l’astronave rubata (italian)
Il generale Thomas Groves osservava con aria preoccupata le carte belli-che sulla parete. La sottile linea nera, l’anello metallico attorno a Ganimede, era ancora lì. Attese un attimo, aggrappandosi a un filo di speranza, ma la linea non scomparve. Alla fine si voltò e attraversò tutto il settore carto-grafico, passando accanto alle file di tavoli.
Il maggiore Siller lo bloccò sulla porta. «Cosa c’è che non va, signore?
Nessun cambiamento nella guerra?»
«Nessun cambiamento».
«Che cosa faremo?»
«Accetteremo le condizioni. Le loro condizioni. Non possiamo permetterci di aspettare un altro mese. Lo sanno tutti. E lo sanno anche loro» .
«Ci caleremo le brache davanti a un pianetucolo come Ganimede?»
«Se solo avessimo un po’ più di tempo. Ma non ne abbiamo. Le navi devono uscire di nuovo nello spazio esterno, immediatamente. E se dobbiamo arrenderci per farle uscire, ci arrenderemo. Ganimede!» Sputò. «Se riu-scissimo a rompere l’anello. Ma a quel punto…»
«A quel punto le colonie non esisteranno più».
«Dobbiamo riprendere il possesso delle rampe», affermò torvamente Groves. «Anche se per farlo dovremo arrenderci».
«Non c’è nessun altro modo?»
«Ne trovi uno lei». Groves scostò Siller e uscì nel corridoio. «E se lo trova, me lo faccia sapere».
Erano due mesi terrestri che infuriava la guerra, senza alcun segno di in-terruzione. La delicata posizione del Senato del Sistema nasceva dal fatto che Ganimede era il punto di riferimento obbligato tra il Sistema e la sua precaria rete di colonie su Proxima Centauri. Tutte le navi che lasciavano il Sistema per lo spazio esterno venivano lanciate dalle immense rampe in-stallate su Ganimede. Non ce n’erano altre. Ganimede era stato prescelto come punto di lancio, e le rampe erano state costruite lì.
Gli abitanti di Ganimede si erano arricchiti con il trasporto di merci e derrate sulle loro piccole e goffe navi. Col tempo il cielo esterno si era riempito di un sempre maggior numero di navi, fregate, incrociatori e rico-gnitori.
Un giorno questa strana flotta era atterrata in mezzo alle rampe spaziali, e dopo avere ucciso o imprigionato la guarnigione terrestre e marziana, aveva reclamato la proprietà esclusiva di Ganimede e delle sue rampe. Se il Senato voleva usare le rampe, doveva pagare, e pagare profumatamente. Il venti per cento di tutte le merci trasportate doveva essere consegnato all’Imperatore di Ganimede, rimasto sul satellite. E in più si richiedeva la piena rappresentanza in Senato.
Se la flotta del Senato avesse tentato di riconquistare le rampe con la forza, sarebbero state distrutte. Gli abitanti di Ganimede le avevano già minate con bombe H. La loro flotta circondava il satellite formando un piccolo anello di resistente acciaio. Il tentativo della flotta senatoriale di distruggerlo e di impadronirsi del satellite avrebbe significato la fine delle rampe. Cosa poteva fare il Sistema?
Intanto, su Proxima, le colonie stavano morendo di fame.
«Lei è sicuro che non possiamo lanciare le navi nello spazio esterno da astroporti ordinari?», domandò un senatore marziano.
«Solo le navi di classe Uno hanno la possibilità di raggiungere le colonie», rispose stancamente il comandante James Carmichel. «Una nave di classe Uno è dieci volte più grande di una normale nave intersistema. Una nave di classe Uno necessita di una rampa lunga qualche chilometro. E
larga altrettanto. Non si può lanciare una nave di quelle dimensioni da un prato».
Vi fu silenzio. Le ampie sale del Senato erano affollate fino al limite della capienza dai rappresentanti dei nove pianeti.
«Le colonie di Proxima non resisteranno più di venti giorni», affermò il dottor Basset. «Ciò significa che dobbiamo far partire una nave non oltre la settimana prossima. Altrimenti quando arriveremo lassù non troveremo più nessuno in vita».
«Quando saranno pronte le nuove rampe di Luna?»
«Fra un mese», rispose Carmichel.
«Non prima?»
«No».
«Allora sembra che dovremo accettare le condizioni di Ganimede». Il Primo Senatore sbuffò disgustato. «Nove pianeti e una maledetta piccola luna! Come possono pretendere di avere la stessa voce in capitolo degli altri membri del Sistema?»
«Potremmo distruggere il loro anello», disse Carmichel, «ma se lo facciamo loro distruggeranno le rampe senza un attimo di esitazione».
«Se solo potessimo far giungere i rifornimenti alle colonie senza usare le rampe spaziali», disse un senatore di Plutone.
«Ciò significherebbe non potere usare le navi di classe Uno».
«E nient’altro può raggiungere Proxima?»
«Niente, che io sappia».
Si alzò un senatore saturniano. «Comandante, di che tipo di navi dispone Ganimede? Sono differenti dalla sua?»
«Sì. Ma nessuno ne sa nulla».
«Come vengono lanciate?»
Carmichel alzò le spalle. «Nel solito modo. Dai campi».
«Lei crede che…»
«Non credo che siano navi da spazio esterno. Ci stiamo solo facendo illusioni. Il fatto è che non esiste una nave così grande da attraversare lo spazio esterno che non abbia bisogno di una rampa spaziale. È questa la realtà che dobbiamo accettare».
Il Primo Senatore si agitò. «È già stata presentata una mozione al Senato perché venga accettata la proposta dei ganimedani e si ponga fine alla guerra. Vogliamo metterla ai voti, o ci sono altre domande?»
Nessuno accese la luce.
«Allora cominciamo. Mercurio. Qual è il voto del primo pianeta?»
«Mercurio vota per l’accettazione delle condizioni del nemico».
«Venere. Come vota Venere?»
«Venere vota…»
« Aspettate! » Il comandante Carmichel si alzò in piedi di scatto. Il Primo Senatore sollevò la mano.
«Cosa succede? Il Senato sta votando».
Carmichel lesse attentamente la strisciolina metallica che gli era stata re-capitata direttamente dalla sezione cartografica. «Non so quanto sia importante, ma credo che forse il Senato dovrebbe esserne a conoscenza prima di votare».
«Di cosa si tratta?»
«Ho un messaggio dalla prima linea. Un commando marziano ha colto di sorpresa una Stazione di Ricerca di Ganimede su un asteroide fra Marte e Giove e se ne è impadronito. Vi era conservata intatta una gran quantità di attrezzature ganimedane». Carmichel si guardò attorno per la sala.
«Compresa una nave, una nuova nave che si trovava nella Stazione per alcuni controlli. Il resto dell’attrezzatura è andato distrutto, ma la nave catturata non ha subito danni. Il commando la sta portando qui in modo che possa essere esaminata dai nostri esperti».
Un mormorio attraversò la sala.
«Avanzo la mozione che si soprassieda sulla decisione finché la nave ganimedana non sarà stata esaminata», gridò un senatore uraniano. «Potrebbe venirne fuori qualcosa».
«I ganimedani hanno impiegato grandi risorse nella progettazione di na-vi», mormorò Carmichel al Primo Senatore. «Le loro navi sono strane. Del tutto diverse dalle nostre. Forse…»
«Qual è il voto sulla mozione?», domandò il Primo Senatore. «Dobbiamo attendere che la nave sia stata esaminata?»
«Aspettiamo!», gridarono tutti. «Aspettiamo! E vediamo quello che succede».
Carmichel si grattò la mano, pensieroso. «Vale la pena di tentare. Ma se non ne verrà fuori niente dovremo arrenderci». Riavvolse la strisciolina metallica. «Comunque sarà bene dare un’occhiata alla nave di Ganimede.
Mi domando…»
Il dottor Earl Basset era rosso in faccia per l’eccitazione.
«Fatemi passare». Si fece largo in mezzo alla fila degli ufficiali in uniforme. «Fatemi passare, vi prego». Due tenenti con la divisa lustra gli fecero strada e lui vide per la prima volta il grande globo di acciaio e rexenoide che era la nave ganimedana catturata.
«La guardi», disse con un filo di voce il maggiore Siller. «Niente a che vedere con le nostre navi. Ma che cosa la fa muovere?»
«Non ci sono razzi di propulsione», disse il comandante Carmichel. «So-lo razzi discensionali per farla atterrare. Come fa a muoversi?»
Il globo ganimedano riposava quietamente nel centro del Laboratorio Sperimentale terrestre, torreggiando un circolo di curiosi simile a una grossa bolla. Era una nave magnifica, scintillante di una specie di fuoco metallico, e pervasa da una fredda luminosità.
«Provoca una strana sensazione», disse il generale Groves, che improvvisamente trattenne il respiro. «Non pensate che… che possa trattarsi di una nave a propulsione gravitazionale? Era corsa voce che i ganimedani stessero facendo esperimenti con la gravità».
«Che cos’è?», chiese il dottor Basset.
«Una nave a propulsione gravitazionale raggiungerebbe la sua destinazione senza alcun intervallo temporale. La velocità della gravità è infinita.
Non è misurabile. Se questo globo è…»
«Sciocchezze», lo interruppe Carmichel. «Einstein ha dimostrato che la gravità non è una forza ma un’alterazione. Un’alterazione dello spazio».
«Ma non si potrebbe costruire una nave usando…»
«Signori!» Il Primo Senatore entrò di corsa nel laboratorio, circondato dalle guardie. «È questa la nave? Quel globo?» Gli ufficiali si ritrassero e il Primo Senatore si avvicinò cautamente alla grande fiancata risplendente.
La toccò.
«È intatta», disse Siller. «Stanno traducendo le indicazioni dei comandi in modo da poterla usare».
«E così questa è la nave ganimedana. Ci sarà utile?»
«Ancora non lo sappiamo», rispose Carmichel.
«Ecco i traduttori», disse Groves. Il portello della sfera si era aperto, e due uomini in uniformi bianche da laboratorio discesero cautamente, portando con sé una scatola semantica.
«Quali sono i risultati?», chiese il Primo Senatore.
«Abbiamo effettuato le traduzioni. Adesso un equipaggio terrestre può far funzionare la nave. Tutti i comandi sono marcati».
«Dovremmo fare uno studio dei motori, prima di provarla», disse il dottor Basset. «Che cosa ne sappiamo? Ignoriamo che cosa la fa muovere, o che tipo di carburante vada bene».
«Quanto ci vorrà per uno studio del genere?», domandò il Primo Senatore.
«Parecchi giorni», rispose Carmichael.
«Così tanto?»
«Non è possibile prevedere in quali problemi ci imbatteremo. Potremmo scoprire un tipo di propulsione e di carburante completamente nuovi. Magari ci vorranno diverse settimane per terminare l’analisi».
Il Primo Senatore rifletté.
«Signore», disse Carmichel, «io credo che dovremmo lasciar perdere l’analisi e fare un volo di prova. Non sarà difficile trovare dei volontari».
«Un volo di prova si può fare anche subito», annuì Groves. «Invece ci potrebbero volere delle settimane per l’analisi della propulsione».
«Lei pensa che riuscirà a trovare un intero equipaggio di volontari?»
Carmichel si fregò le mani. «Non si preoccupi. Quattro uomini basteran-no. Tre, oltre a me».
«Due», disse il generale Groves. «Conti anche me».
«Che ne dice di me, signore?», domandò speranzoso il maggiore Siller.
Il dottor Basset si fece avanti nervosamente. «È consentito ad un civile di presentarsi volontario? Questa nave mi incuriosisce da morire».
Il Primo Senatore sorrise. «Perché no? Se lei può essere di qualche utilità, vada pure. E così l’equipaggio è già pronto».
I quattro uomini si scambiarono dei sorrisi tirati.
«Allora?», disse Groves. «Che aspettiamo? Mettiamola in moto».
Il linguista indicò la scala di lettura con il dito. «Potete vedere le indicazioni ganimedane. Accanto ad ognuna abbiamo posto l’equivalente terrestre. Però c’è un problema. Noi conosciamo la parola ganimedana per, diciamo, cinque. Si dice zahf. Perciò dove troviamo la parola zahf noi mettiamo un cinque. Vedete quel quadrante? Dove c’è la freccia che indica ne-si, cioè lo zero? Guardate com’è indicato».
100
liw
50
ka
5
zahf
0
nesi
5
zahf
50
ka
100
liw
Carmichel annuì. «E allora?»
«È proprio qui il problema. Non sappiamo a che cosa si riferiscano quei numeri. Cinque, ma cinque cosa? Cinquanta, ma cinquanta cosa? Forse si parla di velocità. O magari di distanza. Poiché non è stato effettuato nessuno studio sul funzionamento di questa nave…»
«Ma lei non può fare delle ipotesi?»
«In che modo?» Il linguista toccò una leva. «Chiaramente questa accende i motori. Mel… acceso. Se si tira l’altra leva i motori si fermano. Io…
spento. Ma come si guida la nave è un’altra faccenda. Non siamo in grado di dire a che serva quella scala di lettura».
Groves toccò una ruota. «Non è questa che la manovra?»
«Quella ruota governa i razzi di frenata e quelli di atterraggio. Ma quanto alla propulsione centrale, non sappiamo che cosa sia o come si regoli, una volta avviati i motori. La semantica non serve a niente. Solo l’esperienza può aiutarci. Non possiamo tradurre i numeri che in altri numeri».
Groves e Carmichel si guardarono.
«Allora?», disse Groves. «Potremmo finire col perderci nello spazio. O
precipitare nel sole. Una volta ho visto una nave cadere a spirale verso il sole. Sempre più veloce, sempre più giù…»
«Siamo molto lontani dal sole. E poi dirigeremo in senso opposto, verso Plutone. Alla fine riusciremo a governarla. Lei non ha più intenzione di presentarsi volontario, vero?»
«Lo voglio ancora».
«E voialtri?», domandò Carmichel, rivolto a Basset e Siller. «Volete sempre venire con noi?»
«Certamente». Basset si stava già infilando con cura la tuta. «Eccoci».
«Si accerti che il suo casco sia ben chiuso». Carmichel lo aiutò a stringere le cinghie. «E poi, le scarpe».
«Comandante», disse Groves, «il videoschermo è quasi pronto. L’ho fatto montare in modo da poterci tenere in contatto. Potremmo avere bisogno di aiuto al ritorno».
«Buona idea». Carmichel si avvicinò ed esaminò i cavi che uscivano dallo schermo. «Ha una batteria interna?»
«Per motivi di sicurezza. È indipendente dalla nave».
Carmichel si sedette di fronte al videoschermo, e lo accese. Apparve l’immagine del centralino locale. «Passami la Stazione Garrison su Marte.
Il comandante Vecchi».
La chiamata venne inoltrata. Mentre aspettava, Carmichel cominciò ad allacciarsi gli stivali e le cinghie. Stava sistemandosi il casco quando lo schermo si illuminò, e prese forma il volto magro e abbronzato di Vecchi nella sua uniforme scarlatta.
«Saluti, comandante Carmichel», mormorò. Poi guardò con curiosità la sua tuta. «In partenza, comandante?»
«Può darsi che veniamo a farle visita. Stiamo per partire con la nave ganimedana catturata. Se tutto va bene spero di poter atterrare sul suo campo, domani sul tardi».
«Le farò trovare il campo libero e pronto per l’atterraggio».
«Sarà meglio che teniate pronti tutti i dispositivi di emergenza. Non siamo ancora padroni dei comandi».
«Vi auguro buona fortuna». Gli occhi di Vecchi scintillarono. «Riesco a vedere l’interno della nave. Che propulsione usa?»
«Ancora non lo sappiamo. È proprio questo il problema».
«Spero che riusciate ad atterrare, comandante».
«Grazie. Lo speriamo anche noi». Carmichel interruppe la comunicazione. Groves e Siller erano già vestiti, e stavano aiutando Basset a stringere i morsetti delle cuffie.
«Siamo pronti», disse Groves, guardando nell’oblò. Fuori il cerchio di ufficiali osservava in silenzio.
«Li saluti», disse Siller a Basset. «Questo potrebbe essere il nostro ultimo istante di vita sulla Terra».
«È davvero così pericoloso?»
Groves si mise a sedere accanto a Carmichel davanti al quadro dei comandi. «Pronto?» La sua voce giunse a Carmichel attraverso le cuffie.
«Pronto». Carmichel allungò la mano guantata verso la leva con la parola mel. «Andiamo. Tenetevi forte!»
Strinse forte la leva e tirò.
Stavano precipitando nello spazio. «Aiuto!», gridò il dottor Basset. Gli mancò l’appoggio sul pavimento, scivolò e andò a sbattere contro un tavolo. Carmichel e Groves si ressero con la forza della disperazione, tentando di mantenersi in posizione davanti ai comandi.
Il globo, in caduta libera, girava su se stesso e si abbassava sempre più attraverso una densa cortina di pioggia. Dall’oblò sotto di loro si scorgeva un vasto oceano dalla superficie agitata, una sterminata massa di acqua az-zurra che si estendeva a perdita d’occhio. Piegato sulle mani e sui piedi, sentendosi scivolare insieme al globo, Siller la fissò con orrore.
«Comandante, dove… dove dovremmo essere?»
«Da qualche parte nei paraggi di Marte. Ma quello non può essere Marte».
Groves tirò una dopo l’altra le leve dei razzi frenanti. Quando entrarono in funzione con esplosiva potenza, il globo fu scosso da un fremito.
«È facile», disse Carmichel, piegando il collo per guardare fuori dall’o-blò. «Un oceano? Che cavolo…»
Il globo si assestò, volando velocissimo a pelo d’acqua, parallelo alla superficie. Siller si alzò lentamente in piedi, sorreggendosi al corrimano. Poi aiutò Basset a fare altrettanto. «Tutto a posto, doc?»
«Grazie». Basset vacillò. Gli occhiali gli erano caduti all’interno del casco. «Dove siamo? Già su Marte?»
«Dovremmo. Ma questo non è Marte».
«Ma io credevo che fossimo diretti su Marte».
«Lo credevamo tutti». Groves diminuì per prudenza la velocità della na-ve. «Lo vede anche lei che non è Marte».
«E allora cos’è?»
«Non lo so. Comunque lo scopriremo. Comandante, regoli il razzo di destra. È sbilanciato. Usi quella leva».
Carmichel lo regolò. «Dove siamo, secondo lei? Non ci capisco niente.
Siamo ancora sulla Terra? O su Venere?»
Groves accese il videoschermo. «Lo sapremo subito, se siamo sulla Terra». Sollevò l’interruttore multibanda. Lo schermo rimase vuoto. Non si formò nessuna immagine.
«Non siamo sulla Terra».
«Non siamo in nessuna parte del Sistema». Groves girò il quadrante.
«Non c’è risposta».
«Provi con la frequenza della grande Antenna di Marte».
Groves regolò la sintonia. Nel punto in cui avrebbe dovuto trasmettere la grande Antenna di Marte non c’era nulla. I quattro uomini fissarono stupi-damente lo schermo vuoto. Per tutta la vita avevano visto le familiari facce sanguigne degli annunciatori marziani su quella gamma d’onda che tra-smetteva ventiquattr’ore al giorno. La più potente trasmittente del Sistema.
L’Antenna di Marte raggiungeva tutti i nove pianeti, ed era ancora captabi-le per un bel tratto nello spazio esterno. E non interrompeva mai le trasmissioni.
«Buon Dio», esclamò Basset. «Siamo fuori dal Sistema».
«Non siamo nel Sistema», confermò Groves. «Notate la curva dell’orizzonte. È un piccolo pianeta, questo. Forse un satellite. Ma un pianeta o un satellite che non ho mai visto prima d’ora. Non appartiene al Sistema, e non fa parte nemmeno dell’area di Proxima».
Carmichel si alzò. «Quelle cifre devono essere dei multipli, certo. Siamo fuori dal Sistema, forse in qualche angolo della Galassia». Si mise a guardare la superficie ondulata dell’oceano al di là dell’oblò.
«Non vedo stelle», disse Basset.
«Più tardi faremo una lettura stellare. Quando saremo dall’altra parte del pianeta, lontani dal sole».
«Un oceano», mormorò Siller. «Chilometri e chilometri di acqua. E una temperatura ideale». Si sfilò cautamente il casco. «Forse questo non ci servirà, dopotutto».
«Meglio aspettare di aver fatto un controllo dell’atmosfera», disse Groves. «Non c’è un cilindro di controllo su questa bolla?»
«Non ne vedo», rispose Carmichel.
«Be’, non importa. Se noi…»
«Signore!», esclamò Siller. «Terra».
Corsero all’oblò. All’orizzonte stava spuntando la terraferma. Una linea costiera lunga e bassa. Si vedeva del verde; la terra era fertile.
«Darò una regolata alla rotta», disse Groves sedendo al quadro comandi ed armeggiando con le leve. «Come va?»
«È dritta davanti a noi». Carmichel gli si sedette accanto. «Be’, almeno non affogheremo. Chissà dove siamo. Ma poi, come facciamo a saperlo? E
se la mappa stellare non corrisponde? Potremmo fare un’analisi spettrogra-fica, cercare di individuare una stella conosciuta…»
«Manca poco», disse nervosamente Basset. «Sarà meglio rallentare, generale, o ci spiaccicheremo al suolo».
«Faccio quello che posso. Ci sono montagne o rilievi?»
«No, Sembra del tutto piatta. Come una pianura».
Il globo si abbassò sempre più, rallentando. Il verde scenario scorse velocemente sotto di loro. Alla fine apparve in distanza una fila di basse colline. La nave sfiorava ormai il terreno mentre i due piloti cercavano di fermarla.
«Calma, calma», mormorò Groves. «Troppo veloce».
Tutti i freni schizzavano fiamme. Il globo era un inferno di rumore, e procedeva a sussulti sotto la sollecitazione dei razzi. Pian piano perse velocità fino a rimanere quasi sospeso nel cielo. Poi si abbassò, come il pallone di un bambino, avvicinandosi lentamente alla verde superficie del pianeta.
«Spegnete i motori!»
I piloti tirarono le leve, e improvvisamente ogni rumore cessò. I quattro si guardarono.
«Ci siamo quasi», mormorò Carmichel.
Plop.
«Siamo atterrati», annunciò Basset. «Siamo atterrati».
Sbloccarono con cautela il portello, accertandosi di avere i caschi ben avvitati. Siller si tenne pronto con un fucile Boris mentre Groves e Carmichel facevano scivolare all’indietro il grosso disco di rexenoide. Una ventata di aria calda penetrò con violenza nell’abitacolo.
«Si vede niente?», chiese Basset.
«No. Solo una distesa di campi. Deve essere proprio un pianeta». Il generale scese i gradini e toccò il suolo. «Ci sono delle piantine! A migliaia.
Di un genere che non conosco».
Gli altri uomini scesero anche loro e si mossero tutt’intorno, con gli stivali che affondavano nel terreno umido. Poi si scambiarono un’occhiata.
«Da che parte?», domandò Siller. «Verso quelle colline?»
«Forse è meglio. Che pianeta piatto!» Carmichel si avviò con passo pesante, lasciando dietro di sé profonde impronte. Gli altri lo seguirono.
«Un posto piacevole e senza pericoli», disse Basset, e raccolse una manciata di piantine. «Che cosa sono? Sembra una specie di erba». Le infilò nella tasca della tuta.
« Fermi» . Siller si irrigidì, e alzò il fucile.
«Cosa succede?»
«Qualcosa si è mosso. Laggiù in quella macchia di cespugli».
Aspettarono. Attorno a loro tutto era tranquillo. Una leggera brezza faceva ondulare la distesa erbosa. Il cielo sopra di loro era limpido, di un azzurro caldo, con qualche nuvoletta.
«Che aspetto aveva?», chiese Basset.
«Sembrava un insetto. Aspettate». Siller si diresse verso il gruppo di piante e vi infilò il piede, scalciando. Improvvisamente una piccola creatura guizzò fuori e si diede a una fuga precipitosa. Siller fece fuoco. Il proiet-tile del fucile Boris incendiò il terreno creando una rumorosa vampata di fiamme bianche. Quando la nuvola si dissipò non rimaneva altro che una piccola voragine bruciacchiata.
«Scusatemi». Avvilito, Siller abbassò il fucile.
«Va tutto bene. Sempre meglio sparare per primi, su un pianeta sconosciuto». Groves e Carmichel ripresero la marcia salendo una piccola collina.
«Aspettatemi», disse Basset, che era rimasto indietro. «Ho qualcosa nello stivale».
«Ci raggiungerà». I tre continuarono a camminare, lasciando solo il dottore. Quest’ultimo si mise a sedere sul terreno umido, brontolando, e cominciò lentamente a slacciarsi lo stivale.
Intorno a lui l’aria era calda. Sospirando, tentò di rilassarsi. Dopo un po’
si tolse il casco e si sistemò gli occhiali. Il profumo delle piante e dei fiori era pungente. Respirò a fondo ed espirò lentamente. Poi si rimise il casco e terminò di riallacciare lo stivale.
Un ometto non più alto di quindici centimetri spuntò da un ciuffo d’erba e scagliò una freccia contro di lui.
Basset abbassò lo sguardo. La freccia, una minuscola scheggia di legno, si era conficcata nella manica. Il dottore aprì e richiuse la bocca senza riuscire ad emettere un suono.
Una seconda freccia rimbalzò sulla superficie trasparente del casco. Poi una terza e una quarta. All’ometto si erano aggiunti dei compagni, uno dei quali montava un minuscolo cavallo.
«Madre del Cielo!», esclamò Basset.
«Cosa succede?» La voce del generale Groves gli giunse attraverso le cuffie. «Va tutto bene, dottore?»
«Signore, un uomo piccolissimo mi ha appena tirato addosso una freccia».
«Davvero?»
«C’è… ce n’è un gruppo, adesso».
«È impazzito?»
«No!» Basset cercò goffamente di rialzarsi. Un nugolo di frecce lo investì, attaccandosi alla tuta e rimbalzando sul casco. Gli giunsero alle orecchie le voci acute degli ometti, un suono eccitato e penetrante. «Generale, la prego, torni qui!»
Groves e Siller apparvero sul ciglio della collina. «Basset, lei deve aver perso…»
Si bloccarono, paralizzati dallo stupore. Siller alzò il fucile Boris, ma Groves gli abbassò la canna. «Impossibile». Poi avanzò osservando con attenzione il terreno. Una freccia urtò il suo casco. «Nanetti. Con archi e frecce».
All’improvviso gli ometti si voltarono e si ritirarono. Scapparono via a piedi o a cavallo in mezzo all’erba per riemergere dalla parte opposta della radura.
«Eccoli là», disse Siller. «Dobbiamo inseguirli? Vedere dove vanno?»
«Non è possibile». Groves scrollò il capo. «Nessun pianeta ha mai origi-nato esseri umani così piccoli. Così minuscoli!»
Il comandante Carmichel si precipitò giù dalla collina e li raggiunse. «Li ho visti davvero? Li avete visti anche voi? Quelle piccole figure che scap-pavano via?»
Groves staccò una freccia dalla tuta. «Li abbiamo visti. E sentiti». Tenne la freccia davanti alla visiera e la esaminò. «Guardate… l’estremità brilla.
Ha la punta di metallo».
«Avete visto come erano vestiti?», chiese Basset. «Come in un racconto che ho letto una volta su un libro illustrato. Robin Hood. Con cappuccio e stivali».
«Un libro…» Groves si strofinò il mento, mentre una strana espressione si disegnava nei suoi occhi. «Un racconto».
«Cosa, signore?», chiese Siller.
«Niente». Groves si scosse all’improvviso, e cominciò a camminare.
«Seguiamoli. Voglio vedere la loro città».
Aumentò l’andatura, procedendo a grandi passi dietro gli ometti, che non si erano ancora allontanati di molto.
«Muoviamoci», disse Siller. «Prima che scompaiano alla nostra vista».
Insieme a Carmichel e Basset raggiunse Groves, mettendosi al suo passo.
Tutti e quattro mantennero la stessa andatura degli ometti, i quali stavano correndo più veloci che potevano. Dopo un po’ uno di loro si fermò e si accasciò a terra. Gli altri esitarono, guardandosi alle spalle.
«È stanco morto», disse Siller. «Non ce la farà».
Giunsero delle urla stridule. Lo stavano incitando ad alzarsi.
«Diamogli una mano», disse Basset; si chinò e mise in piedi la piccola creatura. Poi l’afferrò delicatamente tra le dita guantate e la osservò rigi-randola da tutte le parti.
«Ahi!» Basset lo rimise subito a terra.
«Cos’è successo?» Groves gli si avvicinò.
«Mi ha punto». Basset si massaggiò il pollice.
«Punto?»
«Mi ha ferito, credo. Con la spada».
«Non si preoccupi». Groves continuò ad inseguire gli ometti.
«Signore», disse Siller a Carmichel. «Certamente tutto questo fa sembrare quello di Ganimede un problema remoto».
«È così lontano».
«Mi chiedo come sarà la loro città», disse Groves.
«Credo di saperlo», affermò Basset.
«Lo sa? Come?»
Basset non rispose. Sembrava immerso in profondi pensieri, mentre osservava con attenzione quei minuscoli esseri sul terreno.
«Andiamo», disse. «Non perdiamoli di vista».
Rimasero tutti sbalorditi, senza che nessuno parlasse. Davanti a loro, lungo un pendio, si stendeva una città in miniatura. Gli ometti vi si erano infilati dentro attraverso un ponte levatoio. Adesso il ponte si stava sollevando, sorretto da fili quasi invisibili. Proprio mentre lo stavano guardando, il ponte si richiuse con uno scatto.
«Allora, doc?», chiese Siller. «È questo che si aspettava?»
Basset annuì. «Esattamente».
La città era munita di mura, e costruita con pietra grigia. Era circondata da un piccolo fossato. Infinite spirali si levavano verso il cielo, un insieme di archi e pinnacoli che sormontavano gli edifici. C’era un’attività frenetica all’interno della città, e una cacofonia di urla stridule emesse da innumerevoli gole oltrepassarono il fossato e giunsero fino ai quattro uomini, crescendo d’intensità di momento in momento. Delle figure apparvero sulle mura della città, soldati provvisti di armatura che osservavano al di là del fossato, nella loro direzione.
Improvvisamente il ponte levatoio fu scosso da un tremito. Cominciò a calare e si collocò in posizione. Seguì una pausa. Poi…
«Guardate!», esclamò Groves. «Eccoli».
Siller sollevò il fucile. «Buon Dio! Guardateli!»
Un’orda di uomini armati a cavallo attraversò rumorosamente il ponte levatoio, riempiendo il terreno al di là di esso, e si lanciò contro i quattro uomini in tuta, con gli scudi e le lance che scintillavano al sole. Ce n’erano a centinaia, adorni di pennoni, insegne e bandiere di tutti i colori e dimensioni. Una scena impressionante, su scala ridotta.
«Preparatevi», disse Carmichel. «Fanno sul serio. Attenti alle gambe».
Strinse i morsetti del casco.
La prima ondata di cavalieri raggiunse Groves, che si trovava un po’ più avanti rispetto agli altri. Fu circondato da un anello di soldati, figurine ar-mate e piumate che attaccarono furiosamente le sue caviglie con spade in miniatura.
«Finitela!», urlò Groves, facendo un salto all’indietro. «Basta!»
«Ci daranno dei problemi», disse Carmichel.
Siller cominciò a ridacchiare nervosamente, mentre le frecce volavano intorno a lui. «Gli devo dare una bella lezione, signore? Una raffica di Boris e…»
«No! Non spari… è un ordine». Groves fece qualche passo indietro, mentre i guerrieri a cavallo si lanciavano verso di lui, con le spade abbas-sate. Scalciò e ne fece cadere diversi con il grosso stivale. La massa frenetica di uomini e cavalli lottò per rimettersi in piedi.
«Andiamocene», stava dicendo Basset. «Maledetti arcieri».
Dalla città si stava riversando un gran numero di uomini a piedi con archi e faretre sulle spalle. L’aria risuonava di grida acute.
«Ha ragione», disse Carmichael. I suoi gambali erano stati tutti tagliuz-zati dagli ostinati cavalieri che erano smontati e si dimenavano avanti e indietro tentando di farlo cadere a terra. «Se non dobbiamo sparare, allora sarà meglio ritirarsi. Questi non si arrendono».
Nugoli di frecce piovvero su di loro.
«Sanno lanciare bene», ammise Groves. «Sono dei soldati proprio in gamba».
«Attenti», disse Siller. «Stanno cercando di dividerci. Di prenderci ad uno ad uno». Si diresse nervosamente verso Carmichel. «Andiamocene via di qui».
«Li sentite?», disse Carmichel. «Sono come impazziti. Non gli andiamo a genio».
I quattro uomini indietreggiarono, camminando a ritroso. Dopo un po’ le piccole figure cessarono di inseguirli e si fermarono per riorganizzare le li-nee.
«Siamo stati fortunati ad avere addosso le tute», disse Groves. «Non è stato affatto divertente».
Siller si abbassò, strappò un ciuffo d’erba e lo lanciò verso la linea dei cavalieri. Quelli si sparpagliarono.
«Andiamo via», disse Basset. «Lasciamo questo posto».
«Andare via?»
«Andiamocene via di qui». Basset era pallidissimo. «Non riesco a crederci. Dev’essere una specie di ipnosi. Una forma di controllo delle nostre menti. Non può essere vero».
Siller gli strinse il braccio. «Va tutto bene? Cosa ti succede?»
Il volto di Basset era stravolto. «Non posso accettarlo», farfugliò.
«Sconvolge l’intera struttura dell’universo. Tutte le credenze di fondo».
«Perché? Che cosa intende dire?»
Groves poggiò la mano sulla spalla di Basset. «Non la prenda così, dottore».
«Ma generale…»
«So quello che sta pensando. Ma non può essere. Ci dev’essere una spiegazione razionale. Deve esserci per forza».
«Una favola», mormorò Basset. «Un racconto per bambini».
«È una coincidenza. Quel racconto era una satira sociale, niente di più.
Una satira, un’opera di fantasia. Sembra che assomigli a questa situazione, ma la somiglianza è solo…»
«Di che cosa state parlando voi due?», domandò Carmichel.
«Di questo posto». Basset si liberò dalla mano di Groves. «Dobbiamo andarcene di qui. Siamo prigionieri di qualche mente».
«Ma di che sta parlando?» Carmichel guardò prima Basset poi Groves.
«Lei sa dove ci troviamo?»
«Non possiamo essere qui,» rispose Basset.
«Qui dove?»
«È un’invenzione. Una favola. Un racconto per bambini».
«No, una satira sociale, per essere precisi», disse Groves.
«Che cosa stanno dicendo, signore?», chiese Siller al comandante Carmichel. «Lei lo sa?»
Carmichel grugnì. Una luce fioca gli illuminò lo sguardo. «Che cosa?»
«Lei sa dove siamo, signore?»
«Torniamo al globo», disse Carmichel.
Groves passeggiava nervosamente. Si fermò accanto all’oblò e guardò fuori con attenzione, scrutando in lontananza.
«Ne arrivano altri?», chiese Basset.
«Moltissimi».
«Che cosa stanno facendo, adesso, là fuori?»
«Stanno ancora lavorando alla loro torre».
Il piccolo popolo stava costruendo una torre, un’impalcatura per raggiungere la fiancata del globo. Lavoravano insieme a centinaia, cavalieri, artigiani, arcieri, perfino donne e bambini. Cavalli e buoi trainavano piccoli carretti che portavano i rifornimenti dalla città. Un vocio acuto penetrava attraverso lo scafo di rexenoide del globo, filtrando fino ai quattro uomini chiusi all’interno.
«Allora?», chiese Carmichel. «Che facciamo? Decolliamo?»
«Io ne ho abbastanza», disse Groves. «Tutto quello che voglio ora è tornare sulla Terra».
«Dove siamo?», domandò Siller per la decima volta. «Dottore, lei lo sa.
Me lo dica, maledizione! Tutti e tre lo sapete. Perché non me lo dite?»
«Perché vogliamo conservare la nostra sanità mentale», rispose Basset a denti stretti. «Ecco perché».
«Mi piacerebbe davvero saperlo», mormorò Siller. «Se sparissimo dietro un angolo, me lo direbbe?»
Basset scosse il capo. «Non mi secchi, maggiore».
«Non posso proprio crederci», disse Groves. «Come può essere?»
«E se ce ne andiamo, non lo sapremo mai. Non ne avremo mai la certezza. Ci segnerà per tutta la vita. Siamo davvero… qui? Questo posto esiste veramente? Ed è veramente…»
«C’era un secondo posto», disse all’improvviso Carmichel.
«Un secondo posto?»
«Nel racconto. Un posto in cui gli uomini erano grandi».
Basset annuì. «Sì. Si chiamava… come si chiamava?»
«Brobdingnag».
«Brobdingnag. Forse esiste anche quello».
«Allora voi pensate davvero che questo sia…»
«Non si adatta alla descrizione?» Basset gesticolò in direzione dell’oblò.
«Non è come l’ha raccontato? Tutto piccolo, soldati piccoli, piccole città murate, buoi, cavalli, cavalieri, re e bandiere. Il ponte levatoio. E le loro maledette torri. Costruiscono sempre torri… e lanciano frecce».
«Doc,» disse Siller. «Quale descrizione?»
Nessuna risposta.
«Potrebbe… potrebbe dirmelo in un orecchio?»
«Non vedo come possa essere», disse Carmichel con voce piatta. «Ricordo il libro, naturalmente. L’ho letto quando ero bambino, come tutti. In seguito mi resi conto che si trattava di una satira sui costumi del tempo.
Ma buon Dio, o l’uno o l’altro! Non un luogo reale».
«Forse aveva un sesto senso. Magari è stato davvero qui. In una visione.
Forse ha avuto una visione. Si diceva che alla fine della sua vita fosse diventato psicotico».
«Brobdingnag. L’altro posto». Carmichel rifletté. «Se esiste questo, forse esiste anche l’altro. Potrebbe dircelo… Sì, possiamo saperlo con certezza.
Possiamo fare qualche verifica».
«Sì, della nostra teoria. Qualche ipotesi. Noi pensiamo che debba esistere. E la sua esistenza diventerebbe una prova, in un certo modo».
«La teoria L, che predice l’esistenza di B».
«Dobbiamo esserne sicuri», disse Basset. «Se torniamo indietro senza averne la certezza, continueremo a domandarcelo in eterno. Quando com-batteremo contro i ganimedani ci fermeremo all’improvviso e ci porremo la domanda: sono stato davvero là? Esiste veramente? Per tutti questi anni abbiamo creduto che fosse solo un racconto, ma adesso…»
Groves si diresse al quadro dei comandi e si mise a sedere, osservando con attenzione i quadranti. Carmichel si sedette accanto a lui.
«Guardi qui», disse Groves, toccando con il dito la scala di lettura. «Adesso l’indicatore segna liw, 100. Ricorda dov’era quando siamo partiti?»
«Naturalmente. Era a nesi. A zero. Perché?»
« Nesi è la posizione neutra. La nostra posizione di partenza sulla Terra.
E abbiamo raggiunto il limite ad un’estremità della scala. Carmichel, Basset ha ragione. Dobbiamo scoprirlo. Non possiamo tornare sulla Terra senza sapere se questo è veramente… Lei mi capisce» .
«Lei vuole lanciarla indietro lungo la scala? Senza fermarsi sullo zero?
Raggiungere l’altra estremità? Fino all’altro liw?»
Groves annuì.
«Va bene». Il comandante lasciò andare lentamente il fiato. «Sono d’accordo con voi. Anch’io voglio sapere. Devo sapere».
«Dottor Basset». Groves condusse il dottore al quadro dei comandi.
«Non torniamo sulla Terra, non ancora. Due di noi vogliono andare oltre».
«Oltre?» Basset fece una smorfia. «Intende dire dall’altra parte? Sull’altro lato della scala?»
Annuirono. Vi fu silenzio. All’esterno del globo i colpi e i rumori metallici erano cessati. La torre era quasi giunta all’altezza del portello.
«Dobbiamo sapere», disse Groves.
«Io ci sto», affermò Basset.
«Bene», aggiunse Carmichel.
«Vorrei che qualcuno di voi mi spiegasse di che cosa state parlando», disse lamentosamente Siller. «Non potete dirmelo?»
«Allora andiamo». Groves afferrò la leva e la tenne per un momento, seduto in silenzio. «Siamo pronti?»
«Pronti», rispose Basset.
Groves spinse la leva in basso fino in fondo.
Forme, enormi e indistinte.
Il globo rollava pesantemente, tentando di raddrizzarsi. Stavano cadendo di nuovo. La nave era perduta all’interno di un mare di figure vaghe e ne-bulose, immense sagome oscure che si muovevano da ogni lato oltre l’o-blò.
Basset fissava lo spettacolo a bocca aperta. «Che cosa…»
Il globo precipitava, acquistando sempre più velocità. Tutto era diffuso, informe. Forme simili a ombre si sollevavano e si abbassavano all’esterno, forme così grandi da non poterne distinguere i contorni.
«Signore!», farfugliò Siller. «Comandante! Presto! Guardi!»
Carmichel andò all’oblò.
Si trovavano in un mondo di giganti. Una figura torreggiante passò loro accanto, con un torso così ampio che non riuscirono a vederlo tutto. C’erano altre forme, ma così grandi e scure da non poterle identificare. Tutto intorno al globo c’era come un ruggito, una forte corrente sotterranea di rumore simile ad un mostruoso oceano in tempesta. Un suono echeggiante, un rimbombo che scuoteva e faceva rimbalzare la nave di qua e di là.
Groves guardò Carmichel e Basset.
«Allora è vero», disse quest’ultimo.
«Questo lo conferma».
«Non posso crederci», disse Carmichel. «Ma questa è la prova che cer-cavamo. Eccola… là fuori».
All’esterno del globo c’era qualcosa che si muoveva verso di loro, avvicinandosi pesantemente. Siller emise un grido improvviso, ritraendosi dall’oblò. Brandì il fucile Boris, terreo in volto.
«Groves!», esclamò Basset. «Sposti la leva sul neutro! Presto. Dobbiamo andarcene via».
Carmichel abbassò il fucile di Siller e lo fissò a lungo con un sorriso tirato. «Mi dispiace. Questa volta è troppo piccolo».
Una mano si era protesa verso di loro, una mano così grossa da coprire la luce. Le dita, la pelle con i pori aperti, le unghie, grossi ciuffi di peli. La nave fu scossa da un tremito mentre la mano si stringeva su di loro da tutti i lati.
«Generale! Presto!»
Poi tutto finì. La pressione cessò all’istante. Al di là dell’oblò c’era… il nulla. I quadranti erano di nuovo in attività, e il puntatore stava salendo verso nesi. Verso il neutro. Verso la Terra.
Basset emise un sospiro di sollievo, poi si tolse il casco e si asciugò la fronte.
«Ce l’abbiamo fatta», disse Groves. «Appena in tempo».
«Una mano», disse Siller. «Che cercava di afferrarci. Una mano enorme.
Dove eravamo? Ditemelo!»
Carmichel si mise a sedere vicino a Groves e i due si guardarono in silenzio.
Carmichel emise una specie di grugnito. «Non dobbiamo parlarne con nessuno. Con nessuno. Non ci crederebbero, e se lo facessero sarebbe ancora peggio. Una società non può apprendere impunemente una cosa del genere. Sarebbe una minaccia per la sua stabilità».
«Deve avere avuto una visione. Poi l’ha messa per iscritto sotto forma di romanzo per bambini. Sapeva che non avrebbe mai potuto raccontarla co-me una storia vera».
«Qualcosa del genere. E così esiste veramente. Entrambi esistono. E forse ce ne sono degli altri. Il Paese delle Meraviglie, Oz, Pellucidar, Ere-whon, tutte le fantasie, i sogni…»
Groves poggiò una mano sul braccio del comandante. «Si tranquillizzi.
Riferiremo semplicemente che la nave non ha funzionato. Per quanto ne sapranno, noi non siamo andati da nessuna parte. D’accordo?»
«D’accordo». Il videoschermo stava tornando alla vita con dei crepitii, e si stava già formando un’immagine. «D’accordo. Non diremo nulla. Lo sapremo solo noi quattro». Diede un’occhiata a Siller. «Solo noi tre, volevo dire».
L’immagine del Primo Senatore sullo schermo era completamente formata. «Comandante Carmichel! È ancora vivo? Siete riusciti ad atterrare?
Marte non ci ha inviato nessun rapporto. Il suo equipaggio sta bene?»
Basset guardò fuori dall’oblò. «Siamo a poco più di un chilometro di quota sopra Terra City, e stiamo scendendo a bassa velocità. Il cielo è pieno di navi. Non abbiamo bisogno di aiuto, non è vero?»
«No», rispose Carmichel. E cominciò ad accendere lentamente i razzi di frenata, facilitando la discesa.
«Un giorno, quando la guerra sarà finita», disse Basset, «voglio parlare con i ganimedani di questa faccenda. Mi piacerebbe conoscerla nei minimi particolari».
«Forse ne avrà l’occasione», disse Groves, che aveva recuperato la calma. «È vero. Ganimede! La nostra possibilità di vincere la guerra è certamente fallita».
«Il Primo Senatore rimarrà molto deluso», disse Carmichel con una smorfia. «Forse il suo desiderio si avvererà presto, dottore. La guerra durerà probabilmente ben poco, adesso che siamo tornati… a mani vuote».
Il magro ganimedano dal colorito giallastro entrò a piccoli passi nella stanza, con la tunica che sfiorava il pavimento. Poi si fermò e fece un inchino.
Il comandante Carmichel rispose con un rigido cenno del capo.
«Mi è stato detto di venire qui», disse il ganimedano con la sua pronun-cia lenta e strascicata. «Mi hanno riferito che in questo laboratorio c’è dell’attrezzatura che appartiene a noi».
«Esatto».
«Se non ci sono obiezioni, vorremmo…»
«Vada pure a prenderla».
«Bene. Sono contento di vedere che non c’è animosità da parte vostra.
Adesso che siamo di nuovo in pace, io spero che potremo lavorare insieme in piena armonia, su una base di parità che…»
Carmichel si voltò all’improvviso, dirigendosi verso la porta. «La vostra nave si trova da questa parte. Venga con me».
Il ganimedano lo seguì nell’edificio centrale del laboratorio. Nel mezzo della grande sala riposava silenziosamente il globo.
Groves li raggiunse. «Vedo che sono venuti a prenderla».
«Eccola lì», disse Carmichel al ganimedano. «La vostra nave spaziale.
Portatela via».
«La nostra nave temporale, vorrà dire».
Groves e Carmichel sobbalzarono. «La vostra cosa?»
Il ganimedano sorrise quietamente. «La nostra nave temporale». E indicò il globo. «È quella. Posso cominciare a farla trasferire sul mezzo di trasporto?»
«Chiami Basset», disse Carmichel. «Presto!»
Groves uscì di corsa dalla sala, e tornò dopo pochi secondi insieme al dottor Basset.
«Dottore, questo ganimedano sta per riprendersi ciò che gli appartiene».
Carmichel respirò a fondo. «La sua… la sua macchina del tempo».
Basset sussultò. «La sua cosa? La sua macchina del tempo?» Era stravolto in viso, e si ritrasse di scatto. «Questa? Una macchina del tempo?
Non è quello che noi…»
Groves si impose la calma. Un po’ sgomento, tenendosi appartato rispetto alla nave, si rivolse al ganimedano con un’aria più disinteressata possibile. «Potremmo farle qualche domanda prima che lei si porti via la sua…
nave temporale?»
«Certamente. Vi risponderò meglio che posso».
«Questo globo viaggia… nel tempo? Non nello spazio? È una macchina nel tempo? Può andare nel passato? E nel futuro?»
«Proprio così».
«Capisco. E nesi, sul quadrante, indica il tempo presente».
«Sì».
«La scala verso l’alto è il passato?»
«Sì».
«Allora la scala verso il basso è il futuro. Un’altra cosa. Una soltanto.
Una persona che viaggiasse verso il passato scoprirebbe che, a causa dell’espansione dell’universo…»
Il ganimedano ebbe una reazione. Un sorriso gli attraversò il volto, il sorriso malizioso di chi già sa. «Allora l’avete provata».
Groves annuì.
«Siete andati nel passato e avete trovato tutto molto più piccolo? Di dimensioni ridotte?»
«Esatto… perché l’universo è in espansione. E nel futuro ogni cosa aumenterà di dimensioni. Si espanderà».
«Sì». Il sorriso del ganimedano si allargò. «È una grande emozione, ve-ro? Siete rimasti sbalorditi nel trovare il vostro mondo in formato ridotto, popolato da esseri minuscoli. Ma le dimensioni sono un fatto relativo, naturalmente. Come vi siete resi conto quando siete andati nel futuro».
«Allora è così». Groves lasciò andare il fiato. «Be’, è tutto. Può riprendersi la sua nave».
«Il viaggio nel tempo», affermò quasi con rincrescimento il ganimedano,
«non si è rivelato un’impresa riuscita. Il passato è troppo piccolo, il futuro troppo grosso. Noi consideriamo questa nave un fallimento».
Il ganimedano toccò il globo con la sonda.
«Non riuscivamo a capire a che cosa vi potesse servire. È stata anche fatta l’ipotesi che aveste rubato la nave per raggiungere…» e fece un sorri-setto, «per raggiungere le vostre colonie nello spazio esterno. Ma era qualcosa di troppo ridicolo. Non potevamo prendere sul serio questa ipotesi».
Nessuno disse nulla.
Il ganimedano emise un segnale sibilante. Un gruppo di operai sfilò nella sala e cominciò a caricare il globo su un’enorme piattaforma.
«Allora è così», mormorò Groves. «Eravamo sempre sulla Terra. E quella gente, quelli erano i nostri progenitori».
«Del quindicesimo secolo», aggiunse Basset. «O così direi a giudicare dai loro abiti. Medioevo».
Si guardarono l’un l’altro.
All’improvviso Carmichel scoppiò a ridere. «E noi credevamo che fosse… Credevamo di essere in…»
«Lo sapevo che era solo una favola per bambini», disse Basset.
«Una satira sociale», lo corresse Groves.
In silenzio osservarono i ganimedani che trascinavano il loro globo fuori dall’edificio, verso la nave da carico in attesa.