il mondo di jon (italian)
Kastner girò attorno alla navicella senza parlare. Si arrampicò sulla scaletta ed entrò, scomparendo cautamente nell'interno. Per alcuni minuti si vide solo il suo contorno indistinto muoversi qua e là nell'abitacolo. Poi Kastner comparve di nuovo, l'ampio viso lievemente acceso.
- Be'? - disse Caleb Ryan. - Cosa ne pensi?
Kastner scese la scaletta. - È pronta per partire? Non c'è più niente da sistemare?
- È quasi pronta. Gli operai stanno finendo le ultime sezioni. I collegamenti dei relé e le linee di alimentazione. Ma i problemi più seri sono stati superati. Almeno, tutti quelli che siamo stati in grado di prevedere.
I due uomini si soffermarono a guardare il tozzo cassone metallico con i suoi portelli, gli schermi e le griglie d'osservazione. La navicella era tutt'altro che piacevole, come aspetto esteriore. La linea era rozza e appena abbozzata. Non c'erano montanti cromati o in rexeroide che alleggerissero la forma dello scafo, affusolandolo gradualmente in un profilo a goccia. La navicella era squadrata, e letteralmente coperta da una selva di torrette e di sporgenze.
- Cosa penseranno quando ci vedranno uscire da quel coso? - mormorò Kastner.
- Non avevamo tempo per abbellirla. Naturalmente, se volessimo aspettare altri due mesi…
- Non si potrebbe levare alcuni di quegli spuntoni? A cosa servono? Che funzione hanno?
- Sono valvole. Puoi controllare i progetti. Scaricano l'energia accumulata quando raggiunge valori di picco troppo alti. Viaggiare nel tempo sarà una cosa piuttosto pericolosa. Si accumula una carica enorme mentre la navicella si muove in regressione temporale. Ed è necessario disperderla gradualmente… altrimenti ci trasformeremmo in una bomba mostruosa carica di milioni di volt.
- Su questo mi fido di te. - Kastner prese la sua valigetta e s'incamminò verso una delle uscite. Le Guardie della Lega si scostarono cedendogli il passo. - Riferirò ai Direttori che è quasi pronta. Ah, a proposito. Ho una notizia fresca da darti.
- Di che si tratta?
- Abbiamo deciso chi verrà con te.
- Chi?
- Io. Ho sempre desiderato sapere come stavano le cose prima della guerra. Certo, oggi vediamo le bobine di storia, ma è diverso. Io voglio essere là di persona. Andarmene in giro. Sai, dicono che non ci fosse cenere prima della guerra. Il terreno era una superficie fertile. Si poteva camminare per chilometri senza incontrare ruderi e rovine. Be', è questo che mi piacerebbe vedere.
- Non sapevo che ti interessasse il passato.
- Oh, sì invece. La mia famiglia ha conservato dei libri illustrati che mostrano com'erano le cose una volta. Non c'è da meravigliarsi che l'AISR voglia impossessarsi degli studi di Schonerman. Se si potesse iniziare la ricostruzione…
- Questo lo vogliamo tutti.
- E forse ci riusciremo. Be', arrivederci.
Ryan osservò il piccolo dirigente grassoccio che si allontanava tenendo ben stretta in mano la propria valigetta. La fila di Guardie della Lega si fece da parte per lasciarlo passare, rioccupando poi la posizione quando l'ometto scomparve oltre la soglia.
Ryan tornò a concentrare la sua attenzione sulla navicella. Dunque, sarebbe stato Kastner il suo compagno di viaggio. L'AISR, l'Associazione Industrie Sintetiche Riunite, si era battuta per una rappresentanza paritaria nel viaggio. Un appartenente alla Lega, e uno all'AISR. L'AISR era stata la fonte delle forniture, sia industriali che finanziarie, per il Progetto Orologio. Senza il loro aiuto il Progetto sarebbe rimasto nella fase puramente teorica. Ryan sedette al banco e inserì gli schemi nell'analizzatore. Era stato un lavoro lungo. Ormai restava ben poco da fare. Solo qualche ritocco marginale qua e là.
Il visifono emise un ticchettio. Ryan fermò l'analizzatore e si girò per rispondere alla chiamata.
- Ryan.
Sullo schermo apparve il segnale della Lega. La chiamata veniva inoltrata lungo i cavi della Lega, dunque. - Chiamata d'emergenza.
Ryan si raggellò. - Passatemela.
Il segnale svanì. Dopo un istante comparve il viso di un vecchio, rugoso ma florido. - Ryan…
- Cos'è successo?
- Meglio che veniate a casa. Il più presto possibile.
- Di che si tratta.
- Jon.
Ryan si sforzò si rimanere calmo. - Un altro attacco? - La sua voce era rauca.
- Sì.
- Come gli altri?
- Sì, esattamente uguali agli altri.
La mano di Ryan scattò verso l'interruttore. - D'accordo. Arrivo subito. Non lasciar entrare nessuno. Cerca di tenerlo tranquillo e non permettergli di uscire dalla sua stanza. Raddoppia la guardia, se è necessario.
Ryan interruppe il circuito di comunicazione. Un istante dopo stava dirigendosi verso il tetto dell'edificio, alla pista dov'era parcheggiata la sua lancia interurbana.
La lancia interurbana sfrecciò sulla sterminata distesa di cenere grigia, guidata dal sistema di aggancio automatico verso Città Quattro. Ryan fissava con espressione vuota fuori dal finestrino, rendendosi conto solo vagamente della vista sottostante.
Si trovava tra le città. La superficie era devastata, con infiniti cumuli di detriti e di cenere che si stendevano a perdita d'occhio. Le città si stagliavano occasionalmente, come grandi funghi isolati, separate da chilometri di grigio. Funghi sparsi qua e là, torri ed edifici, uomini e donne che lavoravano. Si stava procedendo gradualmente alla bonifica della superficie. Forniture e attrezzature venivano trasportate sulla Terra dalla Base Lunare.
Durante la guerra gli esseri umani avevano abbandonato il pianeta rifugiandosi sulla Luna. La Terra era una devastazione unica. Nient'altro che un globo di rovine e di cenere. Quando la guerra era finita, gli uomini erano ritornati gradualmente.
In effetti le guerre erano state due. La prima aveva visto schierato uomo contro uomo. La seconda, l'uomo contro gli Artigli, i robot a tecnologia avanzata che erano stati creati come arma bellica. Gli Artigli avevano aggredito i loro costruttori in una rivolta improvvisa, autoprogettandosi in nuovi modelli e apportando nuove modifiche al proprio equipaggiamento.
Giunta sopra Città Quattro, la lancia di Ryan cominciò a scendere, fermandosi sul tetto della massiccia residenza privata di Ryan al centro della città. Ryan balzò rapidamente fuori e attraversò il tetto, dirigendosi verso l'ascensore.
Un istante dopo entrava nel suo appartamento e si dirigeva nella stanza di Jon.
Trovò il vecchio che osservava Jon attraverso la parete di vetro della stanza, con un'espressione grave sul viso. La camera di Jon era parzialmente buia. Jon sedeva sulla sponda del letto, le mani serrate assieme. Gli occhi erano chiusi. Aveva la bocca leggermente aperta, e di tanto in tanto sporgeva la lingua, rigida e indurita.
- Da quanto è così? - chiese Ryan al vecchio che gli stava di fianco.
- Da circa un'ora.
- Gli altri attacchi hanno seguito lo stesso andamento?
- Questo è più violento. Sono sempre aumentati in violenza, di volta in volta.
- L'ha visto qualcun altro, oltre a te?
- No. Solo noi due. Vi ho chiamato solo quando sono stato sicuro di cosa si trattava. Ora è quasi finito. Ne sta uscendo.
Dall'altra parte del vetro, Jon si alzò, allontanandosi per qualche passo dal letto con le braccia incrociate. I capelli biondi gli scendevano scarmigliati sulla fronte. Gli occhi erano ancora chiusi. Il viso pallido e teso. Le labbra contratte.
- All'inizio era completamente privo di conoscenza. L'avevo lasciato solo per un po'. Ero in un altro settore dell'edificio. Quando sono tornato, l'ho trovato steso sul pavimento. Evidentemente prima stava leggendo. C'erano delle bobine sparse tutt'intorno a lui. Era cianotico. Il respiro irregolare. E c'erano i soliti continui spasmi muscolari.
- Cos'hai fatto?
- Sono entrato nella stanza e l'ho portato sul letto. All'inizio era rigido, ma dopo qualche minuto ha cominciato a rilassarsi. Il corpo era inerte. Gli ho tastato il polso. Era molto lento. Respirava con minor fatica. E poi ha cominciato.
- Cominciato?
- A parlare.
- Oh. - Ryan annuì.
- Vorrei che foste stato qui anche voi a sentirlo. Ha parlato ancora più del solito. Ha continuato a parlare. Fiumi di parole. Senza sosta. Come se non potesse fermarsi.
- Erano… erano gli stessi discorsi di prima?
- Sì, esattamente gli stessi che ha sempre fatto le altre volte. E anche il viso aveva la solita espressione quasi radiosa.
Ryan restò qualche istante pensieroso. - Credi che io possa entrare nella stanza, adesso?
- Sì. L'attacco è quasi finito.
Ryan avanzò verso la porta. Le sue dita premettero sulla serratura a codice, e la porta scivolò da una parte, rientrando nella parete.
Jon non si accorse che lui era entrato silenziosamente nella camera. Camminava avanti e indietro, gli occhi chiusi, le braccia strette attorno al corpo. E ondeggiava leggermente, barcollando, ora a destra, ora a sinistra. Ryan si portò al centro del locale e si fermò.
- Jon!
Il ragazzo sbatté le palpebre, aprendo gli occhi. Scosse la testa con un movimento rapido. - Ryan? Cosa… cosa vuoi?
- Meglio che tu ti sieda.
Jon annuì. - Sì. Grazie. - Sedette sul letto esitante, incerto nei movimenti. I suoi occhi erano grandi e azzurri. Si scostò i capelli che gli ricadevano sulla fronte, e abbozzò un sorriso verso Ryan.
- Come ti senti?
- Mi sento benissimo.
Ryan prese una sedia e gli si sedette di fronte, accavallando le gambe e appoggiandosi allo schienale. Poi rimase a lungo a studiare il ragazzo. Nessuno dei due parlò. - Grant dice che hai avuto un leggero attacco - esordì infine Ryan.
Jon annuì.
- Superato, adesso?
- Oh, sì. Come sta venendo la navicella?
- Splendidamente.
- Mi hai promesso che potevo vederla, quando sarebbe stata pronta.
- Certo che potrai. La vedrai quando sarà finita.
- Cioè quando?
- Presto. Ancora pochi giorni.
- Ah, ho proprio voglia di vederla. Sai, ci ho pensato parecchio. Te l'immagini un viaggio nel tempo… Si potrebbe tornare all'antica Grecia. Si potrebbe tornare indietro e vedere Pericle, Senofonte e… e Epitetto. Si potrebbe tornare nell'antico Egitto e parlare con Ekhnaton. - Jon fece un largo sorriso. - Ah, non vedo l'ora di vedere la navicella.
Ryan cambiò posizione sulla sedia. - Jon, credi di stare abbastanza bene per uscire? Forse…
- Abbastanza bene? Che vuoi dire?
- Mi riferisco ai tuoi attacchi. Credi davvero che dovresti uscire? Sei sufficientemente in forze?
Il viso di Jon si rabbuiò. - Non sono attacchi. È una cosa diversa. Vorrei che tu non li chiamassi attacchi.
- Non sono attacchi? Che sono, allora?
Jon esitò. - Io… io non dovrei dirtelo, Ryan. No, tu non capiresti.
Ryan si alzò. - Bene, Jon. Se ritieni opportuno non dovermi parlare, io ritornerò al laboratorio. - Attraversò la stanza dirigendosi alla porta. - Peccato comunque che tu non possa vedere la navicella. Credo che ti piacerebbe.
Jon lo seguì mestamente. - Non posso vederla?
- Forse, se io sapessi qualcosa di più preciso sui… sui tuoi attacchi, capirei se sei abbastanza in forze per uscire.
Il viso di Jon cambiò rapidamente diverse espressioni. Ryan lo fissò con attenzione. Poteva quasi vedere il susseguirsi di pensieri nella mente del ragazzo, e leggerglieli sul volto. Jon stava lottando dentro di sé.
- Non vuoi dirmelo?
Jon inspirò profondamente. - Sono visioni.
- Cosa?
- Sono visioni. - La faccia di Jon si era accesa di una luce radiosa. - È già da parecchio tempo che lo so. Grant dice che non lo sono, ma lo sono. Se tu potessi vederle, capiresti anche tu. Sono diverse da qualsiasi altra cosa. Sono più reali di… be', di questo. - Picchiò una mano sul muro. - Ecco, sì. Sono più reali di tutto questo.
Ryan accese lentamente una sigaretta. - Và avanti.
Le parole sgorgarono impetuose dalla bocca del ragazzo. - Sono più reali di qualsiasi altra cosa! È come guardare da una finestra. Una finestra che si affaccia su un altro mondo. Un mondo reale. Molto più reale di questo. Sì, questo in confronto è solo un mondo ombra. Un mondo di ombre vaghe. Di forme. Di immagini.
- Ombre di una realtà fondamentale?
- Sì! Esatto! Ombre del mondo che sta dietro questo. - Jon passeggiava avanti e indietro eccitato. - Tutto questo, tutte queste cose… quello che noi vediamo qui… gli edifici, il cielo, le città, la cenere a perdita d'occhio… be', nessuna di queste cose è completamente reale! Qui è tutto così vago e confuso! No, questo mondo non mi dà la stessa sensazione di realtà dell'altro. Anzi, si fa sempre più irreale. E l'altro sta crescendo, Ryan. Sta diventando sempre più chiaro, distinto! Grant dice che è solo frutto della mia immaginazione. Ma non lo è. È reale. Più reale di queste cose, di queste cose che sono qui in questa stanza.
- Perché non possiamo vederlo tutti, allora?
- Non lo so. Vorrei che fosse possibile. Dovresti vederlo, Ryan. È meraviglioso. Ti piacerebbe, una volta che ti fossi abituato. Sai, ci vuole un po' di tempo per adattarsi.
Ryan rifletté. - Dimmi - chiese infine - cosa vedi esattamente là? Vedi sempre la stessa cosa?
- Sì. Sempre la stessa. Ma più intensamente.
- E cos'è? Cosa vedi di tanto reale?
Per un po' Jon non rispose, sembrava essersi rinchiuso in se stesso. Ryan attese, guardando suo figlio. Cosa stava accadendo nella mente del ragazzo? A cosa stava pensando? Jon aveva di nuovo chiuso gli occhi. Le sue mani erano strette l'una contro l'altra, le dita sbiancate. Jon aveva nuovamente abbandonato la realtà, si era di nuovo rinchiuso nel proprio mondo privato.
- Và avanti - disse Ryan alzando la voce.
Dunque gli attacchi del ragazzo erano visioni. Visioni di una realtà ultima, fondamentale. Come nel Medioevo. Proprio suo figlio. C'era una feroce ironia in quanto stava accadendo. E proprio quando sembrava che si fosse finalmente superata quella tendenza della natura umana, quell'eterna incapacità dell'uomo di affrontare la realtà, quel suo eterno sognare. Sarebbe riuscita la scienza e realizzare prima o poi il proprio ideale? L'uomo avrebbe continuato a preferire l'illusione alla realtà?
Ed era successo a suo figlio. Regressione. Mille anni sprecati. Fantasmi, dèi, demoni, e il segreto universo interiore. Il mondo della realtà finale, fondamentale. Tutte le favole, le costruzioni fantastiche e metafisiche di cui l'uomo si era servito per secoli come compensazione della propria paura, del proprio terrore nei riguardi del mondo. Tutti i sogni che aveva inventato per nascondere la verità, per nascondere il duro mondo della realtà. Miti, religioni, fiabe fantastiche. Una terra migliore, al di là e sopra di questa un paradiso. Tutto quanto rifluiva indietro, riappariva di nuovo, e proprio in suo figlio.
- Và avanti - disse Ryan, impaziente. - Cosa vedi?
- Vedo dei campi - rispose Jon. - Campi gialli, che splendono come il sole. Campi e parchi. Parchi sterminati. Un misto di verde e di giallo. Sentieri, perché la gente vi cammini.
- Che altro?
- Uomini e donne. Indossano tuniche. Camminano lungo i sentieri, tra gli alberi. L'aria è fresca e dolce. Il cielo di un azzurro brillante. Uccelli. Animali. Animali che girano nei parchi. Farfalle. Oceani. Oceani tranquilli di acqua limpida.
- Nessuna città?
- Non come le nostre. Città diverse. La gente vive nei parchi. Piccole case di legno qua e là. Tra gli alberi.
- Strade?
- Solo sentieri. Niente lance, navicelle o roba simile. Si cammina solamente.
- Che altro vedi?
- Basta, questo è tutto. - Jon aprì gli occhi. Le sue guance si erano ravvivate di un rossore improvviso. I suoi occhi scintillavano irrequieti. - È tutto, Ryan. Parchi e campi gialli. Uomini e donne che vestono tuniche. E moltissimi animali. Animali meravigliosi.
- Come vivono?
- Cosa?
- Come vive la gente? Come si sostentano?
- Coltivano i campi.
- E basta? Non costruiscono? Non hanno fabbriche?
- No, non credo.
- Una società agricola. Primitiva. - Ryan aggrottò lo sguardo. - Niente affari, niente commerci.
- Lavorano nei campi. E discutono.
- Riesci a sentirli?
- Molto vagamente. A volte riesco a sentirli appena appena, se mi sforzo al massimo di ascoltare. Comunque non riesco a distinguere bene le parole.
- E di che cosa discutono?
- Delle cose.
- Che tipo di cose?
Jon fece un gesto vago. - Grandi cose. Il mondo. L'universo.
Ryan grugnì, ma non aggiunse altro. Alla fine spense la sigaretta. - Jon…
- Sì?
- Credi che quello che vedi sia reale?
Jon sorrise. - Lo so che è reale.
Lo sguardo di Ryan era severo. - Cosa intendi per reale? In che senso è reale quel tuo mondo?
- Esiste.
- Dove esiste?
- Non lo so.
- Qui? Esiste qui?
- No. Non è qui.
- Da qualche altra parte? In un posto lontanissimo? In un'altra parte dell'universo, oltre i limiti della nostra esperienza?
- Non si tratta di un'altra parte dell'universo. Non ha niente a che fare con lo spazio. È qui. - Jon agitò le braccia attorno a sé. - È qui vicino. Vicinissimo. Lo vedo tutt'intorno a me.
- Lo vedi adesso?
- No. Va e viene.
- Cessa di esistere? Esiste soltanto certe volte?
- No, è sempre là. Ma io non riesco sempre a entrare in contatto.
- Come fai a sapere che è sempre là?
- Lo so e basta, ecco.
- Perché io non riesco a vederlo? Perché tu sei l'unico che ci riesce?
- Non lo so. - Jon si fregò la fronte, stanco. - Non so perché sono l'unico che riesce a vederlo. Vorrei che potessi anche tu. Vorrei che tutti potessero vederlo.
- Come puoi dimostrare che non si tratta di un'allucinazione? Non ne hai alcuna conferma oggettiva. C'è solo questa tua percezione interiore, questo tuo stato di coscienza. Com'è possibile sottoporlo ad un'analisi empirica?
- Forse non è possibile. Non lo so. Non mi interessa. Non voglio sottoporlo a nessuna analisi empirica.
Silenzio. Il volto di Jon era teso in un'espressione arcigna, la mascella era contratta. Ryan sospirò. Era una situazione senza via d'uscita.
- Va bene, Jon. - Ryan si avviò lentamente verso la porta. - Ci vediamo dopo.
Jon non aprì bocca.
Alla porta, Ryan si fermò e si voltò. - Dunque le tue visioni diventano sempre più forti, vero? Diventano progressivamente più chiare.
Jon annuì, laconico.
Ryan si soffermò alcuni istanti a riflettere, infine sollevò una mano. La porta scivolò da parte e lui uscì nel salone.
Grant gli andò incontro. - Stavo guardando dalla vetrata. Ormai si è quasi chiuso completamente in se stesso, non è vero?
- È difficile parlargli. Sembra convinto che questi attacchi siano una specie di visioni.
- Lo so. Ma l'ha detto.
- Perché non mi hai informato, allora?
- Non volevo allarmarvi oltre. So che siete già troppo preoccupato per lui.
- Gli attacchi stanno peggiorando. Lui dice che sono sempre più chiari. Più convincenti.
Grant annuì.
Ryan avanzò lungo il corridoio immerso nei propri pensieri, seguito a breve distanza da Grant. - È difficile stabilire quale sia la migliore linea di condotta da adottare. Gli attacchi lo assorbono sempre di più. Sta cominciando a prenderli sul serio. Quegli attacchi stanno usurpando per lui il posto del mondo esterno. E inoltre…
- E inoltre, tra non molto voi dovrete partire.
- Vorrei che ne sapessimo di più, sui viaggi temporali. Possono succederci un sacco di cose. - Ryan si massaggiò il mento. - Potremmo anche non tornare indietro. Il tempo è una forza potente. E non è stata fatta nessuna esplorazione vera e propria. Non abbiamo la minima idea di quello che può aspettarci.
Arrivato all'ascensore, si fermò.
- Dovrò prendere la mia decisione subito. Bisogna farlo, prima che noi partiamo.
- Quale decisione?
Ryan entrò nell'ascensore. - Più tardi saprai anche tu di cosa si tratta. D'ora in poi sorveglia Jon continuamente. Non perderlo d'occhio nemmeno per un attimo. Capito?
Grant annuì. - Capito. Volete essere sicuro che Jon non lasci la sua stanza.
- Mi farò vivo stasera o domani. - Ryan raggiunse il tetto e salì a bordo della sua lancia interurbana.
Non appena fu in volo, accese il visifono e si collegò con gli uffici della Lega. L'immagine di una segretaria della Lega apparve sullo schermo. - Uffici.
- Passatemi il centro medico.
Poco dopo apparve sul video la faccia di Walter Timmer, il direttore medico. Quando riconobbe Ryan, i suoi occhi si ravvivarono. - Ah, Caleb. Cosa posso fare per te?
- Voglio che tu prenda un'automedica e qualche uomo in gamba, e che tu venga qui a Città Quattro.
- Perché?
- Una cosa di cui ti ho parlato diversi mesi fa. Ricordi, no?
L'espressione di Timmer mutò. - Tuo figlio?
- Ho deciso. Non posso più aspettare. Sta peggiorando, e noi dovremo partire fra poco per il viaggio temporale. Voglio che sia fatta prima di partire.
- D'accordo. - Timmer prese un appunto. - Darò immediatamente le disposizioni necessarie per l'operazione. E manderemo subito una lancia a prenderlo.
Ryan esitò. - Farete un buon lavoro?
- Certo. L'operazione la farà James Pryor. - Timmer allungò una mano per interrompere il collegamento. - Non preoccuparti, Caleb. Farà un buon lavoro. Pryor è il miglior lobotomista di tutto il centro.
Ryan stese la mappa, appiattendone gli angoli sulla superficie del tavolo. - Questa è una mappa temporale, convertita in forma di proiezione spaziale. Così potremo vedere dove stiamo andando.
Kastner sbriciò da dietro le spalle di Ryan. - Dovremo limitarci al Progetto… a trovare gli studi di Schonerman? O potremo anche spostarci?
- L'operazione contempla solo l'esecuzione del Progetto. Ma per essere certi della riuscita dovremo fare diverse fermate da questa parte del continuum di Schonerman. La nostra mappa temporale può essere imprecisa, oppure l'energia di spinta può causare uno spostamento rispetto al punto d'arrivo preventivato.
Il lavoro era ultimato. Tutte le sezioni finali erano state sistemate.
In un angolo della camera, Jon osservava la scena, seduto, con il volto privo d'espressione. Ryan gli lanciò un'occhiata. - Cosa te ne pare?
- Splendida.
La navicella temporale sembrava un insetto tozzo, ricoperto di bubboni e di protuberanze. Un cassone quadrato munito di finestrelle e di un numero enorme di torrette. Non sembrava proprio per niente una navicella.
- Immagino che ti piacerebbe venire, vero? - chiese Kastner a Jon.
Jon annuì debolmente.
- Come ti senti? - gli domandò Ryan.
- Bene.
Ryan studiò il figlio. Il ragazzo aveva riacquistato un discreto colorito, riprendendo gran parte della vitalità originale. Le visioni, naturalmente, non esistevano più.
- Forse la prossima volta potrai venire - disse Kastner.
Ryan tornò a occuparsi della mappa. - Schonerman ha compiuto quasi tutto il suo lavoro di ricerca tra il 2030 e il 2037. I risultati sono stati utilizzati praticamente solo parecchi anni dopo. La decisione di un impiego pratico del suo lavoro per scopi bellici è stata presa soltanto dopo molte riflessioni. Pare che il governo sia stato consapevole degli eventuali pericoli.
- Non abbastanza, però.
- No. - Ryan esitò. - E forse noi potremo finire col trovarci nella stessa situazione.
- In che senso?
- La scoperta di Schonerman, cioè il cervello artificiale, è andata perduta con la distruzione dell'ultimo Artiglio. Nessuno di noi è stato capace di ottenere i suoi risultati. Se noi recuperiamo gli incartamenti di Schonerman, esiste l'eventualità che la società si trovi di nuovo in pericolo, che si verifichi il ritorno degli Artigli.
Kastner scosse il capo. - No. Il lavoro di Schonerman non era collegato implicitamente agli Artigli. Lo sviluppo di un cervello artificiale non implica un uso letale della scoperta. Qualsiasi scoperta scientifica potrebbe essere impiegata per scopi distruttivi, allora. Perfino la ruota era utilizzata nei carri da combattimento degli Assiri.
- Sì, d'accordo. - Ryan sollevò lo sguardo verso Kastner.
- Sei sicuro che l'AISR non intenda sfruttare il lavoro di Schonerman per scopi militari?
- L'AISR è un'associazione industriale. Non è un governo.
- Si assicurerebbe una posizione di vantaggio per parecchio tempo.
- L'AISR è già abbastanza forte così com'è.
- Be', non insistiamo. - Ryan arrotolò la mappa. - Direi che ormai possiamo partire. Sono ansioso di cominciare. È parecchio che ci stiamo lavorando.
- D'accordo.
Ryan si avvicinò al figlio. - Noi partiamo. Dovremmo essere di ritorno abbastanza presto. Auguraci buona fortuna.
Jon annuì. - Buona fortuna.
- Ti senti bene?
- Sì.
- Jon… ora ti senti meglio, vero? Meglio di prima?
- Sì.
- Non sei contento che tutti i tuoi guai siano finiti?
- Sì.
Ryan appoggiò goffamente una mano sulla spalla del ragazzo.
- Arrivederci, allora.
Ryan e Kastner salirono la scaletta verso il portello della navicella temporale. Da un angolo, Jon li guardava in silenzio. Alcune guardie della Lega oziavano accanto alle entrate del laboratorio, osservando la scena con espressione quasi annoiata.
Ryan si fermò sul portello e chiamò una delle guardie. - Dite a Timmer che lo voglio.
L'uomo si affrettò a ubbidire, e uscì.
- Che c'è? - chiese Kastner.
- Devo dargli alcune istruzioni finali.
Kastner gli lanciò un'occhiata penetrante. - Finali? Perché? Pensi che ci accadrà qualcosa?
- No. Solo una precauzione.
Timmer entrò a grandi passi. - Di partenza, Ryan?
- Sì, è tutto pronto. Non c'è ragione di ritardare ancora.
Timmer si portò sulla scaletta. - Per quale motivo mi hai chiamato?
- Be', forse è una cosa inutile… Comunque esiste sempre la possibilità che qualcosa possa andare storto. Nel caso la navicella non ricompaia secondo i piani che ho steso con i membri della Lega…
- Ho capito, vuoi che io nomini un tutore per Jon.
- Esatto.
- Non c'è motivo di preoccuparsi.
- Lo so. Ma mi sentirei più tranquillo, così. Qualcuno dovrebbe prendersi cura di lui.
Entrambi guardarono il ragazzo che sedeva silenzioso e privo d'espressione in un angolo della sala. Jon fissava dritto di fronte a sé. Il suo viso era rilassato in uno sguardo assente. Gli occhi abulici e indifferenti, erano l'immagine del vuoto.
- Buona fortuna - disse Timmer, stringendo la mano a Ryan. - Spero che tutto si risolva per il meglio.
Kastner si infilò all'interno della navicella e appoggiò la valigetta. Ryan lo seguì, abbassando il portello e bloccandolo ermeticamente con la serratura interna dell'abitacolo. L'illuminazione automatica entrò subito in funzione, e l'atmosfera artificiale incominciò a invadere sibilando la cabina della navicella.
- Aria, luce, calore - disse Kastner, e si accostò all'oblò, guardando le guardie della Lega schierate all'esterno. - È dura, crederlo. Tra pochi minuti tutto questo scomparirà. Questo edificio. Quelle guardie. Tutto.
Ryan sedette al quadro comandi della navicella, stendendo la mappa temporale e assicurandola in posizione, per poi incrociare sulla sua superficie una serie di cavi provenienti dal pannello di controllo che aveva di fronte. - Ho intenzione di effettuare parecchie fermate d'osservazione lungo il tragitto, così potremo vedere direttamente alcuni eventi del passato pertinente al nostro compito.
- La guerra?
- Sì, più che altro si tratterà della guerra. Mi interessa vedere gli Artigli in azione. Stando alle documentazioni del ministero della Difesa, c'è stato un periodo in cui avevano il dominio assoluto sull'intero pianeta.
- Non avviciniamoci troppo, Ryan.
Ryan rise. - Non atterreremo. Osserveremo restando in quota. L'unico contatto effettivo sarà con Schonerman.
Ryan azionò il circuito alimentatore di spinta. L'energia fluì nella navicella, riversandosi nei misuratori e negli indicatori del quadro comandi. Gli aghi e le lancette balzarono in avanti, registrando il carico.
- La cosa principale da controllare è il nostro picco d'energia - spiegò Ryan. - Se accumuliamo un carico eccessivo di cronoperg, la nave non sarà in grado di uscire dal flusso temporale. Continueremo ad avanzare nel passato, e la nostra carica continuerà a intensificarsi sempre più.
- Una bomba di potenza mastodontica.
- Appunto. - Ryan regolò alcuni interruttori. Il valore segnalato dai vari indicatori cambiò. - Bene, andiamo. Meglio tenersi.
Sganciò i controlli. La navicella tremò, portandosi in polarizzazione adeguata e inserendosi nel flusso temporale. Valvole e torrette esterne si regolarano automaticamente, adattandosi alla sollecitazione. Circuiti a relé si chiusero, frenando la capsula contro il vortice di crono - corrente in cui veniva trascinata.
- Come l'oceano - mormorò Ryan. - L'energia più potente dell'universo. La grande spinta dinamica che si cela dietro ogni movimento. Il Primo Motore.
- Forse è questo che intendevano una volta per "Dio".
Ryan annuì. La navicella vibrava attorno a loro. Erano nella stretta di una mano gigantesca, di un immenso pugno che si chiudeva in silenzio. Stavano muovendosi. Attraverso l'oblò, gli uomini e le pareti avevano iniziato a ondeggiare, svanendo progressivamente man mano che la capsula si portava fuori fase rispetto al tempo presente, andando sempre più alla deriva nel crono - flusso.
- Non ci vorrà molto - mormorò Ryan.
Improvvisamente la scena fuori dall'oblò svanì in un ultimo guizzo, lasciando il posto al nulla. Si trovavano immersi nel nulla.
- Non siamo in fase con nessun oggetto spazio - temporale - spiegò Ryan. - Siamo fuori fuoco rispetto all'universo stesso. In questo istante noi esistiamo nel "non - tempo". Non stiamo operando in alcun continuum.
- Mi auguro che possiamo ritornare ancora indietro. - Kastner sedeva nervosamente, tenendo gli occhi fissi sull'oblò cieco. - Mi sento come il primo uomo che è sceso in un sottomarino.
- È stato durante la Rivoluzione Americana. Il sottomarino veniva spinto da una manovella azionata dal pilota. All'altra estremità dell'albero della manovella c'era l'elica.
- E come poteva spingersi molto lontano?
- Non si è spinto molto lontano, infatti. Ha portato il suo mezzo sotto una fregata inglese, a colpi di manovella. Poi ha trapanato un foro nello scafo della fregata.
Kastner sollevò lo sguardo verso lo scafo della navicella, che vibrava e sferragliava per la sollecitazione meccanica. - Cosa accadrebbe se questa capsula dovesse spaccarsi?
- Finiremmo polverizzati, ci dissolveremmo nella corrente che ci circonda. - Ryan accese una sigaretta. - Diventeremmo parte del flusso temporale. Andremmo avanti e indietro all'infinito, da un'estremità dell'universo all'altra.
- Estremità?
- Le estremità del tempo. Il tempo scorre in entrambi i sensi. Noi adesso stiamo risalendolo all'indietro. Ma l'energia deve muoversi nei due sensi per mantenere un equilibrio. Altrimenti enormi quantità di crono - erg si concentrerebbero in un determinato continuum, e le conseguenze sarebbero catastrofiche.
- Credi che ci sia uno scopo dietro tutto questo? Io mi chiedo come sia iniziato il flusso temporale…
- La tua è una domanda priva di senso. Domande circa eventuali scopi non hanno validità oggettiva. Non possono essere sottoposte ad alcuna forma di indagine empirica.
Kastner tornò silenzioso, e cominciò a giocherellare nervosamente con la manica sempre guardando l'oblò.
Sulla mappa temporale i bracci di rotta si muovevano, tracciando una linea che, dal presente, risaliva indietro nel passato. Ryan studiò lo spostamento dei bracci. - Stiamo raggiungendo l'ultima parte della guerra, lo stadio finale. Adesso rinserirò in fase la navicella e la porterò fuòri dal flusso temporale.
- E rientreremo di nuovo nell'universo?
- Sì. Tra oggetti fisici. In un continuum specifico.
Ryan impugnò l'interruttore di alimentazione e inspirò profondamente. La prima grande prova della capsula era stata superata con esito positivo. Erano entrati nella crono - corrente senza incidenti. Sarebbero riusciti a venirne fuori con altrettanta facilità? Ryan azionò l'interruttore.
La navicella s'impennò. Kastner si aggrappò barcollando a un sostegno della paratia. Fuori dall'oblò si profilava l'immagine distorta e tremolante di un cielo grigio. I controlli entrarono in funzione stabilizzando progressivamente la capsula, mentre in basso la Terra roteava in una visione vacillante.
Kastner si affrettò alla finestrella per dare un'occhiata all'esterno. Erano a poche centinaia di metri di quota, e procedevano paralleli al terreno. Una pianura di cenere grigia si stendeva in tutte le direzioni, interrotta da occasionali cumuli di detriti. Rovine di città, edifici, muri crollati. Rottami di equipaggiamenti militari. Nubi di cenere si levavano a folate nel cielo, oscurando il sole.
- La guerra è ancora in corso? - chiese Kastner.
- Gli Artigli hanno ancora il predominio sulla Terra. Dovremmo riuscire a vederli.
Ryan portò la navicella a una quota più elevata, aumentando il raggio della loro visuale. Kastner scrutò attentamente il terreno sottostante. - E se aprono il fuoco contro di noi?
- Possiamo sempre rifugiarci nel tempo.
- Potrebbero catturare la navicella e usarla per venire nel presente.
- Ne dubito. In questa fase della guerra gli Artigli erano impegnati a combattere tra di loro.
Alla loro destra si snodava una strada serpeggiante, che scompariva sommersa nella cenere e ricompariva nuovamente più avanti. Il nastro sottile stradale era lacerato dalla bocche spalancate di crateri provocati dalle bombe. Qualcosa stava avanzando lentamente seguendone il tracciato.
- Là - disse Kastner. - Sulla strada. Una specie di colonna.
Ryan manovrò la capsula. Si fermarono sopra la strada e scrutarono all'esterno. La colonna appariva di un colore marrone scuro, una fila in marcia che avanzava con andatura regolare. Uomini. Una colonna di uomini che marciavano silenziosi in quel paesaggio di cenere.
Kastner si lasciò sfuggire di colpo un'esclamazione soffocata. - Sono identici! Sono tutti uguali!
Stavano vedendo una colonna di Artigli. Come giocattoli di piombo, i robot avanzavano pesantemente tra la cenere grigia. Ryan trattenne il respiro. Lui si era aspettato una vista simile, naturalmente. C'erano solo quattro tipi di Artigli. Quelli che stava vedendo in quell'istante erano tutti usciti dalla stessa fabbrica sotterranea, provenivano tutti dai medesimi stampi, da un'unica matrice di lavorazione. Cinquanta o sessanta robot, dalla forma di giovani uomini, che marciavano con calma sulla strada. Si muovevano lentamente, molto lentamente. Avevano tutti una sola gamba.
- Devono aver combattuto tra loro - mormorò Kastner.
- No. Questo modello era costruito così. È il tipo Soldato Ferito. Originariamente erano progettati per ingannare le sentinelle umane e ottenere l'accesso ai bunker avversari.
Dava un'impressione stranissima, osservare quella colonna silenziosa di uomini, uomini identici, esattamente uguali, che arrancavano lungo il nastro stradale. Ogni soldato si sosteneva con la stampella. Perfino le stampelle erano identiche. Kastner aprì e chiuse la bocca in una reazione improvvisa di ripugnanza.
- Non è molto piacevole, vero? - disse Ryan. - Per fortuna la razza umana è riuscita a fuggire sulla Luna.
- Non li ha seguiti nessuno di questi cosi?
- Alcuni sì, ma ormai avevano identificato i quattro modelli ed erano pronti ad accoglierli. - Ryan portò le dita all'interruttore di spinta. - Forza, andiamo avanti.
- Aspetta. - Kastner sollevò una mano. - Sta per accadere qualcosa.
Sulla destra della strada, un gruppo di figure scivolò rapidamente lungo il fianco di un'altura, attraverso la coltre di cenere. Ryan si staccò dall'interruttore di alimentazione fermandosi a guardare. Le figure erano identiche. Donne. Donne in uniforme e stivali che avanzavano silenziose verso la colonna sulla strada.
- Un altro modello di robot - disse Kastner.
Improvvisamente la colonna si bloccò. I soldati si stesero in formazione sparsa, zoppicando impacciati in tutte le direzioni. Alcuni caddero, incespicando e perdendo l'appoggio delle stampelle. Le donne si riversarono allo scoperto sulla strada. Erano giovani e snelle, con occhi e capelli scuri. Uno dei Soldati Feriti cominciò a far fuoco. Una donna annaspò in fretta alla cintura e distese il braccio scagliando qualcosa.
- Ma che diavolo… - mormorò Kastner. Si levò un intenso bagliore improvviso. Una nube di luce bianca si innalzò dal centro della strada, fluttuando in ogni direzione.
- Un tipo di ordigno a percussione - disse Ryan.
- Forse è meglio che ce ne andiamo.
Ryan spinse il pulsante. La scena sotto di loro cominciò a ondeggiare. Poi svanì di colpo.
- Grazie a Dio è finita - commentò Kastner. - Dunque era così la guerra.
- La seconda parte. Quella principale. Artiglio contro Artiglio. È un bene che abbiano cominciato a combattere tra di loro. Un bene per noi.
- Dove andiamo adesso?
- Faremo un'altra fermata d'osservazione. Nella prima parte della guerra. Prima che entrassero in azione gli Artigli.
- Poi da Schonerman?
Ryan contrasse la mascella. - Esattamente. Un'altra fermata, poi si va da Schonerman.
Ryan regolò i comandi. Gli indicatori si mossero leggermente. Attraverso la mappa, i bracci di rotta tracciavano il loro percorso nel tempo. - Non ci metteremo molto - mormorò Ryan azionando dei relé. - Stavolta dovremo stare più attenti. Ci sarà un'attività bellica maggiore.
- Forse non dovremmo nemmeno…
- No, voglio vedere. Si trattava di uomo contro uomo, in questa parte. Il blocco sovietico contro le Nazioni Unite. Sono curioso di vedere come andavano le cose.
- E se ci avvistano?
- Possiamo filarcela rapidamente.
Kastner non rispose. Ryan continuò a predisporre i comandi. Il tempo passava. Sull'orlo del quadro controlli la sigaretta di Ryan si consumò in un mucchietto di cenere. Alla fine lui si sollevò dritto.
- Bene, andiamo. Preparati. - E aprì l'interruttore.
Sotto di loro comparve una distesa pianeggiante verde e marrone, butterata da crateri di bombe. La navicella oltrepassò in un baleno una parte di città in fiamme. Imponenti colonne di fumo si ergevano disperdendosi nel cielo. Lungo le strade si muovevano dei puntini neri, veicoli e persone che si riversavano in fuga.
- Un bombardamento - disse Kastner. - Recente.
Si lasciarono la città alle spalle, sbucando in aperta campagna. Automezzi militari si slanciavano sul terreno, che in gran parte era ancora intatto. Nei campi lavoravano alcuni contadini, che si gettarono a terra quando la navicella temporale li sorvolò.
Ryan studiò il cielo. - Bisogna tenere gli occhi aperti.
- Velivoli?
- Non so di preciso dove siamo. Non conosco il dislocamento dei due blocchi in questa fase della guerra. Potremmo trovarci sul territorio delle Nazioni Unite, come su territorio sovietico. - Ryan si tenne pronto all'interruttore di spinta.
Nel cielo azzurro. Si materializzarono due macchioline. I due puntini crebbero, avvicinandosi. Ryan li fissò attentamente. Accanto a lui, Kastner sbottò in un brontolio di nervosismo. - Ryan, è meglio che noi…
I puntini si separarono. La mano di Ryan fece scattare il comando di alimentazione propulsiva. I puntini guizzarono oltre la capsula, mentre la scena si dissolveva in una massa di grigio. Nelle orecchie dei due uomini a bordo echeggiava ancora il rombo dei due aerei.
- C'è mancato poco - disse Kastner.
- Pochissimo. Non perdevano tempo, quelli.
- Spero che tu non voglia fermarti ancora.
- No. Basta con le fermate d'osservazione. Passiamo direttamente al Progetto. Siamo vicini all'area temporale di Schonerman. Ora posso cominciare a rallentare la velocità della navicella. Sarà una fase critica, questa.
- Critica?
- Ci saranno dei problemi nel raggiungere Schonerman. Dobbiamo centrare esattamente il suo continuum, sia nello spazio che nel tempo. Forse sarà anche sorvegliato. E in tutti i casi non ci concederanno molto tempo per spiegare chi siamo. - Ryan tamburellò con le dita sulla cronomappa. - Non bisogna inoltre escludere la possibilità che queste informazioni di cui disponiamo siano inesatte.
- Quanto tempo, prima che rientriamo in fase con un continuum? Con il continuum di Schonerman, insomma?
Ryan diede un'occhiata al suo orologio. - Dai cinque ai dieci minuti. Preparati a lasciare la navicella. Parte dell'operazione sarà a piedi.
Era notte. Non si udiva il minimo rumore, solo un velo interminabile di silenzio. Kastner tese l'udito, appoggiando l'orecchio allo scafo della capsula. - Niente.
- No. Anch'io non sento niente. - Con gesti cauti, Ryan sbloccò il portello, facendo scorrere le serrature, poi lo aprì spingendo. Impugnando saldamente la pistola a raggi, si sporse a sbirciare nel buio.
L'aria era pura e fredda, impregnata del profumo di alberi e fiori in piena crescita. Ryan respirò profondamente. Fuori era buio pesto, la visuale era ridotta a zero. In lontananza si levò il frinire di un grillo.
- Sentito? - fece Ryan.
- Cos'è?
- Un insetto. - Ryan scese guardingo la scaletta. Il terreno dava una sensazione soffice sotto i piedi. Ora cominciava ad abituarsi all'oscurità. Sopra di lui luccicavano alcune stelle. Riuscì a distinguere un filare di alberi, e dietro gli alberi un'alta staccionata.
Kastner scese e gli si affiancò. - E adesso?
- Abbassa la voce. - Ryan indicò la palizzata. - Andiamo da quella parte. C'è una specie di costruzione.
Attraversarono il campo. Giunti al recinto, Ryan puntò la pistola regolando la carica al minimo. Il recinto si carbonizzò e cadde, mentre frammenti di filo metallico baluginavano incandescenti.
Ryan e Kastner passarono oltre. Il fianco di un edificio in cemento e ferro si stagliava di fronte a loro. Ryan fece un cenno a Kastner. - Dovremo spostarci in fretta. E bassi.
Si accovacciò, prendendo fiato, poi partì di corsa piegato sul busto, affiancato da Kastner. Attraversarono il tratto scoperto e si portarono a ridosso dell'edificio, dove intravidero una finestra e una porta. Ryan si scagliò con tutto il suo peso contro quest'ultima.
La porta si aprì. Ryan cadde all'interno barcollando e colse di sfuggita un'immagine di facce che trasalivano e di uomini che balzavano in piedi.
Sparò, spazzando l'interno della stanza con la sua lanciaraggi. Le fiamme si sprigionarono all'improvviso, crepitandogli intorno. Dietro di lui anche Kastner sparò. Alcune forme si muovevano in mezzo al fuoco, contorni indistinti che cadevano a terra e si rotolavano.
Le fiamme si spensero. Ryan avanzò, passando tra mucchietti di resti carbonizzati sparsi sul pavimento. Una caserma. Letti a castello, i resti di un tavolo. Una lampada rovesciata e una radio.
Alla luce della lampada, Ryan studiò una mappa militare fissata alla parete, seguendo una linea precisa con un dito e immerso nei propri pensieri.
- Siamo lontani - gli chiese Kastner, stando accanto alla porta con la lanciaraggi pronta.
- No. Solo pochi chilometri.
- Come ci arriviamo?
- Useremo la navicella. È più sicuro. Siamo fortunati, comunque. Poteva essere dall'altra parte del globo.
- Ci saranno molte guardie?
- Te lo saprò dire quando saremo là. - Ryan tornò verso l'ingresso. - Forza, andiamo. Potrebbe averci visto qualcuno.
Kastner raccolse una manciata di giornali dai resti del tavolo. - Prenderò questi. Forse ci diranno qualcosa.
- Buona idea.
Ryan fece atterrare la capsula in una conca tra due colline. Poi distese i giornali e li esaminò con attenzione. - Siamo arrivati prima di quanto pensassi. Siamo in anticipo di qualche mese, ammesso che questi giornali siano nuovi. - Tastò la carta. - Non sono ancora ingialliti. Probabilmente sono vecchi di un paio di giorni al massimo.
- Qual è la data?
- Autunno del 2030. Ventuno settembre.
Kastner diede un'occhiata dall'oblò. - Tra poco sorgerà il sole. Il cielo comincia a schiarirsi.
- Dovremo agire in fretta.
- Non ho le idee molto chiare. Cosa dovrei fare con precisione?
- Schonerman si trova in un paesino dietro questa collina. Siamo negli Stati Uniti, nel Kansas. Quest'area è circondata da truppe, un settore circolare di trincee e di casematte. Noi ci troviamo entro la linea periferica. Schonerman è praticamente uno sconosciuto in questa parte del continuum. Le sue ricerche non sono mai state divulgate. In questa fase cronologica sta lavorando a un grande progetto di ricerca governativo.
- Quindi non è protetto in modo speciale.
- No. Solo più avanti, quando i suoi studi saranno stati consegnati al governo, lo proteggeranno giorno e notte. Lo terranno in un laboratorio sotterraneo e non potrà mai salire in superficie. Sarà lo scienziato più prezioso del governo. Comunque, per adesso…
- Come lo riconosceremo?
Ryan passò a Kastner un fascio di fotografie. - Questo è Schonerman. Tutte le sue foto che sonò rimaste fino ai nostri giorni.
Kastner studiò le immagini. Schonerman era un ometto con gli occhiali dalla montatura in corno. Sorrideva debolmente all'obiettivo, un tipo minuto e irrequieto, con una fronte prominente. Aveva mani sottili, dita lunghe e affusolate. In una fotografia era seduto alla scrivania di lavoro, una pipa appoggiata accanto, il torace gracile coperto da un pullover senza maniche. In un'altra sedeva con le gambe accavallate, tenendo sulle ginocchia un gatto tigrato, di fronte a un boccale di birra. Un vecchio boccale tedesco smaltato, con scene di caccia e un'iscrizione in caratteri gotici.
- Dunque è questo l'uomo che ha inventato gli Artigli, o almeno che ha fatto il lavoro di ricerca.
- Questo è l'uomo che ha elaborato i principi teorici per il primo cervello artificiale realizzabile.
- Sapeva che avrebbero utilizzato i risultati del suo lavoro per costruire gli Artigli?
- In principio no. Stando ai rapporti che ci sono pervenuti, Schonerman è venuto a conoscenza del fatto solo una volta ultimato il contingente iniziale di Artigli. Le Nazioni Unite stavano perdendo la guerra. I sovietici avevano acquisito un vantaggio fin dall'inizio, grazie ai loro attacchi a sorpresa. Gli Artigli sono stati accolti come un trionfo del rilancio tecnico occidentale. Per un certo periodo di tempo sembrava che avessero capovolto le sorti del conflitto.
- E poi…
- Poi gli Artigli hanno cominciato a sviluppare autonomamente nuovi modelli e ad attaccare tanto i sovietici quanto gli occidentali. Gli unici esseri umani sopravvissuti sono stati quelli che occupavano la base delle Nazioni Unite sulla Luna. Poche decine di milioni.
- È stato un bene che alla fine gli Artigli si siano scontrati tra di loro.
- Schonerman ha visto l'intero sviluppo della sua opera di ricerca fino agli ultimi stadi. Dicono che fosse molto amareggiato.
Kastner gli restituì le fotografie. - Dunque tu dici che non è controllato in modo speciale…
- Non in questa fase del continuum. Qui non è sorvegliato né più né meno degli altri ricercatori. È giovane. In questo continuum ha solo venticinque anni. Ricordatelo.
- Dove lo troveremo?
- Il progetto governativo è situato in un ex - edificio scolastico. Gran parte del lavoro avviene in superficie. Per ora non è stata iniziata nessuna opera di ampliamento sotterraneo particolarmente importante. I ricercatori alloggiano in un gruppo di baracche a circa quattrocento metri dai laboratori. - Ryan diede un'occhiata all'orologio. - Il momento migliore per agguantarlo è quando comincia a lavorare al suo tavolo.
- Non nelle baracche?
- Le carte sono tutte nel laboratorio. Il governo non lascia portar fuori nessuno scritto. Tutti i dipendenti vengono perquisiti all'uscita. - Ryan si toccò la giacca guardingo. - Dobbiamo essere prudenti. Schonerman non deve subire il minimo danno. Noi vogliamo solo le sue carte.
- Non useremo le lanciaraggi?
- No. Non dobbiamo assolutamente correre il rischio di ferirlo.
- Sicuro che le sue carte siano proprio nel suo laboratorio?
- Sì. Non può spostarle da lì per nessuna ragione. Sappiamo esattamente dove trovare quello che vogliamo. Le carte non possono essere che in un posto solo.
- Le loro precauzioni di sicurezza finiscono proprio col fare il nostro gioco.
- Appunto - mormorò Ryan.
Ryan e Kastner scivolarono lungo il fianco della collina, correndo tra gli alberi. Il terreno sotto i loro piedi era solido e freddo. Sbucarono ai margini del piccolo centro; alcune persone erano già sveglie e camminavano lentamente nella strada. Il paese non era stato bombardato e non si notava ancora alcuna traccia di danni bellici. Le vetrine dei negozi erano state sbarrate con assi, e grandi frecce indicavano la direzione dei rifugi sotterranei.
- Ma cos'hanno addosso? - chiese Kastner. - Guarda, alcuni hanno qualcosa sul viso.
- Maschere antibatteriche. Forza, andiamo. - Ryan strinse la pistola e insieme al compagno s'incamminò attraverso il paese. Nessuno dei passanti li degnò della minima attenzione.
- Siamo solo due tipi comuni, in divisa - osservò Kastner.
- La nostra speranza principale è la sorpresa. Siamo all'interno del perimetro difensivo. Il cielo è pattugliato contro eventuali velivoli sovietici. Nessun agente nemico potrebbe arrivare fin qui. E in ogni caso questo è un laboratorio di ricerca secondario, al centro degli Stati Uniti. Non ci sarebbe alcun motivo perché degli agenti sovietici ne fossero attirati.
- Ma ci saranno delle guardie.
- Be', tutto è tenuto sotto controllo. Tutta la scienza. Tutti i tipi di lavoro di ricerca.
L'edificio scolastico si profilò di fronte a loro. Alcuni uomini erano assiepati sulla soglia. Ryan provò un senso di contrazione al cuore. C'era anche Schonerman tra quelli?
Gli uomini stavano entrando uno alla volta. Una guardia, con elmetto e uniforme, stava controllando le loro piastrine di riconoscimento. Alcuni portavano maschere antibatteriche, e solo gli occhi erano visibili. Avrebbe individuato Schonerman? E se portava una maschera anche lui? Ryan fu invaso di colpo dal panico. Con la maschera Schonerman sarebbe stato esattamente uguale agli altri.
Ryan ripose la lanciaraggi e fece segno a Kastner di imitarlo. Le sue dita si strinsero sulla fodera della tasca. Cristalli di gas soporifero. In quel periodo nessuno era ancora stato immunizzato contro quel tipo di gas, dato che quel ritrovato bellico risaliva a più di un anno dopo. Il gas avrebbe agito su chiunque si trovasse in un raggio di alcune centinaia di metri, provocando uno stato di sonno di durata variabile. Era un'arma non affidabile e imprevedibile, ma si adattava perfettamente alla situazione.
- Sono pronto - mormorò Kastner.
- Non ancora. Dobbiamo aspettarlo.
Attesero. Il sole sorse, riscaldando il cielo gelido. Altri ricercatori si presentarono sfilando sul sentiero ed entrando nell'edificio, fregandosi le mani e battendole energicamente mentre il loro fiato si condensava in nuvolette candide di vapore ghiacciato. Ryan cominciò a innervosirsi. Una delle guardie stava osservando lui e Kastner. Se quelli si insospettivano…
Un ometto con un cappotto pesante, che portava occhiali dalla montatura in corno, risaliva la stradicciola affrettando il passo verso l'edificio scolastico.
Ryan s'irrigidì. Schonerman!
Schonerman mostrò velocemente la piastrina alla guardia, poi batté i piedi ed entrò, sfilandosi i guanti di lana. In un secondo era tutto finito. Un giovane energico che si affrettava verso il lavoro. Verso le proprie carte.
- Andiamo - disse Ryan.
Lui e Kastner avanzarono. Ryan liberò i cristalli di gas dalla fodera della tasca. Erano freddi e duri a contatto della sua mano. Come diamanti. La guardia li stava osservando arrivare, pronta a un intervento armato, con il volto teso. Li stava studiando. Non li aveva mai visti prima d'ora.
Ryan, osservando a sua volta il viso dell'uomo, poteva leggerne chiaramente i pensieri.
Ryan e Kastner si fermarono sulla soglia. - Siamo dell'FBI - disse il primo con calma.
- Identificatevi. - La sentinella non si mosse.
- Ecco le nostre credenziali - disse Ryan. Estrasse la mano dalla tasca, e sbriciolò i cristalli in pugno.
La guardia si piegò. L'espressione della faccia si rilassò, e il suo corpo afflosciato scivolò lentamente a terra. Il gas si diffuse. Kastner avanzò oltre la porta, guardandosi attorno con occhi che brillavano.
L'edificio era piccolo. Tavoli da laboratorio e strumentazioni sparsi un po' ovunque. I ricercatori erano ai loro posti di lavoro, mucchi inerti sul pavimento, con braccia e gambe distese, le bocche aperte.
- Presto. - Ryan oltrepassò Kastner, attraversando velocemente il laboratorio. All'estremità opposta del salone, Schonerman giaceva riverso sul suo tavolo, la testa appoggiata sul pianale metallico. Gli erano caduti gli occhiali, e gli occhi erano fissi e spalancati. Aveva già tolto gli incartamenti dal cassetto. Il lucchetto e la chiave erano ancora sul banco. Le carte erano sparse sotto il capo di Schonerman e tra le sue mani.
Kastner corse da Schonerman e afferrò i fogli, infilandoli nella valigetta.
- Prendili tutti!
- Li ho tutti. - Kastner aprì il cassetto e s'impadronì dei fogli restanti. - Ecco fatto. Non c'è più niente.
- Via, adesso. Il gas si disperderà in poco tempo.
Uscirono di corsa. Alcuni corpi erano distesi attraverso la soglia. Altri addetti che erano entrati nell'area contaminata.
- Muoviamoci.
- Riattraversarono correndo il paese, lungo l'unica strada principale. I passanti li guardarono a bocca aperta, stupiti. Kastner respirava affannosamente, stringendo la valigetta mentre correva. - Sono… senza fiato.
- Non fermarti.
Raggiunsero la fine del villaggio e iniziarono la salita lungo il fianco della collina. Ryan corse tra gli alberi, il corpo proteso, senza voltarsi indietro. Parte dei ricercatori doveva essersi ormai ripresa, e altre guardie sarebbero affluite nell'area. Presto sarebbe scattato l'allarme.
Infatti alle loro spalle una sirena lacerò di colpo l'aria con una nota stridula.
- Eccoli che arrivano. - Ryan si fermò in cima alla collina, aspettando Kastner. Dietro di loro, gli uomini si stavano riversando rapidamente in strada, sbucando da bunker sotterranei. Altre sirene iniziarono il loro canto lamentoso, un lugubre suono echeggiante.
- Giù! - Ryan si lanciò di corsa lungo il pendio verso la capsula temporale, scivolando sul terreno secco. Kastner lo seguì il più velocemente possibile, ansimando. Si udivano ordini gridati, mentre i soldati arrancavano lungo il fianco dell'altura, gettandosi sulle tracce dei due.
Ryan raggiunse la navicella. Afferrò Kastner e lo tirò dentro l'abitacolo. - Chiudi subito il portello. Presto, chiudilo!
Ryan si precipitò al quadro comandi. Kastner lasciò cadere la valigetta, e strattonò con forza il bordo del portello. In cima alla collina apparve un gruppo di soldati. Gli uomini si slanciarono lungo la discesa, puntando le armi e aprendo il fuoco mentre correvano.
- Giù, forza! - urlò Ryan. Alcuni dei proiettili si infransero contro lo scafo della navicella. - Giù!
Kastner rispose al fuoco, usando la sua lanciaraggi. Un'ondata di fiamme lambì il versante della collina verso i soldati. Il portello si chiuse con uno scatto metallico, e Kastner lo bloccò facendo scorrere rapidamente la serratura interna. - Bene. Tutto pronto.
Ryan azionò l'interruttore di spinta. All'esterno i soldati rimanenti si dibattevano tra le fiamme per arrivare alla fiancata della capsula. Ryan vide i loro volti dall'oblò, bruciati e ustionati dalla vampata della lanciaraggi.
Uno dei soldati alzò vacillante il fucile, mentre quasi tutti gli altri erano a terra, rotolando e lottando per riuscire a sollevarsi in piedi. Mentre la scena sfocava e iniziava a svanire, Ryan intravide un uomo che si alzava sulle ginocchia strisciando. Aveva gli abiti incendiati ed era avvolto da spirali di fumo. Il volto era contorto dalla sofferenza. L'uomo allungò le braccia verso la navicella, protendendosi verso Ryan con le mani tremanti e il corpo curvo.
Ryan si sentì improvvisamente raggelare.
Aveva ancora lo sguardo incollato all'oblò quando la scena si dissolse nel nulla. Nel nulla assoluto. Le lancette degli indicatori si stabilizzarono. Sulla mappa temporale, i bracci di rotta si mossero lentamente, tracciando il nuovo percorso.
In quell'ultimo istante Ryan aveva visto direttamente in faccia l'uomo in fiamme. Aveva guardato il viso contorto dal dolore. I lineamenti erano spasmodicamente contratti e stravolti, e gli occhiali con la montatura di corno erano spariti. Ma non esisteva il minimo dubbio…
Si era trattato di Schonerman.
Ryan sedette e si passò una mano tremante tra i capelli.
- Ne sei sicuro? - disse Kastner.
- Sì. Dev'essersi ripreso molto presto. Il gas agisce in modo differente dà persona a persona. E poi lui era proprio in fondo alla stanza. Dev'essere rinvenuto e deve averci seguito quasi subito.
- Era ferito gravemente?
- Non lo so.
Kastner aprì la valigetta. - Comunque le carte le abbiamo.
Ryan annuì, quasi senza sentire le parole dell'altro. Schonerman, ferito, colpito dalla vampata, con gli abiti in fiamme. Questo non faceva parte dei piani.
Ma soprattutto… l'avvenimento aveva fatto parte del corso storico?
Per la prima volta le ramificazioni della loro missione cominciavano a emergere nella mente di Ryan. La loro unica preoccupazione era stata di impossessarsi degli studi di Schonerman, in modo che l'AISR potesse sfruttare l'uso del cervello artificiale. Utilizzata adeguatamente, la scoperta di Schonerman poteva portare un contributo notevole alla ricostruzione della Terra distrutta. Eserciti di robot lavoratori che riedificavano e ripiantavano. Un'armata meccanica per rendere la Terra di nuovo fertile. I robot potevano compiere in una generazione quello che gli esseri umani avrebbero tentato faticosamente per anni e anni. La Terra poteva dunque rinascere.
Ma, ritornando nel passato, avevano introdotto nuovi fattori? Avevano creato un passato nuovo? Era stato sconvolto qualche particolare equilibrio?
Ryan si alzò, cominciando a passeggiare avanti e indietro.
- Cosa c'è? - disse Kastner. - Le carte le abbiamo.
- Lo so.
- L'AISR sarà soddisfatta. D'ora in poi la Lega può contare sul suo aiuto. Qualsiasi cosa voglia. E così l'AISR sarà a posto per sempre. In fin dei conti sarà l'AISR a produrre i robot. Robot - lavoratori. La fine della fatica umana. Macchine invece di uomini a lavorare la terra.
Ryan annuì. - Splendido.
- E allora cosa c'è che non va?
- Non sono preoccupato per il nostro continuum.
- E per che cosa?
Ryan attraversò la cabina fino al pannello comandi e studiò la cronomappa. La navicella stava rientrando nel presente, mentre i bracci tracciavano la rotta di ritorno. - Sono preoccupato perché possiamo avere introdotto nuovi fattori nei continuum passati. Non c'è nessuna documentazione del ferimento di Schonerman. Nessuna documentazione di questa vicenda. Può aver messo in moto una catena causale diversa.
- Di che genere?
- Non lo so. Ma voglio scoprirlo. Faremo subito una fermata per vedere quali nuovi fattori abbiamo avviato.
Ryan portò la capsula in un continuum immediatamente successivo all'incidente di Schonerman. Era l'inizio di ottobre, quindi era trascorsa poco più di una settimana. Ryan fece atterrare la navicella in un campo presso una fattoria fuori da Des Moines, nello Iowa, al tramonto. Era una fredda serata autunnale, e il terreno era duro e friabile sotto i piedi.
Ryan e Kastner entrarono in città con Kastner che stringeva sempre la sua valigetta. Des Moines era stata bombardata da missili russi teleguidati, e gran parte dei settori industriali erano scomparsi. In città rimanevano solo militari e operai addetti alla rimozione delle macerie. La popolazione civile era stata evacuata.
Degli animali vagavano per le strade deserte in cerca di cibo. Vetri e rovine ovunque. La città era fredda e desolata. Le strade erano sventrate e distrutte dagli incendi seguiti al bombardamento. L'aria autunnale era impregnata dal tanfo putrescente che proveniva da mucchi di macerie e cadaveri ammassati insieme su spiazzi e agli incroci.
Da un chiosco sbarrato da assi, Ryan riuscì a rubare una copia di un settimanale di notizie, The Week Review. La rivista era umida e coperta di muffa. Kastner la ripose nella valigetta, poi i due fecero ritorno alla navicella. Incontrarono ogni tanto dei soldati che trasportavano armi e attrezzature fuori dalla città. Comunque nessuno li fermò.
Raggiunta la navicella, entrarono e bloccarono il portello. I campi attorno a loro erano deserti. La fattoria era stata devastata dalle fiamme, e il grano appariva avvizzito e morto. Nel vialetto d'accesso alla casa colonica, la carcassa carbonizzata di un'automobile giaceva ribaltata su un fianco. Un gruppo di maiali malconci fiutava tra i resti della fattoria in cerca di qualcosa da mangiare.
Ryan sedette e aprì la rivista. La studiò a lungo, voltando lentamente le pagine umidicce.
- Cosa dice? - chiese Kastner.
- Parla più che altro della guerra. È ancora nella fase iniziale. Bombardamenti di missili telecomandati sovietici. Bombe disco americane che piombano su tutta la Russia.
- Nessun accenno a Schonerman?
- Finora pare di no. Non ho trovato niente. Stanno succedendo troppe altre cose importanti. - Ryan continuò a sfogliare attentamente la rivista. Finalmente, in una delle ultime pagine, trovò quello che cercava. Una notizia di secondo piano, un accenno lungo soltanto un paragrafo.
SORPRESI AGENTI SOVIETICI.
Alcuni agenti sovietici, che tentavano di sabotare un centro di ricerche governative a Harristown, Kansas, sono stati intercettati dalle sentinelle, che hanno aperto il fuoco mettendoli in fuga. Gli agenti nemici sono fuggiti dopo un tentativo di infiltrarsi nei laboratori del centro. Spacciandosi per uomini dell'FBI, i sovietici hanno cercato di ottenere accesso all'edificio mentre il turno operativo della mattina stava iniziando il lavoro. Sono stati prontamente intercettati dalle guardie, che hanno subito dato loro la caccia. I laboratori di ricerca e le attrezzature non hanno riportato alcun danno. Nello scontro sono rimaste uccise due sentinelle e un tecnico. I nomi delle sentinelle…
Ryan strinse le dita attorno alle pagine.
- Che c'è? - Kastner gli si avvicinò ansioso.
Ryan finì di leggere il trafiletto, poi depose la rivista e la spinse lentamente verso Kastner.
- Cos'è successo? - Kastner cercò la pagina.
- Schonerman è morto. Ucciso dalla fiammata. L'abbiamo ucciso. Abbiamo cambiato il passato.
Ryan si alzò e si avviò alla finestrella. Accese una sigaretta, riacquistando un po' della propria compostezza. - Abbiamo inserito nuovi fattori, e abbiamo avviato una nuova linea di avvenimenti. È impossibile prevedere dove condurrà.
- Cosa vorresti dire?
- Forse qualcun altro scoprirà il cervello artificiale. Forse il cambiamento si aggiusterà da solo. E il flusso del tempo riprenderà il proprio corso regolare…
- E perché dovrebbe farlo?
- Non lo so. Comunque, così come stanno le cose, noi abbiamo ucciso Schonerman e gli abbiamo rubato le carte. Ora il governo non potrà più entrare in possesso del suo lavoro di ricerca. Non sapranno nemmeno che esisteva. A meno che qualcun altro faccia la stessa ricerca, si occupi del medesimo studio…
- Come faremo a saperlo?
- Dovremo fermarci ancora a controllare. È l'unico sistema per scoprirlo.
Ryan scelse l'anno 2051.
Nel 2051 erano comparsi i primi Artigli. I sovietici avevano quasi vinto la guerra. Le Nazioni Unite stavano cominciando a sfruttare gli Artigli in un ultimo e disperato tentativo di rovesciare le sorti del conflitto.
Ryan fece posare la capsula in cima a un crinale. Sotto di loro si apriva una distesa pianeggiante, cosparsa di rovine, fili spinati e resti di armamenti.
Kastner sbloccò il portello e uscì guardingo.
- Fà attenzione - disse Ryan. - Ricordati degli Artigli.
Kastner impugnò la lanciaraggi. - Me ne ricorderò.
- In questa fase erano piccoli. Lunghi una trentina di centimetri. Metallici. Si nascondevano nella cenere. I tipi umanoidi non erano ancora stati costruiti.
Il sole era alto nel cielo. Era quasi mezzogiorno. L'aria era tiepida e pesante. Nubi di cenere si levavano vorticando al suolo, sospinte dal vento.
All'improvviso Kastner si tese. - Guarda. Cos'è? Là, sta arrivando dalla strada.
Un camion avanzava traballando a velocità ridotta verso di loro, un automezzo pesante, carico di soldati. Il camion seguì la strada fino alla base del crinale. Ryan impugnò la lanciaraggi. Lui e Kastner rimasero fermi, pronti a entrare in azione.
Il veicolo si arrestò. Alcuni soldati balzarono a terra e iniziarono a risalire il pendio, arrancando nella cenere.
- Stai pronto - mormorò Ryan.
I soldati li raggiunsero e si fermarono a qualche metro di distanza. Ryan e Kastner rimasero fermi in silenzio, puntando le loro lanciaraffi.
Uno dei soldati rise. - Ehi, mettete via quella roba. Non lo sapete che la guerra è finita.
- Finita?
I soldati si rilassarono. Il loro capo, un tipo grande e grosso dal viso arrossato, si asciugò il sudore dalla fronte e si accostò a Ryan. Indossava una divisa lacera e sporca, e scarponi sfondati e incrostati di cenere. - La guerra è finita da una settimana. Andiamo! C'è parecchio da fare. Salite con noi che rientriamo.
- Rientriamo?
- Stiamo raccogliendo tutti gli avamposti. Siete rimasti tagliati fuori anche voi, no? Non avete più avuto contatti?
- No - rispose Ryan.
- Ci vorranno mesi prima che tutti sappiano che la guerra è finita. Su, venite con noi. È inutile star qui a perder tempo chiacchierando.
Ryan non si mosse. - Un momento. Dici che la guerra è proprio finita? Ma…
- Sì, è stato un miracolo. Non avremmo potuto resistere per molto, ormai. - L'uffficiale tamburellò con le dita sulla cintura. - Per caso non ce l'avresti una sigaretta?
Ryan estrasse il pacchetto lentamente. Tolse le sigarette e la passo all'ufficiale, poi accartocciò il pacchetto accuratamente e lo rimise in tasca.
- Grazie. - L'ufficiale distribuì le sigarette ai suoi uomini, che le accesero subito. - Sì, ci è andata davvero bene. Eravamo ormai spacciati.
Kastner intervenne. - Gli Artigli… E gli Artigli che fine hanno fatto?
L'ufficiale assunse un'espressione minacciosa. - Che cosa?
- Perché la guerra è finita così… così all'improvviso?
- Una controrivoluzione in Unione Sovietica. Erano mesi che lanciavamo agenti e materiale. Non che credessimo che sarebbe servito a qualcosa, però. Erano molto più deboli di quanto ci aspettavamo.
- Allora la guerra è proprio finita?
- Certo! - L'ufficiale prese Ryan per il braccio. - Su, andiamo. Dobbiamo lavorare, noi. Stiamo cercando di spazzar via questa maledetta cenere e di cominciare a piantare qualcosa.
- Piantare? Prodotti agricoli?
- Ma certo! Che altro si dovrebbe piantare?
Ryan si staccò. - Chiariamo le cose. La guerra è finita. Non ci sono più combattimenti. E voi non avete mai sentito parlare di nessun Artiglio? Di un tipo d'arma chiamato Artigli?
Il volto dell'ufficiale si corrugò. - Cosa vorresti dire?
- Mi riferisco a dei meccanismi antiuomo. Robot. Impiegati come armi.
Il cerchio dei soldati si ritrasse leggermente. - Di che diavolo sta parlando, quello?
- Meglio che ti spieghi. - L'ufficiale lo fissò di colpo con uno sguardo duro. - Cos'è questa faccenda degli Artigli?
- Non è mai stata progettata e costruita un'arma di questo tipo? - chiese Kastner.
Nessuna risposta. Poi uno.dei soldati esordì con un grugnito. - Credo di sapere a cosa si riferisce. Sta parlando della mina di Dowling.
Ryan si voltò. - Cosa?
- Un fisico inglese. Ha fatto esperimenti con mine artificiali, autosufficienti. Mine robot, ecco. Ma non erano in grado di ripararsi da sole. Così il governo ha abbandonato il progetto, incrementando invece il lavoro di propaganda.
- È per questo che la guerra è finita - disse l'ufficiale. E si allontanò. - Forza, andiamo.
I soldati lo seguirono lungo la discesa del pendio.
- Venite, voi? - L'ufficiale si fermò, girandosi verso Ryan e Kastner.
- Vi raggiungeremo fra poco - disse Ryan. - Dobbiamo raccogliere il nostro equipaggiamento.
- Bene. Il campo è a circa mezzo chilometro, proseguendo lungo la strada. C'è una specie di base là. Gente che ritorna dalla Luna.
- Dalla Luna?
- Avevamo iniziato a trasferire delle unità sulla Luna, ma adesso non è più necessario. Forse è un bene. Chi diavolo vuol lasciare la Terra, in fondo?
- Grazie per le sigarette - gridò uno dei soldati, mentre rimontavano sul retro del camion. L'ufficiale prese posto al volante, e l'automezzo ripartì rombando lungo il nastro stradale.
Ryan e Kastner lo guardarono allontanarsi.
- Dunque la morte di Schonerman non è mai stata controbilanciata - mormorò Ryan. - Un passato completamente nuovo…
- Chissà fino a che punto arrivano i cambiamenti? Chissà se interessano anche la nostra epoca?
- C'è un solo modo di scoprirlo.
Kastner annuì. - Voglio saperlo subito. Prima è, meglio è. Su, partiamo.
Anche Ryan annuì, pensieroso. - Prima è, meglio è.
Entrarono nella capsula temporale. Kastner si sedette con la valigetta in mano. Ryan regolò i comandi. Fuori dall'oblò la scena del mondo esterno svanì. Si trovavano di nuovo nel flusso del tempo, di ritorno verso il loro presente.
L'espressione di Ryan era profondamente accigliata. - Non posso crederci. L'intera struttura del passato è cambiata. Tutta una nuova catena di avvenimenti si è messa in moto, espandendosi in ogni continuum, alterando sempre più la corrente temporale.
- Allora, al rientro, il nostro presente non sarà più lo stesso. Chissà che differenze troveremo? E tutto scaturito dalla morte di Schonerman. Una storia interamente nuova originata da un unico incidente.
- Non dalla morte di Schonerman - lo corresse Ryan.
- In che senso?
- Non è stata la morte di Schonerman, ma la perdita delle sue ricerche. Con la morte di Schonerman, il governo non è entrato in possesso di una metodologia efficace per la costruzione del cervello artificiale. Quindi gli Artigli non sono mai esistiti.
- È la stessa cosa.
- Davvero?
Kastner alzò lo sguardo verso Ryan. - Spiegati meglio.
- La morte di Schonerman non ha alcuna importanza. Il fatto determinante è la perdita del suo lavoro di ricerca da parte del governo. - Ryan indicò la valigetta di Kastner. - Dove sono le sue carte? Lì dentro. Le abbiamo noi.
Kastner annuì. - È vero.
- Noi possiamo riequilibrare la situazione tornando nel passato e consegnando le carte a qualche ente governativo. Schonerman non ha una vera importanza. Sono le sue carte che contano.
La mano di Ryan si spostò verso l'interruttore di spinta.
- Aspetta! - esclamò Kastner. - Non vogliamo vedere il presente? Dovremmo vedere quali cambiamenti interessano la nostra epoca, prima.
Ryan esitò. - È vero.
- Dopo potremo decidere cosa vogliamo fare. Decidere se restituire gli incartamenti.
- D'accordo. Proseguiremo fino al presente, poi prenderemo una decisione.
I bracci che attraversavano la crono - mappa erano ormai ritornati alla loro posizione di partenza. Ryan li studiò a lungo, tenendo la mano pronta sull'interruttore di alimentazione. Kastner stringeva saldamente la valigetta, appoggiata sulle ginocchia.
- Siamo quasi arrivati - comunicò Ryan.
- Nel nostro tempo?
- Sì. Ancora qualche minuto. - Ryan si alzò, senza staccarsi dall'interruttore. - Chissà cosa vedremo?
- Probabilmente non riconosceremo molte cose.
Ryan inspirò profondamente, sentendo il freddo contatto del metallo sotto le dita. Che differenze avrebbero trovato nel loro mondo? Avrebbero riconosciuto ancora qualcosa? Avevano spazzato via tutto quanto era loro familiare?
Si era messa in moto un'enorme catena di avvenimenti. Una marea che si muoveva nel corso del tempo, alterando ogni continuum, ripercuotendosi echeggiando lungo tutte le ere a venire. La seconda parte della guerra non si era mai verificata. Prima che fosse stato possibile inventare gli Artigli, la guerra si era conclusa. Il concetto teorico di cervello artificiale non era mai stato tradotto in uno strumento pratico effettivo. Il più potente motore della guerra non aveva mai visto la luce. Le energie del genere umano erano passate dal conflitto alla ricostruzione del pianeta.
Attorno a Ryan i vari strumenti indicatori vibrarono. Tra pochi secondi sarebbero rientrati. Come avrebbero trovato la Terra? Cosa sarebbe cambiato?
Le Cinquanta Città. Probabilmente non sarebbero esistite. Jon, suo figlio, seduto tranquillamente nella sua stanza a leggere. L'AISR. Il governo. La Lega con i suoi laboratori, i suoi uffici, le sue costruzioni, i tetti d'atterraggio e le guardie. L'intera e complessa struttura sociale. Tutto quanto scomparso senza lasciare traccia? Probabile.
E lui cosa avrebbe trovato, invece?
- Lo sapremo fra un istante - mormorò Ryan.
- Ormai ci siamo. - Kastner si alzò, portandosi accanto all'oblò. - Voglio vederlo. Dovrebbe essere un mondo tutt'altro che familiare.
Ryan azionò il controllo di propulsione. La navicella sobbalzò, districandosi dal flusso temporale. Fuori dall'oblò qualcosa scivolò via vorticando, mentre la capsula si raddrizzava. I controlli automatici di gravità entrarono in funzione. La navicella stava sorvolando la superficie.
Kastner trasalì, restando senza fiato.
- Cosa vedi? - chiese Ryan, impegnato a regolare la velocità della capsula. - Cosa c'è là fuori?
Kastner non rispose.
- Cosa vedi?
Dopo aver indugiato a lungo, Kastner si staccò dalla finestrella. - Molto interessante. Guarda tu stesso.
- Cosa c'è là fuori, insomma?
Kastner sedette lentamente, raccogliendo la sua valigetta. - Questo apre una linea di speculazione completamente nuova.
Ryan si diresse all'oblò e guardò all'esterno. Sotto di lui si stendeva la Terra. Ma non la Terra che aveva lasciato.
Campi. Sterminati campi di colore biondo. E parchi. Parchi e campi gialli. Spiazzi di verde tra il giallo, a perdita d'occhio. Nient'altro.
- Non ci sono città - disse Ryan, con voce roca.
- No. Non ricordi? La gente è tutta fuori nei campi. O cammina nei parchi. Discutendo della natura dell'universo.
- È quello che vedeva Jon.
- Sì. Tuo figlio è stato notevolmente preciso.
Ryan tornò al quadro comandi, il volto inespressivo, la mente vuota e annebbiata. Sedette e predispose i ganci di atterraggio. La capsula perse progressivamente quota, librandosi lenta sulla piatta distesa di campi. Uomini e donne alzarono lo sguardo verso la navicella, spaventati. Uomini e donne che indossavano tuniche.
Sorvolarono un parco. Un branco di animali si disperse in una fuga frenetica. Una specie di cervi.
Questo era il mondo che suo figlio aveva visto. Il contenuto delle sue visioni. Campi e parchi. Uomini e donne, in lunghe e ampie tuniche. Gente che passeggiava lungo sentieri. Discutendo dei problemi dell'universo.
E l'altro mondo, il suo mondo, non esisteva più. La Lega era scomparsa. Il lavoro di tutta la sua vita, distrutto. In questo mondo non esisteva. Jon. Suo figlio. Svanito in un soffio. Ryan non l'avrebbe più rivisto… Il suo lavoro, suo figlio, tutte le cose che aveva conosciuto un tempo, ora si erano dissolte nel nulla.
- Dobbiamo tornare indietro - disse improvvisamente Ryan.
Kastner sbatté le palpebre. - Come, scusa?
- Ho detto che dobbiamo riportare le carte nel loro continuum originario. Non potremo ricreare esattamente la situazione, comunque possiamo affidarle nelle mani del governo. Così verranno ripristinati tutti i fattori rilevanti.
- Stai dicendo sul serio?
Ryan si alzò vacillando leggermente, e avanzò verso Kastner. - Dammi le carte. La situazione è gravissima. Dobbiamo muoverci. Bisogna rimettere le cose a posto.
Kastner indietreggiò, estraendo con uno scatto repentino la lanciaraggi. Ryan balzò in avanti, colpendo con la spalla Kastner e catapultando a terra il piccolo dirigente. La pistola rimbalzò sul pavimento dell'abitacolo, sbattendo con un tintinnio metallico contro la parete. Le carte si sparsero dappertutto.
- Maledetto idiota! - Ryan afferrò le carte, lasciandosi cadere in ginocchio.
Kastner si trascinò verso l'arma. Riuscì a raccattarla, il volto rotondo teso in una grottesca maschera di risolutezza. Ryan lo vide con la coda dell'occhio, e per un attimo fu quasi sopraffatto dalla tentazione di scoppiare a ridere. La faccia del compagno di viaggio era congestionata, le guance infiammate. Kastner pasticciò maldestramente con la lanciaraggi, tentando di prendere la mira.
- Kastner, per l'amor del cielo…
Le dita del dirigente si strinsero sul grilletto. Ryan fu colto da una paura improvvisa e rabbrividì. Riuscì a tirarsi in piedi. La lanciaraggi ruggì, e una fiammata sibilò crepitando nell'abitacolo. Ryan si portò fuori tiro con un balzo, leggermente bruciacchiato dalla scia di fuoco.
Le carte di Schonerman, sparse sul pavimento, s'incendiarono. Per pochi istanti avvamparono divorate dalla fiamma, poi il bagliore si spense negli ultimi guizzi dei resti carbonizzati. L'odore acre della vampata raggiunse Ryan, solleticandogli le narici e facendogli lacrimare gli occhi.
- Mi spiace - mormorò Kastner, deponendo la lanciaraggi sul pannello di controllo. - Non credi che faresti meglio ad atterrare? Siamo vicinissimi alla superficie.
Ryan andò meccanicamente al quadro comandi. Un istante dopò si sedeva e iniziava a regolare i vari strumenti, decelerando la velocità della capsula. Non aprì bocca.
- Comincio a capire cosa succedeva a Jon - mormorò Kastner. - Doveva possedere una specie di senso parallelo. Una consapevolezza di altri futuri possibili. Col progredire dei lavori della navicella aumentavano anche le sue visioni, non è vero? Più la capsula diventava una realtà, più le sue visioni acquistavano una realtà maggiore.
Ryan annuì.
- Questo porta a linee speculative completamente nuove. Le visioni mistiche dei santi medievali, per esempio. Forse riguardavano altri futuri, altri flussi cronologici. Le visioni dell'inferno rappresentavano flussi temporali peggiori. Le visioni paradisiache, flussi temporali migliori. La nostra deve stare a cavallo tra le due cose. È la visione del mondo eterno e immutabile, forse è una consapevolezza del non - tempo. Non un altro mondo, ma questo mondo visto fuori dal tempo. Anche su questo dovremo soffermarci ulteriormente a riflettere.
La capsula temporale atterrò, posandosi sul limitare di uno dei tanti parchi. Kastner si affacciò alla finestrella e guardò gli alberi che crescavano all'esterno.
- Nei libri che la mia famiglia aveva conservato c'erano alcune illustrazioni di alberi - disse pensieroso. - Questi qui, vicino a noi. Ecco, questi sono alberi di falso pepe, molto profumati. E quelli laggiù sono invece chiamati sempreverdi. Restano così tutto l'anno. Il loro nome deriva da questa caratteristica.
Kastner raccolse la valigetta, tenendola sempre ben stretta, e si avviò al portello.
- Forza, andiamo a vedere se troviamo qualcuno. Così potremo cominciare qualche discussione. Qualche discussione metafisica. - Kastner rivolse un ampio sorriso a Ryan. - Le questioni metafisiche mi sono sempre piaciute. Davvero.