Stories 93 / Random

Stories by philip kindred dick

la macchina salvamusica (italian)

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Doc Labyrinth si appoggiò all’indietro sulla sdraio da giardino, chiudendo tristemente gli occhi. Si tirò la coperta sulle ginocchia.
«Be’?» dissi. Stavo davanti al barbecue, a scaldarmi le mani. Era una giornata chiara e fredda. Il cielo soleggiato di Los Angeles era quasi privo di nuvole. Oltre la modesta casa di Labyrinth c’era una distesa leggermente ondulata di verde che arrivava fino alle montagne… una piccola foresta che dava l’illusione della natura selvaggia dentro i confini della città. «Allora, dimmi: la Macchina ha funzionato come avevi previsto?» chiesi ancora.
Labyrinth non rispose. Io mi voltai. Il vecchio aveva lo sguardo imbronciato fisso di fronte a sé, stava guardando un enorme scarafaggio color grigio spento che risaliva lentamente un lato della sua coperta. Lo scarafaggio saliva metodicamente, con il muso inespressivo nella sua dignità. Arrivò in cima e scomparve dall’altra parte. Di nuovo soli.
Labyrinth sospirò e mi guardò. «Oh, sì; ha funzionato anche troppo.»
Cercai con lo sguardo lo scarafaggio, ma era scomparso. Una leggera brezza spirò intorno a me, fredda e sottile nel crepuscolo morente del tardo pomeriggio. Mi avvicinai di più al barbecue.
«Raccontami» dissi.
Il dottor Labyrinth, come la maggior parte delle persone che leggono molto e che hanno molto tempo libero, si era convinto che la nostra civiltà stesse facendo la fine di Roma. Vedeva, almeno credo, le crepe in successione che avevano fatto crollare il mondo antico, il mondo della Grecia e di Roma; ed era convinto che entro breve tempo il nostro mondo, la nostra società, sarebbe scomparsa come la loro, e ne sarebbe seguito un periodo di oscurità.
Per cui Labyrinth aveva cominciato a riflettere su tutte le cose belle e leggiadre che si sarebbero perse nel rimescolamento delle società. Aveva pensato all’arte, alla letteratura, all’educazione, alla musica, a tutto ciò che sarebbe andato perduto. E gli sembrava che, di tutte queste cose grandi e nobili, la musica sarebbe stata la perdita più grave, la cosa che avremmo dimenticato per prima.
La musica è una delle cose più deperibili, fragili e delicate; una delle cose che si distruggono più facilmente.
Labyrinth era preoccupato da questo fatto, perché amava la musica, e perché odiava l’idea che un giorno non sarebbero più esistiti Brahms e Mozart, non sarebbe più esistita la gentile musica da camera che lui poteva associare come in un sogno a parrucche incipriate e inchini affettati, o alle lunghe candele che colavano nell’oscurità.
Che mondo arido e infelice sarebbe stato, senza musica! Come sarebbe stato polveroso e insopportabile.
Ecco come arrivò a concepire la Macchina salvamusica. Una sera, mentre sedeva in salotto nella sua comoda poltrona, il grammofono a basso volume, ebbe una visione. Percepì nella sua mente una strana immagine, l’ultimo spartito di un terzetto di Schubert, l’ultima copia, spiegazzata, piena di ditate, che giaceva sul pavimento di un qualche edificio distrutto, probabilmente un museo.
Un bombardiere stava sorvolando la zona. Le bombe cadevano a grappoli, riducendo il museo in rovine, facendo crollare i muri in un rombo di macerie e gesso. Così, tra i detriti, scompariva l’ultimo spartito, perso tra i rifiuti, a marcire e ammuffire.
Poi, nella visione di Doc Labyrinth, si vedeva lo spartito che sbucava fuori dal terreno, come una specie di talpa nascosta sottoterra. Veloce come una talpa, in effetti, con artigli e zanne aguzze e una furiosa energia.
Come sarebbe stato diverso se la musica avesse avuto quella facoltà, l’ordinario, quotidiano istinto di sopravvivenza tipico di ogni verme e di ogni talpa! Se si fosse riuscito a trasformare la musica in creature viventi, animali con zanne e artigli, allora la musica sarebbe sopravvissuta. Se solo si fosse potuto costruire una Macchina, una Macchina che trasformasse gli spartiti musicali in forme viventi!
Ma Doc Labyrinth non era un meccanico. Fece alcuni schizzi di prova e li spedì pieno di speranza ai laboratori di ricerca. Gran parte dei laboratori erano troppo impegnati con le commesse di guerra, naturalmente, ma alla fine trovò le persone che facevano al caso suo. A una piccola università del Middle West piacquero molto i suoi progetti, e furono felici di iniziare subito a lavorare alla Macchina.
Passarono delle settimane. Infine Labyrinth ricevette un avviso dall’università. La Macchina stava venendo bene; in effetti era quasi finita. L’avevano messa alla prova, inserendovi un paio di canzoni popolari. I risultati? Ne erano venuti fuori due piccoli animali simili a topi, che si erano messi a scorrazzare per il laboratorio fino a quando il gatto non li aveva acchiappati e se li era mangiati. Ma la Macchina era stata un successo.
Gli venne spedita subito dopo, impacchettata con cura in una cassa di legno, legata e completamente assicurata. Era molto eccitato mentre si metteva al lavoro, rimuovendo le assicelle. Chissà quante vaghe nozioni gli saranno passate per la mente mentre regolava i comandi e si preparava alla prima trasformazione. Aveva selezionato uno spartito di inestimabile valore, tanto per cominciare: lo spartito del Quintetto in sol minore di Mozart. Per un po’ stette a sfogliarne le pagine, perso nei suoi pensieri, la mente assente. Alla fine lo portò alla Macchina e ve lo inserì.
Passò un po’ di tempo. Labyrinth stava di fronte alla Macchina, aspettando nervosamente, apprensivo e non molto sicuro di cosa avrebbe visto nel momento in cui avesse aperto lo sportello. Aveva l’impressione di compiere un’opera bella e tragica, salvando la musica dei grandi compositori per l’eternità. Come avrebbe potuto l’umanità ringraziarlo? Cosa avrebbe scoperto? Che forma avrebbe assunto la musica prima che tutto fosse finito?
C’erano tante domande ancora senza risposta. Mentre meditava, la luce rossa della Macchina stava lampeggiando. Il processo era concluso, la trasformazione si era già verificata. Aprì lo sportello.
«Buon Dio!» disse. «È molto strano.»
Ne uscì fuori non un animale qualsiasi, ma un uccello. L’uccello-mozart era bello, piccolo e snello, con il piumaggio fluente di un pavone. Corse un po’ attraverso la stanza, poi ritornò da lui, curioso e amichevole. Tremando, Doc Labyrinth si piegò, tendendo le mani. L’uccello-mozart si avvicinò. Poi, all’improvviso, si sollevò in aria.
«Straordinario» mormorò Labyrinth. Richiamò l’uccello gentilmente, pazientemente, e alla fine quello svolazzò da lui. Lo accarezzò a lungo, pensando. Come sarebbero stati gli altri? Non riusciva a immaginarlo. Prese l’uccello-mozart con cura e lo mise in una scatola.
Fu ancora più sorpreso il giorno dopo quando venne fuori lo scarafaggio-beethoven, severo e pieno di dignità. Era lo stesso scarafaggio che avevo visto io, mentre saliva sulla coperta rossa, intento e completamente assorto in qualche sua faccenda tutta particolare.
Subito dopo, venne l’animale-schubert. L’animale-schubert era stupido, una creatura adolescente simile a una pecora che correva di qua e di là, sciocco e giocherellone. A quel punto Labyrinth si sedette e cominciò a pensare seriamente.
Quali erano i fattori di sopravvivenza? Forse una morbida piuma era meglio di un artiglio, meglio di una zanna aguzza? Labyrinth era sconcertato. Si aspettava un esercito di forti creature simili a tassi, fornite di artigli e scaglie, che scavavano, combattevano, pronti a rosicchiare e colpire. Stava ottenendo i risultati più appropriati? Eppure chi poteva dire cosa fosse più utile per la sopravvivenza? I dinosauri erano ben armati, ma non ne era rimasto neanche uno. In ogni caso, ormai la Macchina era stata costruita; era troppo tardi per tornare indietro.
Labyrinth continuò il suo lavoro, inserendo gli spartiti di molti compositori nella Macchina salvamusica, uno dopo l’altro, finché i boschi dietro casa sua furono pieni di cose striscianti, gementi, che strillavano e rumoreggiavano nella notte. Ne vennero fuori molte cose strane, creazioni che lo spaventarono e lo lasciarono stupefatto. L’insetto-brahms aveva molte zampine che si estendevano in ogni direzione, un vasto centopiedi a forma di piatto. Era basso e schiacciato, con un rivestimento uniforme di pelliccia. All’insetto-brahms piaceva stare per conto suo, e uscì subito, cercando in tutti i modi di evitare l’animale-wagner, venuto fuori subito dopo.
L’animale-wagner era grande e chiazzato di colori intensi. Sembrava che avesse un brutto carattere, e Doc Labyrinth ne aveva un po’ paura, così come le cimici-bach, rotonde creature simili a palle, un intero branco, alcune grandi, altre piccole, che erano state ottenute inserendo i quarantotto preludi e fughe. E c’era l’uccello-stravinskij, fatto di curiosi pezzetti e frammenti, e molti altri ancora.
Per cui li lasciò andare, fuori nei boschi, e si dispersero, svolazzando, rotolando e saltando meglio che potevano. Ma un senso di fallimento già aleggiava su di lui. Ogni volta che una creatura veniva fuori, Labyrinth ne era meravigliato; sembrava che non potesse affatto controllare i risultati. La faccenda gli era sfuggita di mano, a causa di qualche potente legge invisibile che aveva insidiosamente preso il sopravvento, e questo lo preoccupava molto. Le creature si stavano modificando, stavano cambiando di fronte a una profonda forza impersonale, una forza che Labyrinth non riusciva a vedere né a comprendere. E di cui aveva paura.
Labyrinth smise di parlare. Aspettai un po’ ma sembrava proprio che avesse finito. Lo guardai in volto. Il vecchio mi stava fissando con una strana espressione implorante.
«Non ho saputo più niente» disse. «È molto tempo che non ci torno, là nei boschi. Ho paura. So che sta succedendo qualcosa, ma…»
«Perché non andiamo insieme a dare un’occhiata?»
Sorrise sollevato. «Verresti anche tu, davvero? Speravo che mi facessi questa proposta. Questa faccenda mi fa sentire sempre più depresso.» Tirò via la coperta e si alzò in piedi, ripulendosi. «Allora andiamo.»
Camminammo intorno alla casa e lungo uno stretto sentiero, nei boschi. Tutto era selvaggio e caotico, le piante erano troppo cresciute e intricate, un mare di verde trascurato e disordinato. Doc Labyrinth procedeva per primo, scansando i rami che ostruivano il sentiero, piegandosi e dimenandosi per proseguire.
«È un posto particolare» osservai. Ci facemmo strada per un po’. I boschi erano umidi e oscuri; era quasi il tramonto, e una leggera nebbiolina stava scendendo su di noi, filtrando tra le foglie degli alberi.
«Qui non viene mai nessuno.» A quel punto Doc si fermò improvvisamente, guardandosi intorno. «Forse sarebbe meglio andare a prendere il fucile. Non voglio che accada qualcosa di brutto.»
«Sembri sicuro del fatto che la cosa ti sia sfuggita di mano» dissi io accostandomi a lui. «Forse la situazione non è così nera come pensi.»
Labyrinth si guardò intorno. Scansò qualche arbusto con il piede. «Sono tutti intorno a noi, ovunque, e ci stanno guardando. Non lo senti?»
Annuii senza pensarci. «Cos’è questo?» Alzai un pesante ramo fradicio, su cui erano cresciuti dei funghi. Scansai il ramo. Lì disteso c’era un mucchietto, senza forma e indistinto, mezzo sepolto nel terreno soffice.
«Cos’è?» dissi di nuovo. Labyrinth guardò in basso, con il volto teso e sconsolato. Cominciò a colpire il mucchietto senza uno scopo apparente. Mi sentivo a disagio. «Per l’amor del cielo, che cos’è?» chiesi. «Lo sai?»
Labyrinth alzò lentamente lo sguardo verso di me. «È l’animale-schubert» mormorò. «O almeno lo era. Non ne è rimasto molto, ormai.»
L’animale-schubert… era quello che aveva corso e saltato come un cucciolo, sciocco e giocherellone. Mi chinai a guardare quel mucchietto, togliendo alcune foglie e rametti. Era morto stecchito. Aveva la bocca aperta, il corpo era stato squartato. Formiche e parassiti ci stavano già lavorando, senza sosta. Cominciava a puzzare.
«Ma cosa è successo?» si chiese Labyrinth. Scosse la testa. «Cosa può averlo ucciso?»
Si sentì un rumore. Ci girammo di scatto.
Per un attimo non vedemmo nulla. Poi un cespuglio si mosse, e per la prima volta riuscimmo a distinguere la sua forma. Probabilmente era rimasto tutto quel tempo in piedi a guardarci. La creatura era immensa, magra e allungata, con occhi luminosi e intensi. A me sembrava una specie di coyote, ma molto più pesante. La sua pelliccia era folta e incolta, la bocca parzialmente aperta mentre ci guardava in silenzio, studiandoci come se fosse meravigliato di trovarci lì.
«L’animale-wagner» disse Labyrinth con voce roca. «Ma è cambiato. È cambiato. Lo riconosco appena.»
La creatura annusò l’aria, il pelo era arruffato. Improvvisamente si voltò e se ne andò tra le ombre, e un momento dopo era scomparsa.
Rimanemmo lì per un po’, senza dire nulla. Alla fine Labyrinth si mosse. «Ecco cosa è successo» disse. «È quasi incredibile. Ma perché? Cosa…»
«Adattamento» spiegai. «Quando cacci di casa un comune gatto domestico, diventa selvatico. Lo stesso quando mandi via un cane.»
«Sì» annuì lui. «Un cane ridiventa un lupo, per sopravvivere. La legge della foresta. Avrei dovuto prevederlo. Si applica a qualunque cosa.»
Guardai il cadaverino che giaceva sul terreno, e poi i cespugli silenziosi tutto intorno. Adattamento… o forse qualcosa di peggio. Mi stava venendo una certa idea, ma non dissi nulla, non subito.
«Vorrei vederne altri» dissi. «Qualcuno degli altri. Cerchiamo ancora qui intorno.»
Lui fu d’accordo con me. Cominciammo a cercare lentamente attraverso le pianticelle e le erbacce, scansando i rami e il fogliame per farci strada. Trovai un bastone, ma Labyrinth si mise carponi, in cerca di qualcosa, guardando il terreno molto da vicino.
«Anche i bambini diventano bestie» dissi. «Ricordi il bambino-lupo dell’India? Nessuno riusciva a credere che fosse stato un bambino normale.»
Labyrinth annuì. Era infelice, e non era difficile capire perché. Si era sbagliato, la sua idea originale era un errore, e stava cominciando a comprenderne le conseguenze. La musica sarebbe sopravvissuta sotto forma di creature viventi, ma aveva dimenticato la lezione del Giardino dell’Eden: una volta che una cosa è stata creata, comincia a condurre un’esistenza tutta sua, e pertanto cessa di essere proprietà del suo creatore, da modellare e dirigere come lui vuole. Dio, guardando lo sviluppo dell’uomo, avrà provato la stessa tristezza – e la stessa umiliazione – di Labyrinth: vedere le sue creature adattarsi e cambiare in base alle leggi della sopravvivenza.
Che le sue creature musicali dovessero sopravvivere poteva non significare nulla per lui, non più, perché il motivo stesso per cui le aveva create, l’abbrutimento delle cose belle, stava accadendo a loro, di fronte ai suoi occhi. Doc Labyrinth mi guardò all’improvviso, il volto pieno di disperazione. Certo, aveva assicurato la loro sopravvivenza, ma nel farlo aveva cancellato ogni significato, ogni valore. Cercai di sorridergli, ma lui subito distolse lo sguardo.
«Non ti preoccupare per questo» dissi. «Non è stato un grosso cambiamento per l’animale-wagner. Non era forse fatto così, rude e bizzoso? Non era forse incline alla violenza…»
Mi interruppi. Doc Labyrinth fece un balzo all’indietro, ritirando di scatto la mano dall’erba. Si afferrò il polso, tremando per il dolore.
«Cos’è?» dissi io raggiungendolo immediatamente. Tremando, mi mostrò la piccola, vecchia mano. «Cos’è? Cosa è successo?»
Girai la mano. Su tutto il dorso c’erano dei segni, tagli rossi che si stavano gonfiando mentre li guardavo. Era stato punto, punto o morso da qualcosa che si trovava fra l’erba. Guardai in basso, schiacciando l’erba con il piede.
Ci fu un movimento. Una piccola pallina dorata rotolò via velocemente, verso i cespugli. Era coperta di spine come una pianta di ortica.
«Prendila, presto!» urlò Labyrinth.
La seguii, tenendo il fazzoletto, cercando di evitare le spine. La pallina rotolò freneticamente, cercando di scappare, ma finalmente riuscii a intrappolarla con il fazzoletto.
Labyrinth guardò il fazzoletto che si agitava mentre io restavo in piedi. «Quasi non ci credo» disse lui. «È meglio che torniamo a casa.»
«Cos’è?»
«Una delle cimici-bach. Ma è cambiata…»
Ci facemmo strada lungo il sentiero, verso la casa, quasi a tentoni nell’oscurità. Io procedevo per primo, scansando i rami, e Labyrinth mi veniva dietro. Era corrucciato e chiuso nei suoi pensieri, e ogni tanto si grattava la mano.
Entrammo nel cortile della casa e salimmo i gradini dell’entrata secondaria, sotto il porticato. Labyrinth aprì la porta ed entrò in cucina. Accese la luce e corse al lavandino per sciacquarsi la mano.
Presi un barattolo vuoto per la frutta sciroppata dalla credenza e con ogni precauzione ci misi dentro la cimice-bach. La pallina dorata cominciò a rotolare stizzosa dentro il barattolo mentre io chiudevo ben bene il coperchio. Sedetti al tavolo. Nessuno di noi disse una parola; Labyrinth stava al lavandino e faceva scorrere l’acqua fredda sopra la mano ferita, io ero al tavolo e guardavo con un certo disagio la palla dorata nel barattolo della frutta, che cercava di fuggire in qualche modo.
«Allora?» dissi io infine.
«Non ci sono dubbi.» Labyrinth venne a sedersi di fronte a me. «Si è verificata una qualche metamorfosi. La cimice non aveva certo spine avvelenate all’inizio. Sai, è una buona cosa che io abbia interpretato con scrupolo il mio ruolo di Noè.»
«Cosa vuoi dire?»
«Li ho creati tutti neutri. Non si possono riprodurre. Non ci sarà una seconda generazione. Quando questi moriranno, sarà la fine.»
«Sono contento che tu ci abbia pensato.»
«Mi chiedo… mi chiedo che musica produrrebbe, ora, trasformata in questo modo» mormorò Labyrinth.
«Cosa?»
«La palla, la cimice-bach. È questo il vero test, giusto? Potrei reinserirla nella Macchina. Potremmo verificare. Vuoi fare la prova?»
«Decidi tu, Doc» risposi. «Dipende da te. Ma non sperarci troppo.»
Prese con cura il barattolo della frutta e andammo al piano di sotto, scendendo le ripide scale fino in cantina. Vidi un’immensa colonna di metallo che si innalzava in un angolo, vicino ai lavatoi. Provai una strana sensazione. Era la Macchina salvamusica.
«Allora è questa la Macchina» dissi.
«Si, è questa.» Labyrinth girò le manopole di accensione e impiegò qualche minuto a regolarle. Infine prese il barattolo e lo tenne sopra lo sportello. Tolse con cautela il coperchio, e la cimice-bach cadde riluttante dal barattolo nella Macchina. Labyrinth, dopo che fu caduta, chiuse lo sportello.
«Ecco» disse. Manovrò i comandi e la Macchina cominciò a funzionare. Labyrinth incrociò le braccia e aspettammo il risultato. Fuori era sopraggiunta la notte, che aveva spento la luce, l’aveva cancellata dall’esistenza. Infine, un indicatore sul davanti della Macchina risplendette di luce rossa. Doc girò la manopola su off e rimanemmo in silenzio. Nessuno dei due se la sentiva di aprire.
«Allora?» dissi alla fine. «Chi guarda per primo?»
Labyrinth si scosse. Spinse di lato lo sportello e infilò una mano dentro la Macchina. Le sue dita ne uscirono tenendo un foglio sottile, uno spartito musicale, che passò a me. «Questo è il risultato» disse. «Possiamo andare di sopra e suonarlo.»
Tornammo nella stanza della musica. Labyrinth sedette al pianoforte a coda e io gli ridiedi lo spartito. Lo aprì e lo studiò un momento, con il volto vuoto, senza espressione. Poi cominciò a suonare.
Ascoltai la musica. Era terribile. Non avevo mai sentito una cosa così terribile. Era distorta, diabolica, senza senso o significato, tranne forse un senso alieno e sconcertante che non avrebbe mai dovuto esserci. Solo facendo un grande sforzo si riusciva a credere che una volta fosse stata una Fuga di Bach, parte di un’opera ordinatissima e rispettata.
«Non c’è speranza» disse Labyrinth. Si alzò in piedi, prese in mano lo spartito, e lo fece a pezzetti.
Mentre facevamo il sentiero a ritroso verso la mia auto, esclamai: «Suppongo che la lotta per la sopravvivenza sia più forte di ogni ethos umano. Fa sembrare la nostra preziosa morale e le nostre preziose maniere in qualche misura irrilevanti».
Labyrinth ne convenne. «Allora forse non si può fare nulla per salvare quelle maniere e quella morale.»
«Solo il tempo potrà dirlo. Anche se questo metodo è fallito, qualcun altro potrebbe funzionare, un giorno o l’altro potrebbe venirne fuori qualcosa che al momento non possiamo prevedere o predire.»
Gli augurai la buonanotte e salii sull’auto. Era buio pesto; la notte era calata completamente. Accesi i fari e cominciai a percorrere la strada, guidando nell’oscurità più totale. Non c’erano altre automobili in vista, da nessuna parte. Ero solo, e sentivo molto freddo.
Mi fermai all’incrocio, rallentando per scalare la marcia. Qualcosa si mosse improvvisamente al bordo della strada, qualcosa che si trovava alla base di un enorme sicomoro, nell’oscurità. Mi sforzai di guardare, cercando di distinguere che cosa fosse.
Alla base del sicomoro, un enorme scarafaggio color grigio spento stava costruendo qualcosa, mettendo un po’ di fango su una strana, goffa struttura. Guardai lo scarafaggio per un po’, sbigottito e curioso, finché alla fine mi notò e si fermò. Lo scarafaggio si volse di scatto ed entrò nella sua dimora, sbattendo la porta dietro di sé.
Io proseguii per la mia strada.