Stories 93 / Random

Stories by philip kindred dick

cavie (italian)

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— Non mi piace — disse il maggiore Crispin Eller. Contìnuò a guardare dal visore dell'oblò. — Un asteroide come questo, con abbondanza d'acqua, temperatura moderata, un'atmosfera simile al composto terrestre di ossigeno e azoto…
— E nessuna forma di vita. — Harrison Blake, comandante in seconda, si avvicinò a Eller. Tutti e due rimasero a guardare dall'oblò. — Niente vita, eppure condizioni ideali. Aria, acqua, una buona temperatura. Perché?
Si fissarono. Sotto lo scafo dell'incrociatore X-43 si stendeva la superficie piatta e arida dell'asteroide. L'X-43 era lontanissimo da casa, nel cuore della galassia. La competizione col Triumvirato Marte-Venere-Giove aveva spinto Terra a cartografare e studiare ogni frammento di roccia dell'universo, con l'idea di reclamare più tardi i diritti minerari. L'X-43 stava piantando bandiere biancazzurre da più di un anno. I tre membri dell'equipaggio si erano meritati un periodo di riposo, una vacanza su Terra, e la possibilità di spendere gli stipendi che avevano accumulato. Le piccole navi destinate alle ricerche minerarie conducevano una vita pericolosa: farsi cautamente strada nella periferia del sistema infestata di detriti, evitare gli sciami di meteore, le nubi di batteri capaci di divorare gli scafi, i pirati spaziali, gli imperi microscopici sorti su remoti planetoidi artificiali…
— Ma guarda lì! — disse Eller, battendo rabbiosamente il pugno sul visore. — Condizioni perfette per la vita. E invece niente, solo rocce nude.
— Forse è un caso. Una coincidenza. — Blake scrollò le spalle.
— Lo sai che non esiste un solo posto dove non arrivino le particelle batteriche. Deve esserci qualche ragione, se questo asteroide non è fertile. Io fiuto qualcosa di sbagliato.
— Allora? Cosa facciamo? — Blake sorrise cupo. — Il capitano sei tu. Stando ai nostri ordini, dobbiamo atterrare e cartografare ogni asteroide con un diametro superiore alla classe D che incontriamo. Questo è un classe C. Usciamo a cartografarlo o no?
Eller esitò. — Non mi piace. Nessuno conosce tutti i fattori letali che iranno alla deriva nello spazio. Forse…
— È possibile che tu abbia voglia di tornare subito su Terra? — chiese Blake. — Rifletti un attimo. Nessuno saprebbe mai che abbiamo trascurato questo pezzetto di roccia. Io non aprirei bocca, Eller.
— Il punto non è questo! Mi preoccupo della nostra sicurezza, tutto qui. Sei tu quello che si sta agitando per rientrare su Terra. — Eller studiò il visore dell'oblò. — Se solo sapessimo.
— Facciamo uscire le cavie e vediamo cosa succede. Quando se ne saranno andate in giro per un po', dovremmo scoprire qualcosa.
— Mi spiace proprio di essere atterrato.
Il viso di Blake assunse una smorfia sprezzante. — Certo che stai diventando molto cauto, adesso che siamo quasi pronti a tornare a casa.
Eller restò a guardare, pensoso, le nude rocce grige, l'acqua in lento movimento. Acqua e rocce, qualche nube, una temperatura mite. Un posto perfetto per la vita. Però non c'era vita. Le rocce erano brulle, lisce. Assolutamente sterili, senza arbusti o muschi. Lo spettroscopio non rilevava nulla, nemmeno esseri acquatici unicellulari, nemmeno il familiare lichene marrone che avevano incontrato su un'infinità di grumi di roccia sparsi nella galassia. — Va bene — disse. — Apri uno dei portelli. Dirò a Silv di lasciare uscire le cavie.
Eller prese il videocitofono e compose il numero del laboratorio. Sotto di loro, nelle viscere della nave, Silvia Simmons era al lavoro, circondata da storte e apparecchiature. Eller premette il pulsante che attivava il circuito. — Silv? — disse.
Il viso di Silvia si formò sullo schermo. — Sì?
— Lascia uscire le cavie per un giretto. Mezz'ora circa. Con guinzagli e collari, ovviamente. Questo asteroide mi preoccupa. Potrebbero esserci veleni estremamente tossici, o aree radioattive. Quando gli animali rientreranno, sottoponili a test molto rigorosi. Non saltare una sola procedura.
— Va bene, Cris. — Silvia sorrise. — Magari poi potremo scendere anche noi a sgranchirci le gambe.
— Fammi avere i risultati dei test appena possibile. — Eller chiuse la comunicazione. Si girò verso Blake. — Immagino che tu sia soddisfatto. Fra un minuto le cavie saranno pronte per uscire.
Blake sorrise senza molto calore. — Sarò contento quando torneremo su Terra. Un viaggio con te come capitano è il massimo che possa sopportare.
Eller annuì. — Strano che tredici anni nel Servizio non ti abbiano insegnato un maggiore autocontrollo. Probabilmente non li perdonerai mai di non averti dato i galloni.
— Stai a sentire, Eller — disse Blake. — Ho dieci anni più di te. Ero già arruolato quando tu eri un ragazzino. Per quello che mi riguarda, tu sei sempre una faccia di bronzo insignificante. La prossima volta…
— CRIS!
Eller si girò di scatto. Il videoschermo si era riacceso. Il volto di Silvia esprimeva una paura frenetica.
— Sì? — Eller afferrò l'apparecchio. — Cosa c'è?
— Cris, sono appena stata alle gabbie. Le cavie… Sono in catalessi, assolutamente rigide. Tutte immobili. Temo che qualcosa…
— Blake, porta su la nave — disse Eller.
— Come? — mormorò Blake, confuso. — Dobbiamo…
— Porta su la nave! Sbrigati! — Eller corse alla consolle dei comandi. — Dobbiamo andarcene da qui!
Blake lo raggiunse. — È successo… — cominciò, ma si interruppe di colpo. La voce gli mori in gola. Il suo viso si irrigidì; gli si spalancò la bocca. Lentamente, Blake precipitò sul pavimento di metallo, afflosciandosi come un sacco vuoto. Eller lo fissò, stupefatto. Poi si scosse e tese le mani verso i comandi. All'improvviso, un fuoco atroce gli solcò il cranio, esplose dentro la sua testa. Mille dardi di luce si accesero dietro i suoi occhi, accecandolo. Barcollò, brancolò. Mentre le tenebre lo avvolgevano, le sue dita si chiusero sul pulsante del decollo automatico.
Mentre cadeva, fece pressione. Poi il buio lo avviluppò completamente. Non si accorse nemmeno del terribile impatto del pavimento che correva verso il suo corpo. La nave si alzò nello spazio, coi relè automatici che lavoravano a ritmo forsennato. Ma a bordo, nessuno si mosse.
Eller aprì gli occhi. Nella sua testa vibrava un dolore sordo, pulsante. Tentò di rialzarsi, aggrappandosi al corrimano. Anche Harrison Blake stava riprendendo i sensi: gemeva e cercava di tirarsi in piedi. Il suo viso dall'incarnato scuro aveva assunto un orribile colore giallastro; gli occhi erano iniettati di sangue, le labbra chiazzate di bava. Blake fissò Cris Eller, carezzandosi la fronte con mani tremanti.
— Dai, forza — disse Eller, aiutando l'altro a rialzarsi. Blake si lasciò cadere sul sedile di pilotaggio.
— Grazie. — Scosse la testa. — Cosa… Cosa è successo?
— Non so. Vado in laboratorio a vedere se Silv sta bene.
— Vuoi che venga anch'io? — mormorò Blake.
— No. Resta seduto. Non affaticare il cuore. Muoviti il meno possibile. Blake annuì. Eller, traballante, attraversò la cabina di comando, uscì in corridoio. Salì sul montacarichi e scese. Poco dopo, entrava in laboratorio. Silvia era riversa contro uno dei tavoli da lavoro, rigida, immobile.
— Silv! — Eller corse da lei, la tirò su, la scrollò. La carne di Silvia era dura e fredda. — Silv!
Lei si mosse un poco.
— Svegliati!—Eller prese dall'armadietto un tubetto di liquido stimolante, lo aprì e glielo avvicinò al naso. Silvia emise un gemito. Lui la scrollò.
— Cris? — chiese con voce fioca Silvia. — Sei tu? Cos'è… Cos'è successo? Va tutto bene? — Sollevò la testa, strizzò le palpebre. — Ti stavo parlando dal videoschermo. Mi sono avvicinata al tavolo, e di colpo…
— È tutto a posto. — Eller aggrottò la fronte, assorto, le mani posate sulle spalle della donna. — Cosa può essere stato? Un fascio di radiazioni emesso dall'asteroide? — Guardò l'orologio. — Buon Dio!
— Cosa c'è? — Silvia si rizzò a sedere, scostando i capelli dagli occhi. — Cosa c'è, Cris?
— Siamo rimasti svenuti per due giorni — rispose lentamente Eller, fissando l'orologio. Si passò una mano sul mento. — Be', questo spiega la barba. — Si carezzò la peluria ispida.
—Però adesso stiamo bene, no? — Silvia puntò l'indice sulle cavie, chiuse nelle gabbie disposte lungo la parete. — Guarda. Non sono più paralizzate.
— Vieni con me. — Eller la prese per mano. — Andiamo di sopra. Dobbiamo discutere, noi tre. Esamineremo ogni quadrante e strumento della nave. Voglio scoprire cos'è successo.
Blake si accigliò. — Devo ammettere che mi sono sbagliato. Non avremmo mai dovuto atterrare.
— A quanto sembra, le radiazioni sono partite dal centro dell'asteroide. — Eller tracciò una linea sulla carta. — Questi dati indicano un'onda che cresce molto rapidamente e poi si spegne. Una specie di onda pulsante, ritmica, proveniente dal nucleo centrale dell'asteroide.
— Se non avessimo decollato, forse saremmo stati colpiti da una seconda onda — disse Silvia.
— Gli strumenti hanno individuato un'onda successiva, circa quattordici ore più tardi. A quanto sembra, l'asteroide possiede un deposito di minerali che pulsa a ritmi regolari, emettendo radiazioni a intervalli costanti. Notate quanto sono brevi le lunghezze d'onda. Il fenomeno è molto simile ai raggi cosmici.
— Però tanto diverso da penetrare i nostri schermi.
— Esatto. Ci ha colpiti con tutta la sua forza. — Eller si appoggiò all'indietro sul sedile. — Questo spiega la mancanza di vita sull'asteroide. Se anche i batteri vi atterrassero, verrebbero distrutti dalla prima onda. Nessuna forma di vita potrebbe mai cominciare a svilupparsi.
— Cris? — disse Silvia.
— Sì?
— Cris, tu credi che quelle radiazioni possano averci fatto qualcosa? Siamo fuori pericolo? Oppure…
— Non ne sono certo. Guarda qui. — Eller le passò un foglio di carta millimetrata su cui erano tracciate righe rosse. — Come puoi notare, i nostri sistemi vascolari hanno ripreso in pieno la loro funzionalità, ma le risposte neurali non sono più quelle di prima. Si sono verificate alterazioni.
— Di che tipo?
— Non lo so. Non sono un neurologo. Vedo spiccate differenze rispetto ai tracciati originali che risalgono a un mese o due fa, ma proprio non so dire cosa significhino.
— Secondo te è una cosa seria?
— Solo il tempo ce lo potrà dire. I nostri sistemi cerebrali sono stati sottoposti a un'intensa ondata di radiazioni non classificate per dieci ore di fila. Non so dire quali effetti permanenti abbiano lasciato. Al momento, io mi sento bene. E voi?
— Bene — rispose Silvia. Dal visore del portello, scrutò il vuoto oscuro dello spazio profondo, gli innumerevoli frammenti di luce che formavano minuscole chiazze immobili. — Finalmente stiamo rientrando su Terra. Sarò felice di tornare a casa. Dovremmo farci esaminare immediatamente.
— Se non altro, i nostri cuori sono sopravvissuti senza danni palesi. Niente emboli o distruzione di celle. E stata la mia prima preoccupazione. In genere, un'esposizione a radiazione dure di quel tipo può…
— Fra quanto raggiungeremo il sistema solare? — chiese Blake.
— Una settimana.
Blake fece una smorfia. — È parecchio tempo. Spero che per allora siamo ancora vivi.
— Sconsiglierei un eccessivo esercizio fisico — disse Eller. — Ce la prenderemo calma per il resto del viaggio, sperando che quello che ci è stato fatto si possa curare su Terra.
— Secondo me ce la siamo cavata a poco prezzo — disse Silvia. Sbadigliò. — Signore, ho un sonno tremendo. — Si alzò, spingendo indietro la poltroncina. — Vorrei andare a riposare. Qualcuno ha obiezioni?
— Fai pure — rispose Eller. — Blake, cosa ne dici di una partitina? Vorrei rilassarmi. Blackjack?
— Certo — disse Blake. — Perché no? — Estrasse un mazzo di carte dalla tasca della giacca. — Ci aiuterà a passare il tempo. La carta più alta prende il mazzo.
— Okay. — Eller prese le carte, mischiò, ne scelse una: un sette di picche. Blake vinse il mazzo con un fante di cuori.
Giocarono nervosamente. Nessuno dei due era troppo interessato alla partita. Blake era immusonito e scontroso, ancora arrabbiato perché Eller aveva avuto ragione a non voler scendere sull'asteroide. Eller era stanco e irrequieto. La sua testa continuava a pulsare, nonostante gli analgesici che aveva preso. Si tolse il casco e si grattò la fronte. — Gioca — mormorò. Sotto i loro piedi, i reattori rombavano, portandoli sempre più vicini a Terra. Nel giro di una settimana sarebbero entrati nel sistema solare. Non vedevano Terra da oltre un anno. Come l'avrebbero trovata? Sarebbe stata ancora la stessa? Il grande globo verde, con i suoi grandi oceani, con le piccole isole. Atterraggio allo spazioporto di New York, poi lui si sarebbe diretto a San Francisco. Sì, sarebbe stato bello. Tutta quella gente, quelle folle di terrestri, i cari, vecchi, frivoli, sciocchi terrestri, senza una sola preoccupazione al mondo. Sorrise a Blake. Il sorriso si mutò in una smorfia.
La testa di Blake ciondolava. I suoi occhi si stavano chiudendo. Tra un po', si sarebbe addormentato.
— Svegliati — disse Eller. — Cosa ti prende?
Blake grugnì, si tirò su. Diede le carte. Poi la sua testa ricominciò a ciondolare sempre più.
— Mi spiace — mormorò. Allungò la mano per raccogliere la sua vincita. Eller si frugò in tasca, tirò fuori altri crediti. Rialzò gli occhi e fece per parlare, ma Blake si era completamente addormentato.
— Mi venga un accidenti! — Eller si alzò. — Strano. — Il petto di Blake si sollevava e abbassava nel ritmo regolare del respiro. Russava un poco, e il suo grande corpo era completamente rilassato. Eller abbassò le luci e si avviò alla porta. Cos'era successo a Blake? Non era da lui addormentarsi mentre giocava a carte.
Percorse il corridoio, in direzione della sua cabina. Era stanco, pronto per il sonno. Entrò in bagno, slacciò il colletto. Si tolse la giacca e aprì l'acqua calda. Sarebbe stato bellissimo mettersi a letto, dimenticare tutto ciò che era successo, l'esplosione improvvisa del fascio di radiazioni, il doloroso risveglio, gli artigli della paura. Cominciò a lavarsi la faccia. Dio, come gli ronzava la testa. Meccanicamente, versò acqua sulle braccia.
Fu solo quando ebbe quasi finito di lavarsi che se ne accorse. Rimase immobile a lungo, con l'acqua che gli scorreva sulle mani, gli occhi puntati sul lavandino, incapace di parlare.
Non aveva più le unghie.
Alzò lo sguardo sullo specchio, respirando convulsamente. Di colpo, si afferrò i capelli. Gli rimasero in mano manciate di ciocche castane. Capelli e unghie…
Rabbrividì, poi cercò di calmarsi. Capelli e unghie. Radiazioni. Ovvio: distruggere unghie e capelli era uno degli effetti delle radiazioni. Si studiò le mani.
Sì, le unghie erano completamente scomparse. Non ce n'era più traccia. Girò e rigirò le mani, esaminando le dita. Le punte erano perfettamente lisce. Tentando di soffocare il panico crescente, si scostò dallo specchio.
Lo folgorò un'idea. Era l'unico a essere stato colpito? E Silvia?
Indossò di nuovo la giacca. Senza unghie, le sue dita erano stranamente veloci e agili. Poteva esserci qualche altro effetto? Dovevano essere preparati. Tornò a guardare lo specchio.
E si sentì male.
La testa… Cosa stava succedendo? Serrò le mani sulle tempie. La testa. C'era qualcosa di sbagliato, di terribilmente sbagliato. Fissò la propria immagine, a occhi sgranati. Adesso era quasi completamente calvo. Le spalle e il resto della giacca erano coperti dai capelli caduti. Il cuoio capelluto era lucido, di un rosa sconcertante. Ma c'era qualcosa di più.
La sua testa si era espansa. Si stava gonfiando, andava assumendo la forma di una sfera. E le orecchie si stavano ritirando; le orecchie e il naso. Le narici diventavano sempre più sottili e trasparenti sotto i suoi stessi occhi. Stava cambiando. Subiva una metamorfosi rapidissima.
Infilò in bocca una mano tremante. I denti ballavano nelle gengive. Tirò. Diversi denti si staccarono immediatamente. Cosa stava succedendo? Stava morendo? Ed era l'unico? Cosa accadeva agli altri?
Si girò e corse fuori. Il suo respiro era affannato, ansante. Qualcosa gli stringeva il petto; le costole premevano per spingere fuori il fiato. Il cuore batteva spasmodicamente. E aveva le gambe molli. Si fermò, si aggrappò alla porta. Entrò nel montacarichi. All'improvviso, attorno a lui si levò un suono, un ruggito ferino: la voce di Blake, squassata da terrore e dolore.
"Ecco la risposta che cercavo" pensò cupamente Eller, mentre il montacarichi saliva. "Se non altro, non sono l'unico!"
Harrison Blake lo fissò a bocca aperta, orripilato. Eller non riuscì a trattenere un sorriso. Blake, completamente calvo, col cranio rosa e lucido, non era uno spettacolo molto attraente. Anche il suo cranio si era allargato, e le unghie erano scomparse. In piedi davanti al tavolo della cabina di comando, scrutò dapprima Eller, poi abbassò lo sguardo su se stesso. L'uniforme era troppo grande per il suo corpo che andava rimpicciolendo. Gli cascava addosso mollemente.
— Allora? — disse Eller. — Sarà già una fortuna uscirne vivi. Le radiazioni spaziali possono fare strane cose a un corpo umano. Non è stato il nostro giorno fortunato, quello dell'atterraggio su quel…
— Eller — sussurrò Blake — cosa facciamo? Non possiamo vivere in questa maniera. Non così! Guarda come siamo ridotti.
— Lo so. — Eller fece una smorfia. Adesso che era quasi privo di denti, aveva difficoltà a parlare. All'improvviso, si sentì come un neonato: senza denti, senza capelli, con un corpo che diventava sempre più fragile di attimo in attimo. Fin dove sarebbe arrivata la metamorfosi?
— Non possiamo tornare così — disse Blake. — Non possiamo rimettere piede su Terra con questo aspetto. Dio del cielo, Eller! Siamo mostri. Mutanti. Ci… Ci chiuderanno in gabbia come animali. La gente ci…
— Piantala. — Eller raggiunse l'altro. — Siamo già fortunati a essere vivi. Siediti. — Scostò una poltroncina. — Credo sia meglio non stare troppo in piedi.
Sedettero tutti e due. Blake inspirò, tremante. Cominciò a carezzarsi la fronte. — Non è di noi due che mi preoccupo — disse Eller, dopo un po'.
— Mi preoccupa Silvia. Sarà lei a soffrirne di più. Sto cercando di decidere se sia il caso o no di tornare su Terra. Se non lo facciamo, lei potrebbe…
Ci fu un ronzio. Il videoschermo si accese. Apparvero le pareti bianche del laboratorio, le storte e le file di apparecchiature disposte in perfetto ordine lungo le pareti.
— Cris? — La voce di Silvia era esile, venata d'orrore. La ragazza non era visibile sullo schermo. Evidentemente, si teneva in disparte.
— Sì. — Eller si portò al videoschermo. — Come stai?
— Come sto? — Un brivido d'isterismo percorse la voce della ragazza.
— Cris, è successo anche a te? Ho paura di guardare. — Ci fu una pausa.
— È successo, vero? Ti vedo… Ma tu non cercare di guardarmi. Non voglio che tu mi riveda mai più. È… È orribile. Cosa possiamo fare?
— Non lo so. Blake dice che non possiamo tornare su Terra in questo stato.
— No! Non possiamo tornare! Non possiamo!
Ci fu silenzio. — Decideremo più avanti — disse alla fine Eller. — Non siamo costretti a farlo subito. I cambiamenti dei nostri sistemi biologici sono dovuti alle radiazioni, per cui potrebbero essere solo passeggeri. Col tempo potrebbero scomparire. 0 potrebbe aiutarci la chirurgia plastica. Comunque, per il momento non preoccupiamoci.
— Non preoccupiamoci? Ma certo, è ovvio che non mi preoccuperò. Come potrei preoccuparmi per una cosuccia come questa? Cris, non capisci? Siamo mostri. Mostri senza capelli, senza denti, senza unghie. Le nostre teste…
— Sì che capisco. — Eller serrò le labbra. — Tu resta giù in laboratorio. Blake e io discuteremo con te attraverso il videoschermo. Non dovrai mostrarti.
Silvia inalò una boccata d'aria. — Tutto quello che vuoi. Sei sempre il capitano.
Eller girò la testa. — Blake, ti senti in grado di parlare?
La figura con la testa a cupola annuì dal suo angolo, muovendo in maniera impercettibile l'immenso cranio calvo. Il corpo di Blake, un tempo grosso, si era rimpicciolito, raggrinzito. Le braccia erano cannelli di pipa, il petto scavato, roso da chissà quale malattia. Irrequiete, le punte delle dita, prive di unghie, tamburellavano sul tavolo. Eller lo studiò.
— Cosa c'è? — chiese Blake.
— Niente. Ti stavo solo guardando.
— Non sei un bello spettacolo nemmeno tu.
— Me ne rendo conto. — Eller sedette di fronte all'altro. Il cuore batteva forte; il respiro era faticoso. — Povera Silv! Per lei è peggio che per noi.
Blake annuì. — Povera Silv. Poveri tutti e tre. Ha ragione lei, Eller. Siamo dei mostri. — Piegò in una smorfia le fragili labbra. — Su Terra ci distruggeranno. Oppure ci chiuderanno sotto chiave. Forse una morte veloce sarebbe la cosa migliore. Mostri, aborti, idrocefalici, senza un solo capello…
— Non idrocefalici — disse Eller. — Il nostro cervello non ha subito danni. Di questo dobbiamo essere grati. Siamo ancora in grado di pensare. Abbiamo ancora le nostre menti.
— In ogni caso, sappiamo perché non esiste vita su quell'asteroide — disse Blake, ironico. — Come squadra d'esplorazione, siamo in gamba. Abbiamo ottenuto l'informazione. Radiazioni, radiazioni letali che distruggono i tessuti organici. Producono mutazioni e alterazioni della crescita cellulare, nonché cambiamenti nella struttura e nella funzione degli organi.
Eller lo studiò pensoso. — È un discorso molto dotto per te, Blake.
— È una descrizione accurata. — Blake alzò la testa. — Cerchiamo di essere realisti. Siamo una mostruosa cancrena provocata da radiazioni dure. Ammettiamolo. Non siamo più uomini, esseri umani. Siamo…
— Siamo cosa?
— Non lo so. — Blake piombò nel silenzio.
— Strano — disse Eller. Scrutò le proprie dita, pensoso. Provò a muoverle. Lunghe; lunghe e sottili. Percorse con le dita la superficie del tavolo. La pelle era sensibile. Lo informava su ogni intaccatura del piano, ogni minuscola crepa o sfregio.
— Cosa stai facendo?—chiese Blake.
— Sono curioso. — Eller portò le dita davanti agli occhi, le studiò. La sua vista stava diminuendo. Tutto era vago, confuso. Di fronte a lui, Blake aveva lo sguardo puntato sul pavimento. Gli occhi di Blake avevano cominciato a rimpicciolire, a lasciarsi lentamente assorbire dal grande cranio. Di botto, Eller intuì che stavano perdendo la vista. Stavano diventando ciechi. Lo prese il panico.
— Blake! — disse. — Stiamo diventando ciechi. C'è un deterioramento progressivo di occhi, capacità visiva e funzionamento della muscolatura.
— Lo so — disse Blake.
— Ma perché? Stiamo letteralmente perdendo gli occhi! Scompaiono, muoiono. Perché?
— Atrofia — mormorò Blake.
— Forse. — Eller prese dal tavolo il diario di bordo e un raggio scrivente. Vergò qualche appunto sul foglio. Diminuzione della vista, molto rapida. Però dita assai più sensibili. Maggiore sensibilità della pelle. Un processo di compensazione?
— E di questo cosa ne pensi? — chiese. — Stiamo perdendo alcune funzioni e ne acquistiamo altre.
— Nelle mani? — Blake studiò le proprie mani. — La scomparsa delle unghie rende possibili nuovi usi delle dita. — Passò le dita sulla stoffa dell'uniforme. — Sento la presenza di singole fibre, cosa che prima mi era impossibile.
— Allora la caduta delle unghie aveva uno scopo!
— E con ciò?
— Siamo partiti dal presupposto che tutto questo non abbia alcun senso. Bruciature accidentali da radiazioni, distruzione delle cellule, alterazioni. Mi chiedo… — Eller, lentamente, passò il raggio scrivente sul lungo foglio. Dita: nuovi organi di percezione. Tatto amplificato, risposte tattili molto più precise. Ma capacità visive in diminuzione…
— Cris! — esclamò la voce di Silvia, tagliente e spaventata.
— Cosa c'è? — Eller si girò verso lo schermo.
— Sto perdendo la vista. Non ci vedo.
— Tutto a posto. Non preoccuparti.
— Ho… Ho paura.
Eller si avvicinò allo schermo. — Silv, io penso che stiamo perdendo alcuni sensi e guadagnandone altri. Controlla le dita. Noti niente? Tocca qualcosa.
Ci fu una pausa straziante. — Mi pare di avere una sensibilità tattile molto diversa. Non è più come prima.
— E per questo che abbiamo perso le unghie.
— Ma cosa significa?
Eller si toccò il cranio gonfio, esplorò con cura la pelle liscia. All'improvviso, boccheggiò e strinse i pugni. — Silv! Sei ancora in grado di fare radiografie? Ce la fai a muoverti in laboratorio?
— Penso di sì.
— Allora voglio che tu faccia una radiografia. Immediatamente. Appena la lastra sarà pronta, avvertimi.
— Una radiografia? Di cosa?
— Del tuo cranio. Voglio vedere che cambiamenti hanno subito i nostri cervelli. Soprattutto il cerebro. Forse comincio a capire.
— Di cosa si tratta?
— Te lo dirò dopo avere visto la lastra. — Un sorriso esile danzò sulle labbra sottili di Eller. — Se ho ragione, ci siamo completamente sbagliati su quello che ci è successo!
Eller fissò a lungo la lastra inquadrata sullo schermo. Intravvide vagamente i contorni del cranio; la sua vista aveva continuato a diminuire. La lastra tremava nelle mani di Silvia.
— Cosa vedi? — sussurrò la ragazza.
— Avevo ragione. Blake, guarda qui, se ce la fai.
Blake si avvicinò lentamente, usando una poltroncina a mo' di bastone. — Cos'è? — Scrutò la lastra, strizzò le palpebre. — Non ci vedo abbastanza.
— Il cervello è cambiato in maniera enorme. Guarda quanto si è allargato qui. — Eller seguì col dito il profilo del lobo frontale. — Qui, e qui. C'è stata una crescita, una crescita sorprendente. E un infittirsi delle circonvoluzioni. Guarda questo strano rigonfiamento che esce dal lobo frontale. Una specie di sporgenza. Cosa potrebbe essere, secondo te?
— Non ne ho idea — rispose Blake. — Non è la zona dove si situano i processi superiori di pensiero?
— È la sede delle facoltà cognitive più sviluppate. Ed è proprio lì che si è verificato il maggior tasso di crescita. — Eller si allontanò dallo schermo.
— Tu cosa ne deduci? — chiese la voce di Silvia.
— Ho una teoria. Potrei sbagliarmi, ma collima alla perfezione con tutto il resto. Mi è venuta in mente quasi subito, quando mi sono accorto di non avere più le unghie.
— Qual è la tua teoria?
Eller sedette al tavolo. — Sarà meglio che tu non resti in piedi, Blake. Non credo che i nostri cuori siano troppo forti. La nostra massa corporea sta diminuendo, per cui forse più avanti…
— La tua teoria! Qual è? — Blake si avvicinò al capitano. Il suo petto da uccellino si alzava e abbassava nel respiro. Ciò che restava dei suoi occhi si puntò su Eller. — Qual è?
— Ci siamo evoluti — disse Eller. — Le radiazioni dell'asteroide hanno accelerato la crescita cellulare, come accade col cancro. Ma non a caso. Questi cambiamenti hanno un obiettivo e una direzione precisa, Blake. Ci stiamo modificando rapidamente. Viviamo interi secoli in pochi secondi.
Blake restò a fissarlo.
— È vero — disse Eller. — Ne sono certo. Il cervello che si espande, la vista che diminuisce, la perdita di capelli e denti. L'aumento della sensibilità tattile e della funzionalità delle dita. Per tanti versi, i nostri corpi hanno perso qualcosa. Però le menti hanno beneficiato dei cambiamenti. Stiamo sviluppando poteri cognitivi maggiori, capacità concettuali più ampie. Le nostre menti stanno correndo verso il futuro. Si evolvono.
— Si evolvono! — Blake si mise a sedere. — Può essere vero?
— Ne sono certo. Faremo altre radiografie, è ovvio. Sono ansioso di vedere i cambiamenti in organi interni come reni e stomaco. Suppongo che abbiamo perso una parte dei nostri…
— Ci stiamo evolvendo! Ma questo significa che l'evoluzione non è il risultato di sollecitazioni esterne casuali. Della competizione e della lotta. Di una selezione naturale cieca, arbitraria. Significa che ogni organismo porta in sé le radici della propria evoluzione. Allora l'evoluzione è teleologica, ha un obiettivo, non è determinata dal caso.
Eller annuì. — A quanto capisco, la nostra evoluzione è una crescita interna, un cambiamento lungo linee molto precise. Di certo non è casuale. Sarebbe interessante sapere quale sia la forza che la dirige.
— Questo getta una nuova luce su tutto — mormorò Blake. — Allora non siamo mostri, a conti fatti. Non siamo mostri. Siamo… Siamo uomini del futuro.
Eller lo guardò. C'era un tono strano nella voce di Blake. — Probabilmente puoi metterla così — ammise. — Ovviamente, su Terra saremo sempre considerati scherzi di natura.
— Però si sbaglierebbero — disse Blake. — Sì, ci guarderanno e diranno che siamo mostri. Ma non lo siamo. Fra qualche milione d'anni, tutta la razza umana sarà come noi. Noi siamo in anticipo sui tempi, Eller.
Eller studiò la grande testa gonfia di Blake. Ne intravvedeva solo vagamente il profilo. La cabina di comando, per quanto ben illuminata, stava già diventando quasi buia. Avevano praticamente perso la vista. Eller riusciva a distinguere solo ombre indefinite, niente di più.
— Uomini del futuro — disse Blake. — Non mostri, ma uomini di domani. Sì, indubbiamente questo getta una nuova luce sulle cose. — Rise nervosamente. — Qualche minuto fa mi vergognavo del mio nuovo aspetto! Ma adesso…
— Ma adesso cosa?
— Ma adesso non sono più tanto sicuro.
— Cosa vorresti dire?
Blake non rispose. Lentamente, aggrappandosi al tavolo, si alzò.
— Dove vai? — chiese Eller.
Blake attraversò a fatica la sala, avanzando a tentoni verso la porta. — Devo rifletterci su. Ci sono elementi sorprendentemente nuovi da prendere in considerazione. Sono d'accordo con te, Eller. Hai ragione. Ci siamo evoluti. Le nostre facoltà cognitive sono enormemente aumentate. C'è un notevole deterioramento della funzionalità fisica, questo è ovvio. Ma era prevedibile. Credo proprio che ci abbiamo guadagnato, tutto sommato. — Si toccò con cautela il cranio gonfio. — Sì, credo che in definitiva ci abbiamo guadagnato. Quando torneremo indietro col pensiero, ci accorgeremo che questo è stato un grande giorno, Eller. Un grande giorno nelle nostre vite.
Sono certo che la tua teoria sia corretta. Con l'avanzare del processo, sento cambiamenti nelle mie capacità concettuali. La facoltà gestaltica è aumentata in maniera incredibile. Riesco a intuire certi rapporti che…
— Fermati! — disse Eller. — Dove stai andando? Rispondimi. Sono ancora il capitano di questa nave.
— Dove vado? Nella mia cabina. Ho bisogno di riposare. Questo corpo è enormemente inadeguato. Forse sarà necessario costruire mezzi di trasporto meccanici, addirittura organi come cuore e polmoni artificiali. Sono sicuro che i sistemi polmonari e vascolari non reggeranno a lungo. La durata prevedibile della nostra vita deve senza dubbio essere molto diminuita. Ci vediamo più tardi, maggiore Eller. Ma forse non dovrei usare il verbo vedere. — Un vago sorriso. — Non vedremo più molto. — Blake alzò le mani. — Ma queste prenderanno il posto della vista. — Si toccò il cranio. — E questo prenderà il posto di molte, molte cose.
Scomparve, chiudendosi la porta alle spalle. Eller lo sentì avanzare in corridoio a passi lenti ma decisi, testardi, tastando con le mani.
Eller tornò allo schermo. — Silvi Mi senti? Hai ascoltato la nostra conversazione?
— Sì.
— Allora sai cosa ci è successo.
— Sì, lo so. Cris, ormai sono quasi completamente cieca. Praticamente non vedo più nulla.
Al ricordo degli occhi vivaci, brillanti di Silvia, Eller fece una smorfia. — Mi spiace, Silv. Vorrei non fosse mai successo. Vorrei fossimo ancora ciò che eravamo. Non ne vale la pena.
— Blake pensa il contrario.
— Lo so. Senti, Silv, voglio che tu scenda qui in cabina di comando, se ce la fai. Sono preoccupato per Blake, e ti voglio qui con me.
— Preoccupato? In che senso?
— Ha qualcosa in mente. Non andrà in cabina semplicemente per riposare. Vieni qui da me, e decideremo cosa fare. Qualche minuto fa, ero io a dire che dovremmo tornare su Terra, ora credo di avere cambiato idea.
— Perché? Per colpa di Blake? Non penserai che Blake potrebbe…
— Ne discuterò con te quando sarai qui. Serviti delle mani per capire dove stai andando. Blake ci è riuscito, quindi probabilmente puoi farcela anche tu. Penso che forse non rientreremo su Terra, a conti fatti. Ma vorrei esporti le mie ragioni.
— Sarò da te il più in fretta possibile — disse Silvia. — Ma sii paziente. E… Cris, non guardarmi. Non voglio che tu mi veda in questo stato.
— Non ti vedrò — rispose Eller, cupo. — Quando arriverai qui, non sarò più in grado di vedere niente, più o meno.
Silvia sedette al tavolo. Aveva indossato una delle tute spaziali del laboratorio; il suo corpo era nascosto da plastica e metallo. Eller aspettò che riprendesse fiato.
— Parla pure — disse Silvia.
— La prima cosa che dobbiamo fare è raccogliere tutte le armi che abbiamo a bordo. Quando Blake tornerà, annuncerò che non rientreremo su Terra. Penso che si arrabbierà, forse al punto di creare problemi. Se non mi sbaglio, adesso che comincia a capire le implicazioni della nostra metamorfosi, desidera ardentemente tornare su Terra.
— E invece tu non vuoi farlo.
— No. — Eller scosse la testa. — Non dobbiamo tornare su Terra. È pericolosissimo. Tu stessa puoi intuire di quale tipo di pericolo si tratti.
— Blake è affascinato dalle nuove potenzialità—disse Silvia, pensosa.— Siamo più avanti di tutti gli altri uomini. Li precediamo di parecchi milioni di anni, e stiamo avanzando di attimo in attimo. I nostri cervelli, le nostre capacità di pensiero, sono molto più evoluti di qualunque altro terrestre.
— Blake vorrà tornare su Terra non come uomo comune, ma come uomo del futuro. In confronto ad altri terrestri, potremmo trovarci nella posizione di geni in mezzo a un branco di idioti. Se questo processo di metamorfosi contìnua, li potremmo giudicare niente di più che primati superiori. Animali, al nostro confronto.
Rimasero zitti tutti e due per un po'.
— Se torniamo su Terra, scopriremo che gli esseri umani sono poco più che animali — riprese Eller. — Date le circostanze, non ci parrebbe perfettamente naturale aiutarli? Dopo tutto, siamo più avanti di loro di milioni di anni. Potremmo fare molto per loro, se ci permettessero di guidarli, dirigerli, pianificare.
— E se opponessero resistenza, è probabile che troveremmo il modo di prendere il controllo della situazione — disse Silvia. — E ovviamente, faremmo tutto solo per il loro bene. Questo è sottinteso. Hai ragione, Cris. Se torniamo su Terra, scopriremo subito di disprezzare il resto della specie umana. Ci verrà voglia di guidarli, di dirigere le loro vite, che loro lo vogliano o no. Sì, sarà una tentazione fortissima.
Eller si alzò. Andò al ripostiglio delle armi e lo aprì. Con estrema cura, prese le mitragliatrici Boris e le portò al tavolo, a una a una.
— La prima cosa da fare è distruggere queste. Poi, tu e io dovremo fare in modo che Blake stia lontano dalla cabina di comando. È indispensabile, anche se dovessimo barricarci. Modificherò la rotta della nave. Ci allontaneremo dal sistema. Ci dirigeremo verso qualche regione remota. È l'unica possibilità.
Aprì le mitragliatrici ed estrasse i dispositivi di fuoco. Li fracassò a uno a uno, schiacciandoli sotto gli stivali.
Ci fu un rumore. Si girarono tutti e due, sforzandosi di vedere.
— Blake! — disse Eller. — Devi essere tu. Non ti vedo, però…
— Hai ragione — rispose la voce di Blake. — No, Eller, non puoi vedermi. Siamo tutti ciechi, o quasi. Così hai distrutto le mitragliatrici! Temo che questo non ci impedirà di rientrare su Terra.
— Torna nella tua cabina — disse Eller. — Sono il capitano, e ti ordino di…
Blake rise. — Mi ordini? Sei quasi cieco, Eller, ma credo che riuscirai a vedere… questo!
Qualcosa si alzò nell'aria, avvolgendo Blake: una nube color azzurro chiaro. Eller boccheggiò, si ritrasse quando la nube cominciò a volteggiare attorno a lui. Aveva l'impressione di dissolversi, di dividersi in una miriade di frammenti che venivano portati via, che andavano alla deriva…
Blake fece rientrare la nube nel dischetto che aveva in mano. — Se ricordate — disse, calmo — sono stato io a ricevere la prima dose di radiazioni. Sono un po' più avanti di voi due. Di poco, forse, ma è abbastanza. In ogni caso, le mitragliatrici Boris non servirebbero a nulla, a paragone di quello che ho io. Non dimenticate che tutto, su questa nave, è antiquato di un milione di anni. Ciò che ho io…
— Dove hai preso quel disco?
— Non l'ho preso da nessuna parte. L'ho costruito, appena ho intuito che non avresti riportato la nave su Terra. E stato facile. Fra breve, anche voi due comincerete a rendervi conto dei vostri nuovi poteri. Ma per il momento, ho paura che siate leggermente indietro.
Eller e Silvia respiravano affannosamente. Eller si abbandonò contro il corrimano, esausto. Il suo cuore era una pompa impazzita. Fissò il disco nella mano di Blake.
— Continueremo a dirigere verso Terra — riprese Blake. — Nessuno di voi due toccherà i comandi. Quando arriveremo allo spazioporto di New York, anche voi vedrete le cose sotto una luce diversa. Mi raggiungerete nell'evoluzione e vedrete le cose come le vedo io. Dobbiamo tornare, Eller. È il dovere che abbiamo nei confronti della specie umana.
— Dovere?
La voce di Blake aveva un tono beffardo. — Ma certo che è nostro dovere! La specie umana ha bisogno di noi. Ha un estremo bisogno di noi. Possiamo fare moltissimo per Terra. Sai, sono riuscito a captare una parte dei tuoi pensieri. Non tutti, ma quanto bastava per sapere cosa hai in mente. Scoprirai che d'ora in poi cominceremo a non usare più il discorso come mezzo di comunicazione. Presto inizieremo ad affidarci direttamente alla…
— Se riesci a leggermi nella mente, capirai anche perché non dobbiamo tornare su Terra — disse Eller.
— Vedo quello che pensi, ma sbagli. Dobbiamo tornare per il loro bene. — Blake rise piano. — Possiamo fare tanto per loro. La loro scienza cambierà, nelle nostre mani. Cambieranno anche loro, modificati da noi. Rifaremo Terra, la renderemo più forte. Il Triumvirato sarà impotente di fronte alla nuova Terra, la Terra che noi costruiremo. Noi tre trasformeremo la razza, la porteremo a nuove vette, la faremo espandere nell'intera galassia. La specie umana sarà la materia che noi forgeremo. L'azzurro e il bianco verranno piantati da per tutto, su ogni pianeta della galassia, non su semplici frammenti di roccia. Renderemo forte Terra, Eller. Terra regnerà in ogni dove.
— Allora è questo il tuo piano — disse Eller. — E se Terra non volesse darci retta? Cosa accadrebbe?
— È possibile che non capiscano — ammise Blake. — Dopo tutto, dobbiamo renderci conto che siamo milioni di anni più avanti di loro. Loro sono enormemente più indietro, e molte volte potrebbero non capire lo scopo dei nostri ordini. Ma tu sai che gli ordini vanno eseguiti, anche se non se ne comprende il senso. Hai comandato navi. Lo sai. Per il bene di Terra, e per…
Eller balzò avanti. Ma il corpo così fragile lo tradì. Si fermò ansimante, tendendo mani frenetiche, cieche, verso Blake. Blake, con un'imprecazione, indietreggiò. — Idiota! Non…
Il disco brillò. La nube azzurra esplose in faccia a Eller. Eller barcollò, alzò le mani; poi, di colpo, crollò sul pavimento. Silvia avanzò verso Blake, lenta e goffa nella pesante tuta spaziale. Blake si girò verso lei, puntò il disco. Si levò una seconda nube. Silvia urlò. La nube la divorò.
— Blake! — A fatica, Eller si accoccolò sulle ginocchia. La figura barcollante che era stata Silvia ondeggiò e cadde. Eller afferrò le braccia di Blake. I due uomini ondeggiarono avanti e indietro. Blake tentò di sottrarsi alla stretta. All'improvviso, a Eller mancarono le forze. Scivolò indietro, e colpì con la testa il pavimento di metallo. Silvia era riversa al suo fianco, muta e immobile.
— Sfammi lontano — ringhiò Blake, agitando il disco. — Posso distruggere te come ho distrutto lei. Mi capisci?
— L'hai uccisa — gridò Eller.
— Colpa tua. Lo vedi cosa ci guadagni a lottare? Sfammi lontano! Se ti avvicini, ti scatenerò addosso la nube un'altra volta. Sarà la tua fine.
Eller non si mosse. Restò a fissare la forma inerte.
— Va bene. — La voce di Blake sembrava venire da un'enorme distanza. — Adesso stammi a sentire. Proseguiremo in direzione di Terra. Tu guiderai la nave per me, intanto che io lavorerò in laboratorio. Posso percepire i tuoi pensieri. Se tenterai di cambiare rotta, lo saprò immediatamente. Scordati di Silvia! Restiamo sempre noi due. Bastiamo per fare quello che va fatto. Tra pochi giorni entreremo nel sistema solare. Prima, ci sono molte cose da fare. — La voce di Blake era calma, sicura. — Riesci ad alzarti?
Eller si sollevò lentamente, aggrappandosi al corrimano.
— Bene — disse Blake. — Dobbiamo preparare tutto con la massima cura. Potremmo avere difficoltà coi terrestri, all'inizio. Dobbiamo essere pronti. Penso di riuscire a costruire le attrezzature necessarie, nel tempo che ci resta. Più tardi, quando anche tu ti sarai evoluto al mio livello, potremo lavorare assieme per creare quello che ci occorre.
Eller lo fissò. — Credi che starò al tuo gioco? — chiese. Il suo sguardo si posò sulla figura riversa sul pavimento, la figura muta, immobile. — Credi che dopo questo potrei mai…
— Andiamo, andiamo, Eller — disse Blake, spazientito. — Mi sorprendi. Devi cominciare a vedere le cose da una nuova prospettiva. La posta in palio è troppo importante per prendere in considerazione…
— Allora è così che vuoi trattare la specie umana! È così che la salverai! Con questi metodi!
— Arriverai a un atteggiamento più realistico — disse Blake, calmo. — Capirai che in quanto uomini del futuro…
— Credi davvero che lo farò?
I due uomini si fronteggiarono.
L'ombra del dubbio, lenta, si insinuò sul viso di Blake. — Devi farlo, Eller! E nostro dovere vedere le cose da una nuova prospettiva. Certo che lo farai. — Aggrottò la fronte, alzò leggermente il disco. — Com'è possibile dubitarne?
Eller non rispose.
— Forse — continuò Blake, meditabondo — nutrirai un certo risentimento nei miei confronti. Forse la tua visuale sarà oscurata da questo incidente. E possibile… — Il disco si mosse. — In questo caso, dovrò accettare il più in fretta possibile la consapevolezza che sarò costretto a continuare da solo. Se non vorrai unirti a me per fare le cose che bisogna fare, dovrò farle da solo. — Le sue dita si strinsero sul disco. — Farò tutto da solo, Eller, se non vorrai unirti a me. Forse è la soluzione migliore. Prima o poi, questo momento potrebbe arrivare in qualunque caso. E meglio che io…
Blake urlò.
Dalla parete, una grande forma trasparente si trasferì lentamente, con estrema calma, in cabina. Dietro la forma ne apparve un'altra, e poi un'altra ancora, finché ce ne furono cinque. Le forme pulsavano piano, e proiettavano un fioco bagliore interno. Erano tutte identiche, prive di contorni definiti.
Si fermarono al centro della cabina, sospese nell'aria a poca distanza dal pavimento. Senza emettere alcun suono, pulsavano dolcemente. Era come se stessero aspettando qualcosa.
Eller le scrutò. Blake aveva abbassato il disco. Pallidissimo, teso, era a bocca aperta per lo stupore. All'improvviso, Eller si rese conto di qualcosa che gii procurò gelidi brividi di paura. Non vedeva le forme. Ormai era quasi completamente cieco. Le sentiva in un modo del tutto nuovo, grazie a nuove capacità percettive. Tentò di capire; sforzò la mente. Poi, di colpo, comprese. E seppe perché le forme non possedevano un aspetto, un contorno preciso.
Erano energia pura.
Blake si scosse, tornò in sé. — Cosa… — balbettò, agitando il disco. — Chi…
Un lampo di pensiero interruppe Blake. Il pensiero scavò un solco nella mente di Eller, duro e tagliente: un pensiero freddo, impersonale, distaccato e remoto.
— La ragazza. Per prima.
Due delle forme si mossero verso il corpo inerte di Silvia, a fianco di Eller. Si fermarono un poco al di sopra di lei, emettendo un bagliore pulsante. Poi, una parte di quell'aura luminosa balzò giù, corse verso il corpo della ragazza, lo avvolse in un bagno di fuoco.
— Basta così — giunse un secondo pensiero, qualche attimo più tardi. L'aura si ritrasse. — Adesso, quello con l'arma.
Una forma si mosse in direzione di Blake. Blake indietreggiò verso la porta alle sue spalle. Il suo corpo raggrinzito tremava di paura.
— Cosa siete? — chiese, alzando il disco. — Chi siete? Da dove venite? La forma continuò ad avanzare.
— Vattene! — strillò Blake. — Vattene! Se non te ne vai…
Fece fuoco col disco. La nube azzurra penetrò nella forma. La forma tremolò per un attimo, assorbì la nube. Poi si rimise in movimento. Blake uggiolò. Fuggì in corridoio, inciampò e cadde. La forma esitò alla porta. Poi venne raggiunta da una seconda forma che le si affiancò.
Una sfera di luce uscì dalla prima forma e volò fino a Blake. Lo avviluppò. La luce svanì. Dove prima c'era Blake, non c'era più nulla. Assolutamente nulla.
— Sgradevole — annunciò un pensiero — ma necessario. La ragazza si sta riprendendo?
— Sì.
— Bene.
— Chi siete? — chiese Eller. — Cosa siete? Silv se la caverà? È viva?
— La ragazza si rimetterà. — Le forme si mossero verso Eller, lo circondarono. — Forse avremmo dovuto intervenire prima che subisse danni, ma abbiamo preferito aspettare sino ad avere la certezza che quello con l'arma avrebbe preso il sopravvento.
— Allora sapevate cosa stava accadendo?
— Abbiamo visto tutto.
— Chi siete? Da dove… Da dove arrivate?
— Eravamo qui — rispose un pensiero.
— Qui?
— Sulla nave. Eravamo qui sin dall'inizio. Siamo stati noi i primi a essere investiti dalle radiazioni. Blake si sbagliava. Quindi, la nostra trasformazione è cominciata ancora prima della sua. E inoltre, noi abbiamo percorso una strada molto più lunga. La tua specie non ha davanti a sé una grande evoluzione. Qualche centimetro in più di cranio, qualche pelo in meno, forse. Ma non troppo. La nostra razza, invece, era solo all'inizio dell'evoluzione.
— La vostra specie? Siete stati i primi a ricevere le radiazioni? — Eller girò la testa qua e là, sopraffatto da ciò che cominciava a capire. — Allora dovete essere…
— Sì — confermò il pensiero calmo, inflessibile. — Hai ragione. Siamo le cavie del laboratorio. I porcellini d'India che avete portato per esperimenti e test. — C'era quasi una sfumatura di divertimento nel pensiero. — Comunque, non nutriamo risentimenti nei tuoi confronti, te lo assicuro. A dire il vero, la vostra razza ci interessa ben poco, in un senso o nell'altro. Siamo leggermente in debito con te per averci aiutati a percorrere il nostro sentiero, per aver portato a compimento il nostro destino in pochi minuti, invece che in altri cinquanta milioni d'anni.
"Di questo ti siamo grati. E credo che ti abbiamo già ripagato. La ragazza si riprenderà. Blake non c'è più. Ti permetteremo di continuare il viaggio di ritorno verso il tuo pianeta."
— Verso Terra? — balbettò Eller. — Ma…
— C'è un'altra cosa che faremo, prima di andarcene — gli rispose il pacato pensiero. — Ne abbiamo discusso e siamo in perfetto accordo. Prima o poi, nel corso naturale del tempo, la tua specie raggiungerà la posizione che le compete. È inutile affrettare prematuramente le cose. Per il bene della vostra specie e per il bene di voi due, faremo un'ultima cosa prima di lasciarvi. Capirete.
Una sfera di fiamma, veloce, si staccò dalla prima forma. Si fermò sopra Eller. Lo toccò, poi corse da Silvia. — È meglio — asserì il pensiero. — Non c'è dubbio.
Guardarono in silenzio, scrutando fuori dal visore dell'oblò. La prima sfera di luce schizzò fuori dalla fiancata della nave, precipitandosi nel vuoto.
— Guarda! — esclamò Silvia.
La sfera di luce accelerò. Si allontanò dalla nave, correndo a una velocità incredìbile. Una seconda sfera emerse dallo scafo, si lanciò all'inseguimento della prima nello spazio.
Poi una terza, una quarta, e una quinta. A una a una, le sfere di luce si precipitarono nel vuoto dello spazio profondo.
Quando furono svanite, Silvia si girò verso Eller. Le brillavano gli occhi. — Andate — disse. — Dove sono dirette?
— E chi può dirlo? Probabilmente andranno molto lontano. Forse non si fermeranno nemmeno in questa galassia. Raggiungeranno qualche luogo remoto. — All'improvviso, Eller tese le mani, toccò i capelli castani di Silvia. Sorrise. — Sai, i tuoi capelli sono davvero splendidi. I capelli più belli dell'intero universo.
Silvia rise. — Tutti i capelli ci sembrano splendidi, adesso. — Sorrise a Eller con le sue labbra rosse, calde. — Persino i tuoi, Cris. Eller la guardò a lungo. — Avevano ragione — disse alla fine.
— Cioè?
— È meglio. — Eller annuì. Restò a scrutare la ragazza al suo fianco, i capelli e gli occhi scuri, il corpo snello tanto familiare. — Sono perfettamente d'accordo con loro. Non ho dubbi.