il cannone (italian)
Il capitano scrutò nell'oculare del telescopio. Regolò velocemente la messa a fuoco.
— Si, quella che abbiamo visto era una fissione nucleare, non c'è dubbio — disse poi. Sospirò e scostò l'oculare. — Chi ha voglia di guardare può farlo. Ma non è uno spettacolo gradevole.
— Mi lasci guardare — disse Tance, l'archeologo. Si chinò sul telescopio, socchiudendo l'occhio. — Buon Dio! — Balzò violentemente all'indietro e andò a sbattere contro Dorle, il primo navigatore.
— Perché siamo arrivati fin qui, allora? — chiese Dorle, scrutando gli altri uomini. — È inutile anche solo atterrare. Ripartiamo immediatamente.
— Forse ha ragione — mormorò il biologo. — Però vorrei guardare coi miei occhi, se posso. — Superò Tance e guardò nel telescopio.
Vide una grande distesa, una sterminata superficie grigia, che si stendeva fino all'orlo del pianeta. Dapprima pensò che fosse acqua, ma dopo un attimo si rese conto che si trattava di scorie, scorie butterate, fuse, interrotte solo da colline rocciose che spuntavano a intervalli irregolari. Nulla si muoveva. Tutto era muto, morto.
— Vedo — disse Fomar, staccandosi dal telescopio. — Be', lì non troverò legumi. —Tentò di sorridere, ma le sue labbra rimasero immobili. Indietreggiò e si mise in disparte, puntando gli occhi oltre i compagni.
— Chissà cosa riveleranno i campioni d'atmosfera — disse Tance.
— Credo di poter indovinare — rispose il capitano. — La maggioranza dell'atmosfera sarà avvelenata. Ma non ci aspettavamo tutto questo? Non vedo perché dobbiamo essere così sorpresi. Una fusione visibile fin dal nostro sistema deve essere una cosa terribile.
Si avviò in corridoio, altero e senza la minima espressione in volto. Gli altri lo guardarono scomparire in sala comando.
Quando il capitano chiuse la porta, la giovane donna si voltò. — Cosa dice il telescopio? Notizie buone o cattive?
— Cattive. Non può esistere nessuna forma di vita. Atmosfera avvelenata, acqua vaporizzata, tutto il terreno fuso.
— Potrebbero essersi rifugiati nel sottosuolo?
Il capitano aprì l'oblò di babordo, per rendere visibile la superficie del pianeta che avevano sotto. I due guardarono giù, muti, turbati. Chilometro dopo chilometro, c'erano solo rovine immote, scorie nere percorse da buchi e asperità, e di tanto in tanto, un ammasso roccioso.
Nasha sussultò all'improvviso. — Guardi! Là, vicino all'orlo del pianeta. Vede?
Puntarono gli occhi. Qualcosa si alzava dal suolo, qualcosa che non era roccia, non era una formazione accidentale. Era rotonda, un cerchio composto di tanti punti, grumi bianchi sulla pelle morta del pianeta. Una città? Edifici?
— Faccia virare la nave, la prego — disse Nasha, eccitata. Scostò dal viso i capelli scuri. — Faccia virare la nave, e vediamo cos'è!
La nave virò, invertì la rotta. Quando furono al di sopra dei punti bianchi, il capitano fece scendere la nave, abbassandosi il più possibile. — Moli — disse. — Moli di un qualche tipo di pietra. Forse pietre artificiali, ottenute con la fusione. I resti di una città.
— Dio del cielo — mormorò Nasha. — È spaventoso. — Guardò le rovine scomparire dietro loro. I quadrati bianchi, disposti a semicerchio, si protendevano dalle scorie, corrosi e solcati da crepe come denti rotti.
— Non c'è niente di vivo — disse alla fine il capitano. — Penso che ripartiremo immediatamente. So che la maggioranza dell'equipaggio se ne vuole andare. Chiami la stazione ricevente del governo col trasmettitore e li informi di quello che abbiamo trovato. Dica che…
Barcollò.
Il primo proiettile atomico aveva centrato la nave, facendola ruotare su se stessa. Il capitano cadde sul pavimento, precipitò sulla consolle dei comandi. Gli piovvero addosso carte e strumenti. Mentre si rialzava, li colpì il secondo proiettile. Il soffitto si squarciò; montanti e travi si contorsero, si piegarono. La nave rabbrividì, cominciò a cadere, riprese quota dopo l'intervento dei comandi automatici.
Il capitano rimase sdraiato sul pavimento, sotto la consolle sventrata. Nell'angolo, Nasha cercò di liberarsi dai detriti.
Fuori, gli uomini stavano già sigillando le falle nella fiancata della nave: la preziosa aria fuggiva fuori, disperdendosi nel vuoto. — Aiutatemi! — urlò Dorle. — Qui c'è un principio di incendio. Hanno preso fuoco i cavi. — Due uomini lo raggiunsero di corsa. Tance osservava impotente; le lenti dei suoi occhiali si erano fracassate.
— Allora laggiù c'è vita, dopo tutto — disse, quasi fra sé. — Ma com'è possibile…
— Dacci una mano — disse Fomar, superandolo di corsa. — Dacci una mano. Dobbiamo atterrare!
Era notte. Qualche stella brillava sopra loro, dardeggiando fra i sedimenti di sabbia che il vento smuoveva sulla superficie del pianeta.
Dorle guardò fuori, aggrottò la fronte. — Che razza di posto per un naufragio. — Riprese a lavorare: picchiava un martello sullo scafo piegato della nave, per restituirgli la sua forma normale. Indossava una tuta pressurizzata; c'erano ancora molte piccole falle, e le particelle radioattive sospese nell'atmosfera avevano già trovato la via per entrare sulla nave.
Nasha e Fomar sedevano al tavolo in sala comando. Pallidi e solenni, studiavano l'inventario.
— Siamo a corto di carboidrati — disse Fomar. — Volendo, potremmo ricorrere ai grassi che abbiamo stivati, però…
— Chissà se potremmo trovare qualcosa, là fuori. — Nasha si avvicinò all'oblò. — Molto poco invitante. — Si mise a camminare avanti e indietro, snella e piccola, il viso cupo di stanchezza. — Secondo te, cosa troverebbe una squadra d'esplorazione?
Fomar scrollò le spalle. — Non molto. Forse qualche erbaccia che cresce fra le crepe, qua e là. Niente di utilizzabile. Qualunque cosa capace di adattarsi a questo ambiente sarebbe tossica, letale.
Nasha si fermò, si massaggiò le guance: c'era una profonda ferita, ancora rossa e gonfia. — Allora come te lo spieghi? Stando alla tua teoria, gli abitanti devono essere tutti morti, fritti come patate. Ma chi ha sparato a noi? Qualcuno ci ha individuati, ha preso una decisione, puntato un cannone.
— E ha stimato benissimo le distanze — disse con voce fioca il capitano, dalla cuccetta in un angolo. Si girò verso gli altri. — È questo quello che mi preoccupa. Il primo proiettile ci ha messi fuori combattimento, il secondo ci ha quasi distrutti. La mira era buona, perfetta. E noi non siamo un bersaglio troppo facile.
— Vero. — Fomar annuì. — Be', forse troveremo la risposta prima di andarcene da qui. Che situazione strana! Tutti i nostri ragionamenti ci dicono che non può esserci vita. L'intero pianeta è bruciato, l'atmosfera non esiste più, è solo un concentrato di veleni.
— Il cannone che ha sparato i proiettili è sopravvissuto — disse Nasha. — Perché non la popolazione?
— Non è la stessa cosa. Il metallo non ha bisogno di aria per respirare. II metallo non si ammala di leucemia per le particelle radioattive. Il metallo non ha bisogno di cibo e acqua.
Calò il silenzio.
— Un paradosso — disse poi Nasha. — In ogni caso, io credo che domattina dovremmo mandare fuori una squadra d'esplorazione. E nel frattempo dovremmo continuare a cercare di riparare la nave, metterla in condizione di affrontare il viaggio di ritorno.
— Occorreranno giorni per poter decollare — disse Fomar. — Dovremmo tenere tutti gli uomini al lavoro qui. Non possiamo permetterci di far uscire una squadra.
Nasha accennò un sorriso. — Manderemo te col primo gruppo. Forse riuscirai a scoprire… Cos'era che ti interessava tanto?
— Legumi. Legumi commestibili.
— Forse potrai trovarne qualcuno. Però…
— Però cosa?
— Però stai attento. Ci hanno già sparato una volta, senza nemmeno sapere chi siamo o perché siamo venuti qui. Credi che abbiano combattuto fra loro? Forse non riuscivano a immaginare che qualcuno potesse avere intenzioni amichevoli, in nessuna circostanza. Che strano tratto evolutivo, la tendenza inter-razziale alla guerra. Combattere altri membri della propria specie!
— Domattina sapremo — disse Fomar. — Adesso cerchiamo di dormire un po'.
Il sole si levò freddo e austero. Le tre persone, due uomini e una donna, uscirono dal portello, si lasciarono cadere sul terreno durissimo.
— Che giornata — mugugnò Dorle. — Avevo detto che mi sarebbe piaciuto molto rimettere piede su un vero terreno, però…
— Vieni qui — disse Nasha. — Al mio fianco. Voglio dirti qualcosa. Vuoi scusarci, Tance?
Tance annuì, cupo. Dorle raggiunse Nasha. I due si incamminarono assieme, posando le suole di metallo sul terreno. Nasha si girò a guardare l'uomo.
— Ascolta. Il capitano sta morendo. Non lo sa nessuno, a parte noi due. Sarà morto entro la fine del periodo diurno di questo pianeta. La caduta gli ha provocato danni cardiaci. Aveva quasi sessant'anni, lo sai.
Dorle annuì. — Peccato. Ho un enorme rispetto per lui. Ovviamente, prenderai tu il posto di capitano in sua vece. Visto che sei già comandante in seconda…
— No. Preferirei vedere il comando affidato a qualcun altro, magari te o Fomar. Ho riflettuto sulla situazione e mi pare che dovrei dichiararmi accoppiata a uno di voi. A quello che desidera diventare capitano. Dopo di che, potrei declinare la responsabilità.
— Be', io non voglio essere capitano. Lo faccia Fomar.
Nasha lo studiò. L'uomo alto e biondo camminava al suo fianco, chiuso nella tuta pressurizzata. — Nutro una certa parzialità nei tuoi confronti — disse Nasha. — Potremmo provarci per un po', se non altro. Ma fai come preferisci. Guarda, qui c'è qualcosa.
Smisero di camminare, si lasciarono raggiungere da Tance. Di fronte a loro c'era un edificio in rovina. Dorle scrutò attorno, pensoso.
— Vedete? Questo posto è un bacino naturale, una grande vallata. Vedete le formazioni di roccia che si alzano su tutti i lati, a riparare il fondo? Forse una parte della grande esplosione si è scaricata qui ed è stata deviata.
Si aggirarono fra le rovine, raccogliendo rocce e frammenti. — Secondo me era una fattoria — disse Tance, esaminando un pezzo di legno. — Questo faceva parte di un mulino a vento.
— Davvero? — Nasha prese il legno e lo rigirò. — Interessante. Però muoviamoci. Non abbiamo molto tempo.
— Guarda — disse di colpo Dorle. — Da quella parte, là in fondo. Notevole, no? — Puntò l'indice.
Nasha trattenne il respiro. — Le pietre bianche.
— Cosa?
Nasha alzò gli occhi su Dorle. — Le pietre bianche. I grandi denti rotti. Il capitano e io le abbiamo viste dalla sala comando. — Sfiorò dolcemente il braccio di Dorle. — Hanno sparato da qui. Non credevo fossimo atterrati tanto vicino.
— Che cos'è? — chiese Tance, raggiungendoli. — Senza gli occhiali sono quasi cieco. Cosa vedete?
— La città. Il posto da cui hanno sparato.
— Oh. — I tre si fermarono. — Be', ripartiamo — disse Tance. — Impossibile sapere cosa troveremo lì. — Dorle lo scrutò con una smorfia.
— Aspetta. Non sappiamo in che guai potremmo cacciarci. Devono avere delle sentinelle. Probabilmente ci avranno già visti, a dire il vero.
— Probabilmente avranno visto la nave — disse Dorle. — Probabilmente sapranno già dove trovarla, dove bombardarla. Quindi, che differenza fa che noi ci avviciniamo o no?
— E vero — disse Nasha. — Se vogliono distruggerci sul serio, non abbiamo una sola possibilità. Non possediamo armamenti. Questo lo sapete.
— Io ho una pistola. — Dorle annuì. — Va bene, allora proseguiamo. Credo che tu abbia ragione, Tance.
— Però restiamo uniti — disse nervosamente Tance. — Nasha, stai camminando troppo veloce.
Nasha si girò a guardare. Rise. — Se vogliamo arrivare entro sera, dobbiamo affrettarci.
Raggiunsero le propaggini della città attorno alla metà del pomeriggio. Il sole, caldo e giallo, era immobile sopra loro nel cielo incolore. Dorle si fermò sulla cima di una collina affacciata sulla città.
— Be', eccola. Quello che ne è rimasto.
Non era rimasto molto. I grandi moli di cemento che avevano scorto non erano affatto inoli, ma le fondamenta in rovina di edifici. Erano stati cotti dal calore immane; cotti e carbonizzati quasi fino a livello del suolo. Non rimaneva nient'altro: solo quel cerchio irregolare di quadrati bianchi, con un diametro di forse sei chilometri.
Dorle sputò, disgustato. — Altro tempo perso. Lo scheletro di una città morta, niente di più.
— Però ci hanno sparato da qui — mormorò Tance. — Non dimenticarlo.
— E chi ha sparato aveva una buona mira e moltissima esperienza — aggiunse Nasha. — Andiamo.
Si incamminarono nella città, tra gli edifici in rovina. Nessuno parlò. Proseguirono in silenzio, ascoltando l'eco dei propri passi.
— È macabro — borbottò Dorle. — Ho visto altre rovine di città, però erano città morte di vecchiaia, vecchiaia e stanchezza. Questa è stata uccisa, bruciata a morte. Questa città non è morta. E stata assassinata.
— Chissà come si chiamava — disse Nasha. Svoltò a destra, salì i resti di una scala che partiva da una delle fondamenta. — Credete che potremmo trovare una targa segnaletica? Un cartello?
Scrutò fra le rovine.
— Qui non c'è niente — disse Dorle, spazientito. — Andiamocene.
— Aspetta. — Nasha si chinò, toccò un blocco di cemento. — Qui sopra c'è inciso qualcosa.
— Cos'è? — Tance la raggiunse di corsa. Si accoccolò nella polvere, lasciò scorrere le dita guantate sulla superficie della pietra. — Lettere, sì. — Estrasse dalla tasca della tuta uno stilo scrivente e copiò l'iscrizione su un pezzo di carta. Dorle si chinò a lanciare un'occhiata. L'iscrizione era: CONDOMINIO FRANKLIN.
— Era questa città — disse piano Nasha. — Si chiamava così.
Tance mise il foglio in tasca, e ripartirono. Dopo un po', Dorle disse: — Nasha, secondo me ci stanno osservando. Ma non guardarti attorno. La donna si irrigidì. — Davvero? Perché lo hai detto? Hai visto qualcosa?
— No. Però ho questa sensazione. Tu no?
Nasha imbastì un piccolo sorriso. — Non sento niente, ma forse sono più abituata a essere guardata. — Girò leggermente la testa. — Oh!
La mano di Dorle corse alla pistola. — Cosa c'è? Cosa hai visto? —Tance si era fermato di scatto, a bocca aperta.
— Il cannone — disse Nasha. — Quello è il cannone.
— Guardate che dimensioni. Che dimensioni ha. — Dorle estrasse lentamente la pistola dalla cintura. — Sì, è quello.
II cannone era enorme. Immenso e possente, puntava verso il cielo: una massa di acciaio e vetro incastonata in una grande lastra di cemento. Sotto i loro occhi, il cannone si mosse sulla base girevole, ruotando su se stesso. Uno dei mirini, un reticolato di barre in cima a un alto palo, girava nel vento.
— È vivo — sussurrò Nasha. — Ci ascolta, ci guarda.
Il cannone si mosse di nuovo, questa volta in senso orario. Era montato in modo da poter eseguire una rotazione completa su se stesso. La canna si abbassò un poco, poi riprese la posizione iniziale.
— Ma chi fa fuoco? — chiese Tance.
Dorle rise. — Nessuno. Nessuno fa fuoco con questo cannone. Gli altri due lo fissarono. — Come sarebbe a dire?
— Spara da sé.
Non riuscivano a credergli. Nasha si avvicinò a Dorle, lo scrutò, corrugò la fronte. — Non capisco. Spara da sé? Vuoi spiegarti?
— Guardate. Vi faccio vedere. Non muovetevi. — Dorle raccolse un sasso da terra. Esitò un attimo, poi lanciò il sasso in aria. Il sasso passò davanti al cannone. Immediatamente, la grande canna si mosse, e il mirino si contrasse.
Il sasso ricadde a terra. II cannone si immobilizzò, poi ricominciò il suo pacato movimento, il suo lento moto circolare.
— Visto? — disse Dorle. — Si è accorto del sasso appena l'ho lanciato in aria. Percepisce tutto quello che vola o si muove al di sopra del livello del suolo. Probabilmente ci ha individuati appena siamo penetrati nel campo gravitazionale del pianeta. Probabilmente ci ha tenuti sotto tiro sin dal primo momento. Non abbiamo una sola possibilità. Sa tutto della nave. Sta solo aspettando che ripartiamo.
— Ho capito la faccenda del sasso. — Nasha annuì. — Il cannone se n'è accorto, però non ha notato noi, visto che siamo a livello del terreno, non al di sopra. E stato progettato solo per abbattere oggetti che si muovono in cielo. La nave sarà al sicuro finché non decollerà. A quel punto, sarà la fine.
— Ma a cosa serve questo cannone? — intervenne Tance. — Qui non c'è un solo essere vivente. Sono morti tutti.
— È una macchina — disse Dorle. — Una macchina costruita per fare un lavoro. E sta facendo il suo lavoro. Come sia sopravvissuta all'ecatombe, non saprei. Però continua a funzionare, in attesa del nemico. Probabilmente i nemici arrivavano dal cielo, su un qualche tipo di proiettile.
— I nemici — disse Nasha. — La loro stessa razza. E difficile credere che si siano bombardati a vicenda, si siano sparati addosso.
— Be', adesso è finita. Tranne che qui, in questo preciso punto. Questo cannone è ancora sul chi vive, pronto a uccidere. Rimarrà attivo finché non si sarà deteriorato.
— E per allora, saremo tutti morti — commentò amaramente Nasha.
— Devono esserci stati centinaia di cannoni come questo — mormorò Dorle. — Questa gente doveva essere abituata a vivere tra cannoni, armi, uniformi. Probabilmente li accettavano come una cosa naturale, una parte della loro esistenza, come mangiare e dormire. Un'istituzione, come la chiesa e lo stato. Uomini addestrati a combattere, a guidare eserciti. Una vera e propria professione. Onorata, rispettabile.
Tance stava camminando lentamente verso il cannone. Lo scrutava col suo sguardo da miope. — Molto complesso, eh? Tutti quei mirini, e quei tubi. Questo deve essere una specie di mirino telescopico. — La sua mano guantata toccò l'estremità di un lungo tubo.
Il cannone si mosse immediatamente. La canna si ritrasse, si mise a girare…
— Non muoverti! — urlò Dorle. I tre rimasero fermi, rigidi, e la rotazione portò la canna alla loro altezza. Per un terribile istante, esitò al di sopra delle loro teste, emettendo ticchettii e ronzii, posizionandosi. Poi i suoni cessarono, e il cannone tornò muto.
Tance, dietro la visiera del casco, aprì le labbra in un sorriso idiota. — Devo avere messo il dito sulla lente. Starò più attento. — Si addentrò fra le pietre disposte a cerchio. Si incamminò cautamente dietro il cannone, e scomparve.
— Dov'è andato? — chiese Nasha, irritata. — Ci farà ammazzare tutti.
— Tance, torna indietro! — urlò Dorle. — Cosa ti prende?
— Un minuto. — Ci fu un lungo silenzio. Alla fine, l'archeologo riapparve. — Credo di avere trovato qualcosa. Venite, ve la mostro.
— Cos'è?
— Dorle, tu hai detto che il cannone è stato messo qui per tenere lontano il nemico. Penso di sapere perché volessero tenerlo lontano.
Gli altri due rimasero perplessi.
— Credo di avere trovato la cosa a cui il cannone dovrebbe fare la guardia. Venite a darmi una mano.
— Va bene — disse bruscamente Dorle. — Andiamo. — Afferrò la mano di Nasha. — Vieni. Andiamo a vedere cosa ha scoperto. Pensavo potesse succedere qualcosa del genere, quando ho visto che il cannone è…
— È cosa? — Nasha ritirò la mano. — Di cosa stai parlando? Da quello che dici, sembra che tu sappia cosa ha scoperto.
— Infatti. — Dorle le sorrise. — Ricordi la leggenda comune a tutte le razze, il mito del tesoro sepolto, e del drago, del serpente che lo protegge, lo custodisce, tiene tutti lontano?
Lei annuì. — E allora? Dorle indicò il cannone.
— Quello — disse — è il drago. Andiamo.
Fra tutti e tre, riuscirono a smuovere il coperchio d'acciaio e a spostarlo. Quando ebbero terminato, Dorle era coperto di sudore.
— Non ne valeva la pena — grugnì. Puntò gli occhi sulla grande apertura buia nel terreno. — Oppure sì?
Nasha accese la sua torcia elettrica, diresse il fascio di luce sulla scala. I gradini erano ingombri di polvere e detriti. Sul fondo c'era una porta d'acciaio.
— Andiamo — disse Tance, eccitato. Cominciò a scendere la scala. Lo videro raggiungere la porta e tentare inutilmente di aprirla. — Datemi una mano!
— Va bene. — Cauti, lo raggiunsero. Dorle studiò la porta. Era imbullonata, chiusa. Sopra c'era un'iscrizione, impossibile da leggere.
— E adesso? — disse Nasha.
Dorle estrasse la pistola. — State indietro. Non mi viene in mente nessun'altra soluzione. — Premette il pulsante dell'arma. L'estremità inferiore della porta avvampò, brillò di un rosso acceso, poi cominciò a sgretolarsi. Dorle disattivò la pistola. — Penso che adesso possiamo entrare. Proviamoci.
La porta non diede problemi. Nel giro di pochi minuti, la smembrarono in una serie di pezzi che sistemarono sul primo gradino. Poi superarono la soglia, facendosi luce con la torcia.
Si trovarono in un sotterraneo a volta. La polvere, spessa centimetri, copriva tutto, Lungo le pareti erano allineate casse di legno, grandi scatole e casse, contenitori vari. Tance si guardò attorno con curiosità. Gli brillavano gli occhi.
— Cosa sono esattamente? — mormorò. — Qualcosa di prezioso, penso. — Raccolse un barattolo rotondo e lo aprì. Una bobina cadde a terra; si srotolò un nastro nero. Tance lo esaminò, puntandogli addosso la luce.
— Guardate qui!
Gli altri gli si misero ai fianchi. — Immagini — disse Nasha. — Minuscole fotografie.
— Documenti. Una specie di archivio. — Tance rimise la bobina nel barattolo. — Guardate, ci sono centinaia di barattoli. — Puntò il raggio di luce nel sotterraneo, muovendolo in cerchio. — E quelle casse. Apriamone una.
Dorle si era già messo al lavoro. Il legno era ormai friabile e secco. Riuscì a staccarne una parte.
Era un'altra fotografia. Un ragazzo vestito d'azzurro, con un sorriso piacevole, lo sguardo puntato in avanti; giovane e bello. Sembrava quasi vivo, pronto a muoversi verso i tre nella luce della torcia. Era uno di loro, uno della razza distrutta, la razza che era scomparsa.
Fissarono a lungo l'immagine. Alla fine, Dorle rimise l'asse al suo posto.
— Tutte le altre casse… — disse Nasha. — Altre fotografie. E quei barattoli… Cosa ci sarà nelle scatole?
— È il loro tesoro — disse Tance, quasi parlando fra sé. — Qui ci sono le loro immagini, i loro documenti. Probabilmente c'è anche la loro letteratura, le loro storie, i loro miti, le loro idee sull'universo.
— E la loro storia — disse Nasha. — Riusciremo a ricostruire la loro evoluzione e a scoprire cosa sia stato a renderli ciò che erano.
Dorle si stava aggirando nel sotterraneo. — Strano — mormorò. — Anche alla fine, anche dopo che avevano cominciato a combattere, in loro esisteva ancora qualcosa in grado di capire che era questo il loro vero tesoro: i loro libri e le loro immagini, i loro miti. Anche dopo la distruzione delle grandi città e degli edifici e delle industrie, probabilmente speravano di poter tornare a recuperare queste cose. Dopo che tutto il resto era stato polverizzato.
— Quando saremo tornati a casa, potremo sollecitare l'invio di una missione — disse Tance. — Per caricare tutto sulle nostre navi e riportarlo sul nostro pianeta. Ripartiremo all'inarca…
Si interruppe.
— Sì — disse secco Dorle — ripartiremo all'incirca fra tre periodi diurni da oggi. Ripareremo la nave e decolleremo. Presto saremo a casa. Ovviamente, se non accade nulla. Ad esempio, se non verremo abbattuti da quel…
— Oh, smettila — disse Nasha, spazientita. — Lascia in pace Tance. Ha ragione. Bisogna portare tutto questo sul nostro mondo, prima o poi. Dovremo risolvere il problema del cannone. Non abbiamo scelta.
Dorle annuì. — Quale sarebbe la tua soluzione, allora? Non appena ci staccheremo dalla superficie, verremo abbattuti. — Il suo viso si piegò in una smorfia amara. — Hanno messo un custode troppo efficiente al loro tesoro. Invece di venire conservato, resterà qui fino a marcire. È quello che si meritano.
— Cosa vorresti dire?
— Ma non capisci? L'unica soluzione che abbiano trovato è stata costruire un cannone pronto a sparare a qualunque cosa si avvicinasse. Erano assolutamente sicuri che tutto fosse ostile… Il nemico venuto a rubare le loro cose. Be', se le possono tenere.
Nasha era immersa nei propri pensieri. La sua mente era lontana. All'improvviso, sussultò. — Dorle — disse. — Ma cosa ci ha presi? Non abbiamo nessun problema. Il cannone non è affatto una minaccia.
I due uomini la fissarono.
— Non è una minaccia? — disse Dorle. — Ci ha già sparato. E appena ripartiremo…
— Ma non capisci? — Nasha si mise a ridere. — Povero stupido cannone. E completamente innocuo. Io stessa potrei neutralizzarlo.
— Come?
Gli occhi della donna brillavano. — Con un grimaldello. Con un martello o un ramo di legno. Torniamo alla nave a fare rifornimento. Certo, siamo alla sua mercé nell'aria. È stato costruito così. Può sparare in cielo, abbattere tutto ciò che vola. Ma niente di più. Contro qualcosa che si muova sul terreno, è impotente. Non è esatto?
Dorle annuì lentamente. — Il morbido ventre del drago. Nella leggenda, la corazza non copre lo stomaco del drago. — Scoppiò a ridere. — E esatto. Assolutamente esatto.
— Allora andiamo — disse Nasha. — Torniamo alla nave. C'è del lavoro che ci attende.
Alle prime ore del mattino seguente raggiunsero la nave. Il capitano era morto nel corso della notte, e l'equipaggio aveva bruciato il suo corpo, come stabiliva l'uso. Gli uomini avevano assistito con espressione solenne al rogo finché non si era spenta l'ultima brace. Mentre stavano per rimettersi al lavoro, apparvero i due uomini e la donna, sporchi e stanchi, ancora eccitati.
Poi, dalla nave uscì una processione di persone. Tutti reggevano qualcosa fra le mani. La fila si incamminò sulle scorie grige, sull'eterna distesa di metallo fuso. Quando raggiunse il cannone, tutti si gettarono sull'arma con grimaldelli, martelli; con ogni possibile oggetto abbastanza pesante e robusto.
I mirini telescopici andarono in frantumi. I cavi vennero strappati, ridotti a brandelli. I delicati ingranaggi furono ammaccati, spappolati.
Alla fine, vennero tolti i proiettili e rimossi i percussori.
Il cannone venne sventrato; la grande arma fu distrutta. L'equipaggio scese nel sotterraneo a volta ed esaminò il tesoro. Adesso che il custode con la corazza di metallo era morto, non c'era più alcun pericolo. Studiarono le fotografie, le pellìcole, le casse di libri, le corone adorne di gioielli, le coppe, le statue.
E poi, quando il sole cominciò a calare fra le nebbie grige che il vento smuoveva sulla superficie del pianeta, risalirono la scala. Per un attimo, si fermarono attorno al cannone sfasciato, ne guardarono il profilo immobile.
Poi ripartirono verso la nave. Li attendeva ancora molto lavoro. La nave aveva subito gravi danni; molte parti erano state danneggiate, erano andate perse. L'importante era ripararla il più in fretta possibile, e decollare.
Con tutto l'equipaggio all'opera, occorsero soltanto altri cinque giorni per riportare l'astronave in assetto di navigazione.
Nasha, in sala comando, guardava il pianeta scomparire sotto di loro. Incrociò le braccia, sedette sul bordo del tavolo.
— A cosa stai pensando? — le chiese Dorle.
— Io? A niente.
— Sicura?
— Stavo pensando che un tempo questo pianeta doveva essere molto diverso. Doveva ospitare la vita.
— Suppongo di sì. È un peccato che nessuna nave del nostro sistema si sia mai spinta sin qui, ma del resto non avevamo motivo di sospettare la presenza di vita intelligente prima di vedere il bagliore della fissione nucleare nel nostro cielo.
— E a quel punto, era troppo tardi.
— Non completamente. Dopo tutto, il loro tesoro… la loro musica, i libri, le fotografie… sopravviverà. Lo riporteremo sul nostro mondo e lo studieremo, e ci cambìerà. Non saremo mai più gli stessi. Le loro sculture, soprattutto… Hai visto la scultura di quella grande creatura alata, senza testa e braccia? Si saranno rotte, immagino. Ma quelle ali… Sembravano molto antiche. Queste cose ci cambieranno moltissimo.
— Quando torneremo, non troveremo il cannone ad attenderci — disse Nasha. — La prossima volta, non sarà qui a spararci. Potremo atterrare e raccogliere il tesoro, come lo chiami tu. — Sorrise a Dorle. — Sarai tu a guidarci di nuovo qui. È il compito di un buon capitano.
— Capitano? — Dorle sorrise. — Allora hai deciso.
Nasha scrollò le spalle. — Fomar discute troppo. Tutto sommato, credo proprio di preferire te.
— Allora andiamo — disse Dorle. — Torniamo a casa.
La nave si alzò in cielo, volò sopra le rovine della città. Virò seguendo un lungo arco e poi scomparve all'orizzonte, scaraventandosi verso lo spazio.
Sotto, al centro della città distrutta, l'unico mirino ancora intatto a metà si mosse un poco, sollecitato dal rombo della nave. La base del grande cannone, nello sforzo dell'arma di ruotare su se stessa, fu scossa da dolorose pulsazioni. Un attimo dopo, una spia rossa prese a lampeggiare tra le sue viscere sventrate.
E molto lontano, a più di centocinquanta chilometri di distanza dalla città, un'altra spia sepolta nel sottosuolo cominciò a lampeggiare. Relè automatici entrarono in azione. Meccanismi si misero in movimento, cinghie di trasmissione gemettero. Sul terreno, un rettangolo di scorie fuse scivolò di lato. Apparve una rampa.
Un istante più tardi, un piccolo carrello emerse in superficie.
Il carrello puntò verso la città. Dietro, apparve un secondo carrello. Era carico di cavi. Dietro c'era un terzo carrello, carico di mirini telescopici. E più dietro ancora, altri carrelli: qualcuno portava relè, altri dispositivi di fuoco, e altri utensili e parti di ricambio, viti e bulloni, perni e dadi. L'ultimo carrello trasportava testate atomiche.
I carrelli si misero in fila dietro il primo, il loro comandante. Il carrello comandante si avviò sul terreno pietrificato. Avanzò a sussulti pacati, seguito dagli altri. Verso la città.
Verso il cannone danneggiato.