Stories 93 / Random

Stories by philip kindred dick

in giardino (italian)

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— È là fuori — disse Robert Nye. — A dire il vero, sta sempre lì. Anche col cattivo tempo. Anche se piove.
— Vedo. — Il suo amico Lindquist annuì. I due uomini aprirono la porta posteriore e uscirono sul portico. L'aria era tiepida e pulita. Si fermarono tutti e due, inspirando profondamente. Lindquist si guardò attorno. — Un giardino splendido. Un giardino notevolissimo, no? — Scosse la testa.
— Adesso la capisco. Guarda che magnificenza!
— Vieni con me — disse Nye, cominciando a scendere i gradini che portavano al sentiero. — Penso che sia seduta dietro l'albero. C'è una vecchia panca di forma circolare, di quelle che un tempo usavano molto. Probabilmente sarà in compagnia di Sir Francis.
— Sir Francis? Chi sarebbe? — Lindquist si affrettò a seguire l'amico.
— Sir Francis è la sua anatra. Una grossa anatra bianca. — Si avviarono sul sentiero. Superarono i cespugli di lillà che crescevano a ridosso di grandi intelaiature in legno bianco. File di rigogliosi tulipani delimitavano entrambi i lati del sentiero. Un graticcio coperto di rose rampicanti ornava una delle pareti esterne di una piccola serra. Lindquist si fermò a guardare, estasiato. Cespugli di rose, di lillà; innumerevoli arbusti e fiori. Una distesa di glicini. Un gigantesco salice.
E seduta ai piedi dell'albero, con lo sguardo puntato su un'anatra bianca che si muoveva nell'erba, c'era Peggy.
Lindquist si fermò di scatto, affascinato dalla bellezza della signora Nye. Peggy Nye era minuta, con morbidi capelli scuri e grandi occhi caldi; occhi colmi di una dolce, tollerante malinconia. Indossava un minuscolo tailleur blu, e aveva i sandali ai piedi, e fiori nei capelli. Rose.
— Amore — le disse Nye — guarda chi c'è. Ti ricordi di Tom Lindquist, vero?
Peggy alzò la testa. — Tommy Lindquist! — esclamò. — Come sta? Che piacere rivederla.
— Grazie. — Lindquist ondeggiò un poco avanti e indietro, compiaciuto. — E lei come sta, Peg? Vedo che ha un amico.
— Un amico?
— Sir Francis. Si chiama così, giusto?
Peggy rise. — Oh, Sir Francis. — Tese una mano e carezzò le penne dell'anatra. Sir Francis continuò ad andare in cerca di ragni nell'erba. — Sì, è un mio ottimo amico. Ma non vuole sedersi? Quanto si fermerà?
— Non resterà a lungo — le rispose suo marito. — E solo di passaggio. È diretto a New York per affari.
— Esatto — disse Lindquist. — Mi creda, lei ha un giardino straordinario, Peggy. Ricordo che ha sempre desiderato un bel giardino, ricco di uccelli e di fiori.
— È delizioso — disse Peggy. — Noi ce ne stiamo sempre qui fuori.
— Noi?
— Sir Francis e io.
— Passano molto tempo assieme — disse Robert Nye. — Sigaretta? — Porse il pacchetto a Lindquist. — No? — Nye accese una sigaretta per sé. — Personalmente, non vedo niente di straordinario nelle anatre, ma non sono mai stato un grande amante della natura e dei fiori.
— Robert se ne sta sempre chiuso in casa, a scrivere i suoi articoli — disse Peggy. — Si sieda, Tommy. — Raccolse da terra l'anatra e se la sistemò in grembo. — Si metta qui, vicino a me.
— Oh, no — disse Lindquist. — Sto benissimo in piedi.
Smise di parlare. Restò a guardare Peggy e tutti quei fiori, l'erba, l'anatra che non emetteva un suono. Una leggera brezza correva tra gli iris dietro l'albero, iris color porpora e bianco. Nessuno parlò. Il giardino era fresco e riposante. Lindquist sospirò.
— Cosa c'è? — chiese Peggy.
— Sa, tutto questo mi ricorda una poesia. — Lindquist si passò una mano sulla fronte. — Qualcosa di Yeats, mi pare.
— Sì, il giardino è proprio cosi — disse Peggy. — Somiglia molto a una poesia.
Lindquist si concentrò. — Adesso ricordo! — esclamò, con una risata. — Ma è ovvio. Lei e Sir Francis. Lei e Sir Francis seduti lì. Leda e il cigno. Peggy aggrottò la fronte. — Se non…
— Il cigno era Zeus — disse Lindquist. — Zeus assunse la forma di un cigno per avvicinarsi a Leda mentre faceva il bagno. Lui… ehm… fece l'amore con lei sotto le spoglie di un cigno. E da quell'incontro nacque Elena di Troia. La figlia di Zeus e Leda. Come dice… "Un'improvvisa folgore. Le grandi ali che ancora battono sopra la barcollante ragazza…"
Si interruppe. Peggy lo stava fissando paonazza. Poi balzò su, gettando a terra l'anatra. Tremava d'ira.
— Cosa c'è? — chiese Robert. — Cos'è successo?
— Come osa? — disse Peggy a Lindquist. Girò le spalle e si allontanò a passi veloci.
Robert la rincorse, la afferrò per un braccio. — Ma cosa c'è? Cosa ti prende? Era solo il verso di una poesia!
Lei si divincolò. — Lasciami stare.
Lui non l'aveva mai vista così furibonda. Il viso di sua moglie era avorio; gli occhi, due pietre. — Ma Peg…
Peggy si girò a guardarlo. — Robert — disse — io sto per avere un figlio.
— Cosa?
Peggy annuì. — Volevo dirtelo stasera. Lui sa. — Piegò le labbra in una smorfia. — Sa. Ecco perché ha detto quelle cose. Robert, mandalo via! Te ne prego!
Robert annuì meccanicamente. — Certo, Peg. Certo. Ma è vero? Proprio vero? Stiamo per avere un figlio? — Circondò la moglie con le braccia. — È meraviglioso. Amore, è meraviglioso. Non ho mai avuto una notizia così fantastica. Gesù. Gesù santo! È la cosa più meravigliosa che io abbia mai sentito.
Ricondusse Peggy verso la panca circolare, tenendole un braccio attorno alla vita. All'improvviso, il suo piede colpì qualcosa di morbido; qualcosa che sussultò ed emise un sibilo di rabbia. Sir Francis corse via in un mezzo volo, aprendo e chiudendo a scatti il becco, per protesta.
— Tom! — urlò Robert. — Stai a sentire. Una grande novità! Glielo posso dire, Peg? Sei d'accordo?
Sir Francis continuò a lanciare sibili furiosi al suo indirizzo, ma nell'eccitazione generale, nessuno se ne accorse.
Era un maschio, e gli misero nome Stephen. Robert Nye rientrò a casa dall'ospedale in auto, immerso nei suoi pensieri. Adesso che aveva davvero un figlio, la sua mente tornava a quel giorno in giardino, al pomeriggio in cui Tom Lindquist era passato a trovarlo. Era andato a fargli visita e aveva citato un verso di Yeats che aveva mandato Peg su tutte le furie. Dopo quell'episodio, tra lui e Sir Francis si era creata un'atmosfera di fredda ostilità. Robert non era mai più riuscito a guardare Sir Francis con gli occhi di un tempo.
Parcheggiò davanti a casa e salì i gradini in pietra. A dire il vero, lui e Sir Francis non erano mai andati d'accordo, sin dal primo giorno che lo avevano comperato in campagna. Era stata un'idea soltanto di Peg. Aveva visto il cartello davanti a quella fattoria. Robert si fermò sugli scalini della veranda. Come si era arrabbiata col povero Lindquist. Certo, Tom aveva dimostrato poco tatto nel citare proprio quel verso, però… Robert si mise a riflettere. Che enorme stupidaggine Era sposato con Peg da tre anni. Era fuori dubbio che lei lo amasse, che gli fosse fedele. Vero, non avevano molto in comune. Peg amava starsene seduta in giardino, a leggere o meditare, o a dare da mangiare agli uccelli. O a giocare con Sir Francis.
Fece il giro della casa. Attraversò il cortile posteriore e arrivò in giardino. Ma certo che lei lo amava! Lo amava e gli era fedele. Era assurdo pensare che potesse anche semplicemente esserle passato per la testa… Che Sir Francis potesse essere…
Si fermò. Sir Francis era sul lato opposto del giardino. Stava tirando un verme fuori dal terreno col becco. L'anatra bianca inghiottì il verme e continuò ad aggirarsi sull'erba, in cerca di insetti, cimici e ragni. Poi si fermò di colpo, sul chi vive.
Robert attraversò il giardino. Tornata dall'ospedale, Peg avrebbe avuto da fare con Stephen. Sì, era il momento migliore. Peg non avrebbe avuto un momento libero. Sir Francis sarebbe finito nel dimenticatoio. Col bambino e tutto il resto…
— Vieni qui — disse Robert. E acchiappò l'anatra. — Quello è stato l'ultimo verme che hai mangiato in questo giardino.
Sir Francis si mise a starnazzare furiosamente nel tentativo di liberarsi, mordendo l'aria col becco. Robert lo portò in casa. Prese una valigia dall'armadio e vi infilò l'anatra. Chiuse la cerniera, poi si asciugò la fronte. E adesso? La fattoria? Una corsa di mezz'ora in macchina, niente di più. Ma sarebbe riuscito a ritrovarla?
Poteva tentare. Trascinò la valigia all'automobile e la buttò sul sedile posteriore. Per tutto il viaggio, Sir Francis continuò a emettere qua qua strepitanti, dapprima con rabbia, e più tardi, mentre correvano in autostrada, con rassegnazione e disperazione crescenti.
Robert non disse niente.
Peggy parlò ben poco di Sir Francis, quando ebbe capito che era scomparso per sempre. Parve accettare la sua assenza, anche se per una settimana o giù di lì fu molto più taciturna del solito. Gradualmente, però, si rasserenò. Cominciò a ridere e giocare col piccolo Stephen. Lo portava fuori al sole, se lo sistemava in grembo e gli passava le mani nei capelli morbidi.
— Sembrano piumini — disse una volta. Robert annuì, anche se non era d'accordo. Piumini? A lui, i capelli di suo figlio parevano seta, ma non disse niente.
Stephen crebbe. Diventò un bambino sano, felice, scaldato dal sole, stretto da braccia adoranti, ora dopo ora, nella pace del giardino, sotto il salice. Qualche anno dopo, era un bambino dolcissimo, con grandi occhi scuri; un bambino che tendeva a giocare da solo, senza cercare la compagnia degli altri, a volte in giardino, a volte nella sua stanza al primo piano.
Stephen adorava i fiori. Quando il giardiniere seminava, gli andava dietro, scrutando con estrema serietà ogni manciata di semi che finiva nel terreno, o le pianticelle con le radici coperte di muschio che il giardiniere trapiantava nel suolo caldo.
Non parlava molto. A volte Robert smetteva di lavorare, andava alla finestra del soggiorno, infilava le mani in tasca, accendeva una sigaretta e restava a guardare il bambino silenzioso che giocava da solo fra cespugli ed erba. A cinque anni, Stephen cominciò a interessarsi alle storie dei grossi libri che Peggy comperava per lui. Madre e figlio sedevano assieme in giardino, guardavano le illustrazioni, seguivano con le dita il testo delle storie.
Robert li scrutava dalla finestra, malinconico e muto. Si sentiva escluso, abbandonato. Come odiava essere tagliato fuori! Aveva desiderato un figlio per tanto tempo…
Lo assalivano dubbi improvvisi. A volte, si trovava a ripensare a Sir Francis e a quello che aveva detto Tom. Scacciava rabbiosamente quelle idee, ma il ragazzo era così lontano da lui! Non esisteva modo di raggiungerlo?
Robert meditò e meditò.
Una calda mattina d'autunno, Robert uscì e si fermò sul portico a respirare l'aria tiepida, guardandosi attorno. Peggy era scesa in città per fare compere e andare dalla parrucchiera. Sarebbe rientrata di lì a diverse ore.
Stephen sedeva solo al tavolino che gli avevano regalato per il compleanno. Tracciava disegni coi suoi pastelli. Era tutto intento al lavoro; il suo visino era solcato da piccole rughe di concentrazione. Robert si incamminò a passi lenti verso il figlio, sull'erba.
Stephen alzò la testa, mise giù i pastelli. Sorrise timidamente, cordialmente, senza staccare gli occhi dall'uomo che avanzava verso lui. Robert raggiunse il tavolo e si fermò. Restituì il sorriso, un po' incerto e irrequieto.
— Cosa c'è? — chiese Stephen.
— Ti spiace se resto con te?
— No.
Robert si grattò il mento. — Ehi, cosa stai facendo? — chiese poi.
— Cosa sto facendo?
— Coi pastelli.
— Disegno. — Stephen alzò il foglio. Aveva disegnato una grande forma gialla, una specie di limone. Lui e Robert la studiarono assieme.
— Che cos'è? — chiese Robert. — Una natura morta?
— È il sole. — Stephen rimise giù il foglio e ricominciò a lavorare. Robert lo studiò. Come disegnava bene! Adesso stava schizzando qualcosa di verde. Alberi, probabilmente. Forse un giorno sarebbe diventato un grande pittore. Come Grant Wood. O Norman Rockwell. L'orgoglio del padre si risvegliò in Robert.
— È molto bello — disse.
— Grazie.
— Vuoi fare il pittore, quando sarai grande? Un tempo disegnavo anch'io. Facevo i fumetti per il giornale della scuola. E ho disegnato l'emblema della mia confraternita universitaria.
Scese il silenzio. Stephen aveva preso da lui quelle doti? Robert osservò il bambino, lo studiò in volto. Non gli somigliava molto. Anzi, per niente. Di nuovo, i dubbi si affollarono nella sua mente. Era davvero possibile che… Ma Peg non avrebbe mai…
— Robert? — disse all'improvviso il bambino.
— Sì?
— Chi è Sir Francis?
Robert barcollò. — Cosa? Come sarebbe a dire? Perché me lo chiedi?
— Per curiosità.
— Cosa ne sai di lui? Dove hai sentito quel nome?
Stephen continuò a disegnare per un po'. — Non lo so. Credo che me ne abbia parlato mamma. Chi è?
— E morto — disse Robert. — È morto da parecchio tempo. Te ne ha parlato tua madre?
— Forse sei stato tu — disse Stephen. — Qualcuno ne ha parlato.
— Non sono stato io!
— Allora — disse Stephen, pensoso — forse l'ho sognato. Forse mi è apparso in sogno e mi ha parlato. Sì, proprio così. L'ho visto in sogno.
— Che aspetto aveva? — chiese Robert, depresso, inumidendosi nervosamente le labbra.
— Questo — rispose Stephen. E alzò il foglio sul quale aveva disegnato il sole.
— Era così? Giallo?
— No, era bianco. Come il sole a mezzogiorno. Una forma in cielo enormemente bianca.
— In cielo?
— Volava in cielo. Come il sole a mezzogiorno. Tutto splendente. Nel sogno, naturalmente.
Robert fece una smorfia, straziato dal dolore e dall'incertezza. Era stata Peg a parlare al bambino di Sir Francis? Glielo aveva disegnato, trasformandolo in un'immagine idealizzata? Il Dio Anatra. La Grande Anatra in Cielo che scende nel suo immenso fulgore. Allora forse era vero. Forse lui non era il padre del bambino. Forse… Il pensiero era insopportabile.
— Be', tolgo il disturbo — disse. Si girò, s'incamminò verso casa.
— Robert? — disse Stephen.
— Sì? — Robert si voltò immediatamente.
— Robert, adesso cosa fai?
Robert esitò. — Cosa vuoi sapere di preciso, Stephen? Il bambino alzò gli occhi dal foglio. Il suo visino era calmo e privo d'espressione. — Torni in casa?
— Sì, perché?
— Robert, tra qualche minuto io farò una cosa segreta. Non lo sa nessuno. Nemmeno mamma. — Stephen esitò, studiando timidamente il volto dell'uomo. — Vuoi… Vuoi farla con me?
— Che cos'è?
— Darò una festa qui in giardino. Una festa segreta. Soltanto per me.
— Vuoi che venga anch'io?
Il bambino annuì.
Robert fu invaso da una felicità frenetica. — Vuoi che venga alla tua festa? È una festa segreta? Non lo dirò a nessuno. Nemmeno a tua madre! Certo che verrò. — Si fregò le mani e sorrise, finalmente sollevato. — Sarò lieto di venire. Vuoi che porti qualcosa? Biscotti? Una torta? Latte? Cosa vuoi che porti?
— No. — Stephen scosse la testa. — Vai a lavarti le mani, e intanto io preparo la festa. — Si alzò, mise i pastelli nella loro scatola. — Però non puoi parlarne con nessuno.
— Non aprirò bocca — disse Robert. — Vado a lavarmi le mani. Grazie, Stephen. Grazie di cuore. Torno subito.
Corse verso casa, col cuore che tumultuava di felicità. Forse il bambino era suo, dopo tutto! Una festa segreta. Una festa privata, segreta. E nemmeno Peg ne sapeva qualcosa. Ma sì, certo, era figlio suo! Non c'era dubbio. Da quel momento in poi, tutte le volte che Peg fosse stata fuori casa, avrebbe trascorso il suo tempo con Stephen. Gli avrebbe raccontato storie. Le sue avventure di guerra in Nord Africa. Stephen le avrebbe trovate interessanti. Il suo incontro col maresciallo Montgomery. E la pistola tedesca che aveva riportato con sé. Le sue fotografie.
Entrò in casa. Peg non glielo lasciava mai fare. Non gli permetteva di raccontare storie al bambino. Ma lo avrebbe fatto, accidenti! Andò al lavandino e si lavò le mani. Sorrise. Sì, era figlio suo, come no.
Ci fu un rumore. Peg entrò in cucina, le braccia cariche di sacchetti. Li depositò sul tavolo con un sospiro. — Ciao, Robert — disse. — Cosa stai facendo?
Il cuore di Robert diede un tuffo. — Già a casa? — mormorò. — Così presto? Credevo volessi andare dalla parrucchiera.
Peggy sorrise, minuta e deliziosa. Portava un completo verde, un cappellino, e scarpe a tacchi alti. — Devo tornare in città. Prima volevo portare a casa la spesa.
— Allora esci ancora?
Lei annuì. — Perché? Sembri così eccitato. È successo qualcosa? Cosa?
— Niente — rispose Robert. Si asciugò le mani. — Niente di niente. — Un sorriso sciocco si stampò sulle sue labbra.
— Ci vediamo più tardi — disse.Peggy, passando in soggiorno. — Divertiti. Non lasciare Stephen in giardino troppo tempo.
— No. No. — Robert aspettò finché non sentì chiudersi la porta d'ingresso. Poi corse sul portico, scese i gradini e si affrettò in giardino. Riprese a correre tra i fiori.
Stephen aveva sgomberato il tavolino. Pastelli e carta erano scomparsi, e al loro posto c'erano due scodelle, ognuna sistemata su un piatto. C'era anche la sedia per suo padre. Il bambino scrutò Robert che avanzava sull'erba.
— Perché ci hai messo tanto? — chiese, impaziente. — Io ho già cominciato. — Continuò a mangiare avidamente. Gli brillavano gli occhi. — Non sono riuscito ad aspettare.
— Benissimo — disse Robert. — Sono lieto che tu abbia cominciato. — Sedette allegramente sulla minuscola sedia. — È buono? Cos'è? Qualcosa di speciale?
Stephen annuì, a bocca piena. Continuò a servirsi dalla scodella, immergendo le mani a ritmo frenetico. Robert, sorridendo, abbassò gli occhi sulla propria scodella.
Il suo sorriso si spense. Un dolore spasmodico gli straziò il cuore. Aprì la bocca, ma non pronunciò una sola parola. Spinse indietro la sedia e si alzò.
— Non credo di volerne — mormorò. Girò la testa. — Penso che tornerò in casa.
— Perché? — chiese Stephen, sorpreso, smettendo di mangiare per un attimo.
— Non… Non mi sono mai piaciuti vermi e ragni — disse Robert. A passi lenti, rientrò in casa.