l'impiccato (italian)
Alle cinque del pomeriggio, Ed Loyce si lavò, indossò cappello e giacca, tirò fuori l'automobile dal garage, e partì per il centro della città, diretto al suo negozio di televisori. Era stanco. Spalle e schiena gli facevano un male del diavolo: aveva scavato terriccio in cantina, e con la carriola lo aveva trasportato in cortile. Però se l'era cavata bene, per i suoi quarant'anni. Janet poteva comperarsi un nuovo vaso, coi soldi che lui aveva risparmiato; e gli piaceva l'idea di lavorare alle fondamenta con le proprie mani.
Si stava facendo buio. Il sole al tramonto proiettava lunghe ombre sui frettolosi pendolari dalle facce cupe, sulle donne cariche di pacchi e pacchetti, sugli studenti che sciamavano a casa dall'università, mischiandosi con impiegati e commercianti e segretarie. Ed fermò la sua Packard a un semaforo rosso, poi la rimise in marcia. Il negozio era rimasto aperto anche senza lui. Sarebbe arrivato appena in tempo per lasciar andare a cena i suoi impiegati, controllare il movimento di cassa della giornata, e magari concludere un affare o due. Superò lentamente la piazzola di verde al centro della città, il parco cittadino. Non c'era un buco per parcheggiare di fronte al suo negozio:
LOYCE - VENDITA E RIPARAZIONE TELEVISORI
Imprecò sottovoce e fece inversione di marcia. Di nuovo, si trovò a superare la piazzola verde con un'unica fontana, un'unica panca, e un solo lampione.
Dal lampione penzolava qualcosa. Una massa scura e informe che dondolava leggermente nel vento. Un pupazzo, o qualcosa di simile. Loyce abbassò il finestrino e sbirciò fuori. Che diavolo era? Una trovata pubblicitaria? A volte la Camera di Commercio metteva nel parco cartelloni pubblicitari, o cose del genere.
Eseguì un'altra inversione di marcia e tornò indietro. Mentre superava il parco, si concentrò sulla forma scura. Non era un pupazzo. E se era un cartellone pubblicitario, era molto strano. Gli si rizzarono i capelli sulla nuca. Deglutì a fatica. Mani e viso gli si copersero di sudore.
Era un corpo. Un corpo umano.
— Vieni a vedere! — sbottò Loyce. — Vieni qui!
Don Fergusson uscì lentamente dal negozio, abbottonandosi con fare sussiegoso la giacca a righe. — Sto concludendo un grosso affare, Ed. Non posso piantare lì il cliente.
— Lo vedi? — Ed puntò l'indice nel buio sempre più fitto. Il lampione si alzava verso il cielo, e il corpo continuava a penzolare. — Eccolo là. Da quante stramaledette ore sarà lì? — La sua voce si alzò per l'eccitazione. — Ma cosa gli ha preso, a tutti quanti? Passano davanti al lampione senza nemmeno fermarsi!
Don Fergusson accese con gesti lenti una sigaretta. — Calma, calma, vecchio mio. Deve esserci una buona ragione, se no non sarebbe lì.
— Una ragione! Che razza di ragione?
Fergusson scrollò le spalle. — Come la volta che il Comitato per la Sicurezza del Traffico ha messo nel parco quella Buick disfatta. Una lezione di civismo. Come faccio a saperlo?
Jack Potter, del negozio di calzature, si unì ai due. — Cosa succede, ragazzi?
— C'è un cadavere che penzola dal lampione — disse Loyce. — Io chiamo la polizia.
— Devono essere già informati — disse Potter. — Altrimenti non sarebbe lì.
— Devo tornare dentro. — Fergusson si avviò verso il negozio. — Il dovere prima del piacere.
Loyce era sull'orlo dell'isterismo. — Lo vedi? Lo vedi appeso là? Il corpo di un uomo! Un cadavere!
— Ma sicuro, Ed. L'ho visto oggi pomeriggio quando sono uscito a prendere un caffè.
— Vuoi dire che è rimasto lì tutto il pomeriggio?
— Certo. Cosa ti prende? — Potter guardò l'orologio. — Devo scappare. Ci vediamo dopo, Ed.
Potter corse via, unendosi al flusso di persone che camminavano sul marciapiede. Uomini e donne che passavano davanti al parco. Qualcuno alzava gli occhi, incuriosito, sul fagotto scuro, e poi tirava diritto. Nessuno si fermava. Nessuno ci faceva caso.
— Io sto impazzendo — sussurrò Loyce. Raggiunse l'orlo del marciapiede e si infilò nel traffico, in mezzo alle automobili. I clacson gli lanciarono strilli di rabbia. Loyce arrivò al marciapiede opposto e si avviò sulla piazzola di verde.
L'uomo era di mezza età. Il suo vestito grigio era lacerato, strappato, pieno di macchie, con chiazze di fango secco. Uno sconosciuto. Loyce non lo aveva mai visto. Non era uno del posto. Aveva la faccia parzialmente girata, e nel vento della sera ruotò un poco su se stesso, lentamente, senza un suono. La pelle era sforacchiata e tagliuzzata: ferite rosse, profondi solchi di sangue raggrumato. Un paio di occhiali con la montatura in acciaio pendeva assurdamente da un orecchio. Gli occhi sporgevano in fuori. La bocca era spalancata; la lingua, di un blu ributtante, era gonfia.
— Per amor del cielo — borbottò Loyce, disgustato. Inghiottì la nausea e tornò al marciapiede. Tremava dalla testa ai piedi, di repulsione e di rabbia.
Perché? Chi era quell'uomo? Perché penzolava lì? Cosa significava la sua presenza?
E perché nessuno ci faceva caso?
Andò a sbattere contro un ometto che correva sul marciapiede. — E stia attento! — grugnì l'uomo. — Oh, sei tu, Ed.
Ed annuì, stordito. — Ciao, Jenkins.
— Ma cos'hai? — Il commesso della cartoleria afferrò Ed per il braccio. — Non stai bene?
— Il cadavere. Nel parco.
— Certo, Ed. — Jenkins lo trascinò fino alla porta di LOYCE - VENDITA E RIPARAZIONE TELEVISORI. — Cerca di calmarti.
Li raggiunse Margaret Henderson, della gioielleria. — Qualcosa che non va?
— Ed non si sente bene.
Loyce si liberò con uno strattone. — Ma come potete starvene qui in tutta calma? Non vedete? Per amor di Dio…
— Di cosa sta parlando? — chiese Margaret, nervosa.
— Il cadavere! — urlò Ed. — Il cadavere che penzola dal lampione!
Si raccolse altra gente. — Non sta bene? È Ed Loyce. Tutto a posto, Ed?
— Il cadavere! — strillò Loyce, tentando di superare la folla. Mani lo abbrancarono. Lui se ne liberò. — Lasciatemi andare! La polizia! Chiamate la polizia!
— Ed…
— Sarà meglio chiamare un dottore!
— Sta male.
— Oppure è sbronzo.
Loyce si fece strada a gomitate e spintoni. Inciampò e quasi cadde. Intravvide confusamente file di volti curiosi, preoccupati, ansiosi. Uomini e donne che si fermavano a vedere quale fosse il problema. Lui li superò, dirigendosi verso il suo negozio. Dentro, vide Fergusson che parlava con un cliente, gli mostrava un televisore Emerson. Sul retro, al banco delle riparazioni, Pete Foley stava disimballando un nuovo Philco. Loyce lanciò urla frenetiche nella loro direzione. La sua voce si perse nel ruggito del traffico e nel mormorio che correva attorno a lui.
— Fate qualcosa! — gridò. — Non restatevene lì! Fate qualcosa! C'è qualcosa di sbagliato! È successo qualcosa! Sta ancora succedendo!
La folla, rispettosamente, si aprì davanti ai due robusti poliziotti che procedevano verso Loyce con aria efficiente.
— Nome? — mormorò l'agente col taccuino.
— Loyce. — Ed si asciugò la fronte, disfatto. — Edward C. Loyce. Statemi a sentire. Nel parco…
— Indirizzo? — chiese l'agente. L'auto della polizia sfrecciava veloce nel traffico, guizzando tra macchine e autobus. Loyce crollò sullo schienale del sedile, esausto e confuso. Scosso dai brividi, inspirò una lunga boccata d'aria.
— Hurst Road 1368.
— Qui a Pikeville?
— Esatto. — Loyce si tirò su con un violento sforzo. — State a sentire. Laggiù, nel parco, da un lampione penzola…
— Dove ha trascorso la giornata? — chiese il poliziotto al volante.
— Dove? — fece eco Loyce.
— Non era in negozio, giusto?
— No. — Ed scosse la testa. — No, ero a casa. In cantina.
— In cantina?
— Ho scavato. Per le nuove fondamenta. Ho tolto del terriccio per poter versare il cemento. Perché? Cosa c'entra questo con…
— C'era qualcun altro con lei?
— No. Mia moglie era in centro. I miei figli erano a scuola. — Loyce passò lo sguardo dall'uno all'altro dei due massicci poliziotti. Una speranza, una speranza folle, gli si accese in volto. — Volete dire che siccome ero laggiù mi è sfuggita la spiegazione? Non l'ho sentita come tutti gli altri?
Dopo una pausa, l'agente col taccuino rispose: — Esatto. Non ha sentito la spiegazione.
— Allora è una cosa ufficiale? Quel cadavere deve penzolare dal palo?
— Deve penzolare dal palo. Perché tutti possano vederlo.
Ed Loyce si concesse un sorriso affranto. — Buon Dio. Temo di avere perso la testa. Pensavo che magari fosse successo qualcosa. Roba tipo Ku KIux Klan. Un'esplosione di violenza. Un colpo di staro di comunisti o fascisti. — Si asciugò il viso col fazzoletto che aveva nel taschino della giacca. Gli tremavano le mani. — Sono lieto di sapere che è tutto in ordine.
— È tutto in ordine. — L'auto della polizia si stava avvicinando al Palazzo di Giustizia. Il sole era tramontato. Le strade erano buie e lugubri. I lampioni non si erano ancora accesi.
— Mi sento meglio — disse Loyce. — Mi ero piuttosto eccitato, per un minuto o due. Devo avere perso il controllo. Adesso che ho capito, non c'è nessun bisogno di portarmi dentro, giusto?
I due poliziotti non dissero niente.
— Dovrei tornare in negozio. I ragazzi devono cenare. Adesso sto bene. Non creerò altri problemi. C'è bisogno di…
— Non le ruberemo molto tempo — lo interruppe l'agente al volante. — Una breve procedura. Solo pochi minuti.
— Spero che sia breve sul serio — borbottò Loyce. L'auto rallentò a un semaforo. — Suppongo di avere disturbato la tranquillità di tutti. Buffo, eccitarmi in quella maniera e…
Loyce spalancò la portiera. Si lanciò sulla strada, atterrando in piedi. Le automobili gli rombavano attorno; stavano accelerando perché il semaforo era passato al verde. Loyce balzò sul marciapiede e si mise a correre fra la gente, seppellendosi in mezzo alla folla. Alle sue spalle udì rumori, urla, passi in corsa.
Quelli non erano poliziotti. Lo aveva capito immediatamente. Conosceva ogni poliziotto di Pikeville. È impossibile essere proprietari di un negozio, condurre un'attività commerciale in una piccola città per venticinque anni senza conoscere tutti gli uomini della polizia.
Non erano poliziotti; e non c'era stata alcuna spiegazione. Potter, Fergusson, Jenkins: nessuno di loro sapeva perché quel cadavere penzolasse dal lampione. Non lo sapevano, e non gliene importava niente. Era quella la stranezza.
Loyce si infilò in un negozio di ferramenta. Scappò verso il retro. Superò gli esterrefatti commessi e clienti, piombò nel magazzino, uscì dall'ingresso posteriore. Inciampò su un bidone della spazzatura e divorò una rampa di scale in cemento. Si arrampicò su per una rete metallica e balzò a terra dal lato opposto, ansante, boccheggiante.
Alle sue spalle non si levavano suoni. Era riuscito a fuggire.
Si trovò all'imboccatura di un vicolo buio. Per terra erano disseminate assi, vecchie scatole, pneumatici scartati. Dall'altra parte vedeva la strada. I lampioni diedero un guizzo e si accesero. Uomini e donne. Negozi. Insegne al neon. Automobili.
E alla sua destra, la stazione di polizia.
Era vicino, terribilmente vicino. Oltre la piattaforma di carico di un negozio di alimentari si alzava il fianco in cemento bianco del Palazzo di Giustizia. Finestre con le sbarre. L'antenna radio della polizia. Una grande parete di cemento che si ergeva nel buio. Brutto posto, per lui. Era troppo vicino. Doveva continuare a muoversi, allontanarsi sempre più da loro.
Loro?
Loyce si avviò a passi cauti nel vicolo. Dietro la stazione di polizia c'era il municipio, il vecchio edificio giallo di legno e ottone dorato, con un'ampia scalinata di cemento. Riusciva a vedere l'imponente sequenza di uffici, le finestre scure, i cedri e le aiuole di fiori sui due lati dell'ingresso.
E… Qualcosa d'altro.
Sopra il comune c'era un grumo di tenebre, un cono di oscurità più densa della luce circostante. Un prisma nero che saliva verso l'alto e si perdeva in cielo.
Si mise in ascolto. Buon Dio, sentiva qualcosa. Qualcosa che gli ispirò il desiderio frenetico di chiudere le orecchie, la mente, per escludere il suono. Un ronzio. Un ronzio lontano, smorzato, che sembrava emesso da un grande sciame d'api.
Loyce alzò lo sguardo, irrigidito dall'orrore. Il grumo di tenebre sospeso sopra il comune. Tenebre così fitte da parere quasi solide. Nel vortice, qualcosa si muoveva. Forme guizzanti. Cose che scendevano dal cielo, si fermavano un attimo al di sopra del comune, fluttuando in un folto sciame, e poi cadevano in perfetto silenzio sul tetto.
Forme. Forme che fluttuavano giù dal cielo. Dal cono di tenebre sospeso sopra la testa di Loyce. Stava vedendo loro.
Loyce rimase a guardare per molto tempo, accucciato dietro un cancello cadente, i piedi immersi in una pozza d'acqua schiumosa.
Stavano atterrando. Scendevano a gruppi, atterravano sul tetto del comune e scomparivano all'interno. Avevano le ali. Giganteschi insetti di chissà quale tipo. Volavano e ondeggiavano e si posavano, e poi cominciavano a strisciare come granchi, muovendosi di lato, sul tetto, ed entravano nell'edificio.
Loyce ne fu nauseato. E affascinato. Il vento freddo della sera lo fece rabbrividire. Era esausto, stordito dallo shock. Sulla scalinata d'ingresso del comune c'erano uomini e donne, qua e là. Gruppi di uomini che uscivano dall'edificio e si fermavano un momento prima di proseguire.
Erano creature aliene anche loro?
Non gli sembrava possibile. Quelli che vedeva scendere dal grumo nero non erano uomini. Erano alieni provenienti da un altro mondo, da un'altra dimensione. Entravano da quella fessura, da quella lacerazione nel tessuto dell'universo. Insetti alati, abitanti di un altro regno dell'essere, che si insinuavano da quello squarcio.
Sulla scalinata del comune, un gruppo di uomini si sciolse. Qualcuno si diresse verso un'automobile. Una delle figure rimaste sui gradini fece per rientrare in comune. Poi cambiò idea e si girò per seguire gli altri.
Loyce chiuse gli occhi, orripilato. La sua mente vacillò. Si aggrappò con entrambe le mani al cancello. La forma, la forma umana, si era alzata in cielo di colpo. Volò fino al marciapiede e scese in mezzo agli altri.
Pseudo-uomini. Imitazioni di uomini. Insetti con la capacità di assumere l'aspetto di uomini. Come, in maniera diversa, facevano altri insetti che vivevano sulla Terra. Pigmenti protettivi. Mimetismo.
Loyce si staccò dal cancello, si rialzò lentamente. Ormai era sera. Il vicolo era completamente buio. Ma forse, loro erano in grado di vedere nelle tenebre. Forse per loro il buio non faceva la minima differenza.
Uscì con cautela dal vicolo e passò in strada. C'erano ancora in giro uomini e donne, però adesso non erano più troppo numerosi. Alla fermata dell'autobus c'erano gruppi in attesa. Un grosso autobus apparve in fondo alla via. I suoi fari trafiggevano l'oscurità della sera.
Loyce si fece avanti. Si portò in prima fila, e quando l'autobus si fermò, salì a bordo e sedette sul fondo, vicino alla portiera. Un attimo dopo, l'autobus si rimise in marcia sulla strada.
Loyce si rilassò un poco. Studiò la gente che aveva attorno. Facce tese, stanche. Persone che rientravano dal lavoro. Facce assolutamente normali. Nessuno gli prestò la minima attenzione. Tutti se ne stavano tranquillamente seduti, ballonzolando in qua e in là agli ondeggiamenti dell'autobus.
L'uomo al suo fianco aprì il giornale. Si mise a leggere le pagine sportive, muovendo le labbra. Un uomo qualunque. Vestito blu. Cravatta. Un commerciante, o un impiegato, che stava tornando da moglie e figli.
Sul sedile all'altro lato, una giovane donna, forse sui vent'anni. Occhi e capelli scuri, un pacco sulle ginocchia. Calze di nylon e tacchi alti. Giacca rossa e maglione bianco d'angora. Lo sguardo fisso davanti a sé.
Un ragazzo delle superiori, in jeans e giacca nera.
Un donnone enorme, col triplo mento e un'immensa borsa colma di pacchi e pacchettini. Il suo volto flaccido rifletteva una grande stanchezza.
Gente comune. Le classiche persone che prendevano l'autobus tutte le sere. Per tornare dalle famiglie. Per cenare.
Gente che rientrava a casa con la mente morta. Controllata. Coperta dalla maschera di creature aliene che erano apparse dal nulla e si erano impossessate delle loro menti, delle loro vite. E doveva succedere anche a lui. Solo che lui si trovava sotto casa, in cantina, invece che in negozio. Per un motivo o per l'altro, non si erano accorti di lui. Lo avevano trascurato. Il loro controllo non era perfetto. Non era a prova d'errore.
Forse c'erano altri individui normali.
La speranza si accese in Loyce. Non erano onnipotenti. Avevano commesso uno sbaglio. Non si erano impossessati di lui. La loro rete, il loro campo di controllo, lo aveva ignorato. Lui era riemerso dalla cantina nello stesso stato di quando vi era sceso. A quanto sembrava, la loro zona d'influenza era limitata.
Qualche sedile più in giù, un uomo lo stava fissando. Loyce interruppe le sue riflessioni. Un uomo snello, con capelli scuri e un paio di baffetti. Ben vestito: completo marrone e scarpe lucidissime. Un libro tra le mani. Guardava Loyce, io studiava con attenzione. Poi staccò gli occhi, all'improvviso.
Loyce si irrigidì. Uno di loro? O un'altra persona sfuggita alla trasformazione?
L'uomo aveva ripreso a guardarlo. Occhietti scuri, vivi e intelligenti. Astuti. Un uomo troppo furbo per loro; oppure una di quelle cose, un insetto alieno venuto da altrove.
Il bus si fermò. Un vecchio salì faticosamente e depositò le monete nella scatola. Si avviò e si accomodò su un sedile di fronte a quello di Loyce.
Il vecchio intercettò lo sguardo dell'uomo dagli occhi astuti. Per una frazione di secondo, fra i due passò qualcosa.
Un'occhiata ricca di significati.
Loyce si alzò. L'autobus stava ripartendo. Corse alla portiera. Mise il piede sul primo gradino. Afferrò la leva dell'apertura d'emergenza. La portiera si spalancò.
— Ehi! — strillò l'autista, pigiando sui freni. — Che diavolo…
Loyce scese di corsa. Il bus stava rallentando. Case su ogni lato. Una zona residenziale: prati, alti palazzi. Alle sue spalle, l'uomo dagli occhi astuti era scattato in piedi. Anche il vecchio si era alzato. Volevano inseguirlo.
Loyce saltò giù. Colpì l'asfalto con un impatto tremendo, e rotolò a terra. Il dolore lo sommerse. Il dolore, e una grande ondata di tenebre. Lottò disperatamente. Riuscì a mettersi in ginocchio, poi cadde di nuovo. L'autobus si era fermato. La gente stava scendendo.
Loyce tastò attorno con le mani. Le sue dita si chiusero su qualcosa. Un sasso nel canale di scolo sotto il marciapiede. Si tirò in piedi, fra grugniti di dolore. Una forma era immobile di fronte a lui. Un uomo. L'uomo col libro e gli occhi astuti.
Loyce tirò un calcio. L'uomo boccheggiò e cadde. Loyce lo colpì col sasso. L'uomo urlò e tentò di rotolare su se stesso, per sfuggirgli. — Fermati! Per amor del cielo, ascolta…
Loyce colpì di nuovo. Un orribile scricchiolio. La voce dell'uomo si spense, si dissolse in un gemito gorgogliante. Loyce indietreggiò. Adesso c'erano anche tutti gli altri. Era circondato. Inciampando, barcollando, attraversò il marciapiede e infilò una strada. Nessuno lo seguì. Si erano tutti fermati. Erano chini sul corpo inerte dell'uomo col libro, l'uomo dagli occhi astuti che lo aveva inseguito.
Aveva commesso un errore?
Ma ormai era troppo tardi per preoccuparsi. Doveva andarsene. Fuggire da loro. Fuggire da Pikeville. Dal grumo di tenebre, dal varco aperto fra il loro mondo e il suo.
— Ed! — Janet Loyce indietreggiò nervosamente. — Cosa c'è? Cosa…
Ed Loyce chiuse la porta, sbattendola, ed entrò in soggiorno. — Abbassa le tapparelle. Sbrigati.
Janet si avviò alla finestra. — Ma…
— Fai quello che ti dico. Chi c'è in casa, oltre a te?
— Nessuno. Solo i gemelli. Sono di sopra, nella loro stanza. Cos'è successo? Hai un'aria così strana. Perché sei già a casa?
Ed chiuse a chiave la porta d'ingresso. Fece il giro delle stanze. Andò in cucina. Dal cassetto sotto il lavandino prese il grosso coltello per la carne e passò l'indice lungo la lama. Affilata. Affilatissima. Tornò in soggiorno.
— Stai a sentire — disse. — Non ho molto tempo. Sanno tutto. Gli sono sfuggito, e mi staranno cercando.
— Sei sfuggito? — Sul viso di Janet apparve una smorfia di stupore e dolore. — A chi?
— Si sono impadroniti di questa città. Ne hanno il controllo. Ormai il quadro mi è chiaro. Sono partiti dai livelli più alti. Municipio e polizia. Cosa abbiano fatto dei veri esseri umani che…
— Ma di cosa stai parlando?
— Siamo stati invasi. Da un altro universo, un'altra dimensione. Sono insetti, dotati di capacità mimetiche. E c'è di più. Hanno il potere di controllare la mente. La tua mente.
— La mia mente?
— Il loro punto d'ingresso è qui, a Pikeville. Si sono impadroniti di tutti voi. Dell'intera città, eccetto me. Siamo di fronte a un nemico incredibilmente forte, ma hanno dei limiti anche loro. È questa la nostra speranza. Sono limitati! Possono commettere errori! Janet scosse la testa. — Non capisco, Ed. Devi essere impazzito.
— Impazzito? No. Sono stato semplicemente fortunato. Se non fossi sceso in cantina, adesso sarei come tutti voi. — Loyce scrutò fuori dalla finestra. — Ma non posso restare qui a parlare. Prendi il soprabito.
— Il soprabito?
— Ce ne andiamo da qui. Da Pikeville. Dobbiamo trovare aiuto. Combattere. Si possono sconfiggere. Non sono infallibili. Sarà dura… Ma potremmo farcela, se non perdiamo tempo. Muoviti! — Loyce afferrò senza tanti complimenti il braccio della moglie. — Prendi il soprabito e chiama i gemelli. Partiamo. Lascia perdere le valigie. Non c'è tempo.
Pallida come uno spettro, Janet andò all'armadio e prese il soprabito. — Dove andiamo?
Ed aprì il cassetto del tavolo, ne rovesciò il contenuto sul pavimento. Raccolse una cartina geografica e la stese sul piano del mobile. — Avranno bloccato l'autostrada, ovviamente. Però c'è una strada secondaria. Per Oak Grove. Una volta l'ho percorsa. È praticamente abbandonata. Forse se ne saranno dimenticati.
— La vecchia Ranch Road? Mio Dio, ma è chiusa. Nessuno la usa più.
— Lo so. — Rabbioso, Ed infilò in tasca la cartina. — È la nostra migliore possibilità. Adesso chiama i gemelli e partiamo. Il serbatoio della tua auto è pieno, vero?
Janet era stordita.
— La Chevy? Ho fatto il pieno ieri pomeriggio. —Janet si avviò alle scale. — Ed, io…
— Chiama i gemelli! — Ed aprì la porta d'ingresso e guardò fuori. Nulla si muoveva. Nessun segno di vita. Per il momento, tutto bene.
— Venite giù — chiamò Janet, con voce tremante. — Andiamo… Andiamo a fare un giro.
— Adesso? — rispose la voce di Tommy.
— Spicciatevi — abbaiò Ed. — Venite qui. Tutti e due.
Tommy apparve sul pianerottolo. — Stavo facendo i compiti. Abbiamo cominciato a studiare le frazioni. La signora Parker dice che se non prepariamo tutto per…
— Puoi scordarti delle frazioni. —Ed afferrò il figlio che scendeva le scale e lo spinse verso la porta. — Dov'è Jim?
— Sta arrivando.
Jim iniziò a scendere lentamente le scale. — Cosa c'è, papà?
— Andiamo a fare un giro.
— Un giro? Dove?
Ed si girò verso Janet. — Lasceremo le luci accese. E anche il televisore. Vai ad accenderlo. — Spinse la moglie verso l'apparecchio. — Così penseranno che siamo ancora…
Sentì il ronzio. E si gettò immediatamente a terra, impugnando il lungo coltello. Angosciato, vide la cosa scendere le scale verso lui. Le ali erano un mulinare vorticante. La cosa aveva ancora una vaga rassomiglianza con Jimmy. Era piccola. Un cucciolo. La intravvide vagamente mentre gli si scaraventava addosso: occhi freddi, inumani, dalle innumerevoli sfaccettature. Ali. Il corpo racchiuso nella maglietta gialla e nei jeans, con l'impronta mimetica del ragazzo ancora sovrimpressa. Mentre lo raggiungeva, la cosa eseguì una strana rotazione su se stessa. Cosa stava facendo?
Un pungiglione.
Loyce menò fendenti frenetici col coltello. La cosa indietreggiò, ronzando in maniera terribile. Loyce rotolò su se stesso, strisciò verso la porta. Tommy e Janet erano immobili come statue. Raggelati. Guardavano senza alcuna espressione in volto. Loyce fece scattare di nuovo il coltello. Questa volta, fece centro. La cosa emise uno strillo e cadde. Rimbalzò contro la parete, precipitò sul pavimento.
Qualcosa si insinuò nella mente di Loyce. Una parete di forza, di energia; una mente aliena che sondava la sua. All'improvviso, si trovò paralizzato. La mente entrò nella sua, sfiorò per un attimo scioccante i suoi pensieri. Una presenza completamente aliena che si stava posando su lui; poi uscì. La cosa crollò sul tappeto, divenne un ammasso informe.
Era morta. Loyce la rigirò col piede. Era un insetto, una specie di mosca. Maglietta gialla, jeans. Suo figlio Jimmy… Loyce serrò la mente con tutta la sua forza. Troppo tardi per abbandonarsi ai ricordi. Invaso da una furia selvaggia, raccolse il coltello e corse alla porta. Janet e Tommy erano come pietrificati. Nessuno dei due si muoveva.
L'automobile era fuori discussione. Non sarebbe mai passato. Lo stavano aspettando. Doveva percorrere sedici chilometri a piedi. Sedici lunghi chilometri su un terreno impervio, tra canaloni e campi e colline coperte di foreste. Doveva andare solo.
Aprì la porta. Per un breve secondo, si girò a guardare moglie e figlio. Poi chiuse la porta con un colpo secco e scese di corsa i gradini.
Un secondo dopo, era in cammino. A passi spediti, procedeva nel buio, verso la periferia della città.
La luce del primo mattino era accecante. Loyce si fermò, boccheggiante. Il suo corpo oscillò avanti e indietro. Il sudore gli colava sugli occhi. Aveva i vestiti a brandelli, strappati dai cespugli, dalle spine, dal terreno sul quale a tratti aveva dovuto strisciare. Sedici chilometri, su mani e ginocchia. Strisciando nella notte. Le scarpe erano imbrattate di fango. Lui stesso era coperto di graffi, e zoppicava, completamente esausto.
Ma di fronte a lui c'era Oak Grove.
Si riempì i polmoni d'aria e si avviò giù per la collina. Inciampò e cadde due volte; si tirò su e ripartì. Gli ronzavano le orecchie. Tutto ballava davanti ai suoi occhi; tutto era sfuocato. Ma era arrivato. Era fuggito da Pikeville.
Un contadino che lavorava in un campo lo fissò a bocca aperta. Dalla soglia di una casa, una ragazza lo guardò stupefatta. Loyce raggiunse la strada e cominciò a percorrerla. Più avanti c'erano una stazione di servizio e un drive-in. Un paio di camion, galline che becchettavano sul terreno, un cane legato con un pezzo di corda.
Il benzinaio in tuta bianca lo scrutò sospettoso, vedendolo trascinarsi alla stazione di servizio. — Dio sia lodato. — Loyce appoggiò le mani alla parete. — Non credevo di potercela fare. Mi hanno seguito per quasi tutta la strada. Li sentivo ronzare. Ronzare e agitarsi alle mie spalle.
— Cos'è successo? — chiese il benzinaio. — L'hanno assalita? Rapinata? Loyce scosse la testa, disfatto. — Si sono impadroniti dell'intera città.
Del municipio e della stazione di polizia. Hanno impiccato un uomo al lampione. E stata la prima cosa che ho visto. Hanno bloccato tutte le strade. Li ho visti volteggiare sopra le automobili che entravano in città. Verso le quattro del mattino me li sono lasciati alle spalle. L'ho capito subito. Ho sentito che se n'erano andati. Poi si è levato il sole.
Il benzinaio si passò la lingua sulle labbra, nervosamente. — Lei è fuori di testa. Sarà meglio che chiami un medico.
— Mi porti in città — boccheggiò Loyce. Si lasciò cadere sulla ghiaia. — Dobbiamo metterci subito al lavoro. Spazzarli via. Dobbiamo cominciare immediatamente.
Il registratore rimase acceso per tutto il tempo che lui parlò. Quando ebbe terminato, il commissario spense l'apparecchio e si alzò. Restò immobile per un momento, immerso nei suoi pensieri. Alla fine estrasse le sigarette e ne accese una. Sul suo viso bovino era dipinta una smorfia.
— Lei non mi crede — disse Loyce.
Il commissario gli offrì una sigaretta. Loyce la spinse via, spazientito. — Come preferisce. —Il commissario andò alla finestra e restò a guardare a lungo la città di Oak Grove. — Io le credo — disse all'improvviso.
Loyce si afflosciò. — Sia ringraziato Dio.
— Così è riuscito a fuggire. — Il commissario scosse la testa. — Era sceso in cantina, invece di andare al lavoro. Un puro caso. Una probabilità su un milione.
Loyce bevve qualche sorso del caffè che gli avevano portato. — Ho una teoria — mormorò.
— Cioè?
— Su loro. Su quello che sono. Si impadroniscono di una zona per volta. Partono dall'alto, dai massimi livelli di autorità. Poi scendono gradualmente, a cerchi sempre più ampi. Quando hanno bene in mano la situazione, passano alla città più vicina. Si diffondono lentamente, con estrema gradualità. Credo che tutto questo stia andando avanti da molto tempo.
— Da molto tempo?
— Da migliaia d'anni. Non credo sìa un fatto nuovo.
— Perché dice questo?
— Da ragazzo… Un disegno che ci hanno fatto vedere al catechismo. Un'immagine religiosa. Una vecchia stampa. Gli dèi nemici, sconfitti da Geova. Moloch, Belzebù, Moab, Baalin, Astaroth…
— E con ciò?
— Erano tutti rappresentati da un disegno. — Loyce alzò lo sguardo sul commissario. — Belzebù era raffigurato come una mosca gigantesca.
Il commissario grugnì. — Una lotta antica.
— Sono stati sconfitti. La Bibbia è un resoconto delle loro disfatte. Ottengono qualche vittoria, ma alla fine vengono sconfitti.
— Perché?
— Non riescono a soggiogare tutti. Non hanno preso me. E non hanno mai soggiogato gli ebrei. Gli ebrei hanno trasmesso il messaggio al mondo intero. La consapevolezza del pericolo. Quei due uomini sull'autobus. Credo avessero capito. Dovevano essere sfuggiti come me. — Loyce strinse i pugni. — E io ne ho ucciso uno. Ho commesso un errore. L'idea di correre rischi mi terrorizzava.
Il commissario annuì. — Sì, dovevano senz'altro essere sfuggiti, come lei. Per puro caso. Ma il resto della città era saldamente sotto controllo. — Girò le spalle alla finestra. — Bene, signor Loyce. Direi che lei ha capito tutto.
— Non tutto. L'impiccato. Il cadavere che penzolava dal lampione. Questo non lo capisco. Perché? Perché lo hanno deliberatamente impiccato?
— Mi pare semplice. — Il commissario tentò un sorriso. — Un'esca. Loyce si irrigidì. Il suo cuore smise di battere. — Un'esca? Cosa intende dire?
— Per farla uscire allo scoperto. Per spingerla a scoprirsi. In questo modo, possono arrivare a scoprire chi è sotto controllo, e chi è sfuggito.
Loyce ebbe un fremito d'orrore. — Allora si aspettavano degli sbagli! Avevano previsto… — Si interruppe. — Avevano preparato una trappola.
— E lei si è scoperto. Ha reagito. Si è fatto riconoscere. — Bruscamente, il commissario si avviò alla porta. — Venga con me, Loyce. C'è molto da fare. Dobbiamo muoverci. Non c'è tempo da perdere.
Loyce si alzò lentamente, ancora stupito. — E l'uomo. Chi era quell'uomo? Non lo avevo mai visto. Non era di Pikeville. Era un estraneo. Coperto di fango e sporcizia, col viso pieno di tagli, i vestiti lacerati…
Quando il commissario rispose, sul suo viso c'era un'espressione strana. — Forse — disse sottovoce — capirà anche questo. Venga con me, signor Loyce. — Tenne aperta la porta. Gli brillavano gli occhi. Loyce intravvide la strada di fronte alla stazione di polizia. Agenti in uniforme, una piattaforma. Un palo del telefono… e una corda! — Da questa parte — disse il commissario, con un sorriso freddo.
Al tramonto, il vicepresidente della Merchants' Bank di Oak Grove uscì dal caveau, regolò le serrature a tempo, infilò soprabito e cappello, e uscì sul marciapiede. C'era in giro solo poca gente che si affrettava verso casa per Sa cena.
— Buonasera — disse la guardia, chiudendo la porta alle sue spalle.
— Buonasera — mormorò Clarence Mason. Si incamminò sulla via, diretto all'automobile. Era stanco. Aveva lavorato nel caveau tutto il giorno, studiando la disposizione delle cassette di sicurezza per vedere se ci fosse posto per un'altra fila. Era contento di avere finito.
All'angolo si fermò. I lampioni non si erano ancora accesi. La strada era buia. Tutto aveva contorni vaghi. Si guardò attorno, e rimase raggelato.
Dal palo del telefono di fronte alla stazione di polizia pendeva un grosso fagotto informe. Il vento lo faceva dondolare un poco.
Che diavolo era?
Mason si avvicinò sospettoso. Voleva tornare a casa. Era stanco e affamato. Pensò a sua moglie, ai ragazzi, alla cena calda che lo aspettava in tavola. Ma c'era qualcosa di minaccioso e orribile in quel fagotto informe. La luce era scarsa; non riusciva a capire cosa fosse. Però lo attirava, lo costringeva ad avvicinarsi un po' di più per vedere meglio. Quella massa informe lo rendeva nervoso. Lo spaventava. Ne era spaventato, e affascinato.
E lo strano era che nessuno sembrava farci caso.