Stories 93 / Random

Stories by philip kindred dick

la barca (italian)

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— E.J. Elwood! — disse Liz, con voce ansiosa. — Tu non ascolti una parola di quello che diciamo. E non mangi niente. Ma che diavolo ti prende? A volte, proprio non ti capisco.
Per molto tempo non ci fu risposta. Ernest Elwood continuò a tenere lo sguardo puntato oltre i suoi familiari, a scrutare il buio dietro la finestra, quasi sentisse qualcosa che loro non potevano udire. Alla fine sospirò e si tirò su sulla sedia. Parve che volesse dire qualcosa. Poi, invece, urtò col gomito la tazza del caffè e si girò di scatto ad afferrarla, asciugando il caffè che era colato dall'orlo.
— Scusa — mormorò. — Cosa stavi dicendo?
— Mangia, tesoro — rispose sua moglie. Mentre parlava, lanciò un'occhiata ai due ragazzi, per vedere se anche loro avessero smesso di mangiare. — Sai, ho lavorato parecchio per preparare la cena. — Bob, il figlio maggiore, aveva continuato a mangiare. Tagliava il fegato al bacon in minuscoli pezzettini. Però il piccolo Toddy aveva messo giù forchetta e coltello contemporaneamente a E.J., e adesso anche lui, in silenzio, fissava il piatto.
— Visto? — disse Liz. —Tu non dai il buon esempio ai ragazzi. Mangia. La tua roba si sta raffreddando. Non vorrai mangiare fegato freddo, per caso? Non c'è niente di peggio del fegato freddo, e poi si indurirà tutto il grasso del bacon. Il grasso freddo è la cosa più difficile da digerire al mondo. Specialmente il grasso di agnello. Dicono che tanta gente non riesca affatto a mangiare il grasso d'agnello. Tesoro, mangia, per favore.
Elwood annuì. Prese in mano la forchetta, raccolse un po' di piselli e patate, e li portò alla bocca. Il piccolo Toddy lo imitò, serio e pensieroso: una versione in miniatura di suo padre.
— Ehi — disse Bob — oggi a scuola abbiamo fatto un'esercitazione per l'esplosione di una bomba atomica. Ci siamo sdraiati sotto i banchi.
— Davvero? — disse Liz.
— Però il signor Pearson, l'insegnante di scienze, dice che se sganceranno una bomba atomica verrà distrutta l'intera città, quindi non capisco a cosa possa servire nascondersi sotto il banco. Secondo me non si rendono conto dei progressi che ha fatto la scienza. Adesso ci sono bombe capaci di distruggere tutto per chilometri e chilometri, senza lasciare in piedi niente.
— La sai lunga — borbottò Toddy.
— Chiudi il becco.
— Ragazzi… — disse Liz.
— È vero — dichiarò Bob. — Un tìzio che conosco è nella riserva dei marines e dice che hanno nuove bombe capaci di distruggere i raccolti di grano e avvelenare le riserve d'acqua. È un particolare tipo di cristallo.
— Dio del cielo — disse Liz.
— Non avevano cose del genere, nell'ultima guerra. La bomba atomica è arrivata quasi alla fine, e non c'è stata la possibilità di usarla su larga scala. — Bob si girò verso il padre. — Papà, non è vero? Ci scommetto che quando eri nell'esercito non avevate nessuna di quelle…
Elwood buttò giù la forchetta. Spinse indietro la sedia e si alzò. Liz lo fissò stupefatta, con la tazza di caffè a mezza strada dalle labbra. Bob restò a bocca aperta, e non completò la frase. Il piccolo Toddy non disse niente.
— Tesoro, cosa c'è? — chiese Liz.
— Ci vediamo dopo.
Rimasero a guardarlo esterrefatti mentre lui usciva dalla sala da pranzo. Lo sentirono andare in cucina e aprire la porta sul retro. Un attimo dopo, la porta sbatté alle sue spalle.
— È uscito — disse Bob. — Mamma, è sempre stato così? Perché fa tante cose strane? Non sarà una psicosi di guerra che si è preso alle Filippine, eh? Ai tempi della prima guerra mondiale parlavano di shock da esplosione, ma adesso sanno che è una forma di psicosi. È qualcosa del genere?
— Mangia la cena — disse Liz. Aveva le guance rosso fiamma per la rabbia. Scosse la testa. — Accidenti a quell'uomo. Proprio non riesco a immaginare…
I ragazzi mangiarono la cena.
Il prato era buio. Il sole era tramontato, e l'aria era fresca e frizzante, costellata di puntolini danzanti che erano gli insetti notturni. Nel prato accanto, Joe Hunt stava lavorando. Raccoglieva le foglie cadute sotto il suo ciliegio. Fece un cenno di saluto a Elwood.
Elwood percorse lentamente il sentiero. Attraversò il prato, diretto al garage. Si fermò, con le mani in tasca. A fianco del garage torreggiava un'immensa forma bianca, una grande ombra chiara nel buio della sera. Elwood la guardò, e uno strano calore si accese in lui. Una sensazione bizzarra; qualcosa di simile all'orgoglio, con una punta di piacere, e molta eccitazione. Guardare la barca lo rendeva sempre eccitato. Sin dall'inizio aveva sentito l'improvviso accelerare del cuore, il tremito delle mani, il sudore sul viso.
La sua barca. Sorrise e riprese ad avanzare. Tese una mano, diede un colpo alla fiancata robusta. Che bella barca, davvero splendida. Quasi finita. Gli era costata un mucchio di lavoro, e di tempo. I pomeriggi sottratti all'ufficio, le domeniche; a volte aveva lavorato anche la mattina presto, prima di andare in ufficio.
Le prime ore del mattino erano il momento migliore, col sole che splendeva chiaro e l'aria fresca, profumata, e tutto quanto lucido di rugiada. Era il periodo che preferiva, e poi non c'era nessuno a infastidirlo e fargli domande. Diede un'altra pacca alla fiancata. Tanto, tanto lavoro, e tanti materiali, certo. Legname e chiodi; segare e dare colpi di martello e curvare le assi. Certo, lo aveva aiutato Toddy. Di sicuro non ci sarebbe mai riuscito, da solo; su quello non c'era dubbio. Se Toddy non avesse tracciato le righe sulle assi e…
— Ehi — disse Joe Hunt.
Elwood sobbalzò, si girò. Joe, appoggiato allo steccato divisorio, lo guardava. — Scusa — gli disse Elwood. — Cosa hai detto?
— La tua mente era lontana un milione di chilometri — disse Hunt. Aspirò una boccata dal sigaro. — Bella serata.
— Sì.
— Ti sei costruito una barca notevole, Elwood.
— Grazie — mormorò Elwood. Poi si incamminò. Tornò indietro verso casa. — Buonanotte, Joe.
— Da quant'è che lavori a quella barca? — rifletté ad alta voce Hunt. — Mi pare un anno in tutto, no? Dodici mesi circa. Certo che ti è costata tempo e sforzi. Tutte le volte che ti vedo, o trasporti legname, o seghi e pianti chiodi.
Elwood annuì. Continuò a camminare verso la porta.
— Hai messo al lavoro anche i tuoi figli. Per lo meno il piccolo. Sì, è una barca notevole. — Hunt fece una pausa. — A giudicare dalle dimensioni, ti farai un bel viaggio. Dov'è che hai detto che vuoi andare? L'ho dimenticato.
Ci fu silenzio.
— Non ti sento, Elwood — disse Hunt. — Parla. Con una barca così grossa devi…
— Piantala.
Hunt rise. — Cosa ti prende, Elwood? Mi sto solo divertendo a prenderti un po' in giro. Ma parlando sul serio, dove andrai con quella? La rimorchierai alla spiaggia e la metterai in acqua? Conosco un tizio che ha una barchetta. La sistema su un rimorchio che poi aggancia all'automobile. Fa un salto al porto tutte le settimane o giù di lì. Ma mio Dio, una cosa così grande non la puoi mettere su un rimorchio. Sai, ho sentito parlare di uno che ha costruito una barca in cantina. Be', dopo un po' ha finito, e lo sai cosa ha scoperto? Ha scoperto che la barca era così grande che quando ha cercato di farla uscire dalla porta…
Liz Elwood apparve sulla soglia della casa. Accese la luce in cucina e spalancò la porta. Si avviò sull'erba, a braccia conserte.
— Buonasera, signora Elwood — disse Hunt, toccandosi il cappello. — Bella serata.
— Buonasera. — Liz si fermò davanti a E.J. — Per amor del cielo, torni dentro o no? — La voce era bassa, dura.
— Certo. — Irrequieto, Elwood raggiunse la porta. — Arrivo. Buonanotte, Joe.
— Buonanotte — rispose Hunt. Guardò i due rientrare. La porta si chiuse, la luce si spense. Hunt scosse la testa. — Strano tipo — mormorò. — E diventa sempre più strano di giorno in giorno. Come se vivesse in un altro mondo. Lui e la sua barca!
Tornò in casa.
— Aveva solo diciotto anni — disse Jack Fredericks — però sapeva già tutto. Tutto.
— Le ragazze del sud sono fatte così — disse Charlie. — Sono come dei frutti morbidi e maturi. Pieni.
— C'è una frase simile in Hemingway — disse Ann Pike. — Non ricordo esattamente dove. Paragona una…
— Ma il loro modo di parlare — disse Charlie. — Chi sopporta il modo di parlare delle ragazze del sud?
— Cosa c'è che non va nel loro modo di parlare? — chiese Jack. — Hanno una pronuncia diversa dalla nostra, ma ci si abitua.
— Perché non possono parlare nel modo giusto?
— Come sarebbe a dire?
— Parlano come… gente di colore.
— È perché anche loro vengono dalla stessa regione — disse Ann.
— Mi stai dicendo che quella ragazza era di colore? — domandò Jack.
— No. Ovvio che no. Finisci la tua torta. — Charlie guardò l'orologio.
— Quasi l'una. Dobbiamo tornare in ufficio.
— Non ho ancora finito di mangiare—disse Jack.—Aspettate un attimo!
— Sai, un sacco di gente di colore si sta trasferendo nella mia zona — disse Ann. — Davanti a una casa a un isolato da me, c'è un cartello di un'agenzia immobiliare. // nostro benvenuto a tutte le razze. Mi è quasi venuto l'infarto quando l'ho visto.
— Cosa hai fatto?
— Niente. Cosa posso fare?
— Se lavori per il governo, ti possono mettere a fianco un uomo di colore o un cinese — disse Jack — e non puoi farci niente.
— A parte licenziarti.
— E una violazione del diritto al lavoro — disse Clarke. — Come si fa a lavorare in condizioni simili? Rispondimi.
— Ci sono troppi socialistoidi nel governo — disse Jack. — Ecco perché si sono messi ad assumere gente per posti governativi senza fare caso a quale razza appartengano. Hanno cominciato ai tempi del Work Progress, con Harry Hopkins.
— Lo sai dov'è nato Harry Hopkins? — disse Ann. — In Russia.
— Quello era Sidney Hillman — disse Jack.
— Ah, è sempre la stessa minestra — disse Charlie. — Dovrebbero rispedirli tutti quanti a casa.
Ann, incuriosita, guardò Ernest Elwood. Se ne stava seduto a leggere il giornale senza dire una parola. La tavola calda vibrava di vita e suoni. Tutti mangiavano e parlavano, andavano e venivano.
— E.J., stai bene? — chiese Ann.
— Sì.
— Sta leggendo le gesta dei White Socks — disse Charlie. — Ha quell'espressione intensa. Ehi, l'altra sera ho portato i miei ragazzi alla partita e…
— Forza. — Jack si alzò. — Dobbiamo rientrare.
Si alzarono tutti. Elwood, in silenzio, ripiegò il giornale, lo infilò in tasca.
— Oggi non parli molto — gli disse Charlie, mentre si incamminavano. Elwood alzò gli occhi.
— Mi spiace.
— Volevo chiederti una cosa. Ci vediamo a casa mia sabato sera, per una partitina? È un sacco di tempo che non giochi più con noi.
— Non invitarlo — disse Jack, mentre pagava il conto alla cassa. — Vuole sempre giocare a cose strane come ramino, rubamazzo, scopa…
— Ah, per me c'è solo il poker — disse Charlie, — E dai, Elwood. Più siamo, più ci divertiamo. Ti bevi un paio di birre, fai quattro chiacchiere, e stai alla larga dalla moglie, eh? — Sorrise.
— Uno di questi giorni mettiamo in piedi una festicciola come Dio comanda — disse Jack, intascando il resto. Strizzò l'occhio a Elwood. — Hai presente? Raccattiamo qualche pollastra, organizziamo uno spettacolino… — Fece un gesto esplicito.
Elwood si scostò. — Magari. Ci penserò su. — Pagò. Poi uscì sul marciapiede, sotto il sole. Gli altri erano ancora dentro. Aspettavano Ann, che era andata a incipriarsi.
All'improvviso, Elwood girò sui tacchi e si incamminò, allontanandosi dalla tavola calda. Girò in fretta l'angolo e si trovò in Cedar Street, davanti a un negozio di televisori. La gente in giro per spese e gli impiegati usciti per l'intervallo di pranzo gli si accalcavano attorno, ridendo e parlando. I frammenti delle loro conversazioni si alzavano e si abbassavano come onde marine. Elwood si avvicinò all'ingresso del negozio e si fermò sotto il portone, con le mani in tasca, come se dovesse sfuggire alla pioggia.
Che diavolo gli aveva preso? Forse era il caso di farsi vedere da un medico. I rumori, la gente… Tutto gli dava fastidio. Rumori e movimenti dappertutto. La notte non dormiva abbastanza. Forse era un problema di dieta. E lavorava come un ossesso alla barca. Quando andava a letto, era esausto. Si passò una mano sulla fronte. Rumori, gente che parlava, che gli correva attorno; un fiume sterminato di persone fra strade e negozi.
Nella vetrina del negozio, un grosso televisore si accese e cominciò a trasmettere un programma muto, una cascata di immagini. Elwood guardò passivamente. Una donna in calzamaglia stava eseguendo esercizi d'acrobazia: prima una serie di spaccate, poi capriole e salti mortali. Camminò sulle mani per un attimo, sorridendo agli spettatori, agitando nell'aria le gambe. Quando uscì di scena, apparve un uomo vestito di colori sgargianti, con un cane.
Elwood guardò l'orologio. L'una meno cinque. Aveva cinque minuti per tornare in ufficio. Fece qualche passo sul marciapiede e guardò dietro l'angolo. Ann e Charlie e Jack non si vedevano. Se n'erano andati senza lui. Elwood passeggiò davanti alle vetrine, le mani in tasca. Si fermò un istante davanti al negozio di articoli economici, a scrutare i mulinelli di donne che si accalcavano attorno ai banchi della bigiotteria, che toccavano gli articoli, li prendevano in mano, li studiavano. Nella vetrina di una drogheria fissò la pubblicità di un prodotto per i piedi degli sportivi, una polvere che veniva spruzzata su piedi acciaccati e piagati. Attraversò la strada.
Sul lato opposto si fermò a guardare la vetrina di un negozio d'abbigliamento femminile: gonne e camicette e maglioni di lana. In una fotografia a colori, una donna vestita con eleganza si slacciava la blusa per mostrare al mondo il suo splendido reggiseno. Elwood proseguì. La vetrina successiva esponeva valigie, borse, bauli.
Valigie. Si fermò, accigliato. Qualcosa passò nella sua mente, un'idea vaga, troppo nebulosa per poterla afferrare. All'improvviso, avvertì un profondo senso d'urgenza. Guardò l'orologio. L'una e dieci. Era in ritardo. Corse all'angolo e aspettò, impaziente, che il semaforo passasse al verde. Una manciata di uomini e donne lo sfiorarono. Stavano correndo per prendere l'autobus che arrivava. Elwood scrutò l'autobus. Il bus si fermò, spalancò le portiere. La gente salì di corsa. Elwood scattò avanti con un balzo e appoggiò il piede sul gradino del bus. La portiera si chiuse alle sue spalle mentre lui frugava in tasca, in cerca di moneta.
Poi andò a sedersi, a fianco di un'immensa vecchia con un bambino in grembo. Elwood restò immobile, con le mani in mano, lo sguardo fisso in avanti. L'autobus ripartì, diretto verso la zona residenziale della città.
Quando arrivò a casa, non c'era nessuno. La casa era buia e fredda. Andò in camera da letto e prese dall'armadio i suoi abiti da lavoro. Si stava avviando verso il prato quando Liz apparve sul sentiero d'accesso alla casa, con le braccia cariche di sacchetti.
— E.J.! — esclamò Liz. — Cosa c'è? Perché sei a casa?
— Non lo so. Mi sono preso il pomeriggio libero. Va tutto bene.
Liz depositò i sacchetti sullo steccato. — Per amor del cielo — disse, irritata. — Mi hai spaventata. — Fissò il marito con aria severa. — Ti sei preso il pomeriggio libero.
— Sì.
— Quante volte lo hai fatto, quest'anno? Quanti giorni di ferie hai preso, in totale?
— Non lo so.
— Non lo sai? Be', te ne restano ancora?
— Di cosa?
Liz lo fulminò con lo sguardo. Poi raccolse i sacchetti ed entrò in casa, sbattendo la porta. Elwood aggrottò la fronte. Qual era il problema? Andò al garage e cominciò a portare legname e utensili sul prato, vicino alla barca.
La scrutò. Era quadrata, grande e quadrata, come una gigantesca cassa d'imballaggio. Dio, com'era solida. L' aveva riempita di travi di rinforzo. C'era una cabina coperta con una grande finestra e il tettuccio incatramato. Una barca notevole.
Si mise al lavoro. Liz uscì di casa. Attraversò il prato in silenzio. Lui si accorse del suo arrivo solo quando andò a prendere i chiodi più grossi.
— Allora? — disse Liz.
Elwood si fermò per un momento. — Cosa c'è?
Liz intrecciò le braccia.
Elwood si spazientì. — Cosa c'è? Perché stai lì a fissarmi?
— Davvero hai preso un altro pomeriggio libero? Non posso crederci. Sei tornato a casa un'altra volta per lavorare su… quella.
Elwood girò la schiena.
— Aspetta. — Sua moglie lo raggiunse. — Non piantarmi in asso. Fermati.
— Stai calma. Non urlare.
— Non sto urlando. Voglio solo parlare con te. Voglio chiederti qualcosa. Posso? Posso chiederti qualcosa? Non ti dà fastidio parlare con me?
Elwood annuì.
— Perché? — disse Liz. La voce era bassa, tesa. — Perché? Vuoi dirmelo? Perché?
— Perché cosa?
— Quella. Quella cosa. A cosa serve? Perché sei qui a metà della giornata? È così da un intero anno. Ieri sera, a tavola, di colpo ti sei alzato e sei uscito. Perché? Che senso ha?
— Ho quasi finito — mormorò Elwood. — Qualche ritocco qua e là e sarà…
— E poi? — Liz gli si parò davanti, bloccandogli la strada. — E poi cosa? Cosa te ne farai? La venderai? La metterai in acqua? Tutti i vicini ridono di te. Nell'isolato, lo sanno tutti… — Le si spezzò la voce. — Sanno di te, e della barca. A scuola, gli altri ragazzi prendono in giro Bob e Toddy. Dicono che loro padre è… è…
— È pazzo?
— Ti prego, E.J. Dimmi a cosa serve. Vuoi farlo? Forse riuscirò a capire. Non me lo hai mai detto. Non ti aiuterebbe? Non puoi fare almeno questo?
— Non posso — rispose Elwood.
— Non puoi! E perché?
— Perché non lo so — disse Elwood. — Non so a cosa serva. Forse a niente.
— Ma se non serve a niente, perché ci lavori?
— Non lo so. Devo lavorarci. Forse è una specie di riflesso automatico. — Agitò la mano, spazientito. — Sono sempre stato abituato a fare lavori manuali. Da ragazzo costruivo modellini di aeroplani. Ho gli utensili adatti. Li ho sempre avuti.
— Ma perché torni a casa a metà giornata?
— Divento irrequieto.
— Perché?
— Sento… Sento parlare la gente, e mi innervosisce. Voglio allontanarmi dalla gente. Hanno qualcosa… Il modo di fare. Forse soffro di claustrofobia.
— Devo chiamare il dottor Evans e fissare un appuntamento?
— No. No, io sto bene. Per favore, Liz, spostati e lasciami lavorare. Voglio finire.
— E non sai nemmeno a cosa serva. — Liz scosse la testa. — Allora per tutto questo tempo hai continuato a lavorare senza sapere perché. Come un animale che esca di notte ad azzuffarsi. Come un gatto da strada. Abbandoni il tuo lavoro e noi per…
— Levati di mezzo.
— Stammi a sentire. Adesso metti giù quel martello e vieni dentro. Ti rivesti e torni immediatamente in ufficio. Mi senti? Se non lo fai, non ti lascerò entrare mai più in casa. Se vuoi, potrai buttare giù la porta col tuo martello. Ma d'ora in poi, per te sarà chiusa a chiave, se non lasci perdere quella barca e non torni al lavoro.
Ci fu silenzio.
— Levati di mezzo — disse Elwood. — Devo finire.
Liz lo fissò. — Vuoi andare avanti? — Suo marito la superò. — Vuoi andare avanti? Tu hai qualcosa che non funziona. C'è qualcosa che non va nel tuo cervello. Sei…
— Zitta — disse Elwood, guardando dietro le spalle della moglie. Liz si girò.
Toddy era fermo sul sentiero, col cestino del pranzo sotto il braccio. Il suo visino era grave e solenne. Non disse nulla.
— Todi — disse Liz. — È già così tardi?
Toddy s'incamminò sull'erba, verso il padre. — Ciao, ragazzo — disse Elwood. — Com'è andata a scuola?
— Bene.
— Io torno in casa — disse Liz. — Guarda che dicevo sul serio, E.J. Ricordatelo.
Ripartì a passi rigidi. La porta sbatté alle sue spalle.
Elwood sospirò. Sedette sulla scala appoggiata alla fiancata della barca e mise giù il martello. Accese una sigaretta e fumò in silenzio. Toddy aspettava senza aprire bocca.
— Allora, ragazzo? — chiese alla fine Elwood. — Cosa mi dici?
— Cosa vuoi che faccia, papà?
— Cosa voglio che tu faccia? — Elwood sorrise. — Be', non resta molto. Qualche cosetta qua e là. Finiremo presto. Magari potresti controllare il ponte. Cerca le assi che non abbiamo ancora inchiodato. — Si passò la mano sul mento. — Abbiamo quasi finito. Dopo tanto tempo. Se vuoi, puoi dipingere. Voglio verniciare la cabina. Rosso, credo. Che te ne pare del rosso?
Verde.
— Verde? D'accordo. In garage c'è della vernice verde. Vuoi cominciare a mescolarla?
— Sicuro. — Toddy si avviò verso il garage. Elwood lo guardò allontanarsi. — Toddy… Il ragazzo si girò. — Sì?
— Toddy, aspetta. — Elwood lo raggiunse a passi lenti. — Voglio chiederti una cosa.
— Cosa, papà?
— A te… A te non dispiace darmi una mano, vero? Non ti spiace lavorare sulla barca?
Toddy fissò con aria grave la faccia del padre. Non disse nulla. I due rimasero a guardarsi a lungo.
— Okay! — disse all'improvviso Elwood. — Corri a preparare la vernice. Bob apparve sul sentiero d'accesso alla casa con due ragazzi delle medie.
— Ciao, papà — urlò, sorridente. — Come va il lavoro?
— Benissimo — rispose Elwood.
— Guardate — disse Bob ai suoi amici, indicando la barca. — Vedete? Lo sapete cos'è?
— Cos'è? — disse uno dei due.
Bob aprì la porta della cucina. — È un sottomarino a propulsione atomica. — Sorrise, e gli altri lo imitarono. — È pieno di uranio 235. Con quello, papà arriverà fino in Russia. Quando avrà finito il suo lavoro, di Mosca non resterà più niente.
I ragazzi entrarono, sbattendo la porta.
Elwood si mise a fissare la barca. Nel prato accanto, la signora Hunt smise per un attimo di raccogliere il bucato. Guardò Elwood e il grande scafo quadrato alle sue spalle.
— È davvero a propulsione atomica, signor Elwood? — chiese.
— No.
— Allora come funziona? Non vedo vele. Che tipo di motore ha? A vapore?
Elwood si morse il labbro. Stranamente, a quello non aveva mai pensato. Non c'era nessun motore. Non c'erano vele, o una caldaia. Non aveva messo motore, turbine, carburante. Niente. Era un quadrato di legno, una scatola immensa, e nulla più. Non aveva mai pensato a un metodo di propulsione, mai, per tutto il tempo in cui lui e Toddy avevano lavorato.
Gli piovve addosso un improvviso torrente di disperazione. Non c'era un motore. Niente. Non era una barca. Era solo una grande massa di legno e catrame e chiodi. Non si sarebbe mai mossa. Non avrebbe mai lasciato il prato. Liz aveva ragione. Lui era ormai un animale che usciva di notte per lottare e uccidere nel buio, per combattere senza vedere o capire. Era altrettanto cieco, altrettanto patetico.
Perché l'aveva costruita? Non lo sapeva. Dove sarebbe andato? Non sapeva nemmeno quello. Che tipo di propulsione avrebbe usato? Come sarebbe riuscito a spostare la barca dal cortile? A cosa era servito costruire senza capire, nel buio, come una creatura della notte?
Toddy aveva lavorato al suo fianco, per tutto quel tempo. Perché? Il ragazzo sapeva? Sapeva a cosa serviva la barca? Perché l'avevano costruita? Toddy non aveva mai chiesto niente perché era convinto che suo padre sapesse.
Ma Toddy non sapeva. E nemmeno lui, il padre, sapeva, e presto la barca sarebbe stata finita, completa, pronta. E poi? Di lì a poco, Toddy avrebbe riposto il pennello, chiuso l'ultimo barattolo di vernice, messo via i chiodi e i pezzi di legno avanzati, appeso di nuovo in garage seghe e martelli. E allora avrebbe chiesto. Avrebbe fatto la domanda che non aveva mai fatto, ma che prima o poi doveva arrivare.
E lui non avrebbe saputo rispondere.
Elwood si alzò. Fissò il grande scafo che avevano costruito. Si sforzò di capire. Perché aveva lavorato? A cosa era servito? Quando avrebbe saputo? Avrebbe mai saputo? Rimase lì per un tempo interminabile, lo sguardo rivolto in alto.
Capì solo quando cominciarono a cadere le prime, grandi gocce di pioggia nera.