Stories 93 / Random

Stories by philip kindred dick

i difensori della terra (italian)

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Taylor se ne stava comodamente appoggiato allo schienale della sedia, intento a leggere il giornale del mattino. Il calore della cucina, il buon odore del caffè, si fondevano piacevolmente con l'idea di non dover recarsi al lavoro. Era il suo Periodo di Riposo, il primo da lungo tempo, e ne era veramente contento. Ripiegò la seconda pagina sospirando di piacere.
«Che cosa dice?» chiese Mary davanti ai fornelli.
«Hanno bombardato di nuovo Mosca la notte passata» Taylor annuì in tono d'approvazione. «L'hanno polverizzata. Una di quelle bombe R-H. Era proprio ora.»
Annuì ancora, assaporando appieno il comfort della cucina, la presenza della moglie pienotta ed attraente, i piatti delle colazione ed il caffè. Questo sì che era rilassarsi. E le notizie di guerra erano buone, buone e soddisfacenti. Era giustificato che provasse una sensazione di calore nel leggere quelle notizie, un senso di orgoglio e di personale soddisfazione. Dopotutto, lui era una parte integrante del programma bellico, non certo uno dei tanti operai giù nelle fabbriche, che spingevano i carrelli dei minerali. Era un tecnico, uno di quelli che progettavano e pianificavano il sistema nervoso della guerra.
«Dice che hanno quasi perfezionato i nuovi sottomarinari. Aspetta che abbiamo messo a punto quelli!» Fece schioccare le labbra, quasi pregustasse la cosa. «Quando cominceranno a bombardarli da sott'acqua, i sovietici riceveranno proprio una bella sorpresa!»
«Stanno facendo un magnifico lavoro,» mormorò distrattamente Mary. «Sai che cosa abbiamo visto oggi? Il nostro gruppo ha ottenuto un plumbeo da mostrare ai bambini della scuola. L'ho visto anch'io, ma solo per un istante. È bene che i bambini apprendano a cosa serve il loro contributo, non credi?»
Mary voltò il capo verso di lui.
«Un plumbeo,» mormorò Taylor. Posò lentamente il giornale. «Beh, accertatevi che sia stato decontaminato a dovere. Non vogliamo correre rischi.»
«Oh, vengono fatti passare attraverso un attento lavaggio quando li conducono giù dalla superficie,» ribatté Mary. «Non ce li porterebbero mai senza fare il lavaggio, no?» Esitò, ripensandoci su. «Don, sai, mi fa venire in mente…»
Taylor fece di sì col capo. «Lo so.»
Sapeva a cosa lei stava pensando. Una volta, durante le prime settimane della guerra, prima che tutti fossero stati evacuati dalla superficie, avevano visto un treno-ospedale che scaricava dei feriti, gente che era stata annaffiata dal fallout. Ricordava il loro aspetto, l'espressione sui loro volti, o meglio su ciò che rimaneva ancora dei loro volti. Non era certo stato un bello spettacolo.
Se n'erano ripetuti molti di casi del genere, in quei giorni, prima che venisse completato il trasferimento nei sotterranei. Ce ne erano stati molti, e non era stato difficile imbattersi in uno di essi.
Taylor alzò lo sguardo verso la moglie. Mary pensava troppo a quei fatti da un po' di tempo. Ci pensavano tutti.
«Non badarci,» disse. «Far parte del passato. Non ci sono rimasti che i plumbei lassù, ora, ed a loro le radiazioni non fanno né caldo né freddo.»
«Comunque sia, spero che facciano attenzione quando permettono ad uno di loro di scendere quaggiù. Se fosse ancora caldo…»
Don scoppiò a ridere scostandosi dal tavolo. «Scordatelo. Questo è un momento meraviglioso; potrò starmene a casa per i prossimi due turni. Non avrò nient'altro da fare che starmene seduto in santa pace e prendermela con comodo. Potremmo andare a vedere uno spettacolo; ti va?»
«Uno spettacolo? Sul serio ti va? Non mi piace vedere tutta quella distruzione, quelle rovine. Certe volte mostrano l'immagine di qualche posto che ricordo, come San Francisco. Hanno fatto vedere una foto di San Francisco, col ponte rotto e caduto nell'acqua, e mi ha rattristato. Non mi piace guardare quelle cose.»
«Ma non ti interessa sapere che cosa sta succedendo? Non rimane ferito neppure un essere umano, sai!»
«Ma è così terribile!» Aveva il volto tirato e nervoso. «Ti prego, Don. Lascia perdere.»
Don Taylor raccolse il giornale con risentimento. «E va bene… ma non c'è gran che d'altro da fare. E non dimenticare che le loro città sono conciate ancora peggio!»
Lei annuì stancamente. Taylor voltò le pagine di carta sottile e ruvida del giornale. Il suo buon umore era andato a farsi friggere. Perché Mary doveva tormentarsi in continuazione a quel modo? Erano ben sistemati, considerando come andavano le cose. Non ci si poteva aspettare di avere tutto, quando si viveva sottoterra, con sole e cibo artificiali. Naturalmente era un trauma, un sacrificio, non vedere mai il Sole, né poter mai andare in nessun posto e non vedere altro che pareti metalliche, grandi fabbriche rumorose, impianti e caserme. Ma era pur sempre meglio che trovarsi alla superficie. E poi, un giorno o l'altro, sarebbe finita, e sarebbero potuti tornare lassù. Nessuno voleva vivere in quel modo, ma era necessario.
Voltò rabbiosamente il foglio del giornale, e quello si strappò. Maledizione, pensò. La qualità della carta peggiora di giorno in giorno; la stampa è pessima ed il colore giallognolo…
Beh, c'era bisogno di tutte le risorse per il programma bellico. Lo sapeva bene. Non era forse lui, uno dei pianificatori?
Si scusò e andò nell'altra stanza. Il letto era ancora sfatto. Sarebbe stato meglio rimetterlo a posto prima dell'ispezione della settima ora. Era prevista una multa di un'unità…
Il videofono squillò. Si arrestò. Chi mai poteva essere? Si avvicinò all'apparecchio e l'accese.
«Taylor?» domandò il volto che andava prendendo forma sullo schermo. Era il volto grigio e accigliato di una persona anziana. «Parla Moss. Mi dispiace seccarti durante il tuo Periodo di Riposo, ma è venuta fuori questa faccenda.» Si udirono frusciare delle carte. «Vorrei che tu venissi subito qui.»
Taylor s'irrigidì. «Di che si tratta? Non può aspettare?» chiese. I calmi occhi grigi lo studiarono, senza traccia di espressione o di giudizio. «Se vuoi che venga al laboratorio,» grugnì Taylor, «suppongo di poter venire. Indosso l'uniforme…»
«No. Vieni vestito come sei. E non al laboratorio. Raggiungimi al secondo stadio al più presto possibile. Ti ci vorrà circa mezz'ora per venire su, servendoti della cabina veloce. Ci vediamo là.»
La comunicazione s'interruppe e Moss scomparve dal video.
«Chi era?» chiese Mary, sulla soglia della porta.
«Moss. Vuole vedermi per una faccenda urgente.»
«Lo sapevo, che sarebbe successo qualcosa.»
«Beh, tanto non ti andava di fare nulla. Che cosa importa?» La sua voce era piena d'amarezza. «È sempre la stessa storia, tutti i giorni. Ti porterò qualcosa. Vado su al secondo stadio. Forse arriverò abbastanza vicino alla superficie da…»
«No. Non portarmi niente! Non voglio nulla che venga dalla superficie!»
«Va bene, non ti porterò niente. Ma di tutte le sciocchezze irrazionali…»
Mary rimase a guardarlo senza rispondergli, mentre s'infilava gli stivali.
Moss lo salutò con un cenno del capo e Taylor si mise al passo con lui mentre l'uomo più anziano si avviava. Una serie di carichi andavano verso la superficie, vetture cieche che salivano per la rampa con rumori metallici, simili a carrelli pieni di minerale, scomparendo attraverso la botola dello stadio sopra di loro. Taylor osservava le carrozze appesantite da indistinti macchinari tubolari, armi a lui sconosciute. Gli operai erano un po' dappertutto, con le loro uniformi grigio scuro del Corpo dei Lavoratori, intenti a caricare, a sollevare, gridando a destra e a manca. Il piano era un insieme di rumori assordanti.
«Andremo su per un pezzo,» disse Moss, «in un luogo dove potremo parlare. Questo non è il posto adatto per metterti al corrente e spiegarti tutti i dettagli.»
Presero un ascensore che saliva. Le carrozze dell'ascensore commerciale rimasero indietro, e con esse la maggior parte dei tonfi e dei rimbombi. Emersero ben presto in una piattaforma d'osservazione, sospesa a fianco del Tubo, il grande tunnel che conduceva alla superficie, che ora si trovava a non più di mezzo chilometro da loro.
«Dio mio!» esclamò Taylor guardando involontariamente in basso per il Tubo. «È lungo, fino in fondo.»
Moss scoppiò a ridere. «Non guardare.»
Aprirono una porta ed entrarono in un ufficio. Dietro una scrivania era seduto un ufficiale della Sicurezza Interna. Al loro entrare, alzò gli occhi.
«Sono subito da te, Moss.» Diede un'occhiata a Taylor studiandolo. «Sei un po' in anticipo.»
«Questo è il comandante Franks,» disse Moss a Taylor. «È stato il primo a fare la scoperta. Io ne sono stato messo al corrente ieri sera.» Toccò un pacchetto che aveva con sé. «Sono stato messo al corrente a causa di questo.»
Franks aggrottò le sopracciglia e si alzò. «Saliremo al primo stadio. Potremo parlare là.»
«Al primo stadio?» ripeté nervosamente Taylor. I tre uomini scesero attraverso un passaggio laterale che portava in un piccolo ascensore. «Non sono mai stato lassù. È sicuro, vero? Non è radioattivo?»
«Lei è come tutti gli altri,» sbottò Franks. «Tutte vecchiette timorose dei ladri. Non c'è nessun periodo che le radiazioni filtrino fino al primo stadio. C'è di mezzo roccia e piombo, e tutto ciò che passa attraverso il Tubo viene lavato.»
«Qual è la natura del problema?» domandò Taylor. «Mi farebbe piacere saperne qualcosa.»
«Fra un attimo.»
Entrarono nell'ascensore e salirono. Quando uscirono, si trovarono in una sala piena di soldati da tutte le parti, con tanto di armi e uniformi. Taylor sbatté le palpebre per la sorpresa. Così questo era il primo stadio, il livello sotterraneo più vicino alla superficie! Dopo quello stadio vi era soltanto roccia, piombo e roccia, e i grandi tubi che portavano su, simili ai cunicoli dei lombrichi. Piombo e roccia e, al di sopra, dove si aprivano i tubi, la grande distesa che nessun essere vivente vedeva da otto anni; la vasta, infinita rovina che un tempo era stata la dimora dell'Uomo, il luogo dove era vissuto, otto anni prima.
Adesso la superficie era un deserto velenoso, coperto di rovine e oscurato da dense nebbie radioattive. Nuvole senza fine si agitavano in tutte le direzioni nascondendo completamente il sole rossastro. Occasionalmente, qualcosa di metallico si agitava, muovendosi tra i resti di una città o aprendosi la strada sul suolo torturato delle campagne: si trattava di un plumbeo, un robot della superficie, immune alle radiazioni, costruito con fretta febbrile negli ultimi mesi prima che la guerra fredda diventasse calda, troppo calda.
Plumbei striscianti sul suolo, o in azione sugli oceani e nei cieli in scafi affusolati ed anneriti, creature cui era consentito sopravvivere là dove la vita non poteva più sussistere o attecchire, figure di metallo e di plastica che conducevano una guerra che l'Uomo aveva concepito, ma che non poteva combattere di persona. Erano stati gli esseri umani ad inventare la guerra, a inventare e fabbricare le armi; poi, avevano inventato anche i giocatori, i combattenti, gli attori della guerra. Ma loro non potevano avventurarsi oltre, non potevano combattere la propria guerra. In tutto il mondo, Russia, Europa, America, Africa… non rimaneva un solo essere umano. Erano tutti rintanati sottoterra, nei profondi rifugi progettati e realizzati con gran cura fin dal lancio delle prime bombe.
Era stata un'idea brillante, e l'unica che avrebbe potuto funzionare. Lassù, sulla tartassata superficie in rovina che un tempo era stata un pianeta vivente, il plumbeo strisciava e si muoveva combattendo la guerra dell'Uomo. E sotto la superficie, nelle profondità del pianeta, gli esseri umani lavoravano indefessamente per produrre le armi atte alla continuazione della guerra, mese dopo mese, anno dopo anno.
«Primo stadio,» disse Taylor. Uno strano dolore gli attraversò il corpo. «Quasi alla superficie.»
«Ma non proprio,» precisò Moss.
Franks li guidò in mezzo ai soldati, verso un lato vicino al bordo dei Tubo.
«Tra pochi minuti un ascensore ci porterà giù qualcosa dalla superficie,» spiegò Franks. «Vede, Taylor, di tanto in tanto la Sicurezza esamina ed interroga un plumbeo della superficie, uno che è stato su per un certo tempo, allo scopo di apprendere certe cose. Una chiamata video viene mandata su, e viene stabilito il contatto con un Quartier Generale di Campo. Abbiamo bisogno di queste interviste dirette; non possiamo basarci soltanto su dei contatti video. I plumbei stanno facendo un ottimo lavoro, ma noi vogliamo essere sicuri che le cose vadano come desideriamo.»
Franks si portò di fronte a Taylor e Moss, poi continuò: «Adesso l'ascensore ci porterà giù un plumbeo dalla superficie, un plumbeo di Classe A. C'è una camera di controllo nel vano qui a fianco, con un muro di piombo al centro in modo da evitare che gli ufficiali vengano esposti alle radiazioni. Riteniamo che sia più comodo fare in questo modo invece di fare il lavaggio al plumbeo, che subito dopo deve ritornare in superficie, dove l'attende il suo lavoro.
«Due giorni fa, un plumbeo di Classe A è stato portato giù e quindi interrogato. Ho condotto io stesso l'interrogatorio. Eravamo interessati ad una nuova arma che i sovietici hanno in uso, una mina automatica che segue qualsiasi oggetto in movimento. Ci sono pervenute istruzioni dai militari affinché la mina venga osservata e venga riferito dettagliatamente in merito.
«Questo plumbeo di Classe A scendeva appunto con le informazioni. Da lui abbiamo appreso alcune cose, abbiamo ricevuto la solita pizza di pellicola e le registrazioni; dopodiché l'abbiamo rimandato su. Stava uscendo dalla camera per montare sull'ascensore, quando è accaduto un fatto curioso. Sul momento pensai…»
Franks s'interruppe. Una luce rossa stava lampeggiando.
«L'ascensore sta scendendo.» Fece un cenno col capo ad alcuni soldati. «Entriamo nella camera. Il plumbeo sarà qui tra pochi minuti.»
«Un plumbeo di Classe A,» disse Taylor. «Ne ho visti alcuni, negli spettacoli cinematografici, mentre facevano i loro rapporti.»
«È una grossa esperienza,» commentò Moss. «Sono quasi umani.»
Entrarono nella camera e si sedettero dietro il muro di piombo. Non passò molto che un segnale iniziò a lampeggiare e Franks fece un movimento con le mani.
La porta al di là del muro si aprì. Taylor si mise a guardare attraverso l'apposita fessura. Scorse qualcosa che avanzava lentamente, una snella figura metallica che si muoveva su dei cursori, con le braccia immobili lungo i fianchi. La figura si fermò, osservò attentamente la parete di piombo e attese, immobile.
«Siamo interessati a conoscere alcuni fatti,» esordì Franks. «Prima che ti faccia le domande, hai qualcosa da riferire riguardo le condizioni della superficie?»
«No. La guerra continua.» La voce del bambino era metallica e priva di tono. «Siamo un po' a corto di aerei monoposto da inseguimento veloce. Ci farebbero comodo anche…»
«Di tutto ciò è già stato preso nota. Quello che voglio chiederti è questo. Il nostro contatto con voi si è tenuto soltanto attraverso il video. Ci dobbiamo fidare di prove indirette, dal momento che nessuno di noi può salire alla superficie. Possiamo solo dedurre quello che avviene. Non vediamo mai nulla di persona. Dobbiamo accettare ogni dato ed informazione di seconda mano. Alcuni degli ufficiali di grado più elevato cominciano a credere che vi sia troppo margine per degli errori.»
«Errori?» domandò il plumbeo. «Che genere di errori? Tutti i nostri resoconti sono controllati minuziosamente prima di essere inviati giù. Ci manteniamo in costante contatto con voi; tutte le informazioni di qualche importanza vengono subito riferite. Qualsiasi nuova arma vista in dotazione al nemico…»
«Mi rendo conto di tutto ciò,» borbottò Franks da dietro la sua fessura. «Ma forse dovremmo vedere con i nostri occhi. C'è la possibilità che in superficie ci sia un'area libera da radiazioni abbastanza grande per permettere ad una squadra umana di uscire all'aperto? Se alcuni di noi dovessero salir su con delle tute rivestite di piombo, saremmo in grado di sopravvivere tanto a lungo da poter osservare le condizioni effettive e guardare come stanno le cose?»
La macchina esitò prima di rispondere. «Ne dubito. Potrete controllare i campioni dell'area, naturalmente, e decidere da voi. Ma, negli otto anni durante i quali avete totalmente abbandonato la superficie, le cose sono peggiorate sempre più. Non potete davvero farvi un'idea di come siano realmente le cose lassù. È diventato difficile sopravvivere a lungo per qualsiasi oggetto capace di muoversi. Vi sono molti tipi di proiettili sensibili al movimento. Le nuove mine non solo reagiscono a tutto ciò che si muove, ma inseguono indefinitamente l'oggetto fino a che non l'hanno raggiunto. E le radiazioni sono dappertutto.»
«Capisco.» Franks si girò verso Moss, gli occhi stranamente socchiusi. «Bene, è quanto volevo sapere. Puoi andare.»
La macchina indietreggiò verso l'uscita. Poi si fermò e disse: «La quantità delle particelle letali nell'atmosfera aumenta di mese in mese. Il ritmo della guerra sta gradualmente…»
«Capisco.» Franks si alzò. Allungò la mano verso Moss, il quale si affrettò a passargli il pacchetto che aveva con sé. «Un'ultima cosa prima che tu te ne vada. Vorrei che tu esaminassi questo nuovo tipo di materiale, un nuovo metallo per gli schermi protettivi anti-radiazioni. Te ne passo un campione con la pinza.»
Franks pose il pacchetto nella pinza dentata e fece ruotare lo strumento in maniera da trovarsi a stringere l'altra estremità. Il pacchetto arrivò fino al plumbeo, che l'afferrò. Rimasero ad osservarlo mentre apriva il pacchetto e prendeva in mano la piastra metallica. Il plumbeo girò e rigirò tra le pinze il pezzo di metallo.
Improvvisamente s'immobilizzò.
«Bene,» disse Franks.
Appoggiò una spalla contro il muro ed una sezione scivolò di lato. Taylor rimase senza fiato… Franks e Moss stavano avanzando per raggiungere il plumbeo!
«Santi numi!» esclamò Taylor. «Ma è radioattivo!»
Il plumbeo se ne stava immobile, il pezzo di metallo sempre stretto in mano. Alcuni soldati fecero la loro comparsa nella stanza. Circondarono il plumbeo e fecero passare un contatore Geiger su tutto il suo corpo.
«A posto, signore,» disse a Franks uno di loro. «È freddo come una notte d'inverno.»
«Bene. Ne ero certo, ma non volevo correre rischi.»
«Vedi,» disse Moss e Taylor, «questo plumbeo non è affatto caldo. Ciononostante, è appena sceso dalla superficie e non ha subito il lavaggio.»
«Ma che cosa significa questo?» domandò perplesso Taylor.
«Può darsi che sia soltanto un caso,» rispose Franks. «C'è sempre la possibilità che un determinato oggetto sfugga alle radiazioni che sono lassù. Ma questa è la seconda volta, per quanto ci consta, che succede questo fatto. E può darsi che sia già successo altre volte.»
«La seconda volta?»
«È stato nel corso del colloquio precedente a questo che ce ne siamo accorti. Il plumbeo non era caldo, non era contaminato. Anche quello era freddo, come questo qui.»
Moss tolse la piastra metallica dalle mani del plumbeo. Ne premette con attenzione la superficie e la ripose quindi nelle dita rigide, passive, del robot.
«Perciò, abbiamo deciso d'immobilizzarlo con questo neutralizzatore, in modo da poterci avvicinare per controllarlo più accuratamente. Riprenderà a funzionare da un momento all'altro, ormai. Sarà meglio tornare dietro la parete.»
Ripresero posto dietro la parete di piombo e la porta scivolò di nuovo a chiudere l'apertura. I soldati lasciarono la camera.
«Tra due periodi a partire da adesso,» disse Franks a bassa voce, «una prima squadra d'esplorazione sarà pronta per salire alla superficie ad investigare. Andremo in cima al Tubo con vestiti protettivi. La prima squadra umana a lasciare il sottosuolo in otto anni.»
«Può darsi che non si tratti di nulla,» disse Moss, «ma ne dubito. Sta succedendo qualcosa, qualcosa di strano. Il plumbeo ha riferito che lassù non può vivere nulla senza finire arrostito. La storia non quadra.»
Taylor assentì col capo. Fissò attraverso la fessura la figura metallica immobile. Il plumbeo stava già iniziando a riprendersi. Era piegato in parecchi punti, ammaccato e contorto, e le sue finiture erano annerite e carbonizzate. Era uno di quelli rimasti lassù veramente a lungo. Aveva visto la guerra e la distruzione, ed una tale distesa di rovine che nessun essere umano avrebbe potuto immaginare. Aveva strisciato, si era mosso in un mondo di radiazioni e di morte, un mondo in cui la vita non poteva esistere o attecchire.
E Taylor l'aveva toccato!
«Lei verrà con noi,» disse Franks improvvisamente. «La voglio nel gruppo; andremo noi tre.»
Mary gli stava di fronte con un'espressione tesa e impaurita sul volto pallido. «Lo so. Vai alla superficie. Non è così?»
Lei lo seguì in cucina. Taylor si sedette evitando di guardarla. «È un progetto segreto,» tentò lui per evitare il discorso. «Non te ne posso parlare.»
«Non c'è bisogno che tu mi dica niente. Lo so già da me. Me ne sono accorta appena sei entrato. C'era sul tuo viso qualcosa, qualcosa che non vedevo più da tanto, tanto tempo. Era un'espressione vecchia.»
Lei gli si avvicinò. «Ma come possono inviarti alla superficie?» Gli prese il volto fra le mani tremanti e lo costrinse a guardarla. C'era una strana bramosia nei suoi occhi. «Nessuno può sopravvivere lassù. Guarda, guarda questo!»
Afferrò un giornale e glielo sbatté davanti agli occhi.
«Guarda queste foto. America, Europa, Asia, Africa… rovine, niente altro che rovine. Giorno dopo giorno abbiamo visto sempre le stesse cose sugli schermi. Tutto distrutto, avvelenato. E quelli ti mandano su. Perché? Nessun essere vivente può resistere, là fuori, neppure un filo d'erba. Hanno completamente rovinato tutto il suolo terrestre, non è forse vero? Non è così?»
Taylor si alzò. «È un ordine. Non ne so niente. Mi è stato detto di presentarmi per unirmi ad una squadra di ricognizione. È tutto quello che so.»
Rimase in piedi per un attimo che si protrasse a lungo, fissando davanti a sé. Poi allungò lentamente una mano e afferrò il giornale; lo mise alla luce.
«Sembra proprio vero,» mormorò. «Rovine, morte, polvere radioattiva. È tutto molto convincente. Tutti i rapporti, le fotografie, i film… persino i campioni dell'aria. Ma, nonostante tutto ciò, non abbiamo più veduto nulla con i nostri occhi, almeno dopo i primi mesi…»
«Di che cosa stai parlando?»
«Niente,» rispose Taylor posando il giornale. «Parto presto, subito dopo il prossimo Periodo di Sonno. Andiamo a riposare.»
Mary si voltò, il volto duro e grave. «Fa' quello che vuoi. Potremmo pure andare su tutti e morire subito, invece che aspettare di morire qui sotto, lentamente come tanti topi in trappola.»
Non si era mai reso conto di quanta amarezza e di quanto risentimento covasse dentro di lei. Erano tutti così? Anche gli operai impegnati giorno e notte, in continuazione, nelle fabbriche? Quegli esseri pallidi, uomini e donne che si trascinavano avanti e indietro al lavoro, sbattendo le palpebre in quella luce priva di colore, mangiando roba sintetica…
«Non dovresti essere così amara,» le disse.
Mary abbozzò un sorriso.
«Sono così amara perché so che non tornerai.» Mary volse il capo e disse: «Non ti rivedrò mai più, se salirai alla superficie.»
Taylor rimase un po' scosso da questa affermazione. «Come? Ma come puoi dire una cosa simile?»
Mary non gli ripose.
Si svegliò con la voce del giornale radio che gli strillava nelle orecchie dagli altoparlanti posti al di fuori del palazzo.
«Emissione straordinaria! Le forze della superficie ci informano di un massiccio attacco sovietico con nuove armi! Ritirata dei gruppi chiave! Tutte le unità lavorative sono subito convocate alle loro fabbriche!»
Taylor sbatté le palpebre e si strofinò gli occhi. Saltò giù dal letto e si affrettò al videofono. Un attimo dopo veniva messo in contatto con Moss.
«Senti,» disse. «Che cosa ne pensi di questo nuovo attacco? Il progetto è stato annullato?» Poteva scorgere la scrivania di Moss coperta di rapporti e di carte.
«No,» rispose Moss. «Andremo senza indugi. Affrettati a raggiungermi.»
«Ma…»
«Non discutere.» Moss raccolse una manciata di bollettini dalla superficie e li appallottolò con rabbia. «E una finta. Vieni subito!» E interruppe la comunicazione.
Taylor si vestì in tutta fretta e con la mente in subbuglio.
Mezz'ora più tardi scendeva da una vettura veloce e saliva i gradini del Palazzo della Sintetica. I corridoi erano pieni di uomini e donne che si muovevano di corsa in tutte le direzioni. Entrò nell'ufficio di Moss.
«Eccoti qui,» disse Moss alzandosi. «Franks ci aspetta alla stazione di uscita.»
Lasciarono il palazzo su di una vettura della Sintetica con la sirena a tutto volume. I lavoratori si affrettavano a togliersi di mezzo.
«Che cosa mi dici dell'attacco?» domandò Taylor.
Moss si strinse nelle spalle. «Siamo certi di aver forzato loro la mano. La situazione è giunta al suo momento cruciale.»
Raggiunsero la stazione di raccordo con il Tubo e scesero dalla macchina. Un attimo più tardi stavano salendo ad altissima velocità verso il primo stadio.
Emersero nel bel mezzo di una scena di frenetica attività. Dei soldati stavano indossando delle tute di piombo parlandosi in tono eccitato, gridando a dritta e a manca. Venivano passate armi ed impartite istruzioni.
Taylor studiò uno dei soldati. Era armato con la temibile pistola Bender, la nuova arma manuale a canna corta, che cominciava ad uscire soltanto allora dalle catene di montaggio. Alcuni soldati avevano un'aria un po' impaurita.
«Spero proprio che non stiamo commettendo un errore,» disse Moss, notando il suo sguardo.
Franks venne verso di loro. «Ecco il nostro piano. Noi tre saliremo per primi e da soli. I soldati ci seguiranno quindici minuti più tardi».
«Che cosa diremo ai plumbei?» chiese Taylor preoccupato. «Dovremo ben dire loro qualcosa, no?»
«Vogliamo poter osservare il nuovo attacco dei sovietici.» Franks sorrise ironicamente. «Visto che sembra essere così serio, vorremmo essere presenti di persona per rendercene conto.»
«E poi?» chiese ancora Taylor.
«E poi toccherà a loro. Andiamo.»
Salirono rapidamente per il Tubo dentro una piccola cabina, spinti dal basso da raggi antigravitazionali. Taylor, di tanto in tanto, lanciava un'occhiata in giù. Era una distanza assai lunga, e si faceva sempre più lunga ogni momento che passava. Sudava dentro la tuta a causa del nervosismo, mentre stringeva con dita inesperte la pistola Bender.
Perché avevano scelto lui? Un caso, un puro e semplice caso. Moss gli aveva chiesto di andare con lui nella sua qualità di membro del Dipartimento. Quindi Franks aveva deciso sul momento che anche lui avrebbe partecipato alla spedizione. E adesso stavano salendo sempre più veloci in direzione della superficie.
Una profonda paura, inculcata dentro di lui per otto anni, gli turbava la mente e l'animo. Radiazioni, morte certa, un mondo sconvolto e letale…
La cabina saliva sempre più in alto. Taylor si teneva stretto ai lati e teneva gli occhi chiusi. Si avvicinavano sempre più con il passare di ogni istante; erano le prime creature viventi ad oltrepassare il primo stadio, su per il Tubo, oltre il piombo e la roccia, su alla superficie. Ondate di fobia, di terrore gli percorsero il corpo. Era la morte; tutti lo sapevano. Non l'avevano forse visto migliaia di volte nei documentari? Le città, il pulviscolo radioattivo che calava giù, le grandi nuvole fluttuanti…
«Non manca più molto,» disse Franks. «Siamo quasi arrivati. Alla torre in superficie non ci stanno aspettando. Ho dato ordini precisi di non trasmettere nessun segnale.»
La cabina continuava a salire vertiginosamente. A Taylor girava la testa; continuò ad aggrapparsi ai lati, con gli occhi chiusi. Su e su…
La cabina si arrestò. Aprì gli occhi.
Si trovavano in una grande stanza dall'illuminazione fluorescente, una caverna piena di equipaggiamenti e macchinari, mucchi sterminati di materiali ammassati in varie file. Fra le cataste, i plumbei lavoravano in silenzio assoluto, spingendo veicoli e carrelli.
«Plumbei,» disse Moss. Aveva il viso pallido. «Allora siamo proprio alla superficie.»
I plumbei si muovevano avanti e indietro, da una parte all'altra, spostando il vasto deposito di armi e di parti di ricambio, di munizioni e provviste che erano state portate alla superficie. E questa era la stazione di raccolta soltanto di un Tubo; ce ne erano parecchie altre sparse per tutto il continente.
Taylor si guardò attorno nervosamente. Si trovavano veramente là, sul suolo, alla superficie. Era là che la guerra era in corso.
«Forza,» disse Franks. «Una guardia di Classe B si sta avvicinando.»
Scesero dalla cabina. Un plumbeo si stava avvicinando in tutta fretta. Avanzò nella loro direzione; poi si fermò e li studiò con un'arma alzata contro di loro.
«Siamo della Sicurezza,» si affrettò a dire Franks. «Fa venire subito da me un Classe A.»
Il plumbeo esitava. Altre guardie di Classe B si stavano avvicinando, correndo sul pavimento, in pieno allarme. Moss si guardò attorno.
«Obbedisci!» ordinò con voce forte e imperiosa Franks. «Ti è stato ordinato.»
Il plumbeo si allontanò da loro ancora incerto sul da farsi. In fondo all'edificio una porta scivolò all'indietro. Due plumbei di Classe A fecero la loro comparsa procedendo lentamente verso di loro. Avevano entrambi una striscia verde sul davanti.
«Sono del Consiglio di Superficie,» mormorò Franks con aria tesa. «Non c'è dubbio che ci troviamo proprio al livello del suolo. Tenetevi pronti.»
I due plumbei si avvicinarono cautamente. Si fermarono accanto ai tre uomini senza parlare e presero a studiarli dalla punta dei piedi fino alla cima dei capelli.
«Sono Franks della Sicurezza. Siamo venuti dal sottosuolo al fine di…»
«È incredibile,» l'interruppe con freddezza uno dei due plumbei. «Sapete bene che non potete sopravvivere quassù. L'intera superficie è letale per voi. Non potete affatto rimanere alla superficie.»
«Queste tute ci proteggeranno,» rispose Franks. «In ogni caso la responsabilità non è vostra. Ciò che voglio è una riunione immediata del Consiglio in maniera da potermi rendere conto di persona delle condizioni effettive quassù. È possibile?»
«Voi esseri umani non potete sopravvivere in superficie. E il nuovo attacco sovietico è diretto proprio contro questa area. È un pericolo considerevole.»
«Ce ne rendiamo conto. Vi prego di riunire il Consiglio.» Franks si guardò attorno nel vasto locale illuminato da lampade nascoste nel soffitto. La sua voce si fece un po' strana mentre chiedeva. «È notte o giorno adesso?»
«Notte,» rispose uno dei due classe A dopo una breve pausa; poi aggiunse: «L'alba sorgerà tra un paio d'ore.»
Franks annuì con il capo.
«Rimarremo almeno due ore, allora. Quale concessione al nostro sentimentalismo, volete mostrarci un posto da dove sia possibile osservare il sorgere del Sole? Ve ne saremo davvero molto grati.»
Tra i plumbei apparve una certa agitazione.
«È una veduta spiacevole,» ribatté uno di essi. «Avete visto le foto: sapete già che cosa vi troverete davanti. Nuvole di particelle volanti oscurano l'aria, montagne di scorie accumulate dovunque, l'intero paese distrutto. Sarà una vista tremenda per voi, assai più brutta di quanto passa apparire nelle foto e nei documentari.»
«Comunque sia, ci fermeremo il tempo necessario per vedere. Volete dare l'ordine al Consiglio?»
«Da questa parte.» Con una certa riluttanza i due plumbei si diressero verso il muro del magazzino. I tre uomini si trascinavano dietro di loro, le pesanti scarpe risuonanti sul pavimento di cemento armato. Giunti vicino al muro, i due plumbei si fermarono.
«Questo è l'ingresso della Camera del Consiglio. Ci sono delle finestre, ma è ancora buio fuori, naturalmente. Non vedrete nulla adesso, ma fra due ore…»
«Aprite la porta,» ordinò Franks.
La porta scivolò all'indietro. Entrarono lentamente. La stanza era piccola, in ordine, e al centro si trovava un tavolo rotondo circondato da sedie. I tre uomini si sedettero in silenzio, e i due plumbei li seguirono prendendo anch'essi posto attorno al tavolo.
«Gli altri Membri del Consiglio stanno arrivando. Sono già stati avvertiti e faranno il più presto possibile per venire. Di nuovo insisto che torniate nel sottosuolo.» Il plumbeo fissò i tre esseri umani. «Non c'è nessun modo per affrontare le condizioni che troverete quassù. Persino noi sopravviviamo con molte difficoltà.
Il plumbeo si rivolse a Franks.
«Tutto ciò ci sorprende e ci lascia perplessi,» disse. «Certo noi dobbiamo obbedire ai vostri ordini, ma permettetemi di farvi notare che se voi resterete qui…»
«Lo sappiamo,» l'interruppe con impazienza Franks. «Comunque noi abbiamo intenzione di rimanere, almeno fino al levar del Sole.»
«Se proprio insiste.»
Si fece silenzio. Sembrava che i plumbei stessero conferendo fra loro benché i tre uomini non riuscissero ad udire nessun suono.
«Per il vostro bene,» disse infine quello che dei due sembrava il capo, «dovete tornare indietro. Abbiamo discusso la cosa tra di noi e ci pare che vi stiate comportando in maniera assai dannosa per la vostra incolumità.»
«Siamo esseri umani,» ribatté bruscamente Franks. «Non capite? Noi siamo uomini, non macchine.»
«E proprio per tale motivo che dovete tornare indietro. Questa stanza è radioattiva: tutte le aree in superficie lo sono. Abbiamo calcolato che le vostre tute non potranno proteggervi per più di altri cinquanta minuti. Perciò…»
I plumbei si mossero rapidi verso gli uomini, spostandosi sulle ruote, per formare una barriera. Gli uomini si alzarono. Taylor allungò le dita un po' irrigidite dalla tensione verso la pistola. Gli uomini rimasero immobili di fronte alle silenti figure metalliche.
«Dobbiamo insistere,» disse il capo, con la voce priva di ogni emozione. «Dobbiamo riaccompagnarvi al Tubo e mandarvi giù con la prima cabina. Mi dispiace, ma è necessario.»
«Che cosa facciamo?» domandò nervosamente Moss a Franks. Poi toccò la pistola. «Li disintegriamo?»
Franks scosse il capo. «Bene», disse rivolto al capo del plumbei. «Torneremo indietro.»
Si diresse verso la porta facendo segno a Taylor e Moss di seguirlo. I due lo guardarono sorpresi ma vennero dietro di lui. I plumbei si spostarono anch'essi e li seguirono all'interno dell'enorme magazzino. Lentamente si avviarono verso l'ingresso del Tubo senza che nessuno aprisse bocca.
Giunti al bordo, Franks si voltò. «Torniamo indietro perché non abbiamo scelta. Noi siamo soltanto tre mentre voi siete circa una dozzina. Comunque se…»
«Arriva la cabina», disse Taylor.
Giunse un rumore stridente dal Tubo. Plumbei di Classe D si mossero verso il bordo per accoglierla.
«Mi dispiace,» disse il loro capo. «Ma è per il vostro bene. Noi dobbiamo prenderci cura di voi, nel senso più letterale della parola. Dovete restarvene al sicuro nel sottosuolo e lasciare che alla guerra pensiamo noi. In un certo qual senso, è diventata la nostra guerra. Dobbiamo combatterla come riteniamo giusto.»
La cabina emerse alla superficie.
Dodici soldati armati di pistole Bender ne scesero prontamente e circondarono i tre uomini.
Moss tirò un sospiro di sollievo. «Beh, questo cambia le cose. Proprio al momento giusto.»
Il capo dei plumbei indietreggiò, allontanandosi dai soldati. Li studiò intensamente, muovendo lo sguardo dall'uno all'altro; apparentemente sembrava che stesse cercando di decidersi. Infine fece un segno agli altri plumbei che si mossero di lato, ed un corridoio venne aperto verso il magazzino.
«Anche ora,» disse il capo, «potremmo mandarvi indietro con la forza, ma è evidente che la vostra non è affatto una squadra di osservatori. La presenza dei soldati dimostra in modo chiaro che avete ben altro in mente; tutto ciò è stato accuratamente preparato da parte vostra.»
«Molto accuratamente,» rispose Franks.
I robot si avvicinarono.
«Quanto, noi possiamo soltanto indovinarlo. Devo ammettere che siamo stati colti di sorpresa. Non siamo stati affatto all'altezza della situazione. Ormai, usare la forza sarebbe assurdo, perché nessuna delle due parti può permettersi di fare del male all'altra; noi a causa delle restrizioni posteci al riguardo della vita umana, voi perché la guerra richiede…»
I soldati aprirono improvvisamente il fuoco, rapidi e spaventati. Moss s'inginocchiò per sparare meglio. Il capo dei plumbei si dissolse in una nuvola di particelle. Da tutte le parti sopraggiungevano plumbei di Classe B e D, alcuni stringendo armi e altri brandendo delle sbarre metalliche. Nella stanza regnava la confusione più totale. In distanza si udiva il suono di una sirena. Franks e Taylor erano stati tagliati fuori dagli altri, separati dai soldati da un muro di corpi melaniti.
«Non possono rispondere al fuoco,» disse con calma Franks. «Questo è un altro bluff. Hanno tentato d'ingannarci in tutti i modi possibili.» Sparò in faccia ad un altro plumbeo che si disintegrò. «Possono soltanto cercare di farci spavento. Non bisogna dimenticarlo.»
Continuarono a sparare e, uno dopo l'altro, i plumbei si disintegrarono. La stanza era completamente impregnata dell'odore del metallo carbonizzato e del lezzo della plastica e dell'acciaio fusi. Taylor era finito a terra. Stava lottando per recuperare la propria arma annaspando freneticamente tra i rottami metallici, cercando disperatamente in mezzo ad una selva di gambe di plumbei. Le sue dita si tesero, un manico ondeggiò di fronte a lui. Qualcosa calò improvvisamente sul suo braccio; era un piede metallico. Lanciò un urlo.
Poi tutto finì. I plumbei si stavano ritirando, riunendosi assieme da un lato. Ne rimanevano soltanto quattro del Consiglio di Superficie. Tutti gli altri erano ormai particelle radioattive nell'aria. Plumbei di classe D erano già al lavoro per ristabilire l'ordine, radunando figure metalliche in parte distrutte, raccogliendo pezzi, portando via tutto.
Franks emise un sospiro di sollievo, ancora tremante per la tensione.
«Va bene,» disse poi. «Potete riaccompagnarci alle finestre. Non ci sarà più molto da attendere ormai.»
I plumbei aprirono le fila, ed il drappello degli umani, Moss, Franks, Taylor e i soldati, attraversò lentamente il magazzino verso la porta. Entrarono nella stanza del Consiglio. Un pallido tocco di grigio mitigava già l'oscurità delle finestre.
«Portateci fuori,» disse con impazienza Franks. «Vedremo direttamente, non da qui.»
Una porta si aprì. Una ventata di fresca aria mattutina entrò, facendoli rabbrividire nonostante la protezione delle pesanti tute di piombo. Gli uomini si guardarono l'un l'altro; erano un poco a disagio.
«Forza,» disse Franks. «Usciamo.»
Attraversò la porta seguito dagli altri.
Si trovavano su di un colle sovrastante l'ampio bacino di una valle. Debolmente, sullo sfondo del cielo che andava facendosi grigio, il profilo delle montagne si stava formando e diventava tangibile.
«In pochi minuti ci sarà abbastanza luce da poter veder chiaramente,» disse Moss. Fu scosso da un tremito quando un soffio di aria gelida lo investì e gli passò intorno. «Ne vale proprio pena, ve l'assicuro, vedere tutto questo di nuovo dopo otto anni. Anche se fosse l'ultima cosa che vedremo…»
«Guardate!» l'interruppe Franks.
Obbedirono, sottomessi, e nessuno ruppe più il silenzio. Il cielo si stava facendo sempre più chiaro e luminoso, secondo per secondo. In qualche posto in distanza, un galletto cantò, ed il suo canto echeggiò per la vallata.
«Un gallo!» mormorò Taylor. «Avete sentito?»
I plumbei, che li avevano seguiti all'aperto, si erano radunati alle loro spalle e osservavano anch'essi. Il cielo da grigio si fece bianco ed i colli apparvero più chiaramente. La luce si diffuse attraverso il fondo della Valle, muovendosi verso di loro.
«Dio santissimo!» esclamò Franks.
Alberi, alberi e foreste. Una vallata di piante ed alberi, con alcune strade serpeggianti. Fattorie. Un mulino. Un granaio, proprio sotto di loro.
«Guardate!» mormorò Moss.
Il cielo cominciò a colorirsi. Il Sole si stava alzando. Degli uccelli presero a cantare. Non molto lontano da dove si trovavano, le foglie di un albero danzavano al vento.
Franks si voltò verso il gruppetto di plumbei radunati dietro di loro.
«Per otto lunghi anni siamo stati ingannati. Non c'era nessuna guerra in corso. Non appena abbiamo abbandonato la superficie…»
«Sì,» ammise un plumbeo di Classe A. «Non appena abbandonaste la superficie, la guerra cessò. Avete ragione, siete stati ingannati. Avete lavorato duro nel sottosuolo, mandando su cannoni ed armi, e noi li distruggevamo non appena arrivavano.»
«Ma perché?» domandò attonito Taylor. Osservò la valle che si stendeva ai loro piedi. «Perché?» ripeté.
«Voi ci avete creati,» rispose il plumbeo, «per continuare al vostro posto la guerra mentre voi esseri umani vi rifugiavate nel sottosuolo per sopravvivere. Ma prima che noi potessimo continuare la guerra, era necessario analizzarla per determinare quali ne fossero gli scopi. L'abbiamo fatto ed abbiamo scoperto che non aveva nessuno scopo, se non, forse in termini di necessità psicologiche umane. Ma anche questo era discutibile.
«Investigammo ulteriormente. Scoprimmo che le culture umane passano attraverso delle fasi, ciascuna culturale nel proprio tempo. Come la cultura invecchia e comincia a perdere i suoi obiettivi, in lei sorge un conflitto tra coloro che vorrebbero eliminarla per stabilire dei nuovi modelli culturali e coloro che vorrebbero invece mantenere il vecchio modello con il minor numero possibile di cambiamenti.
«A questo punto sorge un grande pericolo. Il conflitto interno minaccia di coinvolgere la società in una guerra contro sé stessa, gruppo contro gruppo. Le tradizioni vitali possono andare perdute… non soltanto alterate e riformate, ma distrutte completamente in questo periodo di caos e di anarchia. Abbiamo scoperto molti esempi del genere nella storia dell'umanità.
«È necessario perciò che questo odio all'interno della cultura venga incanalato verso l'esterno, verso un gruppo esterno, in maniera che la cultura stessa possa sopravvivere alla sua crisi. La guerra ne è il logico risultato. La guerra, per una mente razionale, è assurda. Ma, in termini di bisogni umani, svolge una funzione d'importanza vitale ed insostituibile. E continuerà a svolgerla finché l'Uomo non sia cresciuto fino al punto da avere eliminato totalmente l'odio che riposa dentro di lui.»
Taylor aveva seguito con molta attenzione le parole della macchina. «Credi che questo giorno verrà?»
«Certo. È quasi arrivato, adesso. Questa è l'ultima guerra. L'Uomo è quasi unito in una cultura definitiva, ultima… una cultura mondiale. Al punto attuale siamo continente contro continente, una metà del mondo contro l'altra metà. Rimane soltanto un passo conclusivo, il salto ad una cultura unificata. L'Uomo è salito lentamente in alto, tendendo sempre all'unificazione della sua cultura. Non passerà molto…
«Ma il momento non è ancora giunto e così la guerra è dovuta continuare per soddisfare l'ultimo violento impulso di odio rimasto nell'Uomo. Otto anni sono passati dall'inizio della Guerra. In questi otto anni abbiamo osservato e notato importanti mutamenti avvenire nella mente degli uomini. Abbiamo notato che la fatica ed il disinteresse stanno gradatamente prendendo il posto dell'odio e della paura. L'odio si è gradualmente esaurito. Ma, per il momento, l'inganno deve continuare, almeno per un altro po' di tempo. Non siete ancora pronti ad attendere la verità. Vorreste continuare la guerra.»
«Ma come avete fatto?» domandò Moss. «Tutte le fotografie, i campioni, gli equipaggiamenti danneggiati…»
«Venite qui.» Il plumbeo li guidò verso un caseggiato lungo e basso. «Il lavoro procede senza sosta; intere squadre sono all'opera in continuazione per mantenere un quadro coerente e convincente di una guerra totale.»
Entrarono nel palazzo. Dappertutto si vedevano plumbei all'opera piegati su tavoli e scrivanie.
«Esaminate questo schema,» disse il plumbeo di Classe A. Due plumbei erano intenti a fotografare con cura un complicato plastico su di un tavolo. «È un buon esempio.»
Gli uomini vi si affollarono intorno cercando di vedere. Era la ricostruzione di una città distrutta.
Taylor studiò a lungo in silenzio il modellino. Infine alzò il volto.
«È San Francisco,» disse a bassa voce. «È un modello di San Francisco distrutta dalle bombe. L'ho visto sui teleschermi, in una trasmissione che ci hanno mandato. I ponti erano colpiti…»
«Sì, osservate i ponti.» Il plumbeo indicò le tracce delle arcate distrutte con il suo dito metallico, percorrendone la piccola, quasi invisibile ragnatela. «Avete certamente visto molte volte delle fotografie di questo plastico e di molti altri contenuti in questo edificio.
«San Francisco è completamente intatta. L'abbiamo ricostruita subito dopo il vostro abbandono, restaurando le parti che erano state danneggiate all'inizio della guerra. Il lavoro di elaborazione delle notizie procede senza sosta in questo stesso edificio. Facciamo parecchia attenzione che ogni particolare concordi con gli altri. Molto tempo e molti sforzi vengono devoluti a tale importante compito.»
Franks toccò uno dei piccoli palazzi che giaceva semidistrutto tra le macerie. «È così che passate il vostro tempo… costruendo modellini di città e poi distruggendoli…»
«No, facciamo assai di più. Noi siamo dei guardiani, che hanno il compito di sorvegliare il mondo intero. I proprietari si sono assentati per qualche tempo e noi dobbiamo provvedere affinché le città rimangano pulite, affinché la decadenza non prenda il sopravvento ed ogni cosa sia mantenuta ben oleata ed in piena efficienza. I giardini, le strade, gli acquedotti, tutto deve essere mantenuto come era otto anni fa, cosicché quando i proprietari torneranno, non saranno insoddisfatti o dispiaciuti. Vogliamo essere completamente sicuri che essi saranno del tutto soddisfatti.»
Franks toccò il braccio di Moss.
«Vieni con me,» gli disse a bassa voce. «Devo parlarti.»
Guidò Moss e Taylor all'esterno dell'edificio, lontani dai plumbei, sul colle all'aperto. I soldati li seguirono. Il Sole era alto ed il cielo stava diventando azzurro chiaro. L'aria era salubre e profumata, del profumo delle cose che crescono.
Taylor si tolse il casco ed aspirò una lunga boccata d'aria.
«Era tanto che non sentivo più questo odore,» mormorò.
«Statemi a sentire,» ordinò Franks con voce bassa e dura. «Dobbiamo scendere giù subito. Ci sono molte cose da mettere in moto. Tutta questa faccenda può essere rivolta a nostro vantaggio.»
«Che cosa intendi dire?» gli domandò Moss.
«È certo che i sovietici sono stati ingannati nello stesso modo in cui siamo stati ingannati noi. Ma noi l'abbiamo scoperto. Il che ci dà un grosso vantaggio su di loro.»
«Capisco,» disse Moss annuendo col capo. «Noi lo sappiamo e loro no. Il loro Consiglio di Superficie gli ha venduto le stesse panzane che i nostri hanno dato da bere a noi. Ha funzionato contro di loro allo stesso modo. Ma se noi potessimo…»
«Con un centinaio di uomini in gamba potremmo riprendere di nuovo il sopravvento, far tornare le cose come dovrebbero essere. Sarebbe facile!»
Moss gli toccò un braccio. Un plumbeo di Classe A stava sopraggiungendo verso di loro dall'edificio.
«Abbiamo visto a sufficienza.» disse Franks alzando la voce. «Si tratta di cose molte serie. Bisognerà riferire giù e poi si dovrà compiere uno studio per determinare la nostra politica.»
Il plumbeo rimase silenzioso.
Franks fece un segno ai soldati. «Andiamo,» ordinò, muovendosi in direzione del magazzino.
La maggior parte dei soldati si era tolta il casco. Alcuni si erano perfino spogliati della tuta di piombo e stavano comodamente rilassandosi nelle loro uniformi di cotone. Si guardavano attorno, osservando il colle, gli alberi, ed i cespugli, la grande distesa di verde, le montagne e il cielo.
«Guardate il Sole!», mormorò uno di essi.
«Sembra proprio una palla di fuoco,» aggiunse un altro.
«Torniamo giù adesso,» ordinò Franks. «Mettetevi in fila per due e seguiteci.»
Con una certa riluttanza i soldati obbedirono. I plumbei li guardavano senza dare nessun segno di emozione mentre gli uomini marciavano lentamente verso il magazzino. Franks, Moss e Taylor li guidavano, senza però perdere di vista i plumbei.
Entrarono nel magazzino. Alcuni Classe D stavano caricando materiale ed armi su dei carrelli da superficie. Gru ed argani lavoravano a tutto spiano un po' dappertutto. Il lavoro veniva svolto con efficienza, ma senza fretta né eccitazione.
Gli uomini si fermarono ad osservare. Plumbei alla guida di piccoli carrelli li oltrepassavano, segnalando silenziosamente tra di loro. Cannoni e altri pezzi venivano sollevati da gru magnetiche ed abbassati sui carrelli in attesa.
«Andiamo,» disse Franks deciso.
Si volse verso il bordo del Tubo. Una fila di plumbei di Classe D vi stava davanti: erano immobili e silenziosi. Franks si arrestò. Si guardò intorno. Un plumbeo di Classe A stava dirigendosi verso di lui.
«Di' a quelli di togliersi di torno,» ordinò Franks. Portò la mano alla pistola. «Sarà meglio che tu li faccia muovere.»
Il tempo passò: un momento senza fine, senza misura. Gli uomini stavano immobili, nervosi e pronti, tesi, mentre scrutavano le file di plumbei di fronte a loro.
«Come desiderate,» disse il plumbeo di Classe A.
Fece un segnale e i plumbei di Classe D tornarono in vita. Lentamente si spostarono di lato.
Un lungo sospiro di sollievo uscì dalle labbra di Moss.
«Sono lieto che abbiano ubbidito,» disse rivolto a Franks. «Guardali un po'. Perché non cercano di fermarci? Devono ben immaginare quello che abbiamo intenzione di fare.»
Franks scoppiò a ridere. «Fermarci? Hai visto quello che è successo quando hanno cercato di fermarci prima. Non possono; sono soltanto delle macchine. Li abbiamo costruiti in maniera che non è loro permesso di sfiorarci neppure con la punta di un dito, ed essi lo sanno bene.»
La sua voce di spense.
Gli uomini fissavano l'imbocco del Tubo. Attorno a loro i plumbei guardavano silenti ed impassibili, i loro volti metallici privi di qualsiasi espressione.
Per un lungo momento gli uomini restarono immobili. Infine Taylor volse la testa.
«Santo Dio!» mormorò. Era come intontito, privo di ogni sensazione.
Il Tubo era scomparso. Era stato sigillato, il suo imbocco era stato fuso e chiuso. Li accolse soltanto una superficie di metallo caldo che stava ancora raffreddandosi.
Il Tubo era stato chiuso.
Franks si volse, con il viso pallido e lo sguardo assente.
Il plumbeo di Classe A si mosse. «Come potete vedere, il Tubo è stato chiuso. Eravamo preparati a questa evenienza. Non appena voi tutti siete giunti in superficie è stato dato l'ordine. Se foste tornati indietro quando ve l'abbiamo chiesto, ora sareste tranquillamente nel sottosuolo. Abbiamo dovuto lavorare in fretta perché si è trattato di un lavoro immenso.»
«Ma perché?» chiese rabbiosamente Moss.
«Perché è impensabile che vi venga permesso di riprendere la guerra. Con tutti i Tubi sigillati, ci vorranno parecchi mesi prima che le forze del sottosuolo riescano a raggiungere la superficie. Non parliamo poi della possibilità di organizzare un programma militare. Nel frattempo il ciclo culturale sarà nelle ultime fasi. Non rimarrete così turbati nel trovare il vostro mondo intatto.
«Avevamo sperato che vi sareste trovati nel sottosuolo quando fosse giunto il momento del sigillo del Tubo. La vostra presenza qui è un intralcio. Quando i sovietici vennero alla superficie fummo in grado di procedere al sigillo senza…»
«I sovietici? Sono venuti su?»
«Parecchi mesi fa; vennero su inaspettatamente per vedere come mai la guerra non era stata ancora vinta. Fummo costretti ad agire con grande celerità. In questo momento stanno disperatamente cercando di aprire nuovi Tubi verso la superficie allo scopo di riprendere la guerra. Siamo riusciti, comunque, a sigillare ogni loro nuova apertura non appena compariva fuori.»
Il plumbeo osservava i tre uomini con la massima calma.
«Siamo tagliati fuori,» disse Moss tremando. «Non possiamo tornare indietro. Che cosa si fa?»
«Come avete fatto a sigillare il Tubo con tanta rapidità?» domandò Franks. «Non sono passate più di un paio d'ore da che stiamo quassù.»
«Avevamo sistemato delle bombe sopra il primo stadio di ciascun Tubo proprio per fronteggiare tale emergenza. Sono bombe termiche. Fondono il piombo e la roccia.»
Impugnando la pistola, Franks si mosse verso Moss e Taylor.
«Che cosa ne dite? Non possiamo tornare indietro, ma possiamo dare del filo da torcere a queste macchine, noi quindici. Abbiamo le nostre Bender. Che ne pensate?»
Si guardò intorno. I soldati si erano sparpagliati indietreggiando verso l'uscita ed ora se ne stavano all'aperto ad osservare il cielo e la vallata. Alcuni di essi stavano scendendo con cautela il pendio.
«Vi dispiacerebbe consegnarci le vostre tute e le vostre armi?» chiese gentilmente il plumbeo di Classe A. «Le tute sono scomode, e, in quanto alle armi, non ne avrete bisogno. I russi hanno consegnato le loro, come potete vedere voi stessi.»
Le loro dita s'irrigidirono sui grilletti. Quattro uomini in uniforme russa stavano venendo nella loro direzione provenendo da un aereo che, se ne resero conto all'improvviso, era atterrato silenziosamente a poca distanza.
«Diamo loro ciò che si meritano!» urlò Franks.
«Sono disarmati,» gli fece osservare il plumbeo. «Li abbiamo fatti venire qui in modo che poteste dare inizio alle trattative di pace.»
«Non abbiamo nessuna autorità per parlare a nome della nostra Nazione,» replicò freddamente Moss.
«Ma noi non intendevamo dire trattative diplomatiche,» spiegò il plumbeo. «Non ve ne saranno più. La necessità di risolvere i problemi quotidiani dell'esistenza vi insegnerà come tirare avanti nello stesso mondo. Non sarà facile, ma ce la farete.»
I russi si fermarono. Americani e russi rimasero a fissarsi tra loro con aperta ostilità.
«Sono il colonnello Borodoy e rimpiango di aver consegnato le nostre armi,» disse l'ufficiale più anziano del gruppo. «Avreste potuto essere i primi americani a venire uccisi in quasi otto anni.»
«O i primi americani ad uccidere,» lo corresse Franks.
«Nessuno ne avrebbe saputo nulla all'infuori di voi stessi,» fece loro notare il plumbeo. «Sarebbe stato un eroismo inutile. La vostra reale preoccupazione dovrebbe essere quella di riuscire a sopravvivere qui alla superficie. Non abbiamo cibo per voi, lo sapete, no?»
Taylor infilò la pistola nella fondina. «Hanno fatto proprio un bel lavoro di neutralizzazione, che gli venga un accidente! Propongo di trasferirci in qualche cittadina a coltivare del grano con l'aiuto di qualche plumbeo tentando di sistemarci il più comodamente possibile.» E, con le labbra strette sui denti, fissò il plumbeo di Classe A. Poi aggiunse: «Fino a quando le nostre famiglie non potranno venir su dal sottosuolo, sarà una vita piuttosto solitaria, ma dovremo farcela.»
«Se posso suggerire una cosa,» disse, un po' a disagio, un altro dei russi, «noi ci abbiamo provato a vivere in una cittadina. Ma è troppo dura, senza vita. Ed è anche una fatica troppo grande tentare di mantenerla in attività per un numero di persone così esiguo. Perciò ci siamo sistemati nel villaggio più moderno che siamo riusciti a scovare.»
«In questo paese,» aggiunse un terzo russo, «abbiamo molto da imparare da voi.»
Gli americani si trovarono a ridere all'improvviso.
«Anche voi, molto probabilmente, avete una cosa o due da insegnarci,» concesse Taylor generoso, «sebbene non riesca ad immaginare che cosa.»
Il colonnello russo si permise un sorriso. «Volete unirvi a noi e venire nel nostro villaggio? Ci renderebbe il lavoro più facile e ci darebbe compagnia.»
Il plumbeo s'interpose. «Quando i nostri piani saranno completati il termine sarà intercambiabile. 'Nostro' significherà soltanto che è di proprietà del genere umano.» Indicò il velivolo che si stava scaldando. «L'aereo vi attende. Volete unire i vostri sforzi per costruirvi una nuova dimora?»
I russi attesero che gli americani prendessero una decisione.
«Capisco cosa intendono dire i plumbei riguardo al fatto che la diplomazia diventerà fuori moda,» disse infine Franks. «La gente che lavora assieme non ha bisogno di diplomatici. Risolve i propri problemi a livello operativo invece che a un tavolo di conferenza.»
Il plumbeo li guidò verso l'aereo. «È il fine della storia quello di unificare il mondo. Dalla famiglia alla tribù, alla città-stato, alla nazione ed all'emisfero, la direzione è sempre stata verso l'unificazione. Ora gli emisferi saranno uniti e…»
Taylor smise di ascoltare e si volse a guardare in direzione dell'ingresso del Tubo, adesso sigillato. Mary si trovava là sotto. Non avrebbe voluto lasciarla, anche se non avrebbe avuto più la possibilità di vederla fino al giorno in cui il Tubo fosse stato riaperto. Ma poi scrollò le spalle e seguì gli altri.
Se quel piccolo amalgama di uomini precedentemente nemici era un esempio probante, allora non sarebbe passato molto tempo prima che lui, Mary ed il resto dell'umanità riprendessero a vivere sulla superficie come esseri razionali e non invece come individui singoli accecati dall'odio.
«Ci sono volute migliaia di generazioni per arrivare a questo punto,» concluse il plumbeo di Classe A. «Centinaia di secoli di spargimenti di sangue e di distruzioni. Ma ogni guerra è stata un passo verso l'unificazione del genere umano. Ed ora la meta è prossima: un mondo senza più guerra. Ma anche questo è soltanto l'inizio di un nuovo stadio della storia.»
«La conquista dello spazio,» sussurrò il colonnello Borodoy.
«Il significato della vita,» aggiunse Moss.
«Eliminare la fame e la povertà,» disse Franks.
Il plumbeo aprì il portello dell'aereo. «Tutto ciò ed altro ancora. Quanto altro ancora? Non possiamo prevederlo, più di quanto i primi uomini che formarono la prima tribù potessero prevedere questo giorno. Ma sarà grande al di là di ogni immaginazione.»
Il portello si chiuse e l'aereo si alzò in volo verso la nuova dimora.