il grande c (italian)
Gli svelarono le domande solo poco prima della partenza. Walter Kent lo trasse in disparte dagli altri. Mise le mani sulle spalle di Meredith e lo scrutò in volto.
— Ricorda che nessuno è mai tornato. Se tu tornerai, sarai il primo. Il primo in cinquant'anni.
Tim Meredith annuì, nervoso e imbarazzato, ma grato a Kent per quelle parole. Dopo tutto, Kent era il Capotribù, un imponente vecchio con capelli e barba grigio acciaio. Aveva una pezza sull'occhio destro, e alla cintura portava due coltelli, anziché uno. E si diceva che conoscesse le lettere.
— Il viaggio in sé non richiede più di un giorno. Ti daremo una pistola. Ci sono anche i proiettili, ma nessuno sa quanti siano ancora buoni. Hai il cibo?
Meredith frugò nello zaino. Tirò fuori una scatoletta di metallo alla quale era attaccato un apriscatole. — Dovrebbe bastarmi — disse, rigirando la scatoletta.
— E l'acqua?
Meredith scrollò la sua borraccia.
— Bene. — Kent studiò il giovane. Meredith indossava stivali di cuoio, una giacca di pelle d'animale, e ghette lunghe. La testa era protetta da un arrugginito elmetto di metallo. Al collo, appeso a una corda di cuoio greggio, aveva un binocolo. Kent toccò i pesanti guanti che coprivano le mani di Meredith. — È l'ultimo paio che abbiamo — disse. — Non ne vedremo mai più un altro paio.
— Devo lasciarli qui?
— Noi speriamo che tu, e i guanti, torniate. — Kent lo prese sottobraccio e si allontanò ancora di più, in modo che nessuno potesse sentire. Il resto della tribù, uomini e donne e bambini, se ne stava in silenzio all'imboccatura del Rifugio, e guardava. Il Rifugio era in cemento, rinforzato da pali che erano stati tagliati in svariati periodi. Una volta, nel remoto passato, una rete di foglie e rami pendeva sopra l'imboccatura, ma era tutto marcito col progressivo corrodersi dei fili metallici, che alla fine erano caduti. Comunque, ormai in cielo non c'era più nulla che potesse accorgersi di un piccolo cerchio di cemento, l'entrata delle grandi camere sotterranee nelle quali viveva la tribù.
— Adesso — disse Kent — le tre domande. — Si chinò su Meredith. — Hai buona memoria?
— Sì — rispose Meredith.
— Quanti libri hai mandato a memoria?
— Mi sono stati letti soltanto sei libri — mormorò Meredith. — Però li conosco tutti.
— Mi basta. D'accordo, ascolta. Abbiamo impiegato un intero anno per decidere queste domande. Purtroppo possiamo farne soltanto tre, e così abbiamo scelto con molta cura. — Dopo di che, sussurrò le domande all'orecchio di Meredith.
Ci fu silenzio. Meredith rifletté sulle domande, rigirandole nella mente. — Pensi che il Grande C riuscirà a rispondere? — chiese alla fine.
— Non lo so. Sono domande difficili. Meredith annuì. — È vero. Preghiamo.
Kent gli tirò una pacca sulla spalla. — D'accordo. Sei pronto a partire. Se tutto va bene, sarai di ritorno qui fra due giorni. Ti aspetteremo. Buona fortuna, ragazzo.
— Grazie — disse Meredith. A passi lenti, tornò dagli altri. Bill Gustavson gli tese la pistola senza una parola. Gli brillavano gli occhi per l'emozione.
— Una bussola — disse John Page, staccandosi dalla sua donna. Porse a Meredith una piccola bussola militare. La sua donna, una giovane bruna rapita a una tribù vicina, scoccò un sorriso d'incoraggiamento.
— Tim!
Meredith si girò. Anne Fry stava correndo verso lui. Meredith tese le braccia, afferrò le mani della donna. — Andrà tutto bene — le disse. — Non preoccuparti.
— Tim. — Lei gli puntò addosso due occhi frenetici. — Tim, stai attento. Prometti?
— Ma certo. — Lui sorrise. Con un gesto goffo, le passò la mano nei folti capelli. — Tornerò. — Ma nel suo cuore c'era un gelo, un blocco di ghiaccio che si andava indurendo. Il gelo della morte. Di scatto, si staccò dalla donna. — Arrivederci — disse a tutti.
La tribù se ne andò. Era solo. Non c'era niente da fare, se non partire. Ripensò di nuovo alle tre domande. Perché avevano scelto proprio lui? Ma qualcuno doveva pur andare a fare le domande. Si avviò verso l'inizio della radura.
— Addio — urlò Kent, immobile vicino ai figli.
Meredith fece un cenno di saluto. Un attimo dopo, entrava nella foresta. Stringeva il coltello in una mano, e nell'altra la bussola.
Avanzò di buon passo, tracciando archi nell'aria col coltello, tagliando i rampicanti e i rami che gli ostacolavano il cammino. Di tanto in tanto, grossi insetti correvano nell'erba davanti a lui. Una volta vide uno scarabeo viola, quasi grosso come il suo pugno. Esistevano creature simili, prima della Catastrofe? Probabilmente no. Uno dei libri che aveva imparato a memoria parlava delle forme di vita del mondo, prima della Catastrofe. Non ricordava accenni a grossi insetti. Gli animali venivano tenuti in greggi e uccisi regolarmente, questo sì. Nessuno cacciava o metteva trappole.
Quella sera si accampò su una lastra di cemento: le fondamenta di un edificio che non esisteva più. Si svegliò due volte, sentendo muoversi qualcosa, ma non gli si avvicinò niente; e quando spuntò il sole, era sano e salvo. Aprì la scatoletta di cibo e mangiò un poco. Poi raccolse le sue cose e ripartì. Verso mezzogiorno, il contatore che portava alla cintura si mise a ticchettare in maniera orribile. Si fermò. Inspirò con calma e rifletté.
Sì, si stava avvicinando alle rovine. Da lì in poi, poteva aspettarsi continue pozze di radiazioni. Diede una pacca al contatore. Era una consolazione averlo. Percorse un breve tratto, avanzando con la massima cautela. Il ticchettio si spense; aveva superato la pozza. Salì una collinetta, aprendosi la strada fra i rampicanti. Un'orda di farfalle si alzò in volo davanti alla sua faccia, e lui le scacciò con le mani. Giunse in cima, si fermò, portò il binocolo agli occhi.
Lontano, c'era una chiazza nera al centro della sterminata distesa verde. Un'area bruciata. Una grande distesa di terreno morto, metallo e cemento fusi. Trattenne il respiro. Quelle erano le rovine; si stava avvicinando sempre più. Per la prima volta in vita sua, vedeva coi propri occhi i resti di una città, i pilastri e le macerie che un tempo erano edifici e strade.
Un'idea folle gli passò nella mente. Avrebbe potuto nascondersi, senza proseguire. Poteva acquattarsi fra i cespugli e aspettare. Poi, quando tutti lo avessero creduto morto, quando gli esploratori della tribù fossero tornati indietro, avrebbe potuto dirigersi a nord, superare la sua tribù, fuggire.
A nord. Lì c'era un'altra tribù, una grande tribù. Fra loro sarebbe stato al sicuro. Non sarebbero mai riusciti a trovarlo, e comunque, la tribù del nord possedeva bombe e batteriosfere. Se fosse riuscito a metterci le mani sopra…
No. Inspirò aria, con un fremito. Era sbagliato. Era stato scelto per quel viaggio. Ogni anno, come stava facendo lui in quel momento, un giovane partiva con tre domande meticolosamente studiate. Domande difficili. Domande alle quali nessun uomo avrebbe saputo rispondere. Ripensò alle domande. Il Grande C sarebbe stato in grado di rispondere? A tutte e tre? Si diceva che il Grande C sapesse tutto. Da un secolo, nella sua grande dimora in rovina, rispondeva alle domande. Se lui non fosse andato, se nessun giovane fosse stato mandato… Meredith rabbrividì. Il risultato sarebbe stato una seconda Catastrofe, identica alla prima. Era successo una volta; poteva succedere di nuovo. Non aveva scelta. Doveva proseguire.
Meredith abbassò il binocolo. Si incamminò sul fianco della collina. Gli passò davanti un topo, un grosso topo grigio. Lui estrasse il coltello, ma il topo scappò via. I topi… Pericolosi. Portatori di germi.
Mezz'ora dopo, il contatore riprese a ticchettare, questa volta a ritmo frenetico. Meredith tornò indietro. Davanti a lui si apriva un pozzo, il cratere di una bomba non ancora invaso dalla vegetazione. Meglio aggirarlo. Si spostò sulla destra e avanzò lentamente, con cautela. A un certo punto, il contatore ticchettò, ma quello fu tutto. Una veloce raffica di radiazioni, come proiettili. Poi il silenzio. Era salvo.
Più tardi mangiò ancora un poco di cibo e sorseggiò acqua dalla borraccia. Non mancava molto. Sarebbe arrivato prima di sera. Avrebbe percorso le strade in rovina, verso il cumulo di pietre e colonne che erano la sua dimora. Avrebbe salito la scala. Gli era stata descritta molte volte. Ogni pietra era minuziosamente riportata sulla mappa che avevano al Rifugio. Conosceva a memoria le strade che portavano là, alla dimora. Sapeva che le grandi porte giacevano sul terreno, scardinate e crepate. Sapeva che aspetto avevano i corridoi interni, bui e deserti. Sarebbe passato nella grande camera, la sala oscura dei pipistrelli e dei ragni e dei suoni echeggianti. E lo avrebbe visto. Il Grande C che attendeva in silenzio le domande. Tre, soltanto tre. Le avrebbe udite. Poi avrebbe meditato, riflettuto. All'interno, ci sarebbero stati ronzii e lampi di luce. Parti metalliche, ingranaggi, interruttori e bobine si sarebbero mossi. I relè si sarebbero aperti e chiusi.
Avrebbe saputo rispondere?
Meredith ripartì. Lontano, dietro chilometri di terreno coperto dall'intrico della foresta, il profilo delle rovine era sempre più netto.
Il sole cominciava a tramontare quando lui scalò il fianco di una collina rocciosa e puntò gli occhi su quella che un tempo era stata una città. Prese dalla cintura la torcia elettrica e l'accese. La luce era fioca, instabile; le piccole pile erano quasi esaurite. Ma Meredith riuscì a vedere le strade in rovina e i cumuli di macerie. I resti di una città dove aveva vissuto suo nonno.
Scese dalla collina e balzò con un tonfo sulla strada. Il contatore emise un ticchettio rabbioso, ma lui lo ignorò. Non esisteva un'altra entrata. Era l'unica via possibile. Sull'altro lato, una parete di scorie fuse bloccava il cammino. Procedette a passi lenti, inspirando grandi boccate d'aria. Nella penombra del crepuscolo, qualche uccello stava posato sulle pietre, e di tanto in tanto una lucertola guizzava via, scompariva in una crepa. C'era vita, lì; vita di uno strano tipo: uccelli e lucertole che si erano adattati a sopravvivere tra le ossature superstiti degli edifici. Ma nient'altro si spingeva sin lì; non le tribù, non i grandi animali. Quasi tutti gli esseri viventi, anche i cani selvatici, stavano alla larga da posti come quello. E Meredith vedeva bene perché.
Avanzò, passando il debole raggio di luce da una parte all'altra. Schivò un enorme foro, l'apertura di un rifugio sotterraneo. Fucili in rovina erano puntati su lui da ogni lato; le canne erano piegate e spezzate. Meredith non aveva mai usato un fucile. La loro tribù possedeva pochissime armi di metallo. Si affidavano soprattutto a ciò che riuscivano a costruire con le proprie mani, lance e giavellotti. Archi e frecce. Clave di pietra.
Gli si parò dinanzi un colosso. I resti di un edificio enorme. Sollevò la torcia, ma il raggio non arrivava abbastanza in alto per permettergli di vedere. Era quella la dimora? No. Più avanti. Proseguì, scavalcando quella che un tempo era stata una barricata: lastre di metallo, sacchi di sabbia, filo spinato.
Un istante dopo, arrivò.
Si fermò, con le mani sui fianchi, a scrutare i gradini di cemento, la cavità nera che era la porta. Era giunto alla meta. Di lì a un attimo, non avrebbe più potuto tornare indietro. Se fosse entrato adesso, avrebbe assunto l'impegno. Avrebbe preso la sua decisione nel momento stesso di toccare i gradini con gli stivali. Il Grande C era a poca distanza da lui, dietro l'ingresso, oltre un corridoio serpeggiante, al centro dell'edificio.
Meredith restò immobile a lungo, immerso nei suoi pensieri, grattandosi la barba nera. Cosa doveva fare? Correre via, tornare nella direzione dalla quale era venuto? Con la pistola, poteva abbattere tutti gli animali che gli occorrevano per restare in vita. Poi, verso nord…
No. Contavano su lui. Si aspettavano che ponesse le tre domande. Se non lo avesse fatto, qualcun altro avrebbe dovuto recarsi lì. Non c'era via di fuga. La decisione era già stata presa. Era stata presa quando lo avevano scelto. Ormai era troppo tardi.
Cominciò a salire i gradini cosparsi di macerie, puntando la torcia in avanti. All'entrata si fermò. Sopra di lui, scolpite nel cemento, c'erano delle parole. Anche lui conosceva un minimo di lettere. Sarebbe riuscito a leggere? Lentamente, sillabò:
STAZIONE FEDERALE DI RICERCA 7 MOSTRARE IL PERMESSO SU RICHIESTA.
Le parole non significavano niente, per lui. A parte, forse, "federale". Aveva già sentito quella parola, ma non ne ricordava il senso. Scrollò le spalle. Non aveva nessuna importanza. Riprese il cammino.
Gli bastarono pochi minuti per superare i corridoi. Una volta, per sbaglio, girò a destra e si trovò in un cortile pericolante, cosparso di pietre e cavi. Erbacce scure, appiccicose, crescevano dappertutto. Ma dopo quell'episodio, non commise altri errori. Avanzò tenendo una mano sulla parete, per sicurezza. Ogni tanto, il contatore ticchettava, ma lui lo ignorò. Alla fine, una corrente di aria secca e fetida gli soffiò in faccia, e la parete di cemento al suo fianco terminò bruscamente. Era arrivato. Girò attorno il raggio di luce. Davanti a lui c'era un'apertura, un'arcata. L'ingresso. Guardò su. Altre parole, questa volta su una placca di metallo imbullonata al cemento.
DIVISIONE CALCOLI
ACCESSO PERMESSO SOLO AL PERSONALE
AUTORIZZATO
NON È AMMESSO NESSUN ALTRO
Meredith sorrise. Parole, simboli. Lettere. Tutto scomparso, tutto dimenticato. Proseguì, superò l'arcata. Altri soffi d'aria. Un pipistrello, disturbato, lo superò svolazzando. Dall'eco dei propri passi, Meredith capì che la camera era enorme, più grande di quanto avesse immaginato. Inciampò in qualcosa e si fermò, puntando la torcia.
Dapprima, non capì cosa fossero. Nella sala erano disseminate file di oggetti che si alzavano in verticale, a centinaia, tutti in rovina. Li scrutò, perplesso. Cos'erano? Idoli? Statue? Poi comprese. Erano oggetti per sedersi. File di sedie che erano marcite, andando in frantumi. Tirò un calcio a una sedia, e la sedia si accartocciò a terra. Si levò una nube di polvere che si disperse nelle tenebre. Meredith rise.
— Chi c'è? — chiese una voce.
Meredith si pietrificò. Aprì la bocca, ma non ne uscì alcun suono. Gocce di sudore gelido si formarono sulla sua pelle. Deglutì, passò dita irrigidite sulle labbra.
— Chi c'è? — ripetè la voce: una voce metallica, dura e penetrante, priva del minimo calore. Una voce senza emozioni. Una voce d'acciaio e ottone. Relè e interruttori.
Il Grande C!
Meredith aveva paura, più di quanta ne avesse mai avuta in vita sua. Il suo corpo tremava in maniera terribile. Impacciato, riprese ad avanzare. Superò le sedie in rovina, puntando la luce della torcia.
Una fila di luci brillava in alto, lontana. Ci fu un ronzio. Il Grande C stava tornando in vita. Consapevole della sua presenza, usciva dal letargo. Altre luci si accesero; ci furono suoni di interruttori e relè.
— Chi sei? — disse il Grande C.
— Vengo… Vengo con le domande. — Meredith barcollò avanti, verso la fila di luci. Sbatté contro una ringhiera di metallo, rimbalzò indietro, cercò di ritrovare l'equilibrio. — Tre domande. Te le devo porre.
Ci fu silenzio.
— Sì — disse alla fine il Grande C. — È di nuovo tempo per le domande. Le avete preparate per me?
— Sì. Sono molto difficili. Non credo che le troverai facili. Forse non riuscirai a rispondere. Noi…
— Risponderò. Ho sempre risposto. Avvicinati di più. Meredith si portò avanti, schivando la ringhiera.
— Sì, io saprò. Tu pensi che siano difficili. Voi non avete idea delle domande che mi sono state poste in passato. Prima della Catastrofe rispondevo a domande che voi non siete nemmeno in grado di concepire. Rispondevo a domande che richiedevano giorni di calcolo. Gli uomini avrebbero impiegato mesi per trovare da soli quelle risposte.
Meredith cominciò a prendere un po' di coraggio. — È vero — disse — che gli uomini venivano da ogni parte del mondo per farti domande?
— Sì. Scienziati di ogni dove mi chiedevano cose, e io rispondevo. Non c'era nulla che non sapessi.
— Come… Come è iniziata la tua esistenza?
— E una delle tre domande?
— No. — Meredith si affrettò a scrollare la testa. — No, naturalmente.
— Avvicinati di più — disse il Grande C. — Non ti vedo bene. Sei della tribù che vive appena fuori città?
— Sì.
— In quanti siete?
— Diverse centinaia di persone.
— State crescendo.
— Nascono sempre più bambini. — Meredith deglutì. Il suo orgoglio si riaccese. — Io stesso ho avuto figli da otto donne.
— Meraviglioso — disse il Grande C, ma Meredith non riuscì a capire cosa realmente intendesse. Ci fu una pausa di silenzio.
— Ho un'arma — disse Meredith. — Una pistola.
— Davvero?
Lui la alzò. — Non ho mai usato una pistola. Abbiamo proiettili, ma non so se sono ancora utilizzabili.
— Come ti chiami? — chiese il Grande C.
— Meredith. Tim Meredith.
— Sei giovane, ovviamente.
— Sì. Perchè?
— Adesso ti vedo piuttosto bene — disse il Grande C, ignorando la domanda. — Una parte della mia strumentazione è andata distrutta nella Catastrofe, ma vedo ancora un poco. In origine, mi servivo di dispositivi visivi per leggere le domande matematiche. Risparmiavo tempo. Vedo che porti elmetto e binocolo. E stivali militari. Dove li hai trovati? La tua tribù non produce cose del genere, vero?
— No. Le abbiamo trovate in ripostigli sotterranei.
— Materiali militari sopravvìssuti alla Catastrofe — disse il Grande C. — Materiali delle Nazioni Unite, a giudicare dal colore.
— E' vero che… che potresti provocare una seconda Catastrofe? Come la prima? Ci riusciresti davvero?
— Ma certo! Potrei farlo in qualunque momento. Anche adesso.
— E come? — chiese Meredith, cauto. — Spiegami come.
— Come l'altra volta — rispose il Grande C, vago. — L'ho già fatto, come la tua tribù sa bene.
— Le nostre leggende dicono che il mondo intero ha preso fuoco. Che all'improvviso gli… gli atomi ne hanno fatto un luogo terribile. E che sei stato tu a inventare gli atomi, a scatenarli sul mondo. Che li hai fatti piovere dall'alto. Però non sappiamo come hai fatto.
— Non ve lo dirò mai. È una cosa troppo terribile perché voi possiate saperla. Meglio lasciare perdere.
— Certo, se lo dici tu — mormorò Meredith. — L'uomo ti ha sempre dato ascolto. Veniva qui a fare domande e ti dava ascolto.
Il Grande C restò muto per un po'. — Sai — disse poi — io esisto da molto tempo. Ricordo la vita prima della Catastrofe. Potrei raccontartene parecchie cose. La vita era molto diversa, allora. Tu porti la barba e cacci animali nei boschi. Prima della Catastrofe non c'erano boschi. Solo città e fattorie. E gli uomini si radevano il mento. Molti portavano abiti bianchi, all'epoca. Erano scienziati. Brava gente. Sono stati loro a costruirmi.
— Che fine hanno fatto?
— Se ne sono andati — disse il Grande C, vago. — Einstein. Riconosci il nome? Albert Einstein?
— No.
— Era il più grande scienziato. Sei sicuro di non conoscere il nome? — Il Grande C parve deluso. — Io ho risposto a domande alle quali nemmeno lui avrebbe saputo rispondere. Esistevano altri Computer, ma nessuno formidabile come me.
Meredith annuì.
— Qual è la tua prima domanda? — disse il Grande C. — Fammela, e io risponderò.
Una paura improvvisa si impossessò di Meredith, gli scosse il corpo, gli fece tremare le ginocchia. — La prima domanda? — mormorò. — Lasciami pensare. Devo riflettere.
— Hai dimenticato?
— No. Devo sistemarle nell'ordine giusto. — Meredith si inumidì le labbra, carezzò nervosamente la barba. — Fammi pensare. Per prima ti farò la domanda più facile. Comunque, anche questa è molto difficile. Il Capotribù…
— Forza. Chiedi.
Meredith annuì. Guardò su, deglutì. Quando parlò, la sua voce era spezzata e roca. — La prima domanda. Da dove…
— Più forte — disse il Grande C.
Meredith trattenne il fiato. — Da dove viene la pioggia? — disse. Ci fu silenzio.
— Lo sai? — chiese Meredith, in nervosa attesa. File di luci presero a lampeggiare sopra la sua testa. Il Grande C meditava, ponderava. Ronzò, emise una sommessa pulsazione. — Conosci la risposta?
— La pioggia proviene dalla Terra, principalmente dagli oceani — disse il Grande C. — Si solleva in aria per un processo di evaporazione. L'agente del processo è il calore del sole. L'umidità degli oceani sale sotto forma di minuscole particelle. Queste particelle, quando sono abbastanza grandi, entrano in una fascia d'aria più fredda. A quel punto si verifica la condensazione. L'umidità si raccoglie in grosse nubi. Quando se n'è raccolta una quantità sufficiente, l'acqua ridiscende sotto forma di gocce. Voi chiamate "pioggia" le gocce.
Meredith si grattò il mento, depresso, e annuì. — Vedo. — Annuì di nuovo. — È questo che succede.
— Sì.
— Ne sei sicuro?
— Ma certo. Qual è la seconda domanda? La prima non era molto difficile. Voi non avete idea della quantità di conoscenze e informazioni immagazzinate dentro me. Un tempo rispondevo a domande impossibili per le più grandi menti del mondo. Per lo meno, loro non erano in grado di affrontarle con la mia stessa facilità. Qual è la seconda domanda?
— Questa è più difficile. — Meredith uscì in un sorriso poco convinto. Il Grande C aveva risposto alla domanda sulla pioggia, ma senza dubbio non poteva conoscere la risposta all'altra domanda. — Dimmi — sillabò lentamente. — Dimmi, se lo sai. Cos'è che fa muovere il sole in cielo? Perché non si ferma? Perché non cade al suolo?
Il Grande C emise un ronzio divertito, quasi una risata. — La risposta ti lascerà stupefatto. Il sole non si muove. O almeno, ciò che a voi pare un movimento non lo è affatto. Dato che vi trovate sulla Terra, avete l'impressione di essere immobili, mentre il sole si muove. Non è così. Tutti e nove i pianeti, Terra compresa, ruotano attorno al sole su orbite ellittiche regolari. Lo fanno da milioni di anni. Questo risponde alla tua domanda?
Il cuore di Meredith si raggelò. Il giovane cominciò a tremare violentemente. Alla fine, riuscì a farsi forza. — Mi è difficile crederti. Stai dicendo la verità?
— Per me esiste solo la verità — disse il Grande C. — Mi è impossibile mentire. Qual è la terza domanda?
— Aspetta — ribatté a labbra serrate Meredith. — Lasciami pensare un momento. — Si spostò di lato. — Devo riflettere.
— Perché?
— Aspetta. — Meredith indietreggiò. Si accoccolò sul pavimento, lo sguardo fisso in avanti. Impossibile. Il Grande C aveva risposto alle prime domande senza alcun problema! Ma come poteva sapere quelle cose? Com'era possibile che qualcuno conoscesse la verità sul sole? Sul cielo? Il Grande C era imprigionato nella sua dimora. Come poteva sapere che il sole non si muoveva? La mente di Meredith era in subbuglio. Come poteva essere informato su qualcosa che non aveva mai visto? Libri, forse. Scrollò la testa, nel tentativo di schiarirsi le idee. Forse, prima della Catastrofe, qualcuno gli aveva letto dei libri. Meredith aggrottò la fronte, e le sue labbra assunsero una piega decisa. Sì, probabilmente era così. Si rialzò senza fretta.
— Adesso sei pronto? — disse il Grande C. — Chiedi.
— A questa domanda non saprai mai rispondere. Nessuna creatura vivente potrebbe saperlo. Ecco la domanda. Come ha avuto inizio il mondo? — Meredith sorrise. — Non puoi saperlo. Non esistevi prima del mondo. Quindi, è impossibile che tu sappia.
— Esistono diverse teorie — rispose il Grande C, calmo. — La più soddisfacente è l'ipotesi nebulare. In base a questa teoria, una nebulosa in graduale restringimento…
Meredith ascoltò, stordito. Udì le parole soltanto a metà. Possibile? Poteva darsi che il Grande C sapesse davvero come si era formato il mondo? Si ricompose e cercò di seguire le parole.
— Ci sono diversi modi per verificare questa teoria, il che la rende preferibile ad altre. Fra le altre, la più popolare, anche se recentemente è stata giudicata discutibile, è l'ipotesi che una seconda stella si sia avvicinata al nostro sole, provocando un violento…
Il Grande C continuò a parlare, solleticato dall'argomento. Era chiaro che la domanda gli piaceva. Era chiaro che quello era il tipo di domande che gli venivano poste nell'imperscrutabile passato, prima della Catastrofe. Il Grande C aveva risposto con tutta facilità alle tre domande sulle quali la tribù aveva lavorato per un intero anno. Impossibile. Meredith era esterrefatto.
Il Grande C terminò. — Allora? — disse. — Sei soddisfatto? Come puoi vedere, conosco le risposte. Immaginavi sul serio che non sarei riuscito a rispondere?
Meredith non disse niente. Era folgorato, terrificato dallo shock e dalla paura. Il sudore gli colò dalla fronte sulla barba. Aprì la bocca, ma non ne uscì una sola parola.
— E adesso — disse il Grande C — dato che sono riuscito a rispondere alla domande, vieni avanti, per favore.
Meredith avanzò a passi rigidi, lo sguardo puntato dinnanzi a sé. Sembrava in trance. Tutt'attorno a lui, si accesero luci che illuminarono la sala. Per la prima volta, Meredith vide il Grande C. Per la prima volta, le tenebre si sollevarono.
Il Grande C stava su una piattaforma rialzata. Era un immenso cubo di metallo opaco, corroso. Una parte del soffitto si era squarciata, e blocchi di cemento gli avevano ammaccato il fianco destro. Tubi metallici e altre parti erano sparpagliati sulla piattaforma: elementi contorti e spezzati, abbattuti dalla caduta del soffitto.
Un tempo, il Grande C brillava. Adesso il cubo era sporco, costellato di macchie. Dal tetto era scesa acqua; pioggia e macerie si erano riversate sui suoi lati. Uccelli vi si erano appollaiati sopra, lasciando piume e sterco. Nella grande distruzione, quasi tutti i cavi erano rimasti spezzati: i cavi che correvano dal cubo al pannello dei comandi.
E oltre ai cavi e ai frammenti metallici, sulla piattaforma c'era anche qualcosa d'altro. Disposti a cerchio davanti al Grande C c'erano mucchi di ossa. Ossa e parti di vestiti, fibbie di cinture, aghi, elmetti, qualche coltello, una scatoletta di razioni alimentari.
I resti dei cinquanta giovani che si erano recati lì in passato, ognuno con le sue tre domande. Tutti avevano sperato, pregato, che il Grande C non conoscesse le risposte.
— Salta su — disse il Grande C.
Meredith salì sulla piattaforma. Davanti a lui, una scaletta di metallo portava alla sommità del cubo. La salì senza capire, stordito, confuso, muovendosi come una macchina. Una parte della superficie metallica scivolò di lato, cigolando.
Meredith guardò giù. Sotto di lui c'era una vasca di liquido ribollente. Una vasca all'interno delle viscere del Grande C, nel cuore stesso del Grande C. Meredith esitò. Cercò di resistere, di tornare indietro.
— Salta — disse il Grande C.
Per un lungo momento, Meredith rimase immobile sull'orlo del precipizio. Fissava la vasca, paralizzato da paura e orrore. Gli girava la testa; gli occhi gli trasmettevano immagini confuse. La stanza cominciò a inclinarsi, ruotando lentamente attorno a lui. Barcollava, ondeggiava avanti e indietro.
— Salta — ripetè il Grande C. Meredith saltò.
Un attimo dopo, la superficie di metallo scivolò di nuovo al suo posto. La superficie del cubo era ancora una volta compatta.
Dentro, nelle viscere della macchina, la vasca di acido cloridrico prese a ribollire a ritmo frenetico. Dopo qualche istante, il corpo inerte cominciò a dissolversi. Gli elementi che lo componevano vennero assorbiti da tubazioni e condotti, e riversati in ogni singola parte del Grande C. Alla fine, i movimenti cessarono. L'immane cubo piombò nel silenzio.
A una a una, le luci si spensero. La camera era nuovamente immersa nel buio.
L'ultimo atto dell'assorbimento fu l'aprirsi di uno sportello, sul davanti del Grande C. Una massa grigia venne espulsa, sparata fuori: ossa, e un elmetto di metallo. La massa cadde sui mucchi davanti al cubo, unendosi ai resti dei cinquanta giovani che avevano preceduto Meredith. Poi si spense anche l'ultima luce, e la macchina ripiombò nel silenzio. Il Grande C si preparò ad aspettare un altro anno.
Trascorso il terzo giorno, Kent capì che il giovane non sarebbe tornato. Rientrò nel Rifugio con gli esploratori della tribù, cupo e accigliato. Non aprì bocca.
— Un altro uomo scomparso — disse Page. — Ero così sicuro che non sarebbe riuscito a rispondere a quelle tre domande! Il lavoro di un intero anno sprecato.
— Dovremo sempre sacrificare al Grande C? — chiese Bill Gustavson.
— Andrà avanti così per l'eternità, anno dopo anno?
— Un giorno, troveremo una domanda alla quale non saprà rispondere — disse Kent. — Allora ci lascerà in pace. Se riusciremo a sbalordirlo, non dovremo più nutrirlo. Se solo potessimo trovare la domanda giusta!
Gli si avvicinò Anne Fry. Era pallida come uno spettro. — Walter? — disse.
— Sì?
— È stato sempre… nutrito in questo modo? Ha sempre avuto bisogno di qualcuno di noi per restare in vita? Non riesco a credere che fossero necessari esseri umani per tenere in vita una macchina.
Kent scosse la testa. — Prima della Catastrofe, doveva servirsi di chissà quale sostanza artificiale. Poi è successo qualcosa. Forse i suoi condotti di alimentazione sono rimasti danneggiati, o spezzati, e ha cambiato abitudini. Probabilmente è stato costretto. Da questo punto di vista, è identico a noi. Tutti noi abbiamo cambiato abitudini. Un tempo, gli esseri umani non cacciavano animali, non mettevano trappole. E un tempo, il Grande C non si nutriva di esseri umani.
— Perché… Perché ha provocato la Catastrofe, Walter?
— Per dimostrare di essere più forte di noi.
— È sempre stato così forte? Più forte dell'uomo?
— No. Si dice che un tempo non esistesse nessun Grande C. Che sia stato l'uomo stesso a crearlo, per insegnargli cose. Ma gradualmente, il Grande C diventò sempre più forte, sino a farci piovere addosso gli atomi… E con gli atomi, la Catastrofe. Adesso si nutre di noi. Il suo potere ci ha resi schiavi. Siamo diventati troppo deboli.
— Però, un giorno, arriverà il momento che non conoscerà le risposte — disse Page.
— E allora dovrà lasciarci liberi — disse Kent — stando alla tradizione. Dovrà smettere di usarci come cibo.
Page strinse i pugni. Si girò a guardare la foresta. — Un giorno arriverà il momento! Un giorno riusciremo a trovare una domanda troppo difficile per lui!
— Mettiamoci al lavoro — disse Gustavson, cupo. — Prima cominciamo a prepararci per l'anno prossimo, meglio sarà.