Stories 93 / Random

Stories by philip kindred dick

il re degli elfi (italian)

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Pioveva, ed era sempre più buio. La pioggia sferzava la fila di pompe della stazione di servizio, l'albero dall'altra parte della strada era piegato dal vento. Shadrach Jones era in piedi sulla soglia della piccola costruzione, appoggiato a un bidone. La porta era aperta e la pioggia ogni tanto bagnava il pavimento di legno. Era tardi, il sole era calato e l'aria si faceva fredda. Shadrach s'infilò una mano nella tasca della giacca e prese un sigaro. Ne staccò l'estremità con un morso e lo accese, girando le spalle alla porta. Nella penombra, la punta del sigaro splendeva di un colore caldo. Shadrach tirò una boccata profonda, si abbottonò bene la giacca, e uscì.
— Accidenti — disse. — Che tempo! — La pioggia gli batteva sulla faccia con forza. Guardò la strada, a destra e a sinistra, socchiudendo gli occhi. Non c'era nessuna macchina in vista. Scosse la testa, e chiuse a chiave le pompe.
Tornò alla stazione, e si chiuse la porta alle spalle. Aprì il registratore di cassa e contò i soldi che aveva guadagnato quel giorno. Non era molto.
Non molto, ma abbastanza per un vecchio come lui. Abbastanza per comprarsi il tabacco, la legna da ardere e qualche rivista per passare il tempo piacevolmente in attesa che si fermasse qualche macchina. Non ne passavano più molte, su quella strada, e la manutenzione era stata abbandonata: c'erano molte crepe, il fondo era sconnesso, e in genere gli automobilisti preferivano prendere la superstrada a nord delle colline. Non c'era niente a Derryville che potesse interessarli: era una piccola città, troppo piccola per attirare le industrie, troppo piccola per avere una qualsiasi importanza. Certe volte passavano ore senza che…
Shadrach si irrigidì. La mano gli si strinse attorno ai soldi. Dal di fuori si sentiva un suono, il trillare melodico del segnale che serviva ad avvisarlo dell'arrivo di una macchina.
Shadrach rimise i soldi nel cassetto e lo chiuse. Si alzò e si avvicinò alla porta, tendendo 1' orecchio. Spense la luce e aspettò, scrutando il piazzale.
Non c'era nessuna macchina. La pioggia cadeva fitta, sferzata dal vento; sulla strada si muovevano banchi di nebbia. E vicino alle pompe c'era qualcosa.
Shadrach aprì la porta e uscì. In un primo momento non riuscì a distinguere niente di preciso. Poi deglutì, a disagio.
C'erano due piccole figure, nella pioggia, che reggevano una specie di piattaforma fra di loro. Un tempo, i loro vestiti dovevano essere splendenti di vivaci colori, ma adesso erano tutti bagnati e gocciolanti. I due guardavano Shadrach con aria affranta. Grosse gocce d'acqua rigavano loro la faccia. I vestiti, gonfiati dal vento, sbattevano attorno ai loro corpi.
Sulla piattaforma, qualcosa si mosse. Una piccola testa si voltò a fatica, sbirciando nella direzione di Shadrach. Nella penombra, un elmo metallico mandò un debole riflesso.
— Chi siete? — chiese Shadrach.
La figura sulla piattaforma si mise a sedere. — Sono il Re degli Elfi, e sono bagnato.
Shadrach lo guardò esterrefatto.
— Esatto — disse uno dei portatori. —Siamo tutti bagnati.
Un piccolo gruppo di Elfi arrivò con passo stanco, e si raccolse attorno al suo re. Si strinsero l'uno all'altro, con aria distrutta, senza una parola.
— Il Re degli Elfi — ripetè Shadrach. — Be', che mi venga un accidente.
Poteva essere vero? Di sicuro erano piccoli, e i loro vestiti gocciolanti erano strani, con colori bizzarri.
— Che mi venga un accidente. Be', qualunque cosa siate, non potete restare all'aperto in una notte come questa.
— Certo che no — mormorò il re. — Non è colpa nostra, no di certo… — Venne interrotto da un accesso di tosse. I soldati guardarono ansiosamente la piattaforma.
— Forse è meglio che lo portiate dentro — disse Shadrach.
— Io abito un po' più avanti. Non dovreste andarvene in giro con questa pioggia.
— Credete che ci divertiamo?
— mormorò uno dei portatori.
— Da che parte si va? Shadrach indicò con la mano.
— Da quella parte. Seguitemi. Accenderò un bel fuoco.
Shadrach raggiunse la scala di pietra che lui e Phineas Judd avevano costruito l'estate prima. Arrivato in cima ai gradini, si voltò. La piattaforma stava arrivando lentamente, ondeggiando a destra e a sinistra. Dietro venivano i soldati, in una piccola colonna gocciolante, triste e raffreddata.
— Adesso accendo il fuoco — disse Shadrach. Li fece entrare in casa.
Il Re degli Elfi era abbandonato sul cuscino. Dopo aver sorseggiato della cioccolata calda, si era disteso, e il suo respiro pesante cominciava ad assomigliare sospettosamente a un russare.
Shadrach si mosse, alquanto a disagio.
— Scusatemi — disse il Re degli Elfi all'improvviso, aprendo gli occhi. Si fregò la fronte.
— Devo essermi assopito. Dov' ero rimasto?
— Dovreste ritirarvi, Maestà — disse uno dei soldati con voce assonnata. — È tardi, e questi sono tempi duri.
— Giusto — disse il Re con un cenno della testa. — Molto giusto. — Guardò la figura gigantesca di Shadrach, seduto vicino al caminetto con un bicchiere di birra in mano. — Vi ringraziamo per l'ospitalità, mortale. Di solito, non chiediamo favori agli esseri umani.
— Tutta colpa di quegli Orchi — disse un altro soldato, raggomitolato su un cuscino del divano.
— Giusto — disse un altro soldato. Si alzò, cercando con la mano la spada. — Quei luridi Orchi che gracchiano come cornacchie e scavano…
— Vedete — disse il Re degli Elfi, — mentre attraversavamo i Grandi Gradini Inferiori verso il Castello, che si trova in un anfratto della Montagna Alta…
— Volete dire Sugar Ridge — suggerì Shadrach.
— La Montagna Alta. Avanzavamo lentamente. Poi arrivò un temporale. Eravano in difficoltà. Improvvisamente, dal sottobosco, arrivò con grande rumore un gruppo di Orchi. Abbandonammo la foresta, cercando rifugio sul Sentiero Senza Fine.
— La statale numero venti.
— Ed ecco come siamo finiti qui. — Il Re degli Elfi fece una pausa. — La pioggia cadeva sempre più forte. Il vento ci soffiava addosso, freddo e sferzante. La nostra marcia sembrava non dovesse finire mai. Non sapevamo dove stavamo andando, né cosa ne sarebbe stato di noi.
Il Re degli Elfi alzò gli occhi du Shadrach. — Solo questo sapevamo: alle nostre spalle c'erano gli Orchi; avanzavano nella foresta, fra la pioggia, schiacciando tutto sul loro cammino.
Si mise una mano davanti alla bocca e tossì, chinandosi in avanti. Gli Elfi lo guardarono con ansia, finché non ebbe finito. Si raddrizzò.
— È stato gentile da parte vostra farci entrare. Non vi disturberemo a lungo. Non è costume degli Elfi…
Di nuovo tossì, coprendosi la faccia con le mani. Gli Elfi gli si fecero più vicino. Alla fine il Re si scosse e sospirò.
— Che vi succede? — chiese Shadrach. Si chinò e prese la tazza dalla fragile mano dell'Elfo. Il Re si era adagiato, gli occhi chiusi.
— Deve riposare — disse uno dei soldati. — Dov'è la vostra stanza? Quella dove dormite.
— Di sopra — disse Shadrach. — Vi faccio vedere.
A notte fonda, Shadrach sedeva nel soggiorno deserto, al buio, immerso nei suoi pensieri. Gli Elfi dormivano nella sua camera: il Re nel letto, gli altri raggomitolati tutti insieme sul tappeto.
La casa era silenziosa. Fuori, la pioggia cadeva senza interruzione, martellando contro i vetri. Poteva sentire il rumore dei rami sbattuti dal vento. Non riusciva a star fermo con le mani. Che strana faccenda! Tutti quegli Elfi, con il loro vecchio re ammalato, e le loro voci acute. Com'erano preoccupati, e permalosi.
Ma anche patetici: così piccoli, tutti bagnati, con l'acqua che gocciolava dai vestiti, che avevano perso i loro colori sgargianti.
E chissà com'erano gli Orchi. Certo, non dovevano essere molto belli, né puliti. Cosa avevano detto gli Elfi? Che scavavano, e avanzavano nei boschi spezzando tutto…
Improvvisamente Shadrach scoppiò a ridere, imbarazzato. Come poteva credere a tutte quelle sciocchezze? Spense il sigaro con una certa irritazione, le orecchie rosse. Cosa diavolo stava succedendo? Che scherzo era quello?
Elfi? Shadrach grugnì. Elfi a Derryville? In mezzo al Colorado? Forse c'erano Elfi in Europa. Forse in Irlanda. Ne aveva sentito parlare. Ma qui, a dormire nella sua camera da letto?
— Ne ho abbastanza di questa storia — disse. — Non sono mica rimbambito, io.
Si avviò verso la scala, con la mano tesa per trovare la ringhiera, nel buio. Cominciò a salire.
Sopra di lui, all'improvviso si accese una luce, una porta si aprì.
Due Elfi uscirono adagio sul pianerottolo. Lo guardarono. Shadrach si fermò a metà della scala. Qualcosa sulle loro facce lo indusse a fermarsi.
— Che succede? — chiese.
I due non risposero. La casa sembrava più fredda, fredda e buia, con la pioggia che continuava a cadere fuori, e l'ignoto dentro.
— Che c'è? — ripetè. — Cosa avete?
— Il Re è morto — disse uno degli Elfi. — È morto qualche momento fa.
Shadrach lo fissò, ad occhi spalancati. — Ma se…
— Era molto raffreddato e molto stanco. — Gli Elfi si voltarono e tornarono nella stanza. Adagio, senza rumore, richiusero la porta.
Shadrach rimase lì, con le dita appoggiate alla ringhiera: dita dure, magre e forti.
Mosse la testa in segno di assenso.
— Capisco — disse rivolto alla porta chiusa. — È morto.
Gli Elfi formavano un cerchio solenne attorno a lui. Il soggiorno era illuminato dal sole, la luce fredda e bianca del primo mattino.
— Non potete aspettare? — disse Shadrach, passandosi un dito sotto il colletto. — Devo andare al distributore. Non potete parlarmi quando torno?
Le facce degli Elfi erano serie, preoccupate.
— Ascoltate — disse uno di loro. — Vi prego, ascoltateci. È molto importante.
Shadrach guardò fuori della finestra. Dalla strada, sotto i raggi del sole, si sollevava una leggera nebbiolina. Poco oltre, c'era la stazione di servizio, in piena luce. Mentre guardava, arrivò una macchina. Si sentì debolmente il clacson. Vedendo che nessuno usciva, la macchina ripartì.
— Per favore — disse uno dei soldati.
Shadrach abbassò gli occhi sul cerchio degli Elfi, sulle facce segnate dall'ansietà e dal pericolo. Che strano: aveva sempre pensato che gli Elfi fossero creature allegre e spensierate…
— Avanti — disse. — Vi ascolto. — Si sedette sulla poltrona. Gli Elfi gli si fecero intorno. Conversarono fra loro per qualche momento, in un mormorio lontano. Poi si rivolsero a lui.
Il vecchio attese, con le braccia incrociate.
— Non possiamo restare senza re — disse uno dei soldati. — Non ce la faremmo a sopravvivere. Non di questi tempi.
— Gli Orchi — aggiunse un altro — si moltiplicano in fretta. Sono bestie terribili. Sono grossi, pesanti, crudeli, puzzano…
— Hanno un odore spaventoso. Vengono fuori dai posti umidi e scuri, sotto terra, dove le piante cieche si nutrono in silenzio, lontano dalla superficie, lontano dal sole.
— Be', dovete eleggervi un re, allora — suggerì Shadrach.
— Non vedo nessun problema.
— Noi Elfi non eleggiamo il Re. Il vecchio re sceglie il suo successore.
— Oh — disse Shadrach. — Mi sembra un buon metodo.
— Mentre il nostro re moriva, alcune deboli parole uscirono dalle sue labbra — disse un soldato. — Ci accostammo tristi e spaventati, ascoltando.
— Certo erano importanti — disse Shadrach. — Non potevate lasciarvele sfuggire.
— Il Re pronunciò il nome di colui che dovrà guidarci.
— Bene. Siete riusciti a sentirlo. E allora qual è il problema?
— Il nome che ha pronunciato… era il vostro.
Shadrach spalancò gli occhi.
— Il mio?
— Sul punto di morte, il Re ha detto: Fate Re il mortale torreggiante. Molte cose ne verranno, se guiderà gli Elfi in battaglia contro gli Orchi. Vedo risorgere l'Impero degli Elfi, com'era nei giorni antichi, com'era prima…
— Io! — Shadrach balzò in piedi. — Io? Re degli Elfi?
Prese a camminare su e giù per la stanza, con le mani sprofondate nelle tasche. — Io, Shadrach Jones, Re degli Elfi. — Abbozzò un sorriso. — Di sicuro non mi era mai venuto in mente prima.
Andò allo specchio appeso sopra il caminetto e si guardò. Vide i capelli grigi e radi, gli occhi chiari, la pelle scura, il grosso pomo di Adamo.
— Re degli Elfi — disse. — Re degli Elfi. Aspettate che lo senta Phineas Judd. Aspettate che glielo dica!
Phineas Judd di sicuro sarebbe rimasto sorpreso.
Al di sopra della stazione di servizio, il sole splendeva alto, nel cielo azzurro e pulito.
Phineas Judd era seduto nel suo camioncino, e giocherellava con l'acceleratore. Il motore andava su di giri e scendeva. Phineas allungò una mano e girò la chiavetta, poi abbassò il finestrino.
— Cos'hai detto? — chiese. Si levò gli occhiali e cominciò a pulirli, tenendo la montatura di metallo fra le dita sottili, pazienti per gli anni di pratica. Si rimise gli occhiali sul naso e si lisciò i pochi capelli che gli restavano.
— Non ho capito bene, Shadrach. Ripetimelo di nuovo.
— Sono il Re degli Elfi — ripetè Shadrach. Cambiò posizione, appoggiando l'altro piede al predellino. — Chi se lo sarebbe immaginato? Io, Shadrach Jones, Re degli Elfi.
Phineas lo fissò. — Da quanto tempo sei… Re degli Elfi, Shadrach?
— Dall'altro ieri notte.
— Capisco. L'altro ieri notte.
— Phineas annuì. — Capisco. E potrei sapere cosa è successo 1' altro ieri notte?
— Sono venuti gli Elfi a casa mia. Quando il vecchio Re degli Elfi è morto, ha detto loro…
Arrivò un autocarro, e l'autista saltò fuori. — Acqua! — gridò. — Dove diavolo è il tubo?
Shadrach si girò controvoglia.
— Ve lo porto io. — Si rivolse a Phineas. — Forse potrò parlarti stasera, quando torni dal lavoro. Voglio raccontarti il resto. È molto interessante.
— Certo — disse Phineas, avviando il motore. — Certo, Shadrach. Mi interessa molto.
Si allontanò.
Più tardi, arrivò Dan Green col suo trabiccolo.
— Ehi, Shadrach — chiamò. — Vieni qui! Voglio chiederti una cosa.
Shadrach uscì dalla stazione, tenendo uno strofinaccio in mano.
— Cosa c'è?
— Vieni qui. — Dan si sporse dal finestrino, con un sorriso che gli andava da un'orecchia all'altra. — Posso chiederti una cosa?
— Certo.
— È vero che sei diventato Re degli Elfi?
Shadrach arrossì un po'. — Credo proprio di sì — disse, distogliendo lo sguardo. — Sicuro, è così.
Il sorriso di Dan svanì. — Ehi, mi stai prendendo in giro? Che razza di scherzo è?
Shadrach si irritò. — Cosa vorresti dire? Sono proprio il Re degli Elfi. E chiunque dica che non è vero…
— D'accordo, Shadrach — disse Dan, riavviando in fretta il motore. — Non arrabbiarti. Chiedevo solo.
Shadrach aveva un'aria molto strana.
— Va bene — disse Dan. — Se lo dici tu.
Prima che la giornata finisse, tutti nei dintorni sapevano che Shadrach era diventato Re degli Elfi. Pop Richey, il proprietario del Lucky Store a Derryville, era del parere che Shadrach avesse messo in giro la voce per attirare clienti al suo distributore.
— È un vecchio furbacchione — disse Pop. — Ormai non passano più molte macchine. Sa quello che sta facendo.
— Non ne sono sicuro — disse Dan Green. — Dovevi sentirlo. Sembra che ci creda davvero.
— Re degli Elfi? — Si misero tutti a ridere. — Chissà cosa inventerà ancora.
Phineas Judd era pensieroso.
— Conosco Shadrach da anni. Non riesco a capire. — Aggrottò la fronte, con aria di disapprovazione. — Non mi piace.
Dan lo guardò. — Tu dici che ci crede?
— Sicuro — disse Phineas. — Magari mi sbaglio, ma sono convinto che sia così.
— Ma come può crederci? — disse Pop. — Shadrach non è mica scemo. È negli affari da un sacco di tempo. Secondo me, lo fa per ricavarci qualcosa. Ma che cosa, se non vantaggi per il distributore?
— Come, non sai cosa ci ricava? — disse Dan con un sorriso, Il suo dente d'oro brillò.
— Cosa? — chiese Pop.
— Un regno intero, tutto per sé… può farci quello che vuole. Cosa ne dici, Pop? Non ti piacerebbe essere Re degli Elfi, e non avere più da preoccuparti di questo negozio decrepito?
— Il mio negozio non è decrepito — disse Pop. — E non mi vergogno del mio lavoro. Meglio che fare il venditore ambulante di vestiti.
Dan arrossì. — Neanch'io mi vergogno. — Guardò Phineas. — Non ti pare? Cosa c'è di male nel vendere vestiti, eh, Phineas?
Phineas fissava il pavimento. Alzò gli occhi. — Come?
— A cosa stavi pensando? — chiese Pop. — Sembri preoccupato.
— Sono preoccupato per Shadrach — disse Phineas. — Sta invecchiando. Sempre là fuori tutto solo, al freddo, sotto l'acqua… tira un vento del diavolo certe volte, d'inverno, su quella strada…
— Allora tu credi che lui ci creda? — ripetè Dan. — Non credi che lo faccia per ricavarci qualcosa?
Phineas scosse la testa e non rispose.
Le risate svanirono. I tre si guardarono l'un l'altro.
Quella sera, mentre Shadrach stava chiudendo la stazione, una piccola figura sbucò dall'oscurità e venne verso di lui.
— Ehi! — disse Shadrach. — Chi sei?
Un soldato Elfo entrò nel cerchio di luce, sbattendo le palpebre. Indossava un abito grigio, allacciato in vita da una cintura d'oro. Ai piedi portava stivali di pelle, e al fianco una spada.
— Ho un messaggio importante per voi — disse l'Elfo. — Dove l'avrò messo?
Si frugò nelle tasche, mentre Shadrach aspettava. Finalmente tirò fuori un piccolo rotolo e lo svòlse, rompendo con fare esperto il sigillo di cera. Lo porse a Shadrach.
— Cosa dice? — chiese Shadrach. Si chinò, avvicinando gli occhi alla pergamena. — Non ho qui gli occhiali. Queste lettere sono tanto piccole…
— Gli Orchi si sono mossi. Hanno sentito che il vecchio Re è morto, e si sono sollevati in tutte le valli e le colline circostanti. Cercheranno di distruggere il Regno degli Elfi…
— Capisco — disse Shadrach. — Prima che il nuovo Re abbia preso il potere.
— Esatto. — L'Elfo fece un cenno di assenso. — Questo è un momento cruciale per gli Elfi. Per secoli, la nostra esistenza è stata precaria. Ci sono troppi Orchi, e gli Elfi sono molto fragili, spesso si ammalano…
— Va bene, cosa dovrei fare? Avete qualcosa da suggerirmi?
— Dovrete incontrarvi con noi sotto la Grande Quercia, questa notte. Vi porteremo nel Regno degli Elfi e, insieme al vostro Stato Maggiore, preparerete i piani per la difesa del Regno.
— Come? — disse Shadrach, a disagio. — Ma non ho ancora mangiato, e il distributore… domani è sabato, e passano un sacco di macchine…
— Ma voi siete il Re degli Elfi — disse il soldato. Shadrach si fregò lentamente il mento con la mano.
— Giusto — disse. Il soldato si inchinò.
— Non immaginavo una cosa del genere — disse Shadrach. — Se avessi saputo che a fare il Re degli Elfi…
Si interruppe, sperando che il soldato parlasse. L'Elfo lo guardò con faccia inespressiva.
— Forse dovreste eleggervi un altro Re — decise Shadrach.
— Non ne so molto di guerre e cose del genere, battaglie eccetera. — Fece una pausa e si strinse nelle spalle. — Non me ne sono mai occupato. Non ci sono guerre qui nel Colorado. Fra esseri umani, voglio dire.
L'Elfo continuava a guardarlo in silenzio.
— Perché sono stato scelto?
— continuò Shadrach, torcendosi le mani. — Io non ne sapevo niente. Perché ha scelto me? Perché non qualcun altro?
— Aveva fiducia in voi — disse il soldato. — L'avete accolto in casa vostra, quando pioveva. Sapeva che non vi aspettavate niente in cambio. Aveva conosciuto pochi che dessero senza chiedere niente in cambio.
— Oh! — Shadrach ci pensò sopra. Alla fine alzò gli occhi.
— Ma che ne sarà del mio distributore? Della mia casa. E cosa diranno Dan Green, e Pop…
L'Elfo si mosse fuori del cerchio di luce. — Devo andare. È tardi, e di notte escono gli Orchi. Non voglio allontanarmi troppo dagli altri.
— Certo — disse Shadrach.
— Gli Orchi non hanno paura di niente, adesso che il vecchio Re è morto. Fanno razzie ovunque. Nessuno si salva.
— Dove avete detto che avverrà la riunione? E a che ora?
— Alla Grande Quercia. Questa notte, al calar della luna.
— Ci sarò, credo — disse Shadrach. — Immagino che abbiate ragione. Il Re degli Elfi non può permettersi di abbandonare il suo regno quando più c'è bisogno di lui.
Si guardò attorno, ma il soldato era già sparito.
Shadrach si incamminò lungo la strada, con la mente piena di dubbi e di perplessità. Quando arrivò al primo gradino di pietra si fermò.
— La vecchia quercia è sul terreno di Phineas! Cosa dirà lui?
Ma era il Re degli Elfi, e gli Orchi avanzavano fra le colline. Shadrach si fermò, ascoltando il fruscio del vento fra gli alberi, dall'altra parte della strada e lungo i fianchi delle colline.
Orchi? C'erano davvero Orchi laggiù, resi arditi dall'oscurità, che avanzavano senza temere niente e nessuno?
E quella faccenda di essere Re degli Elfi…
Shadrach cominciò a salire, con le labbra strette. Quando arrivò in cima, gli ultimi raggi del sole erano scomparsi. Era notte.
Phineas Judd guardò fuori della finestra. Imprecò e scosse la testa. Poi corse alla porta e uscì sulla veranda. Nella luce fredda della luna, una figura si muoveva nel campo, lungo il sentiero per le mucche, verso la casa.
— Shadrach! — gridò Phineas. — Che succede? Cosa fai in giro a quest'ora di notte?
Shadrach si fermò e appoggiò i pugni alla vita, con aria di sfida.
— Torna a casa — disse Phineas. — Che cosa ti è preso?
— Mi dispiace, Phineas — disse Shadrach. — Mi dispiace di dover attraversare la tua terra. Devo incontrare qualcuno alla vecchia quercia.
— A quest'ora? Shadrach chinò la testa.
— Che cosa ti succede, Shadrach? Chi diavolo devi incontrare in piena notte, nella mia fattoria?
— Devo incontrare gli Elfi. Dobbiamo fare i piani per la guerra contro gli Orchi.
— Che mi venga un accidente — disse Phineas Judd. Rientrò in casa, sbattendo la porta. Restò qualche secondo a pensare, poi tornò sulla veranda. — Cosa hai detto che devi fare? Non sei obbligato a dirmelo, si capisce, volevo solo…
— Devo incontrare gli Elfi alla vecchia quercia. Dobbiamo tenere il consiglio di guerra contro gli Orchi.
— Ah, capisco. Gli Orchi. Bisogna sempre stare in guardia contro gli Orchi.
— Gli Orchi sono dappertutto — disse Shadrach, facendo un cenno con la testa. — Non me n'ero mai accorto prima. Non ci si può permettere di dimenticarli o di ignorarli. Loro non si dimenticano mai di te. Ti spiano sempre, fanno piani…
Phineas lo guardava a bocca spalancata.
— Oh, a proposito — disse Shadrach. — Può darsi che stia via per un po'. Dipende da quanto tempo durerà questa faccenda. Non ho molta esperienza in fatto di guerre con gli Orchi, per cui non ne sono sicuro. Potresti darmi un'occhiata al distributore un paio di volte al giorno? Magari alla mattina e alla sera, per vedere che nessuno sfondi la porta, o qualcosa del genere.
— Te ne vai? — Phineas scese in fretta i gradini della veranda.
— Cos'è questa faccenda degli Orchi? Perché te ne vai?
Shadrach ripetè pazientemente quello che aveva già detto.
— Ma perché?
— Perché io sono il Re degli Elfi. Devo guidarli.
Seguì qualche secondo di silenzio. — Capisco — disse Phineas alla fine. — In effetti, me l'avevi già detto. Ma perché non entri un momento, e mi racconti tutto degli Orchi? Ti faccio un caffè, e…
— Caffè? — Shadrach alzò gli occhi e guardò la pallida luna. Il mondo era silenzioso, come morto; la notte era molto fredda, e la luna non sarebbe tramontata che fra un po'.
Shadrach rabbrividì.
— Fa freddo — insistette Phineas. — È troppo freddo per stare fuori. Entra.
— Credo di avere qualche minuto — disse Shadrach. — Una tazza di caffè non mi dispiacerebbe. Però non posso fermarmi troppo…
Shadrach stese le gambe e sospirò. — Buono questo caffè, Phineas.
Phineas sorseggiò un po' di caffè, e mise giù la tazza. Il salotto era silenzioso e caldo. Era proprio un bel salotto, con quadri solenni appesi alle pareti, quadri grigi, banali, che si occupavano dei fatti loro. In un angolo c'era un piccolo armonium, con sopra i fogli di musica, bene in ordine.
Shadrach notò l'organo e sorrise. — Suoni ancora, Phineas?
— Non molto, adesso. I mantici non funzionano bene. Ce n'è uno che non si solleva più.
— Un giorno o l'altro proverò a metterlo a posto. Se sarò ancora da queste parti.
— Mi faresti proprio un favore — disse Phineas. — Pensavo di chiedertelo.
— Ti ricordi di quella volta che stavi suonando Vilia, ed è arrivato Dan Green con quella signora che lavorava per Pop durante l'estate? Quella che voleva aprire un negozio di stoviglie?
— Sicuro — disse Phineas. Shadrach mise giù la tazza di caffè e si mosse sulla sedia.
— Vuoi altro caffè? — chiese Phineas. Si alzò. — Un'altra tazza?
— Solo un goccio. Fra poco devo andare.
— È una brutta notte per andarsene in giro.
Shadrach guardò fuori della finestra. Si era fatto più buio; la luna era quasi tramontata. I campi apparivano desolati. Shadrach rabbrividì. — Hai proprio ragione — disse.
Phineas si rivolse a lui con voce persuasiva. — Senti, Shadrach, perché non vai a casa, al caldo? Puoi andare qualche altra notte a combattere contro gli Orchi. Ci saranno sempre degli Orchi. L'hai detto tu stesso. Avrai un sacco di tempo per farlo, più avanti, quando il tempo sarà migliore. Quando non farà più così freddo.
Shadrach si strofinò stancamente la fronte. — Sai, mi sembra tutto un sogno assurdo. Quand'è che ho cominciato a parlare di Elfi e di Orchi? Quand'è che è cominciato? — La voce gli svanì. — Grazie per il caffè. — Si alzò adagio. — Mi ha scaldato. Sono stato contento di parlare con te. Come ai vecchi tempi, tu ed io seduti qui, a parlare.
— Allora vai? — Phineas esitò. — A casa?
— Credo che sia meglio. È tardi.
Phineas si alzò in fretta. Accompagnò Shadrach alla porta, tenendogli un braccio attorno alle spalle.
— Bravo, Shadrach, va' a casa. Fatti un bel bagno caldo prima di andare a letto. Ti farà bene. E magari anche un goccetto di brandy, per scaldarti.
Phineas aprì la porta. Insieme scesero i gradini della veranda, fino alla terra fredda, scura.
— Sì, credo che andrò — disse Shadrach. — Buona notte.
— Va' a casa. — Phineas gli diede una pacca sul braccio. — Fatti un bagno caldo, e poi subito a letto.
— È una buona idea. Grazie, Phineas. Ti sono grato. — Shadrach guardò la mano di Phineas, appoggiata al suo braccio. Erano anni che non si sentiva così vicino a Phineas.
Shadrach guardò la mano. Inarcò le sopracciglia, perplesso.
La mano di Phineas era grossa, ruvida. Le braccia erano molto corte. Aveva dita tozze, con le unghie spezzate. Ed erano quasi nere. O almeno così sembrava alla luce della luna.
Shadrach alzò gli occhi. — Che strano — mormorò.
— Cosa c'è di strano, Shadrach?
Alla luce della luna, la faccia di Phineas sembrava stranamente grossa, brutale. Shadrach non aveva mai notato che avesse una mascella così prominente. La pelle era gialla e grinzosa, come pergamena. Dietro le lenti, gli occhi erano simili a due pietre, freddi e senza vita. Le orecchie erano gigantesche, i capelli unti e arruffati.
Strano che non l'avesse mai notato prima. Ma non aveva mai visto Phineas alla luce della luna.
Shadrach fece un passo indietro studiando il suo vecchio amico. Visto da un metro di distanza, Phineas Judd sembrava insolitamente basso e tozzo. Aveva le gambe leggermente arcuate, e i piedi enormi. E c'era qualcos' altro…
— Che ti prende? — chiese Phineas, con aria sospettosa. — C'è qualcosa che non va?
C'era tutto che non andava. Non se n'era mai accorto, in tutti gli anni della loro amicizia, ma Phineas Judd emanava un odore: una puzza leggera ma pungente di muffa, di carne putrida, di umido.
Shadrach si guardò attorno.
— Qualcosa non va? — ripetè.
— No. Direi di no.
A fianco della casa c'era una vecchia tinozza per raccogliere l'acqua piovana, mezza rotta. Shadrach andò alla tinozza.
— No, Phineas, non direi proprio che ci sia qualcosa che non va.
— Cosa fai?
— Io? — Shadrach afferrò una delle doghe e la levò. Tornò verso Phineas, stringendo la doga. — Io sono il Re degli Elfi. E tu chi sei? O cosa?
Phineas lanciò un urlo e si gettò su di lui, le grosse mani contratte ad artiglio.
Shadrach lo colpì con la doga sulla testa. Phineas urlò di rabbia e di dolore.
In risposta alle urla, si sentì sbattere qualcosa, e dalla cantina della casa arrivò un'orda di creature saltellanti, piegate in due, con corpi tozzi e pesanti, teste e piedi giganteschi. Shadrach diede un'occhiata alla marea di creature nere che sgorgava dalla cantina di Phineas. Le riconobbe subito.
— Aiuto! — gridò. — Gli Orchi! Aiuto!
Gli Orchi lo circondavano, gli tiravano i vestiti, gli salivano addosso, lo prendevano a pugni dappertutto.
Shadrach menava grandi colpi con la doga e li prendeva a calci. Sembrava ce ne fossero a centinaia. Dalla casa di Phineas ne uscivano di continuo, come un fiume nero: creature a forma di otre, con occhi e denti che brillavano alla luce della luna.
— Aiuto! — urlò ancora Shadrach, questa volta più debolmente. Cominciava a mancargli il fiato. Il cuore gli batteva forte. Un Orco gli si appese al braccio e gli morse il polso. Shadrach lo scagliò lontano, liberandosi dall'orda che gli si era attaccata ai calzoni, continuando a colpire con la doga.
Uno degli Orchi riuscì ad afferrare la doga. Molti altri accorsero in suo aiuto, cercando di strappargliela. Shadrach la strinse con la forza della disperazione. Gli Orchi lo stavano sommergendo: gli erano saliti sulle spalle, gli si erano appesi alla giacca, alle braccia, alle gambe, gli tiravano i capelli…
Sentì squillare una tromba, in lontananza: un suono argenteo, che echeggiava fra le colline.
Di colpo, gli Orchi interruppero l'attacco. Uno si lasciò cadere dal collo di Shadrach. Un altro gli lasciò il braccio.
Lo squillo si ripetè, questa volta più vicino.
— Elfi! — grugnì un Orco. Si voltò e cominciò a muoversi in direzione degli squilli, digrignando i denti e sputando, pieno di rabbia.
— Elfi!
Gli Orchi si lanciarono verso le colonne degli Elfi, in un'orda infuriata di denti e di artigli. Gli Elfi ruppero la formazione di marcia e attaccarono battaglia, con urla acute di gioia selvaggia. La marea degli Orchi si scontrò con gli Elfi: artigli contro spade d'oro, denti contro pugnali.
— Morte agli Elfi!
— Morte agli Orchi!
— Avanti!
— Forza!
Shadrach combatté disperatamente con gli Orchi che ancora gli stavano attorno. Era esausto e ansimante. Menava colpi con la doga alla cieca, calciando e saltando, gettando in aria e sbattendo a terra Orchi:
Shadrach non seppe mai quanto durò la battaglia. Gli sembrava di essere immerso in un mare di corpi neri, tondi e puzzolenti, che gli si attaccavano addosso, graffiavano e mordevano, cercavano di strappargli il naso e i capelli. Combatté in silenzio, con determinazione.
Attorno a lui, le legioni degli Elfi erano mescolate in battaglia con le orde degli Orchi, in gruppi sparsi dappertutto.
Improvvisamente, Shadrach smise di combattere. Alzò la testa, guardandosi intorno incerto. Non si muoveva niente. Tutto era silenzio. Il combattimento era cessato.
Alcuni Orchi gli pendavano ancora dalle braccia e dalle gambe. Shadrach ne colpì uno con la doga. Quello ululò e si lasciò cadere a terra. Shadrach fece un passo indietro, lottando per liberarsi dell'ultimo Orco, che gli si era avvinghiato tenacemente a un braccio.
— Adesso ti faccio vedere io! — ansimò Shadrach. Se lo strappò di dosso e lo scagliò lontano. L'Orco cadde a terra e sgattaiolò via nella notte.
Era finita. Nessun Orco si muoveva più. Tutto era silenzio nei campi illuminati dalla luna.
Shadrach si lasciò cadere su una pietra. Il petto si alzava e si abbassava dolorosamente. Vedeva punti rossi davanti agli occhi. Tirò fuori il fazzoletto e si asciugò il collo e la faccia. Chiuse gli occhi, scuotendo la testa.
Quando li riaprì, gli Elfi venivano verso di lui, ricomponendo la formazione. Erano scarmigliati e feriti. Le loro armature d'oro erano tutte bucate e strappate, gli elmi ammaccati, con le poche penne rimaste piegate in giù e spezzate.
Ma la battaglia era finita. Avevano vinto la guerra. Le orde degli Orchi erano state messe in fuga.
Shadrach si alzò in piedi adagio. I guerrieri lo avevano circondato, e lo fissavano con silenzioso rispetto. Uno lo aiutò a reggersi, mentre metteva via il fazzoletto.
— Grazie — mormorò Shadrach. — Grazie mille.
— Gli Orchi sono stati sconfitti — disse un Elfo, ancora pieno di meraviglia per quello che era successo.
Shadrach guardò gli Elfi. Erano in molti, più di quanti ne avesse mai visti. Erano usciti tutti per la battaglia. Avevano un'espressione seria, consapevole della gravità del momento, ed erano stanchi.
— Sì, sono proprio scappati.
— Shadrach aveva cominciato a riprendere fiato. — C'è mancato poco. Sono felice che siate arrivati al momento giusto. Mi avevano quasi sopraffatto, a doverli combattere tutti da solo.
— Tutto solo, il Re degli Elfi ha resistito all'intero esercito degli Orchi — annunciò un Elfo con voce acuta.
— Eh? — disse Shadrach, preso di sorpresa. Poi sorrise. — E vero, ho combattuto da solo per un po'. Ho resistito da solo all'armata degli Orchi. L'intera armata di quelle bestiacce.
— E c'è di più — disse un Elfo.
Shadrach sbatté le palpebre.
— Di più?
— Guarda da questa parte, oh Re, grandissimo fra gli Elfi. Da questa parte. A destra.
Gli Elfi fecero strada a Shadrach.
— Cos'è? — mormorò Shadrach, che non vedeva niente. Scrutò nel buio. — Potete portare un torcia?
Arrivarono alcuni Elfi reggendo piccole torce di pino.
Sul terreno gelato, steso sulla schiena, giaceva Phineas Judd. Aveva gli occhi aperti, fissi nel vuoto, la bocca semiaperta. Non si muoveva. Il suo corpo era freddo e rigido.
— È morto — disse solennemente uno degli Elfi.
Shadrach deglutì, improvvisamente preoccupato. La fronte gli si coprì di sudore freddo. — Mio Dio! Il mio vecchio amico! Cosa ho fatto?
— Hai ucciso il Grande Orco. Shadrach ci mise un momento prima di rispondere.
— Cosa ho fatto?
— Hai ucciso il Grande Orco, il capo di tutti gli Orchi.
— Non era mai successo prima — esclamò un altro Elfo, eccitato. — Il Grande Orco era vissuto per secoli. Nessuno immaginava che potesse morire. Questo è il momento più grande della nostra storia.
Tutti gli Elfi guardarono la figura stesa a terra con stupore e reverenza, mescolata a paura.
— Oh, andiamo! — disse Shadrach. — Questo è solo Phineas Judd.
Ma mentre pronunciava quelle parole, un brivido gli corse lungo la schiena. Si ricordò di quello che aveva visto qualche tempo prima, mentre stava vicino a Phineas e gli ultimi raggi della luna illuminavano la faccia del suo vecchio amico.
— Guarda. — Uno degli Elfi si chinò e sbottonò il gilè e la camicia di Phineas. — Vedi?
Shadrach si chinò per guardare e spalancò la bocca per la sorpresa.
Sotto il gilè azzurro di Phineas c'era una cotta di maglie metalliche, arrugginite e incrostate, che gli stringeva il corpo tozzo. Sulla cotta era dipinta un'insegna, scura e consumata dal tempo, quasi cancellata dalla sporcizia e dalla ruggine. L' insegna della zampa di gufo e del fungo.
L'insegna del Grande Orco.
— Perbacco — disse Shadrach. — E l'ho ucciso io.
Per un po' lo guardò in silenzio. Poi, lentamente, la consapevolezza di quello che aveva fatto si fece strada in lui. Si raddrizzò, con un sorriso sulle labbra.
— Cosa c'è, o Re? — pigolò un Elfo.
— Mi è venuta in mente una cosa — disse Shadrach. — Ho pensato che… dal momento che il Grande Orco è morto e l'armata degli Orchi è stata messa in fuga…
Si interruppe. Gli Elfi aspettarono, in silenzio.
— Ho pensato che forse io… che forse non avete più bisogno di me.
Gli Elfi aspettarono che continuasse. — Cosa succede, Grande Re? Andate avanti.
— Pensavo che forse adesso potrei tornare al mio distributore, e smetterla di fare il re. — Shadrach si guardò attorno, speranzoso. — Non vi pare? Adesso che la guerra è finita, e lui è morto… Cosa ne dite?
Per un po' gli Elfi non dissero niente. Guardavano a terra con aria infelice. Nessuno aprì bocca. Alla fine cominciarono a raccogliere stendardi e vessilli.
— Sì, potete tornare a casa — disse un Elfo. — La guerra è finita. Gli Orchi sono stati sconfitti. Potete tornare al vostro distributore, se è questo che volete.
Shadrach sentì un'ondata di sollievo nel cuore. Fece un sorriso che gli andava da un'orecchia all'altra. — Grazie! Sono contento. Sono proprio contento. È la più bella notizia che abbia mai sentito.
Si allontanò dal gruppo degli Elfi, strofinandosi le mani e soffiandoci sopra.
— Grazie mille. — Rivolse un sorriso agli Elfi silenziosi. — Be', io allora scappo. È tardi. E fa freddo. È stata una nottata faticosa. Ci… ci vediamo.
Gli Elfi annuirono, silenziosi.
Shadrach si voltò e si avviò lungo il sentiero. Si fermò e fece un cenno di saluto. — È stata una bella battaglia, vero? Gliel' abbiamo fatta vedere! — Fece qualche altro passo di fretta, poi si voltò e agitò ancora la mano. — Felice di avervi aiutati. Be', buona notte.
Uno o due Elfi risposero al saluto. Ma nessuno parlò.
Shadrach Jones camminava lentamente verso casa. Dalla cima della collinetta poteva vedere sotto: la strada con poco traffico, il distributore che cadeva a pezzi, la casa che sarebbe durata meno a lungo di lui, senza soldi per ripararla o per comprarsene una nuova.
Si voltò e tornò indietro.
Gli Elfi erano ancora raccolti come prima, nel silenzio della notte. Non se n'erano andati.
— Speravo che non ve ne foste andati — disse Shadrach con sollievo.
— E noi speravamo che sareste tornato — disse un soldato.
Shadrach diede un calcio a un sasso. Rotolò nel silenzio e si fermò. Gli Elfi lo guardarono.
— Andarmene? — disse Shadrach. — Io, il Re degli Elfi?
— Allora resterete nostro Re?
— È difficile per un uomo della mia età cambiare modo di vita. Smettere di vendere benzina e mettersi di colpo a fare il re. Per un po' l'idea mi ha spaventato. Ma ora non più.
— Allora lo farete?
— Certo — disse Shadrach Jones.
Il piccolo cerchio di torce si chiuse gioiosamente attorno a lui. Alla loro luce, Shadrach vide una piattaforma simile a quella che un tempo aveva portato il vecchio Re. Ma questa era molto più grande, abbastanza da portare un uomo, e c'erano decine di soldati in attesa, orgogliosi, sotto le aste.
Un soldato si inchinò. — Per voi, signore.
Shadrach salì. Era più scomodo che camminare, ma lui sapeva che volevano che arrivasse così nel Regno degli Elfi.