Stories 93 / Random

Stories by modena city ramblers

zuara (italian)

Save as PDF
“Oggi è un bel giorno. Si ritorna a casa. È finita la guerra. Abbiamo vinto. E ora?”
Rispondo all’appello. Rubini Luisa. Rubini con una “b” sola, anche se tutti gli altri miei parenti si chiamano con due. Non so il perché, forse per distinguermi o un errore all’anagrafe, che lo sappiamo, sono tempi difficili, basta un niente per sbagliarsi, per confondersi. Una penna che scrive male, un impiegato distratto e addio “b”. Ma tutti i miei compagni mi conoscono come Zuara. I miei compagni di lotta, non di scuola, quella l’ho lasciata mesi fa, per nascondermi in campagna, in un casolare, lontana da occhi e orecchie di chi avrebbe voluto prendermi per poi farmi chissà che cosa. Perché, vi state chiedendo? Perché ero nella Resistenza. Ero una staffetta partigiana. Anzi lo sono, e lo sarò per sempre.”
“Ciao nonno, sono a casa.”
“Ciao Luisa, com’è andata a scuola? Quel farabutto del maestro vi ha fatto ancora cantare e marciare?”
“Sì, ma lo sai che mi piace cantare.”
“E cosa ti ha fatto cantare sentiamo, cal vigliâc!”
“Mo niente, lo sai, le solite canzoni.”
“Perdio, cal faséssta, chissà quali!”
“Quella che fa ‘passa di corsa il battaglion d’assalto, rapida mossa, il cuore sempre in alto, camicia nera il fior di giovinezza, morte e salvezza di chi combatterà’ e altre così, ma non ti arrabbiare, dai nonno!”
“Come non ti arrabbiare, io quello lì se lo prendo! Fa apposta a farti cantare le canzoni fasciste, per farmi rabbia a me! Ma finirà male, per loro! Tal dég me!”
Mio nonno Vincenzo lo chiamano Andriculen, un diminutivo di Enrico, ma chissà perché. Che sia spesso ubriaco non è un mistero. Lui i fascisti li odia davvero, lui è un antifascista dichiarato e molte volte si mette a cantare l’Internazionale in piazza e noi gli diciamo sempre di stare attento, sta’ zétt nonno, e loro, quelli là gli urlano va’ a lèt imbariagòt, e non gli dicono solo quello, ma a volte gli danno anche delle botte, perché lui risponde sempre, mica gliele manda a dire. “Meglio essere ubriaco che fascista, e da ubriaco dico quello che voglio.” Mio nonno era il bidello della scuola ma quando sono andati su i fascisti, l’hanno licenziato. Ma ora, dopo un po’ che non ha lavorato, l’hanno preso a fare lo stradino, non è molto contento ed è ancora più arrabbiato.
Prima del maestro Ezio, avevo un’altra maestra che ci faceva sempre leggere dei bei libri, La cittadella, Pinocchio, il libro Cuore. A me piaceva tanto leggere. La Iolanda, così si chiamava la maestra, ci faceva anche cantare la lirica. Quella sì che mi piaceva. “O Signore, dal tetto natio, ci chiamasti con santa promessa; noi siam corsi all’invito d’un pio, giubilando per l’aspro sentier.” I lombardi alla prima crociata di Verdi era la mia preferita e io sognavo di fare la cantante e di diventare una grande cantante. I teatri, i costumi, la musica, era proprio quello che avrei voluto fare. Ma un giorno in chiesa hanno fatto cantare da solista la Gigliola, una ragazza di Bologna sfollata ad Altedo, è molto brava ma io me la sono presa e ho smesso di cantare. E ho pianto tutto il giorno.
Ho diciassette anni. Domani ricomincia la scuola, mi tocca andare fino a Minerbio in bicicletta, non è lontano, ma per fortuna ci vado con il mio amico Guido. È il figlio di Minghetti, che ha un’azienda di ceste di vimini, ci vado a lavorare dopo la scuola con la zia Lenina, mi piace andarci, mi fa sentire già grande e importante. Siamo in tante a lavorare, tutte donne, ed è come essere una grande famiglia anche se è dura girare il vimini. Mi vuole bene, Minghetti, mi dice sempre di leggere, che la lettura ti fa diventare una persona migliore. Mi fa leggere la storia del partito socialista e la storia mi appassiona. Anche lui come il nonno è un antifascista e non è molto ben visto dai soldati e dai tedeschi.
“Luisa, vieni qui che ti devo dire una cosa.”
“Mi dica, signor Minghetti.”
“Domani mentre vai a scuola con Guido, dopo Canaletto giri per Tintoria e vai dalla signora Novella e le dai un bigliettino che ti nascondo sotto la sella. E se ti fermano i tedeschi, mi raccomando, digli che stai andando a scuola.”
“Cosa c’è scritto nel bigliettino?”
“Non ti preoccupare, anzi non leggerlo, che è meglio così. La signora Novella sa tutto, ci pensa lei poi a farlo avere a chi di dovere. Diventi una staffetta partigiana, ma non dirlo a nessuno. A nessuno.”
Non so cosa sia successo, so che fino a poco tempo fa i tedeschi in paese erano nostri amici e alla locanda ci facevano cantavamo insieme a loro, ma ora siamo nemici e le canzoni ce le fanno cantare per forza. La guerra è scoppiata tre anni fa, ma ora c’è l’armistizio, e gli uomini devono scegliere, o di qua o di là. C’è un gran sconvolgimento, i soldati italiani scappano, i tedeschi li arrestano, e molti scelgono di stare con loro perché dicono che altrimenti li portano in Germania. Ci sono anche tanti sfollati, gente da Bologna che viene ospitata anche da famiglie sconosciute. Però mica tutti i tedeschi mi sembrano cattivi. L’altro giorno per strada un marito un po’ ubriaco aveva dato uno schiaffo a sua moglie e un soldato tedesco l’ha visto e allora si è avvicinato e l’ha preso per il bavero del cappotto e gli ha urlato delle frasi, in tedesco, e non ho capito bene ma sicuramente voleva dire che se lo vedeva ancora picchiare sua moglie gli avrebbe fatto passare dei guai.
Come ogni giorno da quando vado a scuola in bicicletta con Guido, mi mettono dei bigliettini per la Resistenza, e sono diventata molto brava a far finta di niente. Le prime volte avevo una gran paura ma poi mi sono abituata e ora mi sento più forte del solito. E come ogni giorno anche oggi ci hanno fermati i tedeschi prima dell’incrocio di Canaletto.
“Allora, Luisa e Guido, anche oggi andate a scuola?”
Ormai ci conoscono bene e ci fermano solo per dovere, ma non pensano che siamo coinvolti.
“Ja, come tutti i giorni.”
“Allora pedalare, raus.”
Guido non parla mai, lascia sempre rispondere me, non per paura, ma sa che i soldati sono più distratti da una ragazzina.
Ripartiamo spingendo bene sui pedali e sentiamo le risate dei soldati che se ne vanno. A volte appena siamo un po’ lontani Guido dice qualcosa a denti stretti, per me impreca ma non riesco a sentire bene quello che dice, posso solo immaginarlo. Poco dopo, come tutti i giorni, io giro in uno stradello e vado dalla signora Novella mentre lui tira dritto verso la sua scuola. Lui ci va per davvero a scuola, perché ha quasi finito l’avviamento, io no. Ormai sono nella Resistenza, anche se mi manca molto studiare.
Io non so mai che notizie porto nei bigliettini, quello che è successo lo vengo a sapere solo dopo qualche giorno. Sabotaggi, azioni di spionaggio, scontri a fuoco. Mi hanno detto che faccio parte della Quarta Brigata Venturoli, che si è formata nella zona tra la Pegola, Baricella e Altedo, dove vivo io.
Tutto ad Altedo è sotto il controllo dei tedeschi, soprattutto le aziende agricole che servono per il mantenimento delle truppe e dei fascisti. Chi vive in campagna e ha una cascina ha più cibo, in paese è più dura procurarselo. Anche perché i tedeschi requisiscono tutto, lasciano giusto solo quel poco per far mangiare la gente. Un po’ tutti cercano di ingegnarsi per procurarsi o nascondere del cibo. Come mio zio Germinal che lavora come meccanico in un’azienda agricola dove i tedeschi hanno messo il loro comando e ha escogitato un bel sistema per tenere un po’ di grano quando va a mietere. Ha messo una piccola tagliola nel tubo che scarica sul carro il grano e quando è verso la fine l’aziona e un po’ ne rimane nel tubo, che toglie quando torna in officina a fine turno. Quel che basta per la sua famiglia e quelle di altri fratelli. Se lo prendono mentre esce con un sacchetto sotto la giacca sono guai. Il suo padrone lo sa sicuramente ma fa finta di niente.
Bisogna essere un po’ furbi, ma è pericoloso e si vive sempre col terrore che lo scoprano. Come quella volta che invece i tedeschi hanno visto che nascondevamo un maiale intero appena macellato e sono entrati nel cortile per rubarlo. Mia zia Nina, che si chiamerebbe poi Lenina, anche se il prete si è rifiutato di battezzarla con quel nome, si è aggrappata alle gambe del soldato piangendo e urlando, scongiurandoli di non portarlo via, sarebbe bastato per tutto l’inverno. Ma niente, un altro soldato ha lasciato pochi spiccioli e un bigliettino, perché così sembrava che l’avessero comprato. Ma con quei soldi non compri nemmeno un chilo di carne, sempre che lo trovi.
Passano i giorni e la guerra sembra non finire mai, l’estate che mi piace tanto mi fa venire voglia di vivere in modo spensierato, c’è Guido che mi piace tanto ma non ci siamo nemmeno ancora dati un bacio e non so se ce ne daremo mai uno davvero. Poi lui è più grande di me, è quasi un uomo e io sono ancora una ragazzina. Mi piace quando siamo in bici assieme, anche se io non sono molto brava, rischio sempre di cadere e ogni tanto in effetti casco e mi ritrovo con le ginocchia e i gomiti sbucciati, e Guido, che è un ragazzo davvero buono e gentile, mi aiuta e mi soffia sulle ferite e mi toglie i sassolini e la terra. Vorrei dirgli che mi piace ma oltre a essere piccolina sono anche molto timida. Chissà, magari un giorno ce la faccio a dirglielo.
Ma un po’ di paura rimane sempre mentre andiamo per la campagna, soprattutto quando passa Pippo, l’aereo degli inglesi che va a caccia di tedeschi e fascisti, ma che a volte non è che da lassù riesce a capire se sei un nemico o un amico. Lo chiamano Pippo perché i tedeschi quando lo vedono urlano “achtung piper, achtung piper” e sembra che dicano “Pippo”. E allora noi li prendiamo in giro così. Quando sentiamo il rumore da lontano in un attimo buttiamo le bici nel fosso e ci mettiamo giù per terra e Guido mi abbraccia per proteggermi e il mio cuore va velocissimo, e forse in quel momento non è per la paura di Pippo. E mentre sono lì per terra spero che l’aereo torni indietro, una, due, tre volte. Ma non succede mai e ogni volta perdo l’occasione di dirgli qualcosa. Forse al prossimo Pippo.
L’estate però prima o poi finisce e nella nostra pianura le prime nebbie e i primi freddi rendono tutto un po’ più pesante. Ho saputo di un po’ di azioni partigiane e cominciano a esserci tanti morti anche nella nostra zona. Alcuni giorni fa c’è stata una battaglia nella casa Mezzetti, che è una delle basi partigiane, e i repubblichini hanno ucciso Dino Gotti mentre andava in permesso a salutare i suoi genitori in un casolare poco distante. Si stava dissetando alla fontana nell’aia. Non aveva visto i fascisti che erano lì per cercare dei partigiani. L’hanno preso, portato in caserma a Malalbergo, interrogato, torturato. Ma lui è stato zitto, non ha fatto nessun nome dei compagni. Dicono che l’abbiano trovato morto lungo la strada Scalone, insieme a un altro ragazzo, Ardo Guidetti.
Dopo aver pianto di dolore e di rabbia, Dick, che si chiama poi Goffredo, ed è uno dei comandanti, e altri diciassette partigiani hanno ingaggiato una battaglia fra i campi con i fascisti, facendo cinque morti e prendendo otto prigionieri.
Due di loro erano feriti e dopo avergli detto che sarebbero stati curati da un medico li hanno interrogati.
“Noi abbiamo fatto parte della spedizione punitiva, ma non abbiamo ucciso i due ragazzi. Noi non c’entriamo.”
“Chi sono stati?”
“Ci guidava un confidente, ma chi ha torturato e ucciso i due prigionieri sono stati quelli là, il nostro comandante e gli altri tre lì vicino a lui.”
Dopo aver interrogato il comandante del manipolo e avergli trovato addosso la pistola di Dino Gotti, sono stati processati e portati in una zona un po’ selvaggia per essere giustiziati ma mentre camminavano hanno tentato la fuga e i partigiani con i mitra li hanno ammazzati.
Ora il nostro battaglione è intitolato a Dino Gotti.
La mia mamma è sempre più preoccupata per me, iniziano a circolare voci che qualcuno potrebbe fare la spia.
“Luisa, stai attenta quando vai in giro, perché qualcuno dice che sei una partigiana, che porti i messaggi con la bicicletta.”
“Stai tranquilla, mamma, sono sempre molto attenta, e poi li nascondo bene, anche nelle scarpe, e i soldati mi fanno passare perché non credono che una piccolina come me possa essere una staffetta partigiana.”
“Hai saputo che l’Amelia tutte le sere porta da mangiare a dei ragazzi in una stalla vicino al cimitero?”
“Sì, perché?”
“L’altra sera l’ha seguita Agostino, lui è un confidente dei fascisti. L’Amelia l’ha detto ai partigiani nascosti che poi durante la notte sono andati a casa sua con un altro suo amico fascista e l’hanno costretto a chiamarlo perché doveva dirgli una cosa. Agostino ha capito tutto ed è sceso con una rivoltella ma non ha fatto in tempo che lo hanno ucciso. E poi hanno sparato anche al suo amico sulla riva del Savena. Devi stare attenta, Luisa, sta’ ben attenta. Non puoi sapere chi è un amico o un nemico.”
Quando mi parla così mia mamma ha sempre gli occhi rossi e sembra sempre sul punto di piangere. E a me dispiace che abbiano ammazzato Agostino, anche se era un fascistone.
La guerra sembra non finire mai, ogni giorno che passa spero sempre che quel giorno si avvicini, io ho voglia di vivere, di cantare, di innamorarmi. Mi piacerebbe andare a visitare Bologna, non ci sono mai stata, dicono che sia una bella città. Quando finisce la guerra voglio proprio andarci e magari un giorno anche andare ad abitare là. Mi vedo già passeggiare sotto i portici a braccetto del mio fidanzato, andare a teatro a vedere un’opera, farmi nuove amicizie, sentire la gioia della pace.
Alla cruda realtà mi riporta invece Gino Dotti, un amico dello zio Ezio e dello zio Gino, che mi ferma per strada mentre sono con la mia inseparabile amica Amelia. Ci parla con molta calma facendo finta anche un po’ di ridere, ma poi torna molto serio e sembra davvero preoccupato.
“Amelia, Luisa, come state?”
“Bene grazie, Gino.”
“Sentite, ragazze, dovete andare via, a nascondervi, perché hanno fatto tanti nomi e anche il vostro. Ormai sanno che siete staffette.”
“Ma dove andiamo?”
“Verrà a prendervi un ragazzo e vi porterà in una casa di campagna. Non parlatene con nessuno e state attente. Buona fortuna.”
Ci guardiamo, io e l’Amelia, ci abbracciamo, un po’ per paura e per farci coraggio. Non abbiamo idea di cosa ci può aspettare.
Mentre saluto la mamma e i miei nonni arriva un ragazzo a prenderci, saliamo sulle nostre biciclette e iniziamo a pedalare verso la casa che ci dovrà ospitare, o per meglio dire, dove dovremo nasconderci.
“Sei Zuara, vero? Mi chiamo Emo, piacere.”
“Sì, sono io.”
“Sono venuto a prenderti, passiamo dalla tua amica Franca e poi vi porto in una casa a nascondervi, qui per voi ora è troppo pericoloso, i fascisti potrebbero venirvi a prendere da un momento all’altro.”
“Ma per quanto dovremo nasconderci?”
“E chi lo sa questo? Non vi dovete preoccupare, starete al sicuro, ve lo prometto.”
“Va bene, saluto la mamma e i nonni e sono pronta.”
Sono Luisa, ma i partigiani mi chiamano Zuara. Non so bene perché mi abbiano dato questo nome. Una volta ho chiesto, ma nessuno mi sapeva rispondere, mi hanno solo detto che è il nome di una città della Libia, che prima della prima guerra mondiale fu occupata dagli italiani. Allora forse è perché sono un po’ piccola di statura e scura di capelli e sembro un po’ libica, anche se io non lo so mica come sono fatti i libici. Però il nome mi piace, Zuara, suona bene, e poi è strano, sembra un nome battagliero. L’Amelia invece la chiamano Franca, come una mia cugina, un nome più normale, ma l’importante è non farsi chiamare mai per nome vero, anche se non è servito molto, a noi due. Perché basta che uno faccia la spia ed è finita.
Siamo arrivati alla cascina dei fratelli Fabbri, a Baricella, dopo un’ora, sono pochi chilometri ma con le biciclette è sempre un po’ faticoso e c’è sempre il rischio che la copertura si rompa, che sono preziose tanto che sono fra le richieste negli scioperi delle mondariso. Io a mondare il riso non ci sono mai andata, mia mamma non vuole, dice che a stare tutto il giorno con i piedi nell’acqua ci si può ammalare gravemente, e piuttosto mangiamo pane secco.
Ci dividiamo perché l’Amelia va in una casa di uno dei fratelli, leggermente staccata da quella dove sono io anche se sono molto vicine.
Vedo che parte della stalla è crollata, sembra da poco tempo perché le macerie sono ancora pulite.
“Cosa è successo al fienile?” chiedo io, che sono sempre curiosa.
“Qualche notte fa è crollato sotto il peso delle cipolle raccolte, e sotto dormivano una decina di partigiani. Due purtroppo sono morti. Uno è il fratello di Emo che vi ha portate qui.”
I Frabon, come li chiamano qui in dialetto, sono una famiglia molto povera ma molto collaborativa con la Resistenza. Come quasi tutti i contadini di questa pianura. È come se fossimo tutti della stessa famiglia. Mi raccontano che una ventina di partigiani erano arrivati già dopo il tramonto, stremati dalla fatica e fradici per la guazza e sporchi di fango per aver camminato dalla base partigiana che avevano lasciato. Dopo aver mangiato e cantato qualche canzone intorno al fuoco si erano divisi per dormire. Una decina in casa e un altro gruppo nella stalla. Si erano svegliati nel cuore della notte pensando che Pippo avesse bombardato la cascina, ma correndo tutti fuori si erano accorti che invece era crollato il fienile. Sei si sono salvati anche se feriti, due sono morti, Enore Rubbini e Guerrino Nanni. È così triste pensare alla sfortuna che hanno avuto questi due ragazzi, senza paura davanti a fascisti e tedeschi, che chissà quante volte hanno pensato alla morte, o forse non ci hanno mai pensato perché la voglia di libertà era sicuramente più forte della paura, nel morire in un modo così stupido. Li hanno seppelliti lì nell’orto, perché non potevano portarli al cimitero. Il pensiero mi va subito alle loro mamme.
Qui siamo nascosti, e ogni tanto facciamo delle riunioni, ci arrivano le notizie dalle altre staffette e dai partigiani che continuano a muoversi fra le varie basi. Una di queste notizie è che una di queste notti dovrebbe esserci un lancio di fucili e munizioni dagli Alleati. Ma nessuno ci crede più, gli uomini sono molto diffidenti perché già una volta i partigiani si erano organizzati e avevano passato una notte intera ad aspettare che arrivassero gli aerei. Ma non c’era stato nessun lancio di munizioni, nessun aereo aveva volato nella nostra zona. Non c’è più tanta fiducia, è come se gli Alleati in realtà non vogliano che i partigiani siano più armati e attrezzati. Alcuni sostengono, arrabbiati, che gli americani non vogliono che i partigiani prendano troppo potere, soprattutto dopo la fine della guerra. Qui quasi tutti sono socialisti o comunisti e secondo me hanno paura di questo.
Queste settimane sono tranquille e frenetiche allo stesso tempo. Io non combatto, non ho mai toccato un’arma, non saprei nemmeno come fare, ma mi rendo utile in tutti i modi, in cucina, nell’aia, a fare legna per i camini. Passano tanti partigiani, che vanno e vengono, e c’è anche un ufficiale dell’esercito, un siciliano di nome Franco, che ha disertato. E anche un tedesco in divisa che ogni tanto passava e quando due partigiani gli hanno chiesto cosa volesse ha risposto che voleva passare nella Resistenza. Ma poveretto, ha fatto una brutta fine, perché l’hanno catturato altri tedeschi e dopo averlo torturato l’hanno ammazzato. Mi dispiace tanto, stava dalla parte giusta.
Sono triste, sono lontana da casa, non ho notizie dei miei parenti, non so niente delle mie amiche, solo l’Amelia che è qui vicino e spesso stiamo insieme. La tristezza mi passa un po’ quando dopo le riunioni ci mettiamo a cantare. L’Internazionale, Bandiera rossa, Fischia il vento. Non so se farò mai la cantante, ma mi tiene tanto alto il morale. Sono diventate le mie canzoni preferite. Ce n’è anche un’altra che cantiamo sempre, la musica è quella di “quel mazzolin di fiori”, ma le parole sono sul nostro battaglione, dice “il battaglione Gotti sa lavorar la terra, ma specialmente in guerra son bravi fucilieri, noi siam dei patrioti che difendiam la patria che è stata martoriata dal fascio traditor”.
Mi manca anche Guido, non ho più saputo niente nemmeno di lui, so solo che anche lui è un partigiano, spero che stia bene, anche se in questi giorni la speranza è più un sentimento pieno di paure, di angosce.
Le notizie sono sempre più rare, le giornate non passano mai anche se il freddo è meno duro e a volte sembra già quasi primavera, le nebbie mattutine sono meno frequenti e l’acqua non gela più, l’umore così migliora e tutti sembrano più contenti e ottimisti. La realtà invece è ancora intrisa di nebbia, di ghiaccio e buio, altri partigiani, altri ragazzi giovani stanno morendo. Non vediamo l’ora che finisca tutto questo. Sono quasi cinque anni che è cominciata la guerra e se le cose belle prima o poi finiscono, mi chiedo se sarà così anche per quelle brutte.
“Luisa, tieniti pronta che dobbiamo trasferirvi. C’è stata una soffiata che qui ci sono dei partigiani.”
“E dove ci portate?”
“Te vicino a Bologna, l’Amelia la portiamo a San Pietro in Casale.”
“Non potete tenerci insieme?”
“No, troppo pericoloso, dovete andare via divise. Ma non ti preoccupare, vi ritroverete presto, ormai è questione di poche settimane perché gli americani sono vicini, e i nostri compagni stanno per liberare Bologna.”
Saluto l’Amelia, ci abbracciamo piangendo a dirotto, non ci siamo mai divise, siamo sempre state insieme. È doloroso ma dobbiamo sempre pensare al presente e in breve mi ritrovo sulla strada che porta a Bologna.
I contadini che mi ospitano sono gentili, sanno a cosa vanno incontro, anche se una ragazzina come me è difficile da credere che sia nella Resistenza. Anche se ogni giorno vediamo passare dei tedeschi che iniziano a lasciare la città, non è ancora finita, c’è ancora pericolo. Non c’è niente di più pericoloso che un esercito impaurito, in fuga. Sento dire al contadino che ci ospita che in questi giorni i fascisti e i tedeschi hanno portato una ventina di partigiani alla stazione di San Ruffillo e li hanno fucilati. Erano tutti incarcerati In San Giovanni in Monte, il terrore dei partigiani. Molti venivano dalla bassa, dalle mie zone. Finire in quel carcere vuol dire quasi morire. Spero con tutto il cuore che non ci siano dei miei compagni e che non ci sia Guido, fra di loro.
Da alcuni giorni si vedono passare tanti aerei e si sentono tante esplosioni. Stanno bombardando la città ma soprattutto le campagne, e anche se sembrano un po’ lontani e noi non siamo sicuramente un obiettivo ci rifugiamo in cantina, non si sa mai. Fa sempre paura sentire gli aerei che ti passano sopra la testa. Pippo invece qui non si sente più, questi sono aerei diversi, fanno più rumore e sono più grandi. Si sentono fin da lontano. Sappiamo che stanno bombardando Bologna e anche in periferia. Ci sono tante fabbriche, ormai molte distrutte, e la radio dice che ci sono stati molti morti fra i civili, in questi ultimi bombardamenti.
In casa ci sono altri partigiani che stanno aspettando ordini, ma sembrano più sorridenti del solito, più ottimisti del solito.
Ogni giorno che passa si sente la sensazione di una liberazione ormai vicina, non so descriverla, ma è come quando il primo sole primaverile inizia a scaldarti ma non ti scalda solo la pelle, ma anche il cuore, e un po’ tutto ti sembra più bello, anche quella vita che da qualche anno sembra sospesa, una lunga attesa di una nuova vita, di pace, dove i sogni possono ricominciare a essere inseguiti. Non è solo voglia di normalità o di ritornare a quello che era prima. La guerra mi ha rubato questi anni di adolescenza e so che nessuno me li ridarà mai indietro ma sono viva e questa guerra sta per finire, me lo sento dentro, lo sento nelle voci dei partigiani, dei contadini che ci ospitano, e lo vedo nei loro occhi.
Oggi è il 21 aprile, stanotte non si è udito nessun aereo, nessun bombardamento, c’è il silenzio tipico delle zone di campagna, anche se alle porte della città. La notte è passata quasi in bianco come quasi tutte in questi ultimi giorni, sentiamo l’ansia dell’attesa, e non è facile addormentarsi. A volte si crolla quando sta per fare l’alba, ma sono sonni brevi perché, si sa, i contadini si alzano presto.
Un po’ di latte e del pane per colazione, siamo quasi tutti in casa quando da fuori si sente un gran vociare, urlare, ma non capiamo bene cosa stia succedendo. Non sono le solite urla di paura, di aiuto, di pericolo che ho sentito negli ultimi anni. Sono diverse.
Usciamo tutti quasi correndo dalla casa e nell’aia e in quelle accanto donne e uomini che alzano le braccia al cielo, chi con il pugno alzato. Alcune persone non trattengono le lacrime e le parole più belle che potessi sentire in un giorno così.
“La guerra è finitaaaa, Bologna è libera!”
“Libertà! Libertà!”
Siamo increduli, non ci stiamo rendendo conto e prima di abbracciarci e metterci a piangere chiediamo ancora che cosa stia succedendo, come se non fossimo ancora pronti a questa cosa. La libertà. Io non l’ho ancora conosciuta questa cosa, sono nata che c’era Mussolini, e Mussolini c’è ancora. E non riesco ancora a capire.
“A Bologna sono entrati gli Alleati, i polacchi e i partigiani! I tedeschi e i fascisti sono scappati, non ci sono più! I van tótt in piâza Mazâur! Andiamo!”
Ci incamminiamo in tutta fretta verso il centro della città e man mano che ci avviciniamo ci sono sempre più persone, c’è un silenzio quasi irreale per il quello che stiamo vivendo, è come se ognuno di noi volesse gustarsi questo momento dentro di sé, ma è una quiete prima di una tempesta, questa volta, finalmente felice e gioiosa.
Ci sono sempre più persone mentre avanziamo verso il centro, ormai quasi intasato, e qui sì che le voci si fanno urla, le lacrime di gioia prendono finalmente il posto di quelle di dolore. Non si capisce più niente, le parole si mescolano nel grande frastuono collettivo. Libertà, abbasso il fascismo, sono quelle più gridate, in un tripudio di bandiere italiane e bandiere rosse, che forse i polacchi in verità non gradiscono molto.
Vorrei che ci fosse mio nonno qui con me, alla fine aveva ragione lui quando diceva “gliela faremo vedere noi, ai fascisti”. E vorrei che ci fosse anche l’Amelia. E Guido.
Siamo tanti partigiani, molti con il fazzoletto al collo, camminiamo verso il centro della città e sembriamo sfilare, ai bordi delle strade tanta gente che ci applaude, sento una signora che dice uh, guarda bän cum l’é cine qualla lé! indicandomi, ma io mi sento grande, alta due metri, e la contentezza sta lasciando spazio all’orgoglio di essere qui non come semplice spettatrice. Anche se so di aver fatto poco. Ma so di aver fatto la mia parte. E soprattutto l’ho fatta dalla parte giusta.
In piazza Maggiore ci sono centinaia di donne che attaccano le foto dei loro cari, dei partigiani, dei soldati morti o dispersi che sperano di rivedere, e se raccogliessimo tutte lacrime che stanno versando riempiremmo un lago.
È tutto finito davvero. Ora me ne rendo conto.
Dopo qualche ora mi viene tanta voglia di tornare a casa. Sento che è il momento. Mi incammino verso la Ferrarese, la strada che va diretta a casa mia. Sono una trentina di chilometri. In tanti stanno già facendo ritorno, in tanti stanno sentendo il richiamo delle mogli, dei figli, dei genitori. Sfrecciano alcuni camion pieni di gente, io invece cammino con i miei zoccoli di legno e i miei piedi stanno per iniziare a sanguinare, ma non mi fermo nemmeno un attimo. Non mi fermerei per tutto l’oro del mondo. E non mi volto mai indietro, mai.
Fra poche ore sarò a casa. E per me, come per tutti, comincerà una vita nuova.