Stories 93 / Random

Stories by philip kindred dick

il mondo che lei voleva (italian)

Save as PDF
Mezzo insonnolito, Larry Brewster contemplò il cumulo di mozziconi di sigaretta, bottiglie vuote di birra e bustine spiegazzate di Minerva che aveva davanti a sé, sul tavolo. Tese la mano e risistemò una bottiglia di birra, e così riuscì a ottenere l'effetto giusto.
Sul fondo del Wind-Up, l'orchestrina dixieland suonava a tutto volume. Il ritmo duro del jazz si mischiava al mormorio delle voci, alla semioscurità, al tintinnare dei bicchieri al banco. Larry Brewster sospirò di felicità. — Questo — annunciò — è il Nirvana. — Annuì lentamente, perfettamente d'accordo con le parole che aveva pronunciato. — O per lo meno, il settimo livello del paradiso zen-buddista.
— Non esiste nessun settimo livello nel paradiso zen-buddista — lo corresse una competente voce femminile, direttamente sopra la sua testa.
— Questo è un fatto — ammise Larry, riflettendo sulla questione. — Parlavo in senso metaforico, non letterale.
— Dovrebbe stare più attento. Dovrebbe intendere esattamente ciò che dice.
— E dire esattamente ciò che intendo? — Larry scrutò su. — Ho già avuto il piacere di conoscerla, giovane signora?
La ragazza snella, coi capelli color oro, si mise a sedere al tavolo, di fronte a Larry. I suoi occhi erano penetranti e luminosi nella penombra del bar. Gli sorrise; i suoi denti brillavano. — No — disse. — Non ci siamo mai incontrati. Il nostro momento è appena arrivato.
— Il nostro… il nostro momento? — Larry si tirò lentamente su, raddrizzò il fisico allampanato. Nel volto luminoso e competente della ragazza c'era qualcosa di vagamente allarmante, qualcosa che penetrava nella foschia dell'alcol. Il sorriso della ragazza era troppo calmo, troppo sicuro di sé. — Esattamente cosa intende dire? — mormorò Larry. — Cos'è questa storia?
La ragazza si tolse il soprabito, svelando un seno rotondo, pieno, e un corpo armonioso. — Prenderò un martini — disse. — E fra parentesi, mi chiamo Allison Holmes.
— Larry Brewster. — Larry studiò attentamente la ragazza. — Cosa ha detto che vuole?
— Un Martini. Molto secco. — Allison gli lanciò un sorriso freddo. — E ne prenda uno anche lei, eh?
Larry grugnì sottovoce. Fece un cenno al cameriere. — Un Martini molto secco, Max.
— Okay, signor Brewster.
Max tornò qualche minuto dopo e mise sul tavolo il bicchiere del Martini. Quando se ne fu andato, Larry si protese verso la bionda. — Ora, signorina Holmes…
— Niente per te?
— Niente per me. — Larry la guardò sorseggiare il cocktail. Le mani erano piccole e delicate. La ragazza non era brutta, ma a lui non piaceva la calma soddisfatta dei suoi occhi. — Cos'è questa storia del nostro momento che è arrivato? Mi faccia capire.
— Semplicissimo. T'ho visto seduto qui, e ho capito che tu eri tu. Nonostante lo stato pietoso del tavolo. — Arricciò il naso al caos di bottiglie e bustine di Minerva. — Perché non lo fai mettere in ordine?
— Perché a me piace. Sapevi che io ero io? In che senso? — Larry cominciava a sentirsi interessato. — Continua.
— Larry, questo è un momento molto importante della mia vita. — Allison si guardò attorno. — Chi avrebbe mai pensato che ti avrei trovato in un posto del genere? Ma per me è sempre stato così. Questo è solo un anello di una grande catena che risale a… be', fino a quando riesco a ricordare.
— Che catena sarebbe?
Allison rise. — Povero Larry. Tu non capisci. — Si chinò verso lui. I suoi occhi adorabili danzavano. — Vedi, Larry, io so qualcosa che nessun altro sa… Nessun altro in questo mondo. Qualcosa che ho scoperto da bambina. Qualcosa…
— Aspetta un minuto. Come sarebbe a dire questo mondo? Vorresti dire che esistono mondi più gradevoli di questo? Mondi migliori? Come dice Platone? Questo mondo è solo un…
— Indubbiamente no! — Allison aggrottò la fronte. — Questo è il mondo migliore, Larry. Il migliore di tutti i mondi possibili.
— Ah. Herbert Spencer.
— Il migliore di tutti i mondi possibili… Per me. — Gli sorrise di nuovo: un sorriso freddo, segreto.
— Perché per te?
Quando la ragazza rispose, sul suo viso finemente cesellato c'era quasi un'aria da predatore. — Perché — disse calma — questo è il mio mondo.
Larry sollevò un sopracciglio. — Il tuo mondo? — Poi rise, di buonumore. — Come no, piccola. Appartiene a tutti noi. — Gesticolò vigorosamente in giro per la stanza. — È il tuo mondo, il mio mondo, il mondo del suonatore di banjo…
— No. — Allison scosse la testa, secca. — No, Larry. Il mio mondo. Appartiene a me. Tutto e tutti. Soltanto mio. — Spostò la sedia fino ad arrivare vicino a Larry. Lui sentì il suo profumo, caldo, dolce e tentatore. — Non capisci? È mio. Tutte queste cose sono qui per me. Per la mia felicità.
Larry si scostò un poco. — Sì? Sai, come premessa filosofica è un tantino difficile da sostenere. Ammetterò che Cartesio ha detto che il mondo ci è conosciuto solo tramite i sensi, e che i sensi riflettono la nostra…
Allison gli mise sul braccio una mano minuta. — Non intendevo questo. Vedi, Larry, esistono molti mondi. Mondi di ogni tipo. Milioni e milioni. Tanti mondi quante sono le persone. Ogni individuo ha il proprio mondo, Larry, il suo mondo privato. Un mondo che esiste per lui, per la sua felicità. — Abbassò lo sguardo, modesta. — Si dà il caso che questo sia il mio mondo.
Larry rifletté. —Molto interessante, ma le altre persone? Io, per esempio?
— Tu esisti per la mia felicità, è ovvio. È di questo che sto parlando. — La pressione della piccola mano crebbe. — Appena ti ho visto, ho capito che eri tu. Sono diversi giorni che ci penso, ormai. È ora che lui si faccia vivo. L'uomo per me. L'uomo che io devo sposare, in modo che la mia felicità possa essere completa.
— Ehi! — esclamò Larry, schizzando in piedi.
— Cosa c'è?
— E io) — chiese Larry. — Non è giusto! La mia felicità non conta?
— Sì… Ma non qui, non in questo mondo. — Lei fece cenni vaghi. — Tu hai un mondo da qualche altra parte, un mondo tuo. In questo mondo, sei semplicemente una parte della mia vita. Non sei completamente reale. Io sono l'unica persona completamente reale di questo mondo. Tutti voialtri siete qui per me. Siete solo… solo parzialmente reali.
— Vedo. — Larry si rimise lentamente a sedere, carezzandosi il mento. — Allora, all'incirca, io esisto in una quantità di mondi diversi. Un briciolo qui, un briciolo là, a seconda di dove c'è bisogno di me. Ad esempio adesso, in questo mondo. Me ne vado a zonzo da venticinque anni solo per poter saltare fuori nel momento in cui tu hai bisogno di me.
— Esatto. — Gli occhi di Allison danzarono felici. — Hai afferrato l'idea. — All'improvviso, lei guardò l'orologio. — Si sta facendo tardi. Sarà meglio andare.
— Andare?
Allison si alzò di corsa. Raccolse la borsetta e si avvolse nel soprabito. — Voglio fare tante cose con te, Larry! Ci sono tanti posti da vedere! Tante cose da fare! — Lo prese per il braccio. — Dai. Sbrigati.
Larry si alzò lentamente. — Senti un po'…
— Ci divertiremo un sacco. — Allison lo spinse verso la porta. — Vediamo… Cosa sarebbe bello… Larry si fermò, corrucciato. — Il conto! Non posso uscire senza pagare.
— Si frugò in tasca. — Devo circa…
— Niente conto. Non stasera. Questa è la mia serata speciale. — Allison si girò verso Max, che stava ripulendo il loro tavolo. — Non è vero?
Il vecchio cameriere alzò la testa. — Cosa, signorina?
— Stasera non si paga.
Max scosse la testa. — Non si paga, signorina. È il compleanno del boss. Offre la casa.
Larry boccheggiò. — Cosa?
— Andiamo. — Allison lo strattonò, lo spinse oltre la pesante porta, sul marciapiede freddo e buio di New York. — Andiamo, Larry. Abbiamo tante cose da fare!
Larry mormorò: — Ancora non so da dove sia arrivato quel taxi.
Il taxi ripartì, scomparve nella via. Larry si guardò attorno. Dov'erano? Le strade buie erano mute e deserte.
— Per prima cosa — disse Allison Holmes — voglio un bouquet. Larry, non credi che dovresti offrire un mazzo di fiori alla tua fidanzata? Voglio fare bella figura.
— Un mazzo di fiori? A quest'ora? — Larry gesticolò in direzione delle vie scure, silenziose. — Scherzi?
Allison rifletté, poi attraversò la strada, di corsa. Larry la seguì. Allison arrivò a un negozio di fiorista, chiuso. L'insegna era spenta, la porta sbarrata. Lei batté con una moneta sulla vetrina.
— Ma sei impazzita? — strillò Larry. — Non c'è nessuno, a quest'ora! Sul retro del negozio, qualcuno si mosse. Un vecchio raggiunse a passi lenti la vetrina. Si tolse gli occhiali e li infilò in tasca. Si chinò e aprì la porta. — Cosa c'è, signora?
— Voglio un bouquet, il migliore che avete. — Allison entrò in negozio, si mise a guardare i fiori, colma di meraviglia.
— Lasci perdere, amico — disse Larry. — Non le faccia caso. È…
— Non c'è problema. — Il vecchio sospirò. — Stavo facendo la dichiarazione dei redditi. Una pausa sarà un sollievo. Dovrebbe esserci qualche bouquet già pronto. Apro il refrigeratore.
Cinque minuti dopo erano di nuovo in strada. Allison fissava, estatica, la grande orchidea appuntata sul soprabito. — E bellissima, Larry! — sussurrò. Gli strinse il braccio, lo scrutò in viso. — Grazie infinite. Adesso andiamo.
— Dove? Forse sei riuscita a trovare un povero vecchio che sudava sulla dichiarazione dei redditi all'una di notte, ma ti sfido a trovare qualcosa d'altro in questo cimitero dimenticato da Dio.
Allison si guardò attorno. — Vediamo… Da questa parte. Quella casa grande, là. Non mi stupirebbe affatto… — Si trascinò dietro Larry sul marciapiede. I suoi tacchi alti suscitavano echi nel silenzio della notte.
— Va bene — mormorò Larry, con un mezzo sorriso. — Ti seguo. Dovrebbe essere interessante.
Nessuna luce usciva dalla grande casa a pianta quadrata. Tutte le tapparelle erano abbassate. Allison corse sul sentiero d'accesso, avanzando alla cieca nel buio, e arrivò alla veranda.
— Ehi! — esclamò Larry, improvvisamente allarmato. Allison aveva afferrato la maniglia e spalancato la porta d'ingresso.
Furono investiti da un'esplosione di luce: luce, e suoni. Mormorio di voci. Dietro un pesante drappo si muovevano persone; una stanza immensa colma di gente. Uomini e donne in abiti da sera, chini su lunghi tavoli e banconi.
— Oh, oh — borbottò Larry. — Adesso sì che ci hai messi nei guai. Questo non è posto per noi.
Tre gorilla dall'aria dura gli si avvicinarono. Avevano le mani in tasca. — Okay, mister. Sgomberare.
Larry tornò sui suoi passi. — Per me va bene. Non sono uno che vuole creare problemi, io.
— Idiozie. — Allison lo abbrancò per un braccio. I suoi occhi brillavano d'eccitazione. — Ho sempre desiderato visitare una bisca. Guarda tutti quei tavoli! Cosa stanno facendo? Là cosa c'è?
— Per amor di Dio — ansimò Larry, disperato. — Tagliamo la corda. Questi qui non ci conoscono.
— Ci puoi scommettere — ansimò uno dei tre armadi umani. Poi annuì ai colleglli. — Forza. — Assieme, afferrarono Larry e lo trascinarono alla porta.
Allison strizzò le palpebre. — Cosa gli state facendo? Smettetela! — Si concentrò, riprese a muovere le labbra. — Lasciatemi… Lasciatemi parlare con Connie.
I tre gorilla si pietrificarono. Si girarono lentamente verso lei. — Con chi? Chi ha detto, signora?
Allison scoccò un sorriso. — Connie, mi pare. Non è quello che ho detto? Connie. Dov'è? — Si guardò attorno. — È quello là?
Un omettino azzimato, seduto a un tavolo, si girò nel sentire fare il suo nome. Irritato, piegò il viso in una smorfia.
— Lasci perdere, signora — disse uno dei gorilla. — Non stia a disturbare Connie. Non gli va di essere disturbato. — Chiuse la porta e spinse Larry e Allison oltre il drappo, nella grande stanza. — Andate pure a giocare. Divertitevi. Buona nottata.
Larry posò gli occhi sulla ragazza al suo fianco. Scosse la testa, con poca convinzione. — Mi ci vorrebbe un drink. Uno robusto.
— Va bene — disse Allison, felice. I suoi occhi erano puntati sul tavolo della roulette. — Vai pure a bere. Io comincio a giocare!
Dopo un paio di robusti scotch con acqua, Larry scese dallo sgabello e lasciò il bar. Si spostò al tavolo della roulette, al centro della stanza.
Attorno al tavolo si era radunata una grossa folla. Larry chiuse gli occhi, cercò di ritrovare l'equilibrio. Sapeva già. Chiamate a raccolta tutte le sue forze, si fece strada tra la gente, fino al tavolo.
— Cosa significa questo uno? — stava chiedendo Allison al croupier, brandendo una fiche blu. Aveva davanti un'immensa montagna di fiches, di tutti i colori. Tutti quanti mormoravano e parlavano e le lanciavano occhiate.
Larry si aprì un varco. — Come va? Hai già perso la dote?
— Non ancora. Stando a quell'uomo, sono in attivo.
— Lui dovrebbe saperlo — sospirò Larry. — È del mestiere.
— Vuoi giocare anche tu? —chiese Allison, accettando un'enorme manciata di fiches. — Prendile tu. Io ne ho altre.
— Vedo. Però no, grazie. Non è la mia parrocchia. Dai, andiamo. — Larry la guidò via dal tavolo. — Credo sia arrivato il momento di una chiacchierata, per noi due. In quell'angolo. C'è calma.
— Una chiacchierata?
— Ci ho pensato su. Questa cosa è andata anche troppo avanti. Allison lo seguì docilmente. Larry si portò in un angolo della stanza. In un enorme camino ardeva il fuoco. Larry si buttò su una poltrona, indicando la poltrona accanto. — Siediti — disse.
Allison si accomodò. Accavallò le gambe, lisciò la gonna. Si appoggiò allo schienale con un sospiro. — Non è splendido? Il fuoco e tutto il resto? Proprio quello che avevo sempre immaginato. — Chiuse gli occhi, sognante.
Larry estrasse le sigarette e ne accese una, immerso nelle proprie riflessioni. — Stai un po' a sentire, signorina Holmes…
— Allison. Dopo tutto, dobbiamo sposarci.
— Okay, Allison. Senti un po', Allison, questa storia è assurda. Mentre stavo al bar ci ho pensato su. Non è mica giusta, questa tua folle teoria.
— E perché? — La voce della ragazza era pigra, lontana.
Larry gesticolò rabbiosamente. — Te lo dico io perché. Tu sostieni che io sono solo parzialmente reale, esatto? Tu sei l'unica che sia completamente reale.
Allison annuì. — Esatto.
— Ma guarda un po'! Non so tutta quell'altra gente… — Larry indicò la folla con aria sdegnosa. — Forse su loro hai ragione. Forse quelli sono solo fantasmi. Ma non io! Non puoi dire che sono solo un fantasma. — Batté il pugno sul bracciolo della poltrona. — Visto? Secondo te, questo sarebbe essere solo parzialmente reale?
— Anche la poltrona è solo parzialmente reale.
Larry gemette. — Per la miseria, vivo in questo mondo da venticinque anni, e ho incontrato te solo qualche ora fa. Dovrei credere di non essere realmente vivo? Di non essere realmente… realmente me stesso? Di essere solo una specie di… sfondo per il tuo mondo? Di fare parte dell'arredo?
— Larry, tesoro, tu hai il tuo mondo. Tutti noi abbiamo il nostro mondo. Però si dà il caso che questo sia il mio, e tu sei qui per me. — Allison riaprì i grandi occhi blu. — Può darsi che nel tuo mondo anch'io esista un pochino per te. Tutti i nostri mondi si sovrappongono, tesoro, non capisci? Tu esisti per me nel mio mondo. Probabilmente io esisto per te nel tuo. — Sorrise, —Il Grande Architetto deve essere un po' tirchio, come tutti gli artisti in gamba. Molti dei mondi sono simili, quasi identici. Ma ogni mondo appartiene a una sola persona.
— E questo è tuo. — Larry lasciò andare il fiato, sospirò. — Okay, piccola. Sei molto convinta. Starò al tuo gioco… almeno per un po'. Ti darò corda. — Contemplò la ragazza affondata nella poltrona al suo fianco. — Sai, non sei niente male. Niente affatto male.
— Grazie.
— Sì, abboccherò. Per un po', se non altro. Forse siamo davvero fatti l'uno per l'altra. Però tu devi calmarti un attimo. Stai tirando troppo la corda della tua fortuna. Se vuoi entrare nella mia orbita, è meglio che ti calmi.
— Cosa vorresti dire, Larry?
— Tutto questo. Questo posto. E se arrivasse la polizia? Il gioco d'azzardo. Correre continuamente qua e là. — Lo sguardo di Larry si perse in distanza. —No, non mi va. Non è il tipo di vita che avevo immaginato. Lo sai cosa vede l'occhio della mia mente? — Il viso di Larry si illuminò di sognante desiderio. — Vedo una casetta, piccola. In campagna. Lontano da qui. Una fattoria. Una distesa di campi. Forse il Kansas. Il Colorado. Una casetta di legno. Con un pozzo. E delle mucche.
Allison aggrottò la fronte. — Eh?
— E sai cos'altro? Ci sono io che lavoro i campi. Oppure me ne sto in cortile a dare da mangiare ai polli. Hai mai dato da mangiare ai polli? — Larry scosse la testa, allegro. — Divertentissimo, piccola. E scoiattoli. Mai stata a passeggiare nel parco e a dare da mangiare agli scoiattoli? Scoiattoli grigi, con code lunghissime? Code lunghe come tutto il resto dello scoiattolo?
Allison sbadigliò. Poi, di colpo, si alzò, prese la borsetta. — Credo sia ora di levare le tende.
Larry si alzò lentamente. — Sì, lo penso anch'io.
— Domani sarà una giornata piena. Voglio mettermi in movimento di buon'ora. — Allison si fece strada tra la folla, verso la porta. — Per prima cosa, secondo me dovremmo cominciare a cercare una…
Larry la fermò. — Le tue fiches.
— Cosa?
— Le tue fiches. Cambiale.
— E perché?
— Per i soldi. Mi pare si chiamino così.
— Uffa. — Allison si girò verso un uomo robusto, seduto al tavolo del blackjack. — Voilà! — Lasciò cadere tutte le fiches in grembo all'uomo. — Le tenga lei. Okay, Larry. Andiamo!
Il taxi si fermò davanti all'appartamento di Larry. —Tu abiti qui? —chiese Allison, scrutando il palazzo. — Non è molto moderno, eh?
— No. — Larry aprì la portiera. — E nemmeno gli impianti idraulici sono un granché. Ma che diavolo.
— Larry? — Allison lo fermò mentre lui stava per scendere.
— Sì?
— Non ti scorderai di domani, per caso?
— Domani?
— Abbiamo tante cose da fare. Voglio che tu ti alzi presto, pimpante e pronto ad andare in giro. Per fare quello che dobbiamo fare.
— Che ne dici delle sei di sera? E abbastanza presto? — Larry sbadigliò. Era tardi, e faceva freddo.
— Oh, no. Sarò da te alle dieci di domattina.
— Alle dieci! E il mio lavoro? Devo andare a lavorare.
— Non domani. Domani è il nostro giorno.
— Come diavolo mi guadagnerò da vivere se non…
Allison si protese in avanti, circondò Larry con le braccia. — Non preoccuparti, andrà tutto bene. Ricordi? Questo è il mio mondo. — Lo attirò a sé, lo baciò sulla bocca. Le sue labbra erano dolci e fresche. Allison tenne Larry stretto a sé, a occhi chiusi.
Larry si staccò da lei. — D'accordo. — Scese sul marciapiede, si sistemò la cravatta.
— A domani, allora. E non preoccuparti per il lavoro. Arrivederci, Larry, tesoro. — Allison chiuse la portiera. Il taxi riparti nella strada buia. Larry rimase a guardarlo, ancora stordito. Alla fine, con una scrollata di spalle, si avviò verso il palazzo.
Dentro, sul tavolo dell'ingresso, c'era una lettera per lui. La prese, la aprì mentre saliva le scale. Era una lettera del suo ufficio, la Bray Insurance Company. Conteneva il prospetto delle ferie annuali per i dipendenti, con l'indicazione delle due settimane che spettavano a ogni impiegato. Non dovette nemmeno trovare il proprio nome per sapere quando iniziavano le sue ferie.
— Non preoccuparti — aveva detto Allison.
Con un sorriso malinconico, Larry infilò la lettera in tasca. Aprì la porta del suo appartamento. Alle dieci di mattina, aveva detto? Be', se non altro si sarebbe fatto una bella notte di sonno.
La giornata era calda e luminosa. Larry Brewster sedeva sulla scala esterna del palazzo. Aspettava Allison, e intanto fumava e rifletteva.
Le cose andavano a meraviglia per Allison, su quello non c'era dubbio. Questo e quello le cadevano in grembo come prugne mature. C'era poco da stupirsi se pensava che il mondo fosse suo… Aveva una fortuna sfacciata, okay. Ma a certa gente, succede. C'è gente che a ogni passo inciampa nella fortuna: vince ai telequiz, trova soldi per strada, scommette sul cavallo giusto. Succede.
Il suo mondo? Larry sorrise. A quanto pareva, Allison ci credeva sul serio. Interessante. Be', sarebbe stato al suo gioco almeno per un po'. Era una bella ragazza.
Un clacson strillò, e Larry alzò la testa. Una convertibile in due tonalità di vernice era ferma di fronte a lui, co! tettuccio abbassato. Allison salutò con la mano. — Ciao! Vieni!
Larry si alzò e si avviò. — Dove te la sei procurata? — Aprì la portiera e salì.
— Questa? — Allison riaccese il motore. L'automobile schizzò nel traffico. — L'ho dimenticato. Credo che me l'abbia regalata qualcuno.
— Lo hai dimenticato! — Larry la fissò a occhi sgranati, poi si rilassò sul sedile morbidissimo. — Allora? Da dove cominciamo?
— Andiamo a vedere la nostra nuova casa.
— La nuova casa di chi?
— La nostra. Tua e mia.
Larry si afflosciò sul sedile. — Cosa? Ma tu…
L'automobile svoltò a un incrocio. — Te ne innamorerai. È bellissima. Quante stanze ha il tuo appartamento?
— Tre.
Allison rise, contenta. — Questa casa ha undici stanze. Due piani. Mezzo acro di terreno. O così mi dicono.
— Non l'hai mai vista?
— Non ancora. Il mio avvocato mi ha telefonato stamattina.
— Il tuo avvocato?
— La casa fa parte di un'eredità che mi hanno lasciato.
Larry si tirò su lentamente. Allison, in uno spezzato scarlatto, scrutava felice la strada. Il suo viso minuto era tranquillo e soddisfatto. — Fammi capire — disse Larry. — Tu non hai mai visto la casa. Il tuo avvocato ti ha appena chiamata. Hai ricevuto un'eredità.
— Esatto. Un vecchio zio. Non ricordo come si chiamasse. Non mi aspettavo che mi lasciasse qualcosa. — Allison si girò verso Larry, raggiante. — Ma questo è un momento così speciale, per me. È importante che tutto vada per il meglio. II mio intero mondo…
— Già. Il tuo intero mondo. Be', spero che la casa ti piacerà, dopo averla vista.
Allison rise. — Mi piacerà. Dopo tutto, esiste per me. Serve a questo.
— Hai previsto tutto, come in una scienza esatta — mormorò Larry. — Tutto quello che ti succede è per il meglio. Sei soddisfatta di tutto. Quindi, questo deve essere il tuo mondo. Forse stai solo vedendo il lato migliore delle cose… Ti racconti che le cose che ti succedono ti piacciono moltissimo.
— È questo che pensi?
Lui si mise a riflettere, mentre correvano per strada. — Spiegami un po' — disse alla fine — come hai fatto a sapere della molteplicità dei mondi. Perché sei così sicura che questo sia tuo?
Lei gli sorrise. — Ci sono arrivata da sola — disse. — Ho studiato logica e filosofiate storia, e c'era sempre qualcosa che mi lasciava perplessa. Perché si sono verificati così tanti cambiamenti essenziali nelle sorti di individui e nazioni che sembravano quasi provocati dalla provvidenza, che sono accaduti proprio al momento giusto? Perché mi sembrava che il mio mondo dovesse essere esattamente com'è? Perché nell'intera storia sono successe cose che lo hanno fatto diventare ciò che è?
"Conoscevo la teoria sul migliore dei mondi possibili, ma da quello che avevo letto, non aveva senso. Ho studiato le religioni dell'uomo, le speculazioni scientifiche sull'esistenza di un Creatore… ma mancava qualcosa, qualcosa di inspiegabile, oppure semplicemente qualcosa che era stato trascurato."
Larry annuì. — Ma certo. Semplice. Se questo è il migliore di tutti i mondi possibili, perché ci sono tante sofferenze, sofferenze non necessarie, se davvero esiste un Creatore benevolo e onnipotente, come tanti milioni di persone hanno creduto, credono, e senza dubbio crederanno ancora in futuro? Cosa giustifica l'esistenza del male? — Sorrise alla ragazza. — E tu hai trovato la risposta a tutto questo, eh? Te la sei preparata come un Martini.
Allison arricciò il naso. — Non c'è bisogno di metterla in questo modo… Be', sì, è semplice, e io non sono l'unica persona ad averlo capito, anche se ovviamente sono l'unica di questo mondo…
— Okay — la interruppe Larry. — Terrò per me le obiezioni finché non mi avrai spiegato come hai fatto.
— Grazie, tesoro — disse lei. — Lo vedi che sei comprensivo, anche se stenti un po' a trovarti d'accordo con me… Ma se tu mi dessi ragione, sarebbe una barba, ne sono certa. Sarà molto più divertente dover darmi dar da fare per convincerti… Oh, non spazientirti. Adesso arrivo al punto.
— Grazie — disse lui.
— È semplice. Come il trucco dell'uovo di Colombo, se parti col piede giusto. Il motivo per cui le due teorie del Creatore benevolo e del migliore dei mondi possibili non reggono è che partiamo da un presupposto ingiustificato, cioè dall'idea che questo sia l'unico mondo. Ma proviamo a usare un approccio diverso. Prendiamo un Creatore dotato di un potere infinito. Senza dubbio, un essere simile sarebbe capace di creare un'infinità di mondi, o per lo meno un numero di mondi talmente alto che a noi sembrerebbero infiniti.
"Se parti da questo presupposto, tutto il resto ha senso. Il Creatore ha messo in movimento delle forze; ha creato mondi diversi per ogni singolo essere umano che esiste; ognuno di questi mondi esiste per quel solo essere umano. Il Creatore è un artista, però ricorre all'economia dei mezzi, per cui nei vari mondi si verificano molte ripetizioni di temi e avvenimenti e motivi."
— Oh — ribatté sottovoce Larry. — Adesso comincio a capire a cosa miri. In alcuni mondi, Napoleone ha vinto la battaglia di Waterloo, anche se solo nel suo mondo tutto quanto gli è andato per il verso giusto. In questo mondo, ha dovuto perdere…
— Non sono certa che Napoleone sia mai esistito nel mio mondo — disse Allison, pensosa. — Credo sia solo un nome negli archivi della storia, anche se quella certa persona è esistita in altri mondi. Nel mio mondo, Hitler è stato sconfitto, Roosevelt è morto… Il che avrebbe anche potuto dispiacermi, però non l'ho mai conosciuto, e comunque lui non era molto reale. Hitler e Roosevelt erano solo immagini emigrate qui dai mondi di altre persone…
— D'accordo — disse lui. — E a te, tutto è andato meravigliosamente bene per l'intera vita, eh? Non ti sei mai ammalata o ferita in maniera grave, non hai mai sofferto la fame…
— Più o meno — convenne lei. — Ho avuto dolori e frustrazioni, ma niente di… di veramente grave. E tutte le persone che ho conosciuto hanno contribuito a farmi ottenere qualcosa che desideravo molto, o a farmi capire qualcosa di importante. Come vedi, Larry, la logica è perfetta. Ho dedotto tutto dall'evidenza dei fatti. Non esiste un'altra risposta che possa reggere.
Larry sorrise. — Cosa può importare quello che penso io? Tanto tu non cambierai idea.
Larry, disgustato, scrutò l'edificio. — E questa sarebbe una casa? — borbottò alla fine.
Gli occhi di Allison, posati sulla grande villa, danzavano di felicità. — Cosa, tesoro? Cosa hai detto?
La casa era immensa, e ultramoderna. Pareva l'incubo di un pasticciere. Grandi colonne si protendevano verso il cielo, collegate fra loro da travi spioventi e archi. Le stanze erano sistemate l'una sopra l'altra come scatole da scarpe, ciascuna al proprio angolo. L'intera costruzione era coperta da lastre di chissà quale metallo, di un ributtante color giallo burro. Alla luce del mattino, la casa sprizzava bagliori e scintille.
— Cosa sono quelli? — Larry indicò gli stentati arbusti che si arrampicavano su per i lati irregolari della villa. — Dovrebbero esserci o no?
Allison strizzò le palpebre, fece una mezza smorfia. — Cosa hai detto, tesoro? Vuoi dire le buganvillee? Sono piante molto esotiche. Vengono dal Pacifico del Sud.
— A cosa servono? A tenere assieme la casa?
Il sorriso di Allison svanì. La ragazza corrugò la fronte. — Tesoro, stai bene? C'è qualcosa che non va?
Larry ripartì verso l'automobile. — Torniamo in città. Ho fame. Voglio mangiare.
— Va bene — disse Allison, scrutandolo in maniera strana. — Va bene, torniamo.
Quella sera, dopo cena, Larry era imbronciato e scontroso. — Andiamo al Wind-Up — disse all'improvviso. — Ho voglia di qualcosa di familiare, tanto per cambiare.
— Cosa vorresti dire?
Larry indicò con un cenno del capo il costoso ristorante dal quale erano appena usciti. — Tutta quell'illuminazione chic. E quegli ometti in uniforme che ti sussurrano all'orecchio. In francese.
— Se vuoi ordinare da mangiare, devi conoscere un minimo di francese — dichiarò Allison. Il suo viso si imbronciò. — Larry, sto cominciando ad avere dubbi su te. Il modo in cui ti sei comportato davanti alla casa, le cose che hai detto…
Larry scrollò le spalle. — Vederla mi ha provocato un attacco momentaneo di pazzia.
— Be', spero proprio che ti riprenda.
— Mi sto riprendendo di minuto in minuto.
Andarono al Wind-Up. Allison si avviò all'ingresso. Larry si fermò un attimo ad accendere una sigaretta. Il caro vecchio Wind-Up. Si sentiva già meglio solo a vederselo davanti. Caldo, buio, rumoroso, col suono della stracciata orchestrina dixieland in sottofondo…
Gli tornò il buonumore. Il ritmo e la felicità di un bel locale scalcinato. Con un sospiro, aprì la porta.
E si fermò, folgorato.
Il Wind-Up era cambiato. Era perfettamente illuminato. Al posto di Max c'erano cameriere in divisa bianca che si aggiravano fra i tavoli. Il bar era pieno di donne vestite con eleganza che sorseggiavano cocktail e chiacchieravano. E sul fondo c'era una finta orchestra gitana, con una specie di contadino in costume che portava capelli molto lunghi e torturava un violino.
Allison si girò. — Muoviti! — sbottò, impaziente. — Attiri l'attenzione, fermo sulla soglia.
Larry fissò a lungo la finta orchestra gitana; le cameriere così efficienti; le signore che chiacchieravano; le luci al neon incassate nel soffitto. Si sentì mancare. Barcollò.
— Cosa ti prende? — Allison lo afferrò per un braccio senza tanti complimenti. — Cosa c'è?
— Cos'è… Cos'è successo? — Larry agitò la mano, debolmente, verso l'interno del locale. — C'è stato un incidente?
— Ah, sì. Mi ero dimenticata di dirtelo. Ho parlato col signor O'Mallery. Ieri sera, appena prima di incontrarti.
— Il signor O'Mallery?
— È il proprietario. Un mio vecchio amico. Gli ho fatto notare che il suo locale stava diventando terribilmente sporco e poco attraente. Gli ho indicato i pochi cambiamenti necessari.
Larry uscì, riemerse sul marciapiede. Schiacciò la sigaretta col tacco della scarpa e infilò le mani in tasca.
Allison gli corse dietro. Era paonazza per l'indignazione. — Larry! Dove vai?
— Buonanotte.
— Buonanotte? — Lei lo fissò, stupefatta. — Come sarebbe a dire?
— Me ne vado.
— Te ne vai dove?
—Via. A casa. Nel parco. In un posto qualunque. — Larry si incamminò sul marciapiede, a testa china, con le mani in tasca.
Allison lo raggiunse, gli si fermò di fronte, furibonda. — Hai perso la testa? Ti rendi conto di cosa stai dicendo?
— Ma certo. Ti pianto. Ci lasciamo. È stato bello. Ci rivedremo, una volta o l'altra.
Le due chiazze rosse sulle guance di Allison brillavano come braci. — Un minuto, signor Brewster. Credo che tu abbia dimenticato qualcosa. — La sua voce era dura, crepitante.
— Dimenticato qualcosa? Cioè?
— Tu non puoi andartene. Non puoi scaricarmi. Larry inarcò un sopracciglio. — Non posso?
— Credo che ti convenga ripensarci, finché hai ancora tempo.
— Non afferro l'antifona. — Larry sbadigliò. — Penso che me ne tornerò a casa, al mio appartamento di tre stanze, e mi metterò a letto. Sono stanco. — Fece per superarla.
— Hai dimenticato? — sbottò Allison. — Hai dimenticato che non sei completamente reale? Che esisti solo come parte del mio mondo?
— Signore! Vuoi ricominciare con questa storia?
— Sarà meglio che ci ripensi prima di fare altro. Tu esisti a mio uso e consumo, signor Brewster. Questo è il mio mondo, ricordalo. Forse nel tuo mondo le cose sono diverse, però questo è il mio. E nel mio mondo, le cose vanno come dico io.
— Addio — disse Larry Brewster.
— Te… Te ne vai lo stesso?
Lentamente, Larry Brewster scosse la testa. — No — disse. — No. Per la precisione, io non me ne vado. Ho cambiato idea. Tu dai troppe rogne. Te ne vai tu.
E mentre lui parlava, una sfera di fulgida luce si posò su Allison Holmes, avvolgendola in una splendida, sfolgorante aura. La sfera di luce si alzò, trasportando la signorina Holmes nell'aria, sollevandola senza sforzi sopra i tetti degli edifici, verso il cielo della sera.
Larry Brewster, calmissimo, restò a guardare la sfera di luce che portava via la signorina Holmes. Non lo sorprese vederla svanire gradualmente, diventare quasi impercettibile, finché non ci fu più nulla.
Nulla, se non un fioco bagliore in cielo. Allison Holmes era scomparsa.
Larry Brewster rimase immobile a lungo, immerso nei suoi pensieri, carezzandosi il mento. Allison gli sarebbe mancata. Per certi versi, gli piaceva; per un po' era stata divertente. Ma adesso non c'era più. In quel mondo, Allison Holmes non era mai stata completamente reale. Ciò che Larry aveva conosciuto, ciò che aveva chiamato "Allison Holmes", era soltanto un aspetto parziale della ragazza.
Poi si fermò a ricordare. Mentre la fulgida sfera di luce la portava via, lui aveva intravvisto un mondo diverso, un mondo che era evidentemente il mondo di Allison. Il mondo che lei voleva. Gli edifici gli erano familiari a un livello inquietante: ricordava ancora quella casa…
D'altra parte, Ailison era stata reale, dopo tutto; era esistita nel mondo di Larry, finché non era giunto il momento di essere trasportata nel suo mondo. E lì, avrebbe trovato un altro Larry Brewster, un Larry Brewster costretto a subirla sino in fondo? Rabbrividì al pensiero.
A dire il vero, quell'esperienza, nel suo insieme, gli aveva un po' scosso i nervi.
— Chissà perché — mormorò sottovoce. Ripensò ad altri avvenimenti sgradevoli, ricordò che il semplice fatto che si fossero verificati lo aveva portato a più elevate punte di soddisfazione, a una ricchezza di esperienza che non avrebbe mai potuto conoscere se quegli eventi non ci fossero stati. — Vabbe' — sospirò. — E tutto per il meglio.
Si incamminò lentamente verso casa, le mani affondate nelle tasche. Ogni tanto, alzò la testa al cielo, come in cerca di conferme…