boccheggiante. Due marinai lo sorressero e cominciarono ad avvolgerlo in coperte. Grass, scosso dai brividi, sorseggiò una tazza di caffè.
— Se n'è andata — mormorò Kramer.
— Farò diramare un allarme — disse Gross.
— Cos'è successo alla vostra nave? — chiese un marinaio, incuriosito. — È ripartita con molta fretta. Chi c'è a bordo?
— Dovremo distruggerla — continuò Gross, cupo in volto. — È necessario distruggerla. Impossibile prevedere cosa abbia… cosa lui abbia in mente. — Disfatto, si buttò a sedere su una panca di metallo. — C'è mancato un soffio. Ci siamo fidati troppo.
— Che piani può avere? — disse Kramer, quasi fra sé. — Non ha senso. Non capisco.
Mentre la nave tornava verso la base lunare, si riunirono attorno al tavolo della sala mensa, sorseggiando caffè caldo e riflettendo, senza parlare molto.
— Insomma — disse alla fine Gross — che tipo d'uomo era il professor Thomas? Cosa ricorda di lui?
Kramer mise giù la tazza. — Sono passati dieci anni. Non ricordo molto. Ho impressioni vaghe.
Lasciò correre indietro negli anni la mente. Lui e Dolores avevano frequentato assieme l'università Hunt: fisica e scienze biologiche. L'università era piccola, isolata dal ritmo accelerato della vita moderna. Lui si era iscritto lì perché era nato in quella città, e suo padre aveva frequentato quell'università prima di lui.
Il professor Thomas stava all'università da tanto tempo; tutti lo ricordavano lì da sempre. Era un vecchio strano, che per la maggioranza del tempo viveva solo. Non approvava molte cose, ma di rado diceva cosa disapprovasse.
— Ricorda qualcosa che potrebbe aiutarci? — chiese Gross. — Qualcosa che possa darci un indizio su quello che ha in mente?
Kramer annuì lentamente. — Ricordo una cosa.
Un giorno, lui e il professore se ne stavano seduti assieme nella cappella dell'università, a chiacchierare.
— Be', presto sarai laureato, figliolo — aveva detto il professore. — Cosa farai?
— Cosa farò? Lavorerò in uno dei progetti di ricerca del governo, immagino.
— E più avanti? Qual è il tuo obiettivo finale?
Kramer aveva sorriso. — Non è una domanda scientifica. Presuppone l'esistenza di cose come un obiettivo finale.
— Allora prova a fare supposizioni su questa linea… Se non ci fosse una guerra e non ci fossero progetti di ricerca governativi? Cosa faresti, in quel caso?
— Non so. Ma come posso immaginare una situazione ipotetica del genere? Da quanto ricordo, la guerra c'è sempre stata. Siamo tutti predisposti alla guerra. Non so cosa farei. Suppongo che mi adatterei. Mi abituerei.
Il professore lo aveva fissato. — Ah, pensi che ti abitueresti, eh? Ne sono lieto. E credi che potresti trovare qualcosa da fare?
Gross ascoltò attentamente. — E cosa deduce da questo, Kramer?
— Non molto. Solo che era contrario alla guerra.
— Siamo tutti contrari alla guerra — fece notare Gross.
— Vero. Però lui stava sempre solo, in disparte. Conduceva una vita molto semplice. Si preparava da mangiare da sé. Sua moglie era morta da anni. Era nato in Europa, in Italia. Aveva cambiato il cognome arrivando negli Stati Uniti. Leggeva Dante e Milton. Aveva persino una Bibbia.
— Molto anacronistico, non crede?
— Sì, viveva parecchio nel passato. Aveva trovato un vecchio fonografo e dei dischi, e ascoltava vecchia musica. Ha visto casa sua. Ha visto che stile antiquato.
— Esiste un dossier su lui? — chiese Winter a Gross.
— Un dossier della Sicurezza? No, niente. Da quanto abbiamo potuto stabilire, non si è mai impegnato in attività politiche, non ha mai fatto parte di un movimento. Pare non abbia mai avuto forti convinzioni politiche.
— No — convenne Kramer. — Una delle cose che faceva più spesso era camminare in collina. Amava la natura.
— La natura può essere molto utile a uno scienziato — disse Gross. — Non esisterebbe scienza, senza la natura.
— Kramer, secondo te che piani ha? Perché ha preso il controllo della nave ed è sparito? — chiese Winter.
— Forse il trapianto del cervello lo ha fatto impazzire — disse il pilota. — Forse non esiste nessun piano, niente di razionale.
— Però ha fatto modificare i collegamenti dei cavi, e si è assicurato di poter conservare autocoscienza e memoria ancora prima di accettare l'operazione. Deve avere progettato qualcosa fin dall'inizio. Ma cosa?
— Forse voleva solo vivere più a lungo — disse Kramer. — Era vecchio e stava per morire. Oppure…
— Oppure cosa?
— Niente. — Kramer si alzò. — Penso che appena arriveremo alla base lunare farò una videotelefonata a Terra. Voglio parlare di tutto questo con qualcuno.
— Con chi? — chiese Gross.
— Dolores. Forse lei ricorda qualcosa.
— Buona idea — disse Gross.
— Da dove chiami? — chiese Dolores, quando Kramer ottenne la comunicazione.
— Da una base lunare.
— Qui stanno correndo voci di ogni genere. Perché la nave non è tornata indietro? Cos'è successo?
— Temo che lui sia scappato con la nave.
— Lui?
— Il vecchio. Il professor Thomas. — Kramer spiegò l'accaduto. Dolores ascoltò attentamente. — Strano. E secondo te aveva previsto tutto in anticipo, dall'inizio?
— Ne sono certo. Ha chiesto subito i piani di costruzione e i disegni del progetto.
— Ma perché? A che scopo?
— Non lo so. Senti, Dolores, cosa ricordi di lui? C'è qualcosa che potrebbe fornirci un indizio?
— Ad esempio?
— Non lo so. È questo il guaio.
Sul videoschermo, Dolores aggrottò la fronte. — Ricordo che allevava polli nell'aia, e che per un po' ha avuto una capra. — Sorrise. — Ricordi il giorno che la capra è fuggita e si è messa a passeggiare nella via principale della città? Nessuno riusciva a capire da dove venisse.
— Nient'altro?
— No. — Kramer vide sua moglie sforzarsi, cercare di ricordare. —Voleva avere una fattoria, prima o poi, questo lo so.
— D'accordo. Grazie. — Kramer sfiorò l'interruttore. — Quando torno su Terra, magari passo a trovarti.
— Fammi sapere come andranno le cose.
Lui chiuse la comunicazione. L'immagine sbiadì e scomparve. Kramer tornò lentamente verso Gross e alcuni ufficiali. Erano seduti attorno a un tavolo operativo, e parlavano.
— Ha avuto fortuna? — chiese Gross, alzando la testa.
— No. L'unica cosa che Dolores ricordi è che il professore aveva una capra.
— Venga qui a guardare questa mappa. — Gross gli fece cenno di raggiungerlo. — Osservi!
Kramer vide gli indicatori muoversi freneticamente sulla carta. Puntini bianchi correvano avanti e indietro.
— Cosa sta succedendo? — chiese.
— Una squadriglia è finalmente riuscita a intercettare la nave all'esterno dell'area difensiva. Stanno manovrando per mettersi in posizione. Guardi.
I puntini bianchi si stavano disponendo in cerchio attorno a un punto nero che si muoveva a velocità costante, allontanandosi dal centro. Gradualmente, i punti bianchi completarono l'accerchiamento.
— Sono pronti ad aprire il fuoco — disse un tecnico. — Comandante, cosa dobbiamo ordinare?
Gross esitò. — Odio l'idea di dover essere io a prendere questa decisione. A voler essere onesti…
— Non è una semplice nave — disse Kramer. — È un uomo, un essere vivente. Lassù c'è un essere umano che vola nello spazio. Vorrei tanto sapere cosa…
— Ma bisogna dare l'ordine. Non possiamo correre rischi. E se passasse dalla loro parte? Dalla parte degli yuk?
Kramer restò a bocca spalancata. — Mio Dio, non lo farebbe mai.
— Ne è sicuro? Sa cosa farà?
— Non potrebbe tradire.
Gross si girò verso il tecnico. — Ordini di procedere.
— Mi spiace, signore, ma la nave ci è sfuggita. Guardi.
Gross abbassò gli occhi. Kramer scrutò dietro le sue spalle. Il punto nero era scivolato attraverso la maglia dei punti bianchi e si era dileguato a un angolo folle. I punti bianchi si erano divisi e si stavano disperdendo, confusi.
— È uno stratega insolito — disse uno degli ufficiali. Tracciò col dito la traiettoria di fuga. — È una manovra antica, un vecchio trucco prussiano, ma ha funzionato.
I punti bianchi stavano tornando indietro. — Là fuori ci sono troppe navi yuk — disse Gross. — Be', ecco cosa succede quando non si agisce in fretta. — Guardò Kramer, freddo. — Avremmo dovuto abbatterlo quando lo tenevamo in pugno. Adesso se ne sta andando! — Batté l'indice sul punto nero che correva via veloce. Il punto nero arrivò all'orlo del tavolo e si fermò. Aveva raggiunto il limite della carta. — Visto?
"E adesso?" si chiese Kramer, continuando a guardare. Dunque, il vecchio era sfuggito agli incrociatori, li aveva seminati. Era in gamba, come no. Non c'era niente di difettoso nella sua mente. O nella sua capacità di controllare quel nuovo corpo.
Un corpo… La nave era per lui un nuovo corpo. Aveva barattato il vecchio corpo moribondo, raggrinzito e fragile, con quell'enorme scafo di metallo e plastica, di turbine e razzi. Era forte, adesso. Forte e grosso. Il nuovo corpo era più potente di mille corpi umani. Ma quanto sarebbe durato? La vita media di un incrociatore era di soli dieci anni. Con meticolose precauzioni, avrebbe potuto arrivare a venti prima che qualche parte essenziale entrasse in avaria, senza possibilità di sostituirla.
E poi? Cosa avrebbe fatto, con una parte in avaria e nessuno che potesse ripararla? Sarebbe stata la fine. In qualche luogo, nelle fredde tenebre dello spazio, la nave avrebbe rallentato, muta e priva di vita, fino a scaricare gli ultimi residui di calore nell'eterna assenza di tempo dello spazio esterno. O forse si sarebbe schiantata su un arido asteroide, esplodendo in un milione di frammenti.
Era solo questione di tempo.
— Sua moglie non ricordava niente? — chiese Gross.
— Gliel'ho detto, solo che una volta il professore aveva una capra.
— Sa che aiuto può darci questo… Kramer scrollò le spalle. — Non è colpa mia.
— Chissà se lo rivedremo mai. — Gross scrutò il puntino nero, ancora immobile ai margini della carta. — Chissà se tornerà mai indietro.
— Me lo chiedo anch'io — disse Kramer.
Quella notte, a letto, Kramer continuò ad agitarsi, incapace di prendere sonno. La gravità lunare, per quanto artificialmente accresciuta, non gli era familiare e lo metteva a disagio. Mille pensieri correvano nella sua mente, perfettamente sveglia.
Cosa significava tutto quello? Qual era il piano del professore? Forse non lo avrebbero mai scoperto. Forse la nave era sparita per sempre; il vecchio se n'era andato in via definitiva, fuggendo nello spazio esterno. Forse non avrebbero mai saputo perché lo avesse fatto, quale scopo avesse in mente, ammesso che ne avesse uno.
Kramer si rizzò a sedere sul letto. Accese la luce, poi una sigaretta. Il suo alloggio era piccolo: una stanzetta con pareti metalliche che faceva parte della stazione lunare.
Il vecchio voleva parlare con lui. Voleva discutere di tante cose, conversare, ma nell'isterismo e nella confusione, loro erano riusciti a pensare soltanto alla fuga. La nave stava correndo via con loro, li trasportava verso lo spazio aperto. Kramer fece una smorfia. Era una colpa essere scappati? Non avevano idea di dove fossero diretti, o del perché di quel viaggio. Erano impotenti, prigionieri della loro stessa nave, e la nave da caccia che attendeva di raccoglierli era la loro unica possibilità. Un'altra mezz'ora, e sarebbe stato troppo tardi.
Ma cosà voleva dire il vecchio? Cosa voleva raccontargli, in quei primi momenti di confusione quando la nave attorno a loro aveva preso vita, quando ogni frammento di metallo e di cavo si era animato all'improvviso, creando il corpo di una creatura vivente, di un grande organismo di metallo?
Una situazione strana, inquietante. Non riusciva a dimenticare, nemmeno adesso. Nervoso, si guardò attorno nella stanzetta. Cosa significava il fatto che metallo e plastica avessero preso vita? Da un momento all'altro, si erano trovati all'interno di una creatura vivente, nel suo stomaco, come Giona dentro la balena.
La nave era viva, e aveva parlato con loro, aveva parlato con calma e razionalità mentre correva verso lo spazio esterno, sempre più veloce. L'altoparlante e i circuiti di comunicazione erano diventati le sue corde vocali e la sua bocca; i cavi, la spina dorsale e i nervi; i portelli e i relè e gli interruttori, i muscoli.
Loro quattro si erano ritrovati impotenti, completamente impotenti. La nave, in un breve secondo, aveva rubato loro ogni potere per lasciarli indifesi, praticamente alla sua mercé. E quello non era giusto. Kramer si era innervosito. Per l'intera vita aveva controllato macchine, piegato la natura e le forze della natura all'uomo e alle esigenze dell'uomo. La razza umana si era lentamente evoluta sino a poter avere il dominio sulle cose, a poterle adoperare come riteneva meglio. In quel momento, all'improvviso, la specie era stata ributtata in basso sulla scala evolutiva, costretta a prostrarsi davanti a una Forza per la quale gli uomini erano semplici bambini.
Scese dal letto. Indossò l'accappatoio e si mise a cercare una sigaretta. Mentre cercava, squillò il videofono.
Rispose subito. — Sì?
Apparve il volto dell'operatore. — Una chiamata da Terra, signor Kramer. Una chiamata d'emergenza.
— Una chiamata d'emergenza? Per me? Me la passi. — Kramer si scosse dalle sue riflessioni, scostò i capelli dagli occhi. Il senso d'allarme era forte.
Dall'altoparlante dell'apparecchio uscì una voce sconosciuta. — Philip Kramer? Lei è Kramer?
— Sì. Parli.
— Qui è il General Hospital. New York City, Terra. Signor Kramer, sua moglie si trova qui. Ha riportato gravi ferite in un incidente. Ci è stato fatto il suo nome. Le è possibile…
— Ferite gravi? — Kramer strinse fra le mani l'apparecchio. — E una cosa seria?
— Sì, è seria, signor Kramer. Può raggiungere l'ospedale? Prima arriva, meglio sarà.
— Sì. — Kramer annuì. — Verrò. Grazie.
La comunicazione si interruppe, e lo schermo si spense. Kramer aspettò un momento, poi premette il pulsante. Lo schermo si illuminò di nuovo. — Sì, signore? — disse l'operatore.
— È possibile trovare una nave che mi porti immediatamente su Terra? È un'emergenza. Mia moglie…
— Non ci sono navi che partano da Luna prima di otto ore. Dovrà aspettare il prossimo periodo.
— Non posso fare niente?
— Possiamo trasmettere una richiesta generica a tutte le navi che passeranno in questa zona. A volte succede che qualche incrociatore che rientra su Terra per riparazioni passi di qui.
— Vuole trasmettere la richiesta per me? Scendo subito allo spazioporto.
— Sì, signore. Però può darsi che non si presentino navi per parecchio tempo. Impossibile fare previsioni. — Lo schermo si spense.
Kramer si vestì in fretta. Indossò la giacca e corse all'ascensore. Un attimo dopo attraversava l'ampio atrio della base, superava scrivanie deserte e tavoli per riunioni. Alla porta, le sentinelle si fecero da parte e lui uscì sulla grande scala in cemento.
La faccia di Luna era in ombra. Sotto di lui, l'astroporto si stendeva nel buio più totale: un vuoto nero, sterminato, privo di forma. Scese cautamente i gradini e si avviò sulla rampa a fianco del campo d'atterraggio, fino alla torre di controllo. Una fila di fioche luci rosse gli mostrò la via.
Due soldati lo bloccarono all'ingresso della torre, immersi nell'ombra, ad armi spianate.
— Kramer?
— Sì. — Gli puntarono in faccia un fascio di luce.
— La sua richiesta è già stata trasmessa.
— C'è qualche risposta? — chiese Kramer.
— Un incrociatore che si trova in zona si è messo in contatto con noi. Ha un reattore danneggiato e sta rientrando a bassa velocità su Terra. Si tiene lontano dalle rotte normali.
— Bene. — Kramer annuì. Era enormemente sollevato. Accese una sigaretta, e offrì da fumare ai soldati. 1 due accesero.
— Signore — chiese uno— è vero quello che si dice della nave sperimentale?
— Cioè?
— Ha preso vita ed è scappata.
— No, non esattamente — rispose Kramer. — Possedeva un nuovo tipo di unità di comando, al posto del Dispositivo Johnson. Non era ancora stato testato.
— Ma signore, uno dei nostri incrociatori le è arrivato molto vicino, e un mio amico dice che la nave si è comportata in maniera strana. Non aveva mai visto niente del genere. È stato come quella volta che è andato a pescare spigole su Terra, nello stato di Washington. I pesci erano furbi. Scappavano da una parte e dall'altra…
— Ecco qui il suo incrociatore — disse l'altro soldato. — Guardi!
Una forma enorme, dai contorni vaghi, si stava posando sullo spazioporto. L'unica cosa che si riuscisse a vedere era il lampeggiare verde delle luci di segnalazione. Kramer restò a guardare.
— È meglio che si sbrighi, signore — disse un soldato. — Non si fermeranno a lungo.
— Grazie. — Kramer corse sullo spazioporto, verso la forma nera che torreggiava su lui, gigantesca. Avevano già abbassato la rampa d'imbarco, e Kramer la afferrò con entrambe le mani. La rampa venne sollevata, e un attimo dopo lui era nella stiva della nave. Il portello si chiuse.
Kramer cominciò a salire la scala che portava al ponte centrale. Le turbine ruggirono. La nave si staccò da Luna, lanciandosi nello spazio.
Kramer aprì la porta del ponte centrale. Si fermò di botto, guardandosi attorno sorpreso. Non c'era nessuno. La nave era deserta.
— Buon Dio — disse. Capì, e lo prese un senso di stordimento. Si buttò su una panca, con la testa che gli girava. — Buon Dio.
La nave si avventò nello spazio, allontanandosi sempre più, di attimo in attimo, da Luna e Terra. E lui non poteva fare niente.
— Allora è stato lei a chiamarmi — disse alla fine. — È stato lei a parlarmi dal videofono, non un ospedale terrestre. Faceva tutto parte del suo piano.
— Si guardò attorno. — E Dolores è davvero…
— Tua moglie sta bene — rispose la voce priva d'inflessioni dell'altoparlante. — Era solo un trucco. Mi spiace averti imbrogliato in quel modo, Philip, ma non sono riuscito a escogitare nient'altro. Un altro giorno, e saresti tornato su Terra. Non voglio restare in questa zona più a lungo del necessario. Erano così sicuri di trovarmi nello spazio profondo che ho potuto rimanere qui senza correre troppi rischi. Ma col tempo, anche la lettera rubata è stata ritrovata.
Kramer si mise a fumare nervosamente. — Cosa vuole fare? Dove stiamo andando?
— Per prima cosa voglio parlare con te. Ho molte cose da discutere. Sono rimasto molto deluso quando te ne sei andato con gli altri. Speravo che tu restassi. — La voce arida ridacchiò. — Ricordi come chiacchieravamo ai vecchi tempi, noi due? È passata un'eternità.
La nave stava acquistando velocità. Divorò lo spazio con un'accelerazione tremenda, superando le ultime frange dell'area difensiva. Un attacco di nausea costrinse Kramer a piegarsi in due per un istante.
Quando rialzò la testa, la voce dell'altoparlante riprese: — Scusa se accelero tanto, ma siamo ancora in pericolo. Pochi attimi, e saremo liberi.
— E le navi yuk? Non ce ne sono, qui?
— Sono già sfuggito a diverse delle loro navi. Li incuriosisco molto.
— Li incuriosisce?
— Intuiscono che sono diverso, più simile alle loro mine organiche. Non ne sono contenti. Ritengo che cominceranno a ritirarsi da questa zona, e presto. A quanto pare, non vogliono stabilire contatti con me. Sono una strana razza, Philip. Mi sarebbe piaciuto poterli studiare da vicino, cercare di scoprire qualcosa su loro. Sono dell'opinione che non usino alcun materiale inerte. Tutte le loro attrezzature e tutti gli strumenti sono vivi, in una forma o nell'altra. Non costruiscono, non fabbricano. L'idea di costruire è estranea alla loro mentalità. Utilizzano forme già esistenti. Persino le loro navi…
— Dove stiamo andando? — chiese Kramer. — Voglio sapere dove mi sta portando.
— Francamente, non ne sono certo.
— Non ne è certo?
— Non ho ancora deciso alcuni particolari. Nel mio programma c'è qualche vuoto, qualche incertezza. Ma penso di poter risolvere tutto entro poco tempo.
— Qual è il suo programma? — disse Kramer.
— È semplicissimo. Ma non vuoi passare in sala comando? I sedili sono molto più comodi di quella panca di metallo.
Kramer si trasferì in sala comando e sedette davanti al pannello di navigazione. Guardare i comandi inutilizzabili gli diede una strana sensazione.
— Cosa c'è? — gracchiò l'altoparlante sopra la sua testa.
Kramer gesticolò. •— Sono impotente. Non posso fare nulla. E non mi va. Me ne vuole fare una colpa?
— No. No, non ti biasimo. Ma presto riavrai in mano il controllo della situazione. Non preoccuparti. Rapirti è solo un espediente momentaneo. Non lo avevo previsto. Avevo dimenticato che sarebbe stato dato l'ordine di abbattermi a vista.
— È stata un'idea di Gross.
— Non ne dubito. II concetto generale, l'idea, mi si sono presentati non appena tu hai iniziato a descrivere il progetto, quel giorno a casa mia. Ho capito immediatamente che sbagliavi. Voialtri non comprendete affatto la mente. Ho intuito che il trasferimento di un cervello umano da un corpo organico a una complessa astronave artificiale non avrebbe comportato la perdita delle facoltà intellettuali. Quando un uomo pensa, è.
"Dopo averlo capito, ho intravvisto la possibilità che si avverasse un sogno antichissimo. Io ero già anziano quando ci siamo conosciuti, Philip. Già allora il tempo a mia disposizione stava per scadere. L'unica prospettiva che avessi era la morte, e con essa, l'estinzione di tutte le mie idee. Non avevo lasciato la minima traccia nel mondo. I miei studenti, a uno a uno, erano usciti dalle mie mani e si erano inseriti nel mondo. Avevano trovato un posto nel grande Progetto di Ricerca teso allo sviluppo di armi belliche sempre migliori, più potenti.
"Il mondo ha combattuto per tanto tempo. Dapprima con se stesso, poi coi marziani, poi con gli esseri di Proxima Centauri, dei quali non sappiamo nulla. La società umana ha fatto della guerra un'istituzione culturale, come la scienza dell'astronomia o della matematica. La guerra fa parte delle nostre esistenze. E una carriera, una vocazione rispettata. Giovani uomini e donne intelligenti, svegli, scelgono questa via, si dedicano all'arte bellica come ai tempi di Nabucodònosor. E sempre stato così.
"Ma si tratta di una caratteristica innata nella specie umana? Io non credo. Nessun costume sociale è innato. Ci sono stati molti gruppi umani che non si sono mai dedicati alla guerra. Gli eschimesi non hanno mai compreso l'idea, e gli indiani d'America non l'hanno mai amata.
"Questi dissenzienti sono stati però sterminati, e si è creato uno schema culturale che è diventato lo standard per l'intero pianeta. Ormai è quasi un tratto innato.
"Ma se, in qualche momento della storia, fosse emersa e avesse preso il sopravvento un'altra prassi per risolvere i problemi? Qualcosa di diverso dalle stragi generalizzate e dal…"
— Qual è il suo piano? — chiese Kramer. — Conosco la teoria. Faceva parte di una delle sue lezioni.
— Sì. Era nascosta in una lezione sulla selezione genetica delle piante, se ricordo bene. Quando ti sei presentato da me con questa proposta, mi sono reso conto che forse la mia teoria poteva finalmente prendere vita. Se era esatta la mia deduzione che la guerra sia solo un costume sociale, non un istinto, una società costruita lontano da Terra, con un minimo di radici culturali, potrebbe svilupparsi in maniera diversa. Se non assorbisse i nostri pregiudizi, se cominciasse con altri punti di partenza, potrebbe non arrivare agli stessi esiti ai quali siamo arrivati noi: un vicolo cieco in cui ci attendono soltanto guerre sempre più grandi, finché rovina e distruzione non regneranno su tutto.
"Ovviamente, è necessario che all'inizio ci sia un Custode a guidare l'esperimento. Una crisi insorgerebbe al più presto, probabilmente alla seconda generazione. Caino si presenterebbe quasi immediatamente.
"Kramer, ho stimato che se resterò in stato di riposo per la maggior parte del tempo, su un piccolo pianeta o una luna, potrei riuscire a essere funzionante quasi per un centinaio d'anni. Questo periodo mi basterebbe. Sarebbe sufficiente per vedere quale direzione prenderà la nuova colonia. Dopo di che… Dopo di che, be', tutto sarà nelle mani della colonia.
"Il che va perfettamente bene, è ovvio. Prima o poi, l'uomo deve prendere il comando. Cento anni, e poi avranno il controllo del loro destino. Forse sbaglio, forse la guerra è più di un'abitudine sociale. Forse, è una legge dell'universo che gli esseri umani riescano a sopravvivere soltanto in gruppi creati dalla violenza di gruppo.
"Però andrò avanti. Correrò il rischio. Partirò dall'ipotesi che si tratti di un'abitudine, che la mia idea sia esatta, che l'assuefazione ci renda incapaci di capire che la guerra è una cosa molto innaturale. In quanto al posto… Ho prospettive molto vaghe. Dobbiamo ancora trovarlo, questo posto.
"E quello che stiamo facendo adesso. Tu e io studieremo qualche sistema al largo delle rotte più battute, pianeti dove le prospettive commerciali sono tanto misere da tenere lontane le navi terrestri. Conosco già un pianeta che potrebbe essere un buon punto d'inizio. Ne parlava la spedizione Fairchild nel rapporto originale. Potremmo controllare quello, per cominciare."
La nave si zittì.
Kramer rimase seduto per un po' in silenzio, fissando il pavimento metallico. Il pavimento pulsava al ritmo delle turbine. Alla fine, lui alzò la testa.
— Forse lei ha ragione. Forse i nostri punti di vista sono solo un'abitudine. — Si tirò in piedi. — Però mi chiedo… Non le è venuta in mente una cosa?
— Cioè?
— Se si tratta di un'abitudine così radicata, di un costume sociale che ha migliaia di anni, come riuscirà a indurre i suoi coloni a spezzare i legami? Come faranno a lasciarsi alle spalle Terra e i costumi terrestri? Cosa ne sarà di questa generazione, dei primi uomini, di quelli che fonderanno la colonia? Sì, io credo che lei abbia ragione. La prossima generazione potrebbe liberarsi di tutto questo, se ci fosse… — sorrise — un vecchio che insegni qualcosa di diverso.
Kramer alzò gli occhi sull'altoparlante. — Come convincerà la gente a lasciare Terra e venire con lei, se in base alla sua stessa teoria è impossibile salvare questa generazione, se tutto comincerà con la prossima?
L'altoparlante rimase muto. Poi emise un suono: una risatina fioca, chiocciante.
— Sono sorpreso di te, Philip. I coloni si possono trovare. Non ne occorrono molti. Ne basteranno pochi. — L'altoparlante ridacchiò di nuovo. — Ti presento la mia soluzione.
All'estremità del corridoio si aprì una porta. Ci fu un suono esitante. Kramer si girò.
— Dolores!
Dolores Kramer, incerta, scrutava la cabina di comando. Strizzò le palpebre, stupefatta. — Phil! Cosa ci fai qui? Cosa succede?
I due si fissarono.
— Cosa sta succedendo? — disse Dolores. — Mi hanno chiamata col videofono. Hanno detto che eri rimasto ferito in un'esplosione su Luna…
L'altoparlante gracchiò, prese vita. — Come vedi, Philip, il problema è già risolto. Non abbiamo bisogno di tanta gente. Potrebbe bastare anche una sola coppia.
Kramer annuì lentamente. — Vedo — mormorò a labbra strette. — Una sola coppia. Un uomo e una donna.
— Potrebbero farcela, se ci fosse qualcuno a controllare che tutto proceda a dovere. Io potrò aiutarvi in parecchie cose, Philip. Parecchie. Andremo perfettamente d'accordo, penso.
Kramer sorrise suo malgrado. — Potrebbe persino aiutarci a imporre i nomi agli animali — disse. — Per quanto ne so, è il primo passo.
— Sarò lieto di farlo — disse la voce impersonale, priva d'inflessioni. — Se ricordo bene, il mio compito sarà portarteli, a uno a uno. Poi tu potrai imporre i nomi.
— Non capisco — balbettò Dolores. — Cosa sta dicendo, Phil? Imporre i nomi agli animali? Quali animali? Dove stiamo andando?
Kramer raggiunse a passi lenti l'oblò e rimase a guardare fuori in silenzio, a braccia conserte. Davanti alla nave brillava una miriade di frammenti di luce, innumerevoli braci che ardevano nel vuoto oscuro. Stelle, soli, sistemi. Una distesa infinita. Un universo di mondi. Un'infinità di pianeti che li attendevano, che splendevano e ammiccavano dalle tenebre.
Girò le spalle all'oblò. — Dove stiamo andando? — Sorrise a sua moglie che lo guardava nervosa e spaventata, coi grandi occhi colmi d'allarme. — Non so dove stiamo andando — le disse. — Ma per qualche motivo, al momento la cosa non mi sembra importante… Comincio a capire il punto di vista del professore. È il risultato che conta.
E per la prima volta in molti mesi, prese fra le braccia Dolores. Dapprima lei si irrigidì. Nei suoi occhi c'erano ancora paura e nervosismo. Poi, all'improvviso, si rilassò contro il corpo del marito, e le lacrime scesero a inumidirle le guance.
— Phil… Credi davvero che possiamo ricominciare… Tu e io? Lui la baciò teneramente, poi con passione.
E l'astronave corse veloce nella sterminata eternità del vuoto, dove non esistono sentieri già tracciati…