il teschio (italian)
— Quale sarebbe questa occasione? — chiese Conger. — Continui. Mi interessa.
La stanza piombò nel silenzio. Tutti gli sguardi erano puntati su Conger, che indossava ancora la scura uniforme da carcerato. Il Portavoce si protese leggermente in avanti.
— Prima che lei finisse in carcere, la sua attività le rendeva bene. Commerci rigorosamente illegali, molto lucrosi. Adesso non ha più nulla, se non la prospettiva di altri sei anni in cella.
Conger aggrottò la fronte.
— Si è creata una certa situazione, molto importante per questo Consiglio, che richiede le sue particolari capacità. Inoltre, è una situazione che lei potrebbe trovare interessante. Lei era un cacciatore, giusto? Metteva trappole, si nascondeva nei cespugli, passava intere notti in attesa delle prede, esatto? Immagino che cacciare, per lei, debba essere una fonte di soddisfazione. Inseguire, braccare…
Conger sospirò, piegò le labbra. — Va bene — disse. — Lasci perdere. Venga al punto. Chi vuole che uccida?
Il Portavoce sorrise. — Tutto nel dovuto ordine — disse dolcemente.
L'automobile si fermò. Era sera; la via era del tutto priva d'illuminazione Conger guardò fuori. — Dove siamo? Cos'è questo posto?
La mano della guardia gli strinse il braccio. — Fuori. Da quella parte.
Conger scese sul marciapiede umido. La guardia lo raggiunse immediatamente, seguita dal Portavoce. Conger inspirò una boccata di aria fresca. Studiò i contorni vaghi dell'edificio che si ergeva di fronte a loro.
— Conosco questo posto. L'ho già visto. — Socchiuse le palpebre. I suoi occhi si stavano abituando all'oscurità. All'improvviso, si scoprì sul chi vive. — Ma è…
— Sì. La Prima Chiesa. — Il Portavoce si avviò verso i gradini. — Ci attendono.
— Ci attendono? Qui?
— Si. — Il Portavoce cominciò a salire la scalinata.
— Sa benissimo che non possiamo entrare nelle loro chiese, soprattutto armati! — Conger si fermò. Due soldati armati erano immobili davanti a loro, ai due lati dell'edificio.
— Tutto a posto? — Il Portavoce li guardò. I due annuirono. La porta della chiesa era aperta. Conger vide all'interno altri soldati, soldati dai grandi occhi che guardavano le icone e le immagini sacre.
— Vedo — disse.
— È stato necessario — disse il Portavoce. — Come lei sa, in passato i nostri rapporti con la Prima Chiesa sono stati singolarmente infelici.
— Questo non servirà a migliorarli.
— Ma ne vale la pena. Vedrà.
Attraversarono il vestibolo, raggiunsero la sala centrale in cui si trovavano l'altare e gli inginocchiatoi. Il Portavoce non degnò l'altare di una sola occhiata. Aprì una porticina laterale e fece cenno a Conger di passare oltre.
—Di qui. Dobbiamo sbrigarci. Il gregge dei fedeli non tarderà ad arrivare.
Conger entrò, strizzò le palpebre. Si trovavano in una piccola camera dal soffitto basso, con pannelli in legno scuro, antico. Nella stanza aleggiava un odore di ceneri e spezie bruciate. Fiutò. — Cos'è? Cos'è questo odore?
— Viene da quei calici alle pareti. Non so. — Impaziente, il Portavoce raggiunse il lato opposto del locale. — Stando alle nostre informazioni, è nascosto qui, dietro questo…
Conger si guardò attorno. Vide libri e carte, simboli e immagini sacre. Un brivido strano gli corse in corpo.
— Il mio lavoro ha qualcosa a che fare con un membro della Chiesa? Se è così…
Il Portavoce si voltò, stupefatto. — Possibile che lei creda nel Fondatore? Lei, un cacciatore, un assassino?
— No. Certo che no. Tutte quelle loro storie sul fatto di doversi rassegnare alla morte, sulla nonviolenza…
— E allora?
Conger scrollò le spalle. —Mi hanno insegnato a non immischiarmi con questa gente. Hanno strane capacità. E con loro non si può ragionare.
Il Portavoce studiò pensosamente Conger. — Si è fatto un'idea sbagliata. Non stiamo pensando a nessuno di loro. Abbiamo scoperto che ucciderli tende solo a far aumentare il loro numero.
— Allora perché siamo qui? Andiamocene.
— No. Siamo venuti per una cosa importante. Una cosa che le occorrerà per identificare il suo uomo. Senza quella, non riuscirà mai a trovarlo. — Sul viso del Portavoce apparve l'ombra di un sorriso. — Non vogliamo che lei uccida la persona sbagliata. È troppo importante.
— Io non faccio errori. — Conger gonfiò il petto. — Senta, Portavoce…
— Questa è una situazione insolita — disse il Portavoce. —Vede, la persona che dovrà cacciare, la persona che le chiediamo di rintracciare, è conosciuta solo grazie ad alcuni oggetti che si trovano qui. Sono le uniche tracce, gli unici mezzi per identificarla. Senza quelli…
— Cosa sono?
Conger si avvicinò al Portavoce. Il Portavoce si spostò di lato. — Guardi — disse. Fece scivolare una sezione mobile di parete, e dietro apparve un foro quadrato, scuro. — Lì dentro.
Conger si accoccolò e scrutò. Poi fece una smorfia. — Un teschio! Uno scheletro!
— L'uomo che lei deve trovare è morto da due secoli — disse il Portavoce. — Questo è tutto ciò che ne resta. E questo è tutto ciò che lei ha per rintracciarlo.
Conger rimase zitto per molto tempo. Fissò le ossa, solo vagamente visibili nella nicchia della parete. Com'era possibile uccidere un uomo morto da secoli? Come poteva dargli la caccia, abbatterlo?
Conger era un cacciatore, un uomo che aveva vissuto come preferiva, dove preferiva. Si era guadagnato da vivere commerciando, portando sulla propria nave pelli e pellicce provenienti dalle Province, correndo sempre al massimo, superando le barriere doganali disposte attorno a Terra.
Aveva cacciato fra le grandi montagne di Luna. Aveva inseguito prede nelle città deserte di Marte. Aveva esplorato…
Il Portavoce disse: — Soldato, prendi questi oggetti e portali in macchina. Attento a non perderne un solo pezzo.
Il soldato si infilò nella nicchia e avanzò cautamente, accoccolato sui talloni.
— È mia speranza — continuò in tono pacato il Portavoce, rivolto a Conger — che adesso lei ci dimostri la sua lealtà. I cittadini hanno sempre modo di riabilitarsi, di dimostrare la propria devozione alla loro società. Credo che per lei questa sarebbe un'ottima occasione. Dubito seriamente che possa mai averne una migliore. E per i suoi sforzi ci sarà una ricompensa adeguata, è ovvio.
I due si fissarono: Conger, magro e male in arnese; il Portavoce impeccabile nella sua uniforme.
— Capisco — disse Conger. — Cioè, capisco questa parte, l'occasione che mi viene offerta. Ma se un uomo è morto da duecento anni, come si fa a…
— Le spiegherò più tardi — disse il Portavoce. — Adesso dobbiamo affrettarci. — II soldato era uscito con le ossa, raccolte in una coperta saldamente stretta fra le braccia. Il Portavoce si avviò alla porta. — Venga. Hanno già scoperto che ci siamo introdotti qui. Arriveranno da un momento all'altro.
Scesero in fretta la scalinata, fino all'automobile che li attendeva. Un secondo più tardi, l'autista fece alzare l'auto nell'aria, sopra i tetti delle case. Il Portavoce si appoggiò all'indietro sul sedile.
— La Prima Chiesa ha un passato interessante — disse. — Immagino che lei lo conosca già, ma vorrei parlare di alcuni punti che sono molto rilevanti per noi.
"Il Movimento è iniziato nel ventesimo secolo, all'epoca di una delle periodiche guerre. Si è sviluppato in fretta, nutrito dalla diffusa sensazione di impotenza, dalla consapevolezza che ogni guerra ne preparava un'altra ancora più grande, senza la prospettiva di una fine possibile. Il Movimento ha dato al problema una risposta semplicissima: senza l'apparato militare, senza le armi, non possono esserci guerre. E senza macchine e senza una complessa tecnocrazia scientifica non possono esserci armi.
"Il Movimento predicava che non si può fermare la guerra se la si prepara. Sosteneva che l'uomo stava per essere sconfitto dalle macchine e dalla scienza, che ne stava perdendo il controllo, che scienza e macchine lo spingevano verso guerre sempre più grandi. Abbasso la società, strillavano. Abbasso le fabbriche e la scienza! Ancora qualche guerra, e del mondo non sarebbe rimasto molto.
"Il Fondatore era un individuo oscuro, nato in una cittadina del Middle West americano. Non ne conosciamo nemmeno il nome. Sappiamo solo che un giorno è apparso e si è messo a predicare una dottrina di nonviolenza, nonresistenza. Non lottare, non pagare tasse per gli armamenti o per la ricerca, tranne che per quella medica. Vivi in tranquillità la tua vita, occupati del tuo giardino, stai alla larga dagli affari pubblici. Fatti gli affari tuoi. Sii oscuro, ignoto, povero. Regala quasi tutti i tuoi averi, lascia la città. O per lo meno, è questo che la gente ha ricavato dalla sua predicazione."
L'automobile scese di quota e atterrò su un tetto.
— Il Fondatore ha predicato questa dottrina, o i suoi germi. È impossibile decidere quanto vi abbiano aggiunto i fedeli. Le autorità locali, ovviamente, lo hanno subito arrestato. E si sono convinte che faceva sul serio. Non lo hanno mai rilasciato. È stato messo a morte, e il suo corpo sepolto in segreto. A quanto sembrava, il culto era finito.
Il Portavoce sorrise. — Purtroppo, alcuni suoi discepoli raccontarono di averlo visto dopo la data della sua morte. La voce si diffuse. Il Fondatore aveva vinto la morte, era divino. Il culto mise radici, crebbe. E oggi, eccoci qui con una Prima Chiesa che blocca ogni progresso sociale, che distrugge la società, sparge i semi dell'anarchia…
— Ma le guerre? — chiese Conger. — Cos'è successo?
— Le guerre? Non ce ne sono più state. Debbo ammettere che l'eliminazione delle guerre è stata un risultato diretto della nonviolenza praticata su scala generale. Però oggi siamo in grado di vedere la guerra in un'ottica più obiettiva. Cosa aveva di tanto terribile? La guerra possedeva un profondo valore di selezione, in perfetto accordo con gli insegnamenti di Darwin e Mendel e altri. Senza la guerra, le inutili, incompetenti masse umane, prive di cultura o intelligenza, possono liberamente crescere ed espandersi. La guerra serviva a ridurne il numero. Come gli uragani e i terremoti e le siccità, era il metodo usato dalla natura per eliminare gli individui meno adatti.
"Senza la guerra, gli elementi più bassi della specie umana sono cresciuti a dismisura. Minacciano i pochi individui colti, chi possiede cultura e conoscenze scientifiche, chi è qualificato a dirigere la società. Non nutrono il minimo rispetto per la scienza o per una società scientifica, basata sulla ragione. E questo Movimento ha il preciso scopo di aiutarli e spalleggiarli. Solo se gli scienziati hanno il controllo della situazione è possibile…"
Il Portavoce guardò l'orologio, poi spalancò la portiera dell'auto con un calcio. — Le racconterò il resto camminando.
Si avviarono sul tetto buio. — Adesso, lei saprà senz'altro a chi appartengono quelle ossa, chi è l'uomo che ci interessa. È morto da due secoli, quello zotico che veniva dal Middle West, quel Fondatore. La tragedia è che le autorità dell'epoca hanno agito in maniera troppo lenta. Gli hanno permesso di parlare, di diffondere il suo messaggio. Di predicare, di fondare questo culto. Ed è impossibile fermare cose del genere, una volta che sono iniziate.
"Ma se fosse morto prima di poter predicare? Se non avesse mai pronunciato una sola parola della sua dottrina? A quanto ne sappiamo, ha impiegato un solo momento per la predicazione. Dicono abbia parlato soltanto un'unica volta. Dopo di che, sono arrivate le autorità e lo hanno portato via. Lui non ha fatto resistenza. Si è trattato di un episodio insignificante, in sé e per sé."
Il Portavoce si girò verso Conger.
— Insignificante, però oggi ne stiamo pagando le conseguenze. Entrarono nell'edificio. I soldati avevano già sistemato lo scheletro su un tavolo, e vi si erano disposti attorno. I loro giovani volti avevano espressioni tese.
Conger si avvicinò al tavolo, superando i soldati. Si chinò a scrutare le ossa. — Allora questi sono i suoi resti — mormorò. — Il Fondatore. La Chiesa li ha tenuti nascosti per due secoli.
— Infatti — disse il Portavoce. — Però adesso li abbiamo noi. Venga con me.
Attraversarono la stanza, fino a una porta. Il Portavoce la spalancò. Dei tecnici alzarono la testa. Conger vide macchinari che ruotavano e ronzavano, tavoli da lavoro e storte. Al centro della stanza c'era una gabbia di lucido cristallo.
Il Portavoce diede un vibrofucile a Conger. — La cosa importante da ricordare è che non deve danneggiare il cranio. Deve riportare qui il teschio intatto, come prova. Miri al petto.
Conger soppesò il fucile fra le mani. — Mi dà una sensazione piacevole — disse. — Conosco quest'arma… Cioè, l'ho già vista, ma non l'ho mai usata.
Il Portavoce annuì. — Riceverà istruzioni sull'uso del fucile e della gabbia. Le forniremo tutti i dati che possediamo sull'epoca e sul luogo. Il posto esatto era qualcosa che si chiamava Campo di Hudson. Attorno al 1960, in una piccola comunità nell'area di Denver, Colorado. E non dimentichi… L'unico mezzo di identificazione che lei avrà sarà quel teschio. I denti anteriori posseggono caratteristiche ben visibili, specialmente l'incisivo sinistro…
Conger ascoltò distrattamente. Stava guardando due uomini in camice bianco che, con cura meticolosa, sistemavano il teschio in una borsa di plastica. Poi la chiusero e la misero all'interno della gabbia di cristallo. — E se commettessi un errore?
— Se uccidesse l'uomo sbagliato? Uccida anche quello giusto. Non torni finché non sarà riuscito a raggiungere il Fondatore. E non può aspettare che cominci a parlare. È questo che dobbiamo evitare! Lei deve agire prima. Corra tutti i rischi che vuole. Spari appena penserà di averlo trovato. Sarà un uomo diverso dalla gente del luogo, probabilmente estraneo alla zona. A quanto pare, non era conosciuto.
Conger rimase ad ascoltare senza troppo interesse.
— Crede di ricordare tutto? — chiese alla fine il Portavoce.
— Sì. Penso di sì. — Conger entrò nella gabbia di cristallo e sedette. Appoggiò le mani sulla ruota.
— Buona fortuna — disse il Portavoce. — Attenderemo gli esiti della missione. Esiste qualche dubbio filosofico sull'idea che si possa alterare il passato. Questo dovrebbe dare una risposta definitiva all'interrogativo.
Conger passò le dita sui comandi della gabbia.
— Fra parentesi — disse il Portavoce — non cerchi di usare la gabbia per scopi non previsti dal suo incarico. La teniamo sotto continuo controllo. Se vogliamo riportarla indietro, possiamo farlo. Buona fortuna.
Conger non disse niente. La gabbia venne sigillata. Conger alzò l'indice e toccò il comando della ruota, poi la fece girare con cura.
Stava ancora fissando la borsa di plastica quando la stanza svanì.
Per molto tempo, non ci fu assolutamente nulla. Nulla al di fuori della rete cristallina della gabbia. Una serie di pensieri corse alla rinfusa nella mente di Conger. Come avrebbe fatto a riconoscere l'uomo? Come poteva essere certo della sua identità, prima che parlasse? Che aspetto aveva? Come si chiamava? Come si comportava? Sarebbe stato una persona normale, oppure un tipo strano, eccentrico?
Raccolse il fucile e lo appoggiò alla guancia. Il metallo dell'arma era fresco e liscio. Fece pratica col mirino. Era un fucile splendido, il tipo di fucile di cui poteva innamorarsi. Se ne avesse avuto uno uguale nel deserto marziano, nelle lunghe notti passate in agguato, col corpo intirizzito dal freddo, in attesa di qualcosa che si muovesse fra le tenebre…
Mise giù il fucile e impostò nuove cifre sul contatore della gabbia. Le spirali di nebbia cominciavano a condensarsi e coagularsi. All'improvviso, attorno a lui ondeggiarono e volteggiarono forme.
Colori, suoni, movimenti filtrarono nel reticolo di cristallo. Conger disattivò i comandi e si alzò.
Si trovava su un crinale, al di sopra di una piccola città. Era mezzogiorno. L'aria era frizzante e luminosa. Poche automobili correvano su una strada. In lontananza c'erano campi pianeggianti. Conger si avvicinò alla porta della gabbia e uscì. Fiutò l'aria. Poi rientrò nella gabbia.
Si fermò davanti allo specchio sopra lo scaffale e studiò il proprio volto. Aveva la barba corta (non erano riusciti a convincerlo a tagliarla) e i capelli in ordine. Indossava gli abiti della metà del ventesimo secolo, la strana camicia e la giacca, le scarpe in pelle di animale. In tasca aveva il denaro dell'epoca. Quello era importante. Non gli occorreva nient'altro.
Niente, a parte le sue capacità, la sua speciale astuzia. Ma in passato non se n'era mai servito in quel modo.
Si incamminò sulla strada, verso la città.
La prima cosa che notò furono i giornali esposti nelle edicole. 5 aprile 1961. Non era troppo lontano. Si guardò attorno. C'erano una stazione di rifornimento, un garage, qualche taverna, e un negozio dozzinale. Più avanti c'erano una drogheria e alcuni edifici pubblici.
Qualche minuto più tardi, salì le scale della biblioteca pubblica, superò la porta, ed entrò. Dentro faceva caldo.
La bibliotecaria alzò la testa, sorrise.
— Buongiorno — disse.
Lui sorrise ma non parlò, perché le sue parole non sarebbero state corrette. Probabilmente avrebbero avuto uno strano accento. Andò a un tavolo e sedette davanti a un mucchio di riviste. Le sfogliò per un attimo, poi si rialzò. Attraversò la sala, fino al grande scaffale a ridosso di una parete. Il cuore prese a martellargli in petto.
Giornali. Intere settimane di quotidiani. Ne portò una raccolta al tavolo e si mise a sfogliarla in fretta. La stampa era strana, le lettere bizzarre. Alcune parole gli erano sconosciute.
Riportò i giornali allo scaffale e cercò ancora. Alla fine trovò quello che cercava. Tornò al tavolo con la Cberrywood Gazette e la aprì alla prima pagina. Trovò quello che voleva, PRIGIONIERO SI IMPICCA.
Un uomo non identificato, trattenuto nell'ufficio dello sceriffo di contea perché sospetto di attività sindacali criminali, è stato trovato morto stamattina da…
Lesse tutto l'articolo. Era vago, povero di informazioni. Gli occorreva qualcosa di più. Riportò la Gazette allo scaffale, e dopo un attimo d'esitazione si avvicinò alla bibliotecaria.
— Altri? — chiese. — Altri giornali? Vecchi.
La donna aggrottò la fronte. — Vecchi quanto? Quali giornali?
— Vecchi di mesi. E prima.
— La Gazette? Tutto quello che abbiamo è lì. Cosa vuole? Cosa sta cercando? Forse potrei aiutarla.
Lui restò zitto.
— Potrà trovare numeri più vecchi all'ufficio della Gazette — disse la donna, togliendosi gli occhiali. — Perché non prova lì? Ma se dicesse a me, forse potrei aiutarla…
Conger uscì.
L'ufficio della Gazette era in una via laterale; il marciapiede era sconnesso e crepato. Conger entrò. Una stufa elettrica brillava in un angolo del piccolo ufficio. Un uomo robusto si alzò e si avvicinò lentamente al banco.
— Cosa vuole, amico? — chiese.
— Giornali vecchi. Un mese. O più.
— Da comperare? Li vuole comperare?
— Sì. — Conger tese una parte del denaro che aveva. L'uomo sgranò gli occhi.
— Sicuro — disse. — Sicuro. Aspetti un minuto. — Uscì in fretta dalla stanza. Quando tornò, barcollava sotto il peso della carta, ed era paonazzo. — Qui ce n'è un po' — disse. — Ho preso quello che ho trovato. C'è tutta l'annata. E se ne vuole altri…
Conger portò fuori i giornali. Sedette sul marciapiede e si mise a sfogliare.
Quello che gli interessava risaliva a quattro mesi prima. A dicembre. Era un articolo minuscolo, così piccolo che quasi gli sfuggì. Gli tremavano le mani mentre lo leggeva, usando il dizionario tascabile per alcuni dei termini più arcaici. UOMO ARRESTATO PER DIMOSTRAZIONE NON AUTORIZZATA.
Un uomo non identificato, che ha rifiutato di dare le generalità, è stato arrestato a Cooper Creek da agenti speciali dell'ufficio dello sceriffo, stando a quanto riferisce lo sceriffo Duff. Ci è stato detto che l'uomo era stato notato di recente in quella zona e tenuto sotto continua sorveglianza. Ci hanno…
Cooper Creek. Dicembre 1960. II cuore di Conger martellava forte. Non gli serviva altro. Si alzò, si scrollò, batté i piedi sul terreno freddo. In cielo, il sole si era spostato fino al limitare delle colline. Sorrise. Aveva già scoperto il periodo e il luogo esatti. Adesso doveva solo tornare indietro nel tempo, magari a novembre, a Cooper Creek…
Riattraversò il centro della città. Superò la biblioteca, la drogheria. Non sarebbe stato difficile; la parte più dura era passata. Sarebbe andato lì, avrebbe affittato una stanza, si sarebbe preparato ad attendere che l'uomo apparisse.
Girò l'angolo. Da un portone stava uscendo una donna, carica di pacchi. Conger si spostò per lasciarla passare. La donna gli lanciò un'occhiata, e impallidì. Rimase a guardarlo a bocca spalancata.
Conger accelerò il passo. Si girò a guardare. Cosa le aveva preso, a quella? Lo stava ancora fissando; aveva lasciato cadere a terra tutti i pacchi. Lui accelerò ancora di più. Ciro un secondo angolo e infilò una strada laterale. Quando si girò di nuovo, la donna si era spostata all'imboccatura della strada e lo scrutava. La raggiunse un uomo, e i due si misero a correre verso lui.
Conger li seminò. Uscì di città a passi veloci, agili. Arrivò alle colline al limitare della città. Raggiunta la gabbia, si fermò. Cosa era successo? C'era qualcosa di sbagliato nei suoi abiti, nell'abbigliamento?
Rifletté. Poi, mentre il sole tramontava, entrò nella gabbia.
Sedette davanti alla ruota. Aspettò per un attimo, con le mani posate sui comandi. Poi girò la ruota, di poco, seguendo meticolosamente le cifre che apparivano sul contatore.
La nebbia grigia lo avvolse.
Ma non per molto.
L'uomo lo scrutò con aria critica. — Sarà meglio che entri — disse. — Non vorrà restare al freddo.
— Grazie. — Sollevato, Conger superò la soglia, entrò in soggiorno. L'ambiente era caldo e intimo, grazie alla piccola stufa a cherosene in un angolo. Una donna, grossa e informe nel vestito a fiori, uscì dalla cucina. Lei e l'uomo studiarono Conger con aria critica.
— È una bella stanza — disse la donna. — Io sono la signora Appleton. Ha il riscaldamento. Ci vuole, di questa stagione.
— Sì. — Lui annuì, si guardò attorno.
— Vuole mangiare con noi?
— Cosa?
— Vuole mangiare con noi? — L'uomo corrugò la fronte. — Non sarà straniero, eh, amico?
— No. — Conger sorrise. — Sono nato in questo paese. Molto più a ovest, però.
— California?
— No. — Lui esitò. — Oregon.
— Com'è da quelle parti? — chiese la signora Appleton. — Ho sentito dire che ci sono un sacco di alberi, di verde. Qui è così spoglio. Io vengo da Chicago.
— Dal Middle West — le disse l'uomo. — Non sei una straniera.
— Nemmeno l'Oregon è un paese straniero — disse Conger. — Fa parte degli Stati Uniti.
L'uomo annuì distrattamente. Stava fissando gli abiti di Conger.
— Strano vestito che porta, amico — disse. — Dove lo ha comperato? Conger si sentì perso. Mosse i piedi, irrequieto. — È un bel vestito — disse. — Forse è meglio che vada da un'altra parte, se non mi volete qui.
Tutti e due alzarono le mani in segno di protesta. La donna gli sorrise. — Dobbiamo solo stare attenti a quei rossi. Sa, il governo ci mette in guardia di continuo.
— I rossi? — Conger era perplesso.
— Il governo dice che sono da per tutto. Dobbiamo segnalare tutti i fatti strani o insoliti. Chi non si comporta in maniera normale.
— Come me?
Tutti e due parvero imbarazzati. — Be', lei non mi sembra un rosso — disse l'uomo. — Ma dobbiamo stare attenti. Il Tribune dice…
Cooper ascoltò solo a metà. Sarebbe stato più facile di quanto pensasse. Chiaramente, sarebbe venuto subito al corrente dell'arrivo del Fondatore. Quella gente, così sospettosa di ogni novità, avrebbe parlato e chiacchierato e diffuso la storia. Gli sarebbe bastato tenersi nell'ombra e aguzzare le orecchie, magari nel negozio che vendeva un po' di tutto in centro. O addirittura lì, in casa della signora Appleton.
— Posso vedere la stanza? — chiese.
— Ma certo. — La signora Appleton si avviò alla scala. — Sarò lieta di mostrargliela.
Salirono. Al primo piano faceva più freddo, però molto meno che all'esterno. E non era nemmeno il freddo delle notti dei deserti marziani. Ne fu contento.
Passeggiava lentamente in negozio, guardando le verdure in scatola, il pesce e la carne surgelati, lucidi e puliti nei banconi di refrigerazione.
Ed Davies gli si avvicinò. — Posso aiutarla? — disse. Lo sconosciuto era vestito in maniera un po' strana, e portava la barba! Ed non potè trattenere un sorriso.
— Niente — disse l'uomo, con una voce strana. — Stavo solo guardando.
— Ma certo — disse Ed. Tornò alla cassa. La signora Hacket stava arrivando col carrello.
— Chi è? — sussurrò. Girò il viso dai tratti affilati e arricciò il naso, come se stesse fiutando. — Non l'ho mai visto.
— Non so.
— Mi sembra un tipo strano. Perché porta la barba? Nessun altro porta la barba. Deve avere qualcosa di sbagliato.
— Forse la barba gli piace. Io avevo uno zio che…
— Aspetti. — La signora Hacket si irrigidì. — Quel… Come si chiamava? Quel rosso… Tanti anni fa. Non aveva la barba? Marx. Sì, aveva la barba.
Ed rise. — Quello non è Karl Marx. Una volta l'ho visto in fotografia. La signora Hacket lo fissava. — Davvero?
— Certo. — Ed arrossì un poco. — Che male c'è?
— Mi piacerebbe proprio sapere di più di quello lì — disse la signora Hacket. — Secondo me dovremmo saperne di più, per il nostro bene.
— Ehi, amico! Vuoi un passaggio?
Conger si girò di scatto, portando la mano alla cintura. Poi si rilassò. Due ragazzi in automobile, un maschio e una femmina. Sorrise loro. — Un passaggio? Sicuro.
Salì in auto e chiuse la portiera. Bill Willet pigiò sull'acceleratore e la macchina rombò sull'autostrada.
— Grazie del passaggio — disse Conger, soppesando le parole. — Stavo facendo una passeggiata tra una città e l'altra, ma la distanza è maggiore di quel che credevo.
— Di dove sei? — chiese Lora Hunt. Era graziosa, piccola e scura di capelli, con un maglione giallo e una gonna blu.
— Di Cooper Creek.
— Cooper Creek? — disse Bill. Aggrottò la fronte. — Strano. Non ricordo di averti mai visto.
— Perché? Sei di lì?
— Ci sono nato. Conosco tutti, a Cooper Creek.
— Mi ci sono appena trasferito. Dall'Oregon.
— Dall'Oregon? Non sapevo che la gente dell'Oregon avesse un accento particolare.
— Ho un accento particolare?
— Usi delle parole strane.
— In che senso?
— Non so. Non è vero, Lora?
— Hai una pronuncia confusa — sorrise Lora. — Parla ancora. Mi interessano i dialetti. — La ragazza lo guardò. Aveva denti candidi. Conger si sentì stringere il cuore.
— Ho un difetto di pronuncia.
— Oh. — Lei sgranò gli occhi. — Mi spiace.
Lo fissarono incuriositi mentre l'auto correva. Conger, per parte sua, si stava sforzando di trovare il modo per fare qualche domanda senza sembrare curioso. — Mi pare che qui non arrivi spesso gente da fuori — disse. — Stranieri.
— No. — Bill scosse la testa. — Non molti.
— Scommetto di essere il primo che viene qui da chissà quanto tempo.
— Penso di sì.
Conger esitò. — Un mio amico… Uno che conosco, potrebbe arrivare qui. Secondo voi, dove potrei… — Si interruppe. — C'è qualcuno che lo vedrebbe senz'altro? Qualcuno a cui chiedere, per essere sicuro che non mi sfugga il mio amico, se arrivasse?
1 due rimasero perplessi. — Basta tenere gli occhi aperti. Cooper Creek non è molto grande.
— No. Questo è vero.
Proseguirono in silenzio. Conger studiò il profilo della ragazza. Probabilmente era l'amante del ragazzo. O forse la sua moglie in prova. Ma esisteva già il matrimonio in prova, a quell'epoca? Non ricordava. Ma senza dubbio, una ragazza così attraente doveva già essere l'amante di qualcuno. A giudicare dall'aspetto, doveva avere sedici anni circa. Una volta o l'altra, se si fossero rivisti, poteva chiederglielo.
Il giorno dopo, Conger uscì a passeggiare nella via centrale di Cooper Creek. Superò il negozio di generi vari, le due stazioni di servizio, e poi l'ufficio postale. All'angolo c'era un bar.
Si fermò. Lora era seduta dentro. Parlava col barista. Rideva, e il suo corpo oscillava avanti e indietro.
Conger aprì la porta. L'aria tiepida gli corse incontro. Lora stava bevendo una cioccolata calda con panna. Alzò gli occhi, sorpresa, quando lui si accomodò sullo sgabello al suo fianco.
— Chiedo scusa — disse Conger. — Disturbo?
— No. — Lei scosse la testa. Aveva capelli lunghi e scuri. — Per niente. Il barista si avvicinò. — Cosa vuole?
Conger guardò la cioccolata. — Lo stesso.
Lora scrutava Conger a braccia conserte, i gomiti appoggiati sul banco. Gli sorrise. — Fra parentesi, non ci siamo presentati. Lora Hunt.
Gli tendeva la mano. Lui la prese, impacciato. Non sapeva cosa fare. — Io mi chiamo Conger — mormorò.
— Conger? È il nome o il cognome?
— Nome o cognome? — Lui esitò. — Cognome. Omar Conger.
— Omar? — Lei rise. — Come il poeta. Omar Khayyam.
— Non lo conosco. So pochissimo di poesia. Abbiamo conservato poche opere d'arte. Di solito soltanto la Chiesa se ne interessava tanto da… — Conger si interruppe. La ragazza lo fissava. Lui arrossì. — Nel posto da dove vengo — concluse.
— La Chiesa? Quale chiesa intendi?
— La Chiesa. — Conger era confuso. Arrivò la cioccolata, e fu un sollievo poter cominciare a berla. Lora lo stava ancora guardando.
— Sei una persona insolita — gli disse. — A Bill non sei piaciuto, ma a lui non piacciono mai i tipi diversi. E così… così prosaico. Tu non credi che bisognerebbe ampliare gli orizzonti, allargare i punti di vista, con gli anni?
Conger annuì.
— Lui dice che gli stranieri dovrebbero restare a casa loro, non venire qui. Però tu non sei troppo straniero. Bill allude agli orientali, hai presente?
Conger annuì.
La porta si aprì alle loro spalle. Bill entrò nel locale, li fissò. — Bene — disse.
Conger si girò. — Ciao — disse.
— Bene. — Bill sedette. — All'inferno, Lora. — Guardava Conger. — Non mi aspettavo di vederti qui.
Conger si tese. Sentiva l'ostilità del ragazzo. — C'è qualcosa di male?
— No. Niente di male.
Ci fu silenzio. Di colpo, Bill si girò verso Lora. — Dai, andiamo.
— Andarcene? — Lei era stupefatta. — Perché?
— Andiamo e basta! — Bill le afferrò una mano. — Dai! Ho l'auto qui fuori.
— Accidenti, Bill Willet — disse Lora. — Sei geloso!
— Chi è questo tizio? — disse Bill. — Sai qualcosa di lui? Guardalo. Guarda quella barba…
Lei avvampò. — E con questo? Solo perché non guida una Packard e non va alle superiori di Cooper!
Conger soppesò il ragazzo. Era grosso, grosso e forte. Probabilmente faceva parte di qualche organizzazione civica di controllo.
— Mi spiace — disse Conger. — Me ne vado io.
— Cosa sei venuto a fare in città? — chiese Bill. — Perché sei qui? Perché ronzi attorno a Lora?
Conger guardò la ragazza, scrollò le spalle. — Non ho nessun motivo particolare. Ci vediamo.
Si girò. E si immobilizzò. Bill si era mosso. Le dita di Conger corsero alla cintura. — Mezza pressione — sussurrò fra sé. — Non di più. Mezza pressione.
Premette. La stanza gli balzò attorno. Lui venne protetto dall'imbottitura del vestito, dal rivestimento interno di plastica.
— Mio Dio… — Lora alzò le mani. Conger imprecò. Non voleva che succedesse qualcosa anche a lei. Ma le sarebbe passata. Era solo una scarica da mezzo ampère. Le avrebbe fatto il solletico.
E l'avrebbe paralizzata.
Superò la porta senza voltarsi. Era quasi all'angolo quando Bill uscì lentamente, appoggiandosi alla parete come un ubriaco. Conger proseguì.
Mentre camminava, nervoso, nella sera, gli si parò di fronte una forma. Si fermò, trattenendo il fiato.
— Chi è? — chiese la voce di un uomo. Conger aspettò, teso.
— Chi è? — ripetè l'uomo. Si udì un clic. Si accese un fascio di luce. Conger si mosse.
— Sono io — disse.
— Io chi?
— Mi chiamo Conger. Abito a casa degli Appleton. Lei chi è? L'uomo gli si avvicinò lentamente. Portava una giacca di pelle. Alla cintura aveva una pistola.
— Sono lo sceriffo Duff. Penso che lei sia la persona con la quale voglio parlare. Oggi pomeriggio, verso le tre, si trovava da Bloom?
— Da Bloom?
— Il bar. Dove vanno tutti i ragazzi. — Duff gli si portò a fianco, gli puntò la luce negli occhi. Conger strizzò le palpebre.
— Punti quella cosa da un'altra parte — disse.
Una pausa. — Va bene. — La luce si indirizzò sul terreno. — Lei era lì. È successo qualcosa tra lei e il ragazzo dei Willet, esatto? Vi siete messi a litigare per la sua ragazza…
— Abbiamo avuto una discussione — disse Conger, scegliendo le parole con cura.
— Poi cos'è successo?
— Perché?
— Sono semplicemente curioso. Dicono che lei abbia fatto qualcosa.
— Fatto qualcosa? Cosa?
— Non lo so. È questo che mi chiedo. Hanno visto un lampo, ed è successo qualcosa. Sono svenuti tutti. Non riuscivano più a muoversi.
— Adesso come stanno?
— Bene.
Silenzio.
— Allora? — disse Duff. — Cos'era? Una bomba?
— Una bomba? — Conger rise. — No. Il mio accendino ha preso fuoco. Ha perso benzina e si è incendiato.
— Perché sono svenuti tutti?
— I fumi.
Silenzio. Conger spostò il peso del corpo. Aspettò. Le sue dita si spostarono lentamente verso la cintura. Lo sceriffo abbassò gli occhi. Grugnì.
— Se lo dice lei — disse. — Comunque, nessuno si è fatto male. — Indietreggiò. — E quel Willet è un piantagrane.
— Buonasera, allora — disse Conger. Fece per superare lo sceriffo.
— Un'altra cosa, signor Conger. Prima che lei se ne vada. Le spiace se do un'occhiata ai suoi documenti?
— No. Niente affatto. — Conger infilò la mano in tasca, estrasse il portafoglio. Lo sceriffo lo prese e puntò la torcia elettrica. Conger rimase a guardare, respirando piano. Avevano lavorato parecchio per quel portafoglio; avevano studiato documenti storici, cimeli dell'epoca, tutte le carte che avevano ritenuto importanti.
Duff glielo restituì. — Okay. Scusi il disturbo. — La luce si spense. Quando Conger tornò a casa, trovò gli Appleton seduti davanti al televisore. Non alzarono la testa al suo ingresso. Lui indugiò sulla porta.
— Posso chiedervi una cosa? — disse. La signora Appleton si girò lentamente. — Posso chiedere che giorno è oggi?
— Che giorno è oggi? — La donna lo studiò. — Il primo dicembre.
— Il primo dicembre! Ma ieri era novembre!
Lo guardavano tutti. All'improvviso, ricordò. Nel ventesimo secolo usavano ancora il vecchio sistema dei dodici mesi. Da novembre si passava direttamente a dicembre; non c'era quartembre tra un mese e l'altro.
Boccheggiò. Allora sarebbe stato l'indomani! Il due dicembre! L'indomani!
— Grazie — disse. — Grazie.
Salì la scala. Che idiozia, scordare quel particolare. Il Fondatore era stato arrestato il secondo giorno di dicembre, a quanto riferivano i giornali. Il giorno dopo, di lì a sole dodici ore, il Fondatore sarebbe apparso e avrebbe parlato alla gente, per poi essere trascinato via.
La giornata era tiepida e luminosa. Le suole di Conger traevano scricchiolii dalla crosta di neve che si stava sciogliendo. Camminò fra alberi coperti da un manto bianco. Salì una collina e scese dall'altro fianco, scivolando.
Si fermò a guardarsi attorno. Tutto era muto. Non si vedeva nessuno. Estrasse dalla cintura una barra di metallo e ruotò l'impugnatura. Per un attimo, non accadde nulla. Poi l'aria fu percorsa da un brivido.
La gabbia di cristallo apparve e scese lentamente sul terreno. Conger sospirò. Era bello rivederla. Dopo tutto, era la sua unica via di ritorno.
Si incamminò sul crinale. Girò attorno lo sguardo con una certa soddi sfazione, le mani piantate sui fianchi. Il campo di Hudson si stendeva fino alle propaggini della città, nudo e piatto, coperto da un sottile strato di neve.
Lì sarebbe giunto il Fondatore. Lì avrebbe parlato alla gente. E lì le autorità lo avrebbero arrestato.
Però sarebbe morto prima dell'arrivo delle autorità. Sarebbe morto ancora prima di parlare.
Conger tornò al globo di cristallo. Aprì la porta ed entrò. Tolse il fucile dallo scaffale e sistemò l'otturatore. Era pronto a fare fuoco, pronto a sparare. Per un attimo, si domandò se dovesse portarlo con sé.
No. Potevano passare ore prima che il Fondatore si facesse vivo; e se nel frattempo qualcuno lo avesse avvicinato? Non appena avesse visto il Fondatore spuntare in direzione dei campi sarebbe andato a prendere il fucile.
Riportò gli occhi sullo scaffale. Vide l'altro oggetto che lo aveva accompagnato nel viaggio. Prese la borsa di plastica e la aprì.
Tenne il teschio fra le mani, rigirandolo. A dispetto della sua stessa volontà, una sensazione di freddo gli corse in corpo. Quello era il teschio dell'uomo, il teschio del Fondatore che era ancora vivo, che quel giorno si sarebbe presentato lì, che si sarebbe fermato sul campo a meno di cinquanta metri da lui.
E se lui avesse potuto vedere il proprio cranio, giallo e corroso? Vecchio di duecento anni… Avrebbe parlato lo stesso, se avesse visto quel cranio antico, immobile nel sorriso? Cosa avrebbe potuto dire, raccontare alla gente? Quale messaggio avrebbe potuto lanciare?
Quale azione non sarebbe stata futile, di fronte al suo stesso teschio vecchio, ingiallito? Meglio godersi la provvisorietà della vita, finché c'era tempo di goderla.
Un uomo che possa stringere fra le mani il suo stesso teschio crederebbe in ben poche cause, pochi movimenti. Anzi, predicherebbe il contrario…
Un suono. Conger rimise il teschio sullo scaffale e prese il fucile. Fuori, qualcosa si muoveva. Corse alla porta, col cuore che batteva forte. Era lui? Era il Fondatore che si aggirava solo nel gelo, in cerca di un posto dove parlare? Stava meditando sulle parole, scegliendo i giri di frase?
Se avesse potuto vedere la cosa che Conger aveva tenuto fra le mani!
Spalancò la porta, imbracciando il fucile.
Lora!
La fissò. La ragazza indossava una giacca di lana e stivali. Aveva le mani infilate nelle tasche. Una nube di vapore usciva dalla sua bocca e dalle narici. Il petto si alzava e si abbassava.
In silenzio, si scrutarono. Alla fine Conger abbassò il fucile.
— Cosa c'è? — chiese. — Cosa ci fai qui?
Lei puntò l'indice. Sembrava incapace di parlare. Lui corrugò la fronte. Ma cosa le aveva preso?
— Cosa c'è? — ripetè. — Cosa vuoi? — Guardò nella direzione indicata dalla ragazza. — Io non vedo niente.
— Stanno arrivando.
— Chi? Chi sta arrivando?
— Tutti. La polizia. Stanotte lo sceriffo ha chiesto alla polizia di stato di mandare automobili. Sono dappertutto. Hanno bloccato le strade. Ne stanno arrivando una sessantina. Alcune dalla città, altre dai dintorni. — Lora si interruppe. Boccheggiò. — Hanno detto… Hanno detto…
— Cosa?
— Hanno detto che sei una specie di comunista. Hanno detto… Conger rientrò nella gabbia. Mise il fucile sullo scaffale e tornò fuori.
Saltò giù e raggiunse la ragazza.
— Grazie. Sei venuta ad avvertirmi? Tu non ci credi?
— Non so.
— Sei venuta sola?
— No. Mi ha portata Joe col suo furgone. Dalla città. —Joe? Chi è?
—Joe French. L'idraulico. Un amico di papà.
— Andiamo. — Si incamminarono sulla neve. Superarono il crinale e raggiunsero il veicolo. Il furgoncino era parcheggiato in mezzo al campo. Un uomo basso, tarchiato, sedeva al volante. Fumava la pipa. Si tirò su quando vide i due corrergli incontro.
— Sei tu l'uomo che Lora cercava? — chiese a Conger.
— Sì. Grazie di avermi avvertito.
L'idraulico scrollò le spalle. — Io non so niente di questa storia. Lora dice che sei a posto. — Si guardò attorno. — Forse ti interesserà sapere che sta arrivando altra gente. Non per avvertirti… Sono soltanto curiosi.
— Altra gente? — Conger guardò in direzione della città. Forme nere stavano avanzando sulla neve.
— Abitanti della città. Non si possono far passare sotto silenzio cose del genere, non in una piccola città. Ascoltiamo tutti la radio della polizia. Anche loro hanno sentito, come Lora. Qualcuno ha saputo e ha sparso la voce…
Le forme si stavano avvicinando. Conger riuscì a distinguerne un paio. C'era Bill Willet, con qualche ragazzo delle scuole superiori. C'erano anche gli Appleton, sul fondo della folla.
— Persino Ed Davies — mormorò Conger.
Il negoziante avanzava nel campo, in gruppo con altri tre o quattro uomini.
— Tutti curiosi come dannati — disse French. — Be', io penso di rientrare in città. Non voglio che sforacchino il mio furgone. Andiamo, Lora.
La ragazza fissava Conger a occhi sgranati.
— Andiamo — ripetè French. — Tagliamo la corda. Poco ma sicuro, non puoi restare qui, lo sai.
— Perché?
— Potrebbe esserci una sparatoria. È quello che tutti sono venuti a vedere. Lo sai anche tu, vero, Conger?
— Sì.
— Hai un fucile? O non te ne importa niente? — French sorrise. — Ne hanno fatti fuori parecchi, ai bei tempi. Non sarai solo.
Certo che gliene importava! Doveva restare lì, sul campo. Non poteva permettere che lo portassero via. Il Fondatore sarebbe apparso da un momento all'altro, avrebbe posato i piedi sul campo. Sarebbe stato uno degli uomini di città, muto, in disparte? Sarebbe rimasto a guardare e aspettare?
O magari era Joe French. O forse uno dei poliziotti. Chiunque di loro poteva sentirsi spinto a parlare. E le poche parole pronunciate quel giorno sarebbero state importanti per molto tempo.
E lui doveva essere lì, pronto ad agire alla prima parola!
— Sì che me ne importa — disse. — Tu torna in città. Porta con te la ragazza.
Lora, rigida, si accomodò sul sedile, accanto a French. L'idraulico accese il motore. — Guardali là — disse. —Avvoltoi. Aspettano solo di vedere che qualcuno finisca ucciso.
Il furgone si allontanò. Lora sedeva rigida e muta; adesso era spaventata. Conger restò a guardare per un momento, poi tornò di corsa nel bosco, fra gli alberi, verso il crinale.
Ovviamente, avrebbe potuto fuggire. In qualunque momento. Gli bastava balzare all'interno della gabbia e manovrare i comandi. Ma aveva un compito, un compito importante. Doveva essere lì, lì in quel posto, in quel momento.
Raggiunse la gabbia e aprì la porta. Entrò e raccolse l'arma dallo scaffale. Il vibrofucile li avrebbe uccisi tutti. Lo regolò sulla massima potenza. La reazione a catena avrebbe abbattuto tutti: la polizia, quella gente curiosa, sadica…
Non lo avrebbero catturato! Prima che lo prendessero, sarebbero morti tutti. Lui sarebbe fuggito. Se la sarebbe cavata. Entro sera, sarebbero morti tutti, se era questo che volevano, e lui…
Vide il teschio.
All'improvviso, mise giù il fucile. Prese il teschio. Lo rigirò. Guardò i denti. Poi andò allo specchio.
Alzò il teschio, scrutando lo specchio. Premette il teschio contro una guancia. Su un lato del viso, il teschio lo fissò con un ghigno; su un lato del suo teschio, della sua carne viva.
Aprì la bocca. Mise a nudo i denti. E seppe.
Quello che teneva in mano era il suo teschio. Era lui l'uomo destinato a morire. Era lui il Fondatore.
Dopo un po' rimise giù il teschio. Per qualche minuto restò fermo davanti ai comandi, giocherellando pigramente. Sentiva venire dall'esterno il rumore dei motori, le voci smorzate degli uomini. Doveva tornare al suo presente, dove lo attendeva il Portavoce? Poteva fuggire, ovviamente…
Fuggire?
Si girò verso il teschio. II suo teschio, ingiallito dagli anni. Fuggire? Fuggire, quando lo aveva tenuto in mano?
Che importanza aveva rimandare di un mese, un anno, dieci anni, anche cinquanta? Il tempo era nulla. Aveva bevuto cioccolata in compagnia di una ragazza nata centocinquant'anni prima di lui. Fuggire? Per un po', forse.
Ma non poteva realmente fuggire, non più di quanto qualcun altro fosse mai fuggito, di quanto qualcun altro sarebbe fuggito in futuro.
Solo che lui aveva tenuto fra le mani le proprie ossa, la propria testa morta.
Gli altri, no.
Uscì e si mise ad attraversare il campo, a mani nude. Si era raccolta parecchia gente, che attendeva. Aspettavano una bella lotta; sapevano che lui aveva qualcosa. Avevano sentito parlare dell'episodio al bar.
E c'era un'enormità di poliziotti, poliziotti con fucili e lacrimogeni che strisciavano su colline e crinali, fra gli alberi, avvicinandosi sempre più. Era storia vecchia, in quel secolo.
Uno degli uomini gli tirò qualcosa. La cosa cadde a terra davanti ai suoi piedi, e Conger abbassò gli occhi. Un sasso. Sorrise.
— E dai! — urlò uno della folla. — Non hai qualche bomba?
— Tira una bomba! Tu, barba! Tira una bomba!
— Fagliela vedere!
— Tira qualche bomba atomica!
Si misero a ridere. Lui sorrise. Appoggiò le mani sui fianchi. Di colpo, vedendo che stava per parlare, si zittirono tutti.
— Mi spiace — disse semplicemente Conger. — Non ho bombe. Vi siete sbagliati.
Ci fu un rincorrersi di bisbigli.
— Ho un fucile — continuò lui. — Un ottimo fucile. Forse prodotto da una scienza ancora più avanzata della vostra. Ma non userò nemmeno quello.
La gente era perplessa.
— Perché no? — urlò qualcuno. A un lato della folla, una donna anziana lo fissava. Lui ebbe uno shock improvviso. L'aveva già vista. Dove?
Ricordò. Quel giorno, dopo la biblioteca. L'aveva vista quando aveva girato l'angolo. Lei lo aveva notato ed era rimasta stupefatta. All'epoca, lui non aveva capito perché.
Sorrise. Allora, l'uomo che in quel momento stava volontariamente accettando la morte sarebbe riuscito a sfuggirle. Tutti ridevano, ridevano di un uomo che aveva un fucile ma non lo avrebbe usato. Però, per uno strano scherzo della scienza, sarebbe riapparso pochi mesi più tardi, dopo che le sue ossa erano state sepolte sotto il pavimento di un carcere.
E così, in un certo senso, sarebbe sfuggito alla morte. Sarebbe morto, ma dopo un periodo di mesi, avrebbe vissuto di nuovo, brevemente, per un pomeriggio.
Un pomeriggio. Quanto bastava perché lo vedessero, perché capissero che era ancora vivo. Perché sapessero che in qualche modo era tornato in vita.
E alla fine, sarebbe riapparso un'altra volta, dopo duecento anni. Due secoli più tardi.
Sarebbe nato di nuovo. Nato, per l'esattezza, in un piccolo villaggio di frontiera di Marte. Sarebbe cresciuto. Avrebbe imparato a cacciare e commerciare…
Un'auto della polizia arrivò al limitare del campo e si fermò. La folla indietreggiò un poco. Conger alzò le mani.
— Ho uno strano paradosso per voi — disse. — Chi ruba la vita altrui perderà la propria. Chi uccide morirà. Ma chi offre la propria vita vivrà di nuovo!
Risero, sottovoce, nervosamente. La polizia si era messa in marcia, camminava verso lui. Conger sorrise. Aveva detto tutto ciò che voleva dire. Un paradosso piccolo, ma buono. Ci avrebbero riflettuto su. Lo avrebbero ricordato.
Sorridente, Conger cominciò ad aspettare una morte annunciata.