william walker (italian)
Quella che chiamano la Bassa è un territorio strano per chi come me viene da un altro paese, la pianura ha orizzonti infiniti interrotti solo da qualche argine di torrente. In lontananza, nei giorni di sole, si possono vedere a sud gli Appennini e a nord quelle che chiamano Prealpi, entrambi ancora imbiancati dalla neve anche se siamo ormai in primavera. Ci sono giorni in cui sembra quasi di poterle toccare quelle montagne che mi hanno visto arrivare dal cielo cullato dal mio paracadute. A volte la nebbia la mattina è ancora molto fitta, fatico a vedere il salice piangente giù in fondo al cortile, poi verso mezzogiorno tutto si dirada e torno a vedere quell’orizzonte infinito scandito dai passi di Chiarina che mi porta il pranzo.
Sono ormai parecchi giorni che scruto questo paesaggio, ascolto i rumori, annuso i profumi della campagna e cerco di comprendere una lingua non mia, sono nascosto nel sottotetto del fienile di una casa di campagna in una zona che si chiama Traghettino, tra i paesi di Cadelbosco Sopra e Castelnovo di Sotto.
Il mio nome è William Walker, sono inglese, sono venuto con il mio esercito per aiutare a liberare l’Italia dall’occupazione nazifascista. La prima operazione a cui ho partecipato è stato durante la notte tra il 7 e 8 gennaio del ’44, abbiamo bombardato il carcere San Tommaso di Reggio Emilia dove il governo fascista deteneva partigiani e sovversivi, grazie a quel bombardamento sono riusciti a fuggire parecchi detenuti tra i quali anche Alcide Cervi, padre dei sette fratelli giustiziati dai fascisti, la loro storia l’ho conosciuta grazie al racconto di un partigiano che parlava la mia lingua. Dopo quell’operazione ne sono seguite parecchie tra l’Appennino e la Pianura.
A inizio aprile del ’45 mi diedero la missione di recarmi nei paesi di Brescello, Boretto e Guastalla per monitorare i movimenti delle truppe tedesche sul fiume Po e la situazione dei ponti; quanti ne erano rimasti e quali avremmo potuto abbattere per evitare la fuga verso nord.
La strada che collega Reggio Emilia a Guastalla era presidiata dall’esercito di occupazione quindi mi diedero una mappa con tutte le strade secondarie e le carraie che attraversano i campi, ci misi tre giorni per raggiungere “il grande fiume”, come lo chiamano qui, i ponti erano tutti presidiati e c’era un gran viavai di soldati e mezzi che andavano in direzione di Reggio per cercare di contrastare gli attacchi delle forze alleate. Dopo cinque giorni di appostamenti fatti di notti in bianco e all’addiaccio decisi di tornare al comando giù in città per fare rapporto e anche perché stavo finendo le mie scorte di cibo. Il mio rientro non fu facile, le pattuglie di tedeschi erano più numerose che all’andata, si erano intensificati i controlli anche sulle stradine di campagna, dovevo nascondermi ogni chilometro, arrampicarmi su un albero, scavalcare un argine e nascondermi nella vegetazione dentro a un torrente per trovare un rifugio per la notte.
Proprio dall’interno di un mio nascondiglio sentii due soldati tedeschi a pochi metri da me parlare tra loro, il tedesco riuscivo a capirlo, ci avevano dato qualche lezione proprio prima di partire per la guerra; dicevano che dovevano trovare la spia, il guardone inglese, capii che in qualche modo mi avevano scoperto, qualcuno mi aveva visto, ero fottuto e avrei dovuto stare ancora più attento. Aspettai la notte e mi rimisi in cammino, sentivo in lontananza i mezzi percorrere le strade e vedevo le luci delle lampade dei soldati girare per la campagna come tante lucciole impazzite. Mi sentii braccato come una volpe durante la caccia, non sapevo più cosa fare e dove andare, non potevo farmi luce per leggere la mappa e quella pianura di notte mi sembrava tutta uguale, era come un deserto fatto d’erba invece che di sabbia.
In lontananza vidi la luce di una casa, provai ad avvicinarmi, dalla finestra al piano terra vidi tre persone: una donna anziana, una più giovane e un uomo che avrà avuto più o meno l’età della donna giovane, mi feci coraggio e bussai alla porta.
Mi aprì l’uomo, sembrava impaurito, mi scrutò e mi tirò con forza all’interno della casa dicendo in una lingua incomprensibile: “Mo te chi set? L’inglèis ch’in dre serchér? Non capivo cosa mi stesse dicendo, cercai di spiegarmi con le poche parole che avevo imparato di italiano, mi misi in ginocchio e chiesi di potermi nascondere nella loro casa, le due donne erano molto impaurite e mi scrutavano dall’angolo della cucina, confabularono tra loro tenendomi sempre d’occhio; capii dalle poche parole che riuscivo a comprendere e dalla loro paura che i tedeschi erano già stati in quella casa per cercarmi. Non mangiavo da parecchio tempo, indicai una mela sul tavolo, l’uomo si rivolse a me dicendo “ghet fam?” non capii ma risposi ugualmente “grazie, grazie”, a quel punto la donna più giovane mi allungò due mele e un pezzo di pane, lui mi fece cenno di seguirlo fuori, pensavo mi mandasse via invece mi portò davanti a una scala di legno che portava a una botola che permetteva l’accesso al sottotetto del fienile, “stanòt et po’ stèr ché mo dmatèina t’et chév dai maròun!”.
Non capivo una parola di quello che mi diceva ma si spiegava molto bene con i gesti e il tono della voce, mi guardai attorno cercando di capire dove mi trovavo con la sola luce della luna che entrava dalle piccole finestre presenti, ero molto stanco e impaurito, ammassai un po’ di paglia e mi feci un giaciglio per la notte.
Dopo poche ore il mio sonno venne interrotto da rumori e grida, i soldati tedeschi stavano bussando alla porta della casa in piena notte, mi stavano cercando, sentivo le loro voci gridare “Wo ist das Englisch, wo hast du es versteckt?” poi in italiano “Dove essere l’inglese, dove avere nascosto?” avevo sempre più paura, sentivo la voce dell’uomo dire che non sapevano nulla, non avevano visto nessuno, “Siamo solo dei contadini che lavorano sotto padrone, gente povera, lasciateci stare.” All’improvviso sentii due spari e rumore di calcinacci cadere per terra poi il silenzio, rimasi immobile, avevo il cuore che batteva a una velocità folle; avevo una pistola e un fucile con me, mi venne l’istinto di scendere e sparare ai soldati ma risentendo le voci dell’uomo e delle due donne capii che avevano sparato solo per intimidire quelle povere persone, aspettai. Sentii la porta di casa sbattere, i passi dei soldati camminare nel cortile e fermarsi davanti alla scala di legno, all’improvviso si aprì la botola, la luce della lanterna illuminò parte del sottotetto, io ero completamente nascosto sotto la paglia, immobile e senza respirare ma con la mano pronta sul calcio della pistola, “Ich kann hier nichts sehen, ich bin mude, lass uns gehen” per ora ero salvo ma avrei dovuto stare molto attento per non farmi scoprire e rimasi sveglio fino all’alba.
Dopo poche ore sentii aprire la porta, era la donna più anziana che mi portava una tazza di latte appena munto e un tozzo di pane. Mi guardò e disse: “I tedeschi ti sono venuti a cercare, speriamo non tornino.” La ringraziai e le chiesi il nome, rispose Ennia, aggiunse che l’uomo era suo figlio Tonino e la donna la moglie Chiarina e che potevo restare lì per qualche giorno finché le acque non si fossero calmate, l’abbracciai e cercai di dirle che erano stati molto coraggiosi la notte prima.
Le giornate erano interminabili, passavo il tempo a scrutare dalla finestra i movimenti e i gesti delle persone che lavoravano dalle sei del mattino nella stalla a mungere le vacche, poi subito nei campi fino a mezzogiorno, pranzo, poi dalle due del pomeriggio ancora al lavoro fino alle sette, cena, poi un rituale che accadeva quasi ogni sera, la gente si ritrovava nella stalla di una o dell’altra famiglia a raccontarsi storie, a cantare canzoni a fare quello che qua chiamano filòs, fino più o meno alle dieci, poi tutti a letto. Avrei tanto voluto partecipare anch’io, stare in mezzo a loro, sentire le loro storie invece di starmene qua al buio e in silenzio, ma non dovevo farmi scoprire, sapere della mia presenza avrebbe messo in pericolo me e condannato a morte la famiglia che mi stava nascondendo ma non era facile stare tutto il tempo da solo e in silenzio, la cena me la portavano quando riuscivano, spesso dopo le dieci di sera quando tutti erano tornati nelle loro case. Le famiglie qua erano semplici e povere, Tonino ogni tanto mi veniva a trovare portandomi una mezza bottiglia di vino rosso; facevamo lunghe chiacchierate senza realmente capire tutto quello che ci stavamo dicendo, mi raccontava quanto era dura la vita nei campi se non eri il padrone, lavoravano come mezzadri e coltivavano per lo più tabacco, grano e uva da vino, a loro rimaneva meno della metà del raccolto, facevano gran parte del lavoro a mano o con i buoi, solo ogni tanto arrivava un signore con un trattore rumorosissimo che li aiutava nei lavori più pesanti.
La mattina del 23 aprile la noia che mi portava ormai a conoscere ogni singola crepa nel muro e nelle travi di legno di quella soffitta fu interrotta da movimenti strani sulla strada principale, la potevo vedere benissimo dal mio nascondiglio, numerosi mezzi dell’esercito tedesco stavano andando in direzione nord invertendo la loro destinazione rispetto a qualche giorno prima, forse una ritirata? Stava accadendo qualcosa e me lo stavo perdendo, ero un soldato ed ero impossibilitato a partecipare a quella che poi fu la Liberazione. La Bassa reggiana fu liberata il 24 aprile del 1945.
Quel pomeriggio la porta del mio nascondiglio fu spalancata da Tonino in preda a un attacco di euforia, mi abbracciò urlando: “Siamo liberi, liberi, i tedeschi sono stati sconfitti e stanno tornando in Germania”, urlava a squarciagola e parlava velocissimo, non riuscivo bene a capire le sue parole ma capii bene la frase “LA GUERRA È FINITA!!!”, ci abbracciammo per qualche minuto, eravamo liberi entrambi, mi tolsi gli abiti civili che mi aveva prestato Tonino e mi rimisi la divisa del mio esercito, scesi dal sottotetto e festeggiai con tutti gli abitanti del Traghettino, i quali pensarono che ero arrivato per liberarli perché non sapevano che erano più di due settimane che vivevo tra loro conoscendo ormai tutte le loro facce e le loro abitudini senza però conoscere i loro nomi, festeggiammo a lambrusco e salame poi chiesi se qualcuno avrebbe potuto portarmi in città, il mio comando non aveva mie notizie da inizio mese.
Si guardarono impauriti, nessuno si fidava a portare un soldato inglese fino a Reggio con il proprio calesse, di tedeschi nascosti avrebbero potuto essercene ancora in giro e vendicarsi della sconfitta, mi diedero una bicicletta, con quella percorsi i quindici chilometri che mi separavano dalla città, ovunque passassi era una festa ed un applauso alla mia divisa, arrivai a Reggio Emilia verso sera, cercai subito qualcuno della mia divisione e trovai un mio comandante a cui raccontai tutta la mia avventura, dopo pochi giorni mi fecero tornare a casa.
Dopo dieci anni decisi di fare una vacanza in Italia con la mia famiglia, mia moglie e mio figlio Anthony, chiamato così in onore di Antonio (Tonino); tornai al Traghettino, volevo rivedere la famiglia che mi aveva salvato la vita, bussai timidamente come feci esattamente quella notte del ’45, mi aprì una signora, le chiesi se c’era Antonio in casa, mi rispose che i vecchi inquilini avevano lasciato quella casa nel 1950 per trasferirsi altrove e che avevano avuto un figlio a cui avevano dato un nome straniero, William. Lasciai quel cortile pieno di orgoglio e con l’amarezza che non conoscendo il loro cognome non avrei mai potuto cercarli, ma il ricordo di quelle persone anche grazie ai nomi dei nostri figli mi avrebbe accompagnato per tutta la vita.